IL SILENZIO DEI COLPEVOLI
La tragedia delle torture ai prigionieri iracheni riempie il mondo di dubbi. Tra dichiarazioni e denunce il ricordo di altre atrocità sembra esser dimenticato
11 maggio 2004 - “Un insulto alla dignità degli iracheni”, così il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha definito le torture nel carcere di Abu Ghraib. In un incontro coi giornalisti, al termine di una riunione al Pentagono, il capo della Casa Bianca ha aggiunto: “Quello che hanno commesso queste persone va al di là delle mura della prigione di Baghdad e ha dato a molti la possibilità di mettere in discussione il significato della nostra battaglia per la democrazia e la libertà”. Concludendo il suo discorso, Bush ha rinnovato la fiducia al protagonista delle scelte militari dell’amministrazione, il segretario alla Difesa Donald Rumsfield, dicendo: “ha fatto un superbo lavoro in Iraq”.
Fin qui la cronaca da Washington.
“Abusi terrificanti commessi da singoli soldati in un contesto pericoloso e senza controlli”, aveva dichiarato il dottor Henry Nelson, colonnello medico dell’Us Air Force, a proposito delle notizie sulle violenze subite dai prigionieri nel penitenziario di Abu Ghraib. La frase era contenuta in un rapporto segreto di 53 pagine, dal titolo “Secret/No foreign Dissemination” e prodotto da un team di investigatori militari nell’autunno del 2003, ben prima del dossier della Croce Rossa Internazionale.
Il team aveva raccolto le testimonianze di 48 persone, tra carcerieri e detenuti di Abu Ghraib.
Il campionario di crudeltà descritte è ampio e, anche se il buon giornalismo non dovrebbe mai ricorrere agli aggettivi, disumano.
Le stesse tragiche verità sono contenute anche in ricerche di Amnesty International.
Uomini e donne sarebbero stati denudati e tenuti per giorni senza abiti, minacciati con le armi e umiliati. Agli uomini, di religione musulmana, sarebbe stato imposto di indossare biancheria intima femminile, così ferendo la loro coscienza religiosa. Come mostrano alcune fotografie sono stati utilizzati anche cani per spaventare le vittime. Le percosse sembra fossero all’ordine del giorno e le prime avvisaglie della tragedia si trovavano nelle accuse fatte da numerose organizzazioni umanitarie e risalenti ai primi mesi di occupazione militare dell’Iraq.
Eppure solo dopo la pubblicazione delle fotografie sui giornali la notizia ha dato il via a commissioni di inchiesta.
Aggressioni con bastoni, pugni, secchi di acqua fredda, persino uso di sostanze chimiche corrosive e bruciature erano abituali pratiche di tortura. Alcuni iracheni erano costretti a masturbarsi e ad essere ripresi dalle telecamere o fotografati, mentre altri subivano violenza sessuale per mezzo di strumenti di varia natura.
Nel rapporto dell’esercito americano, il generale che comandava l’equipe, Antonio Taguba, chiedeva già lo scorso anno provvedimenti disciplinari contro dodici persone, due civili e dieci soldati. L’alto ufficiale scriveva: “Quello che mi ha sconvolto di più? Il rifiuto assoluto della generalessa Janis Karpinski (comandante della prigione, ndr) a comprendere come i fatti di Abu Ghraib siano il frutto di mancate capacità di comando”.
Tuttavia, il non rispetto della Convenzione di Ginevra potrebbe portare a processi per crimini di guerra e non sembra da addebitarsi ad atti compiuti da singoli.
Seymour Hersh è il giornalista del ‘New Yorker’ che tra i primi, con il network televisivo Cbs, ha pubblicato notizie sulle atrocità subite dai prigionieri in Iraq. Il reporter aveva vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 1970, per il suo reportage sulla strage di My Lai del 15 marzo 1968.
Quel giorno [U]la compagnia Charly, del 1° battaglione di fanteria americano, distrusse un piccolo villaggio del Vietnam, uccidendo tutti gli abitanti, in maggioranza donne e bambini. Su quell’episodio un altro giornalista, Richard Boyle, nel suo libro ‘Flower of the Dragon’, scrisse: “Non fu l'azione di un solo uomo. Non fu l'azione di un solo plotone o di una compagnia. Fu il risultato di una campagna ordinata, pianificata, ben condotta e concepita ad alti livelli di comando per dare una lezione agli abitanti dei villaggi della provincia del Quang Ngai”.
"Ricordo quel 1970, per quanto fossi molto lontano dal Vietnam”. Mauro allora era un giovane studente italiano, che come migliaia di altri ragazzi in tutto il mondo chiedeva la fine della guerra. “Quando i giornali scrissero di My Lai tutto quello che già trovavamo terribile diventò un incubo. Erano anni duri quelli – continua Mauro – noi volevamo solo che finissero i bombardamenti, la distruzione, la morte di migliaia di civili uccisi dalle bombe dei B52, i giganteschi bombardieri dell’Us Air Force. Ci arrestavano durante le manifestazioni. Un altro mondo, parallelo al nostro, pensava che fossimo degli esaltati, forse un po’ pazzi. Era la ‘maggioranza silenziosa’, ma noi amavamo la vita più della politica, cercavamo il futuro, cantavamo ‘Blow in the wind’, volevamo la libertà per quel piccolo Paese asiatico”.
Mauro adesso ha i capelli grigi, ma non ha dimenticato. Non è un uomo che vive di nostalgia, però non riesce a impedire ai suoi occhi di diventar lucidi. Poi, all’improvviso, si allontana e torna subito dopo con un vecchio libro e legge: “L’addestramento è tutto concentrato su come uccidere i prigionieri. Ci hanno detto che i vietnamiti sono una sottospecie. Potete uccidere il ‘gook’ (versione dispregiativa in inglese di asiatico, ndr) e tagliarlo a pezzi. Ci hanno insegnato ad usare l’equipaggiamento elettrico, a strappare le unghie, a ficcare canne di bambù dentro le orecchie. Potevamo spogliare le donne, aprirle e infilare bastoni e baionette nelle loro parti intime. Facevano ogni sforzo per spingerci allo sterminio e alla tortura dei prigionieri. Questa è la testimonianza – quasi grida Mauro, sbattendo il libro sul tavolo – di un veterano della guerra del Vietnam, di un soldato americano. Non di un visionario hippy tra le nuvole. Noi sapevamo che i nostri coetanei dall’altra parte dell’Oceano, a San Francisco, a New York, a Chicago, un po’ ovunque negli Usa, criticavano la guerra. Insieme avremmo impedito che tutto quell’orrore continuasse. E così fu. Oggi mi avvilisce rivedere le stesse cose e non capisco lo stupore di tanti. È la storia della guerra che si ripete, ma noi non dobbiamo perdere la memoria, dobbiamo ricordare a chi c’era e a chi non era ancora nato che questa non è la prima volta”.
Anche Hersh la pensa così. Il premio Pulitzer sostiene che Abu Ghraib è un fatto che non coinvolge solo la generalessa Karpinski, ma anche il generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze Usa in Iraq, il generale John Abizaid, a capo del Centcom, fino ai vertici del Pentagono, il comando supremo Usa, che fin dall’inizio hanno tentato di nascondere i fatti.
Sembra che qualcosa stia scuotendo il grande Paese nordamericano dal torpore e dalla sindrome da paura che è seguita alla strage delle Twin Towers. Da un sondaggio, effettuato dalla Gallup per la televisione Cnn e il quotidiano Usa Today, emerge che ormai solo il 44 per cento degli americani ritiene "l'attacco a Saddam Hussein giusto”, sei punti in meno di un mese fa. Per il 54 per cento degli intervistati invadere l’Iraq è stato un errore e solo il 41 per cento è soddisfatto del comportamento del presidente.
Mauro adesso scuote il capo, ma non è sconsolato. “Non credo riusciranno a fermare lo scandalo. Adesso è solo questione di tempo, ma penso davvero che questa tragedia possa restituire a molti la memoria dei diritti”
Roberto Bàrbera
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Faccio notare con questo dossier che nel corso degli anni gli americani hanno perso il pelo e non il vizio, le violenze sono all’ordine del giorno ora come allora, nonostante il tempo passi rimangono sempre uguali, anzi si può quasi dire che con il tempo sono peggiorati, io mi chiedo quando ancora potranno peggiorare e fino a che baratri arriveranno, ora come allora a My Lai.
Faccio notare inoltre i molti punti di somiglianza tra Iraq, Afghanistan e chissà quanti altri paesi sotto l’ala della democratica aquila americana, da spettatore/lettore disgustato da tutto ciò mi viene da mettere in dubbio ogni recente guerra combattuta per la “libertà” dalla “civile” e da come molti definita “illuminata” società americana
Auguriamoci che chi ha commesso queste nefandezze paghi dal soldato semplice al ministro della difesa e insieme paghino tutti quelli che hanno collaborato a questo scempio, anche a costo di portarli davanti al tribunale con l’accusa di crimini contro l’umanità




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