Tel Aviv, 200mila pacifisti in piazza sfidano Sharon
di Umberto De Giovannangeli

Per un minuto il silenzio avvolge la piazza stracolma. Il silenzio per onorare la memoria dei 13 soldati uccisi negli ultimi giorni in quella Striscia infernale. Il silenzio. E poi le parole. Parole di pace. L'Israele del dialogo si ritrova in quella piazza centrale di Tel Aviv dedicata al generale-primo ministro che «osò» stringere la mano al nemico di sempre e per questo fu assassinato da un giovane zelota oltranzista.

È una piazza stracolma, più di 200mila persone; una piazza composta ma allo stesso tempo determinata nel chiedere a gran voce: «Usciamo da Gaza, ricominciamo a negoziare». È una piazza «blindata»: sono oltre 1300 gli agenti di polizia che dalle prime ore del pomeriggio presidiano le stradi circostanti l'area del raduno. I 200mila di Tel Aviv sono animati da una passione che coinvolge, che commuove.

Non c'è odio nei loro striscioni ma solo la volontà di costruire un futuro senza più muri, fisici o mentali.

Per loro Ariel Sharon non è un avversario da combattere ma, almeno per una volta, un primo ministro da incoraggiare nell'attuazione del piano di ritiro da Gaza; un piano osteggiato dal movimento dei coloni e bocciato da 50mila iscritti al Likud (il partito del premier), nel referendum interno del 2 maggio. Lo dice chiaramente Amy Ayalon, ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, uno dei protagonisti del dialogo con leader moderati palestinesi come Sari Nusseibeh.

«Questa manifestazione è una iniezione di fiducia, un incoraggiamento anche per i tanti palestinesi che si battono per il dialogo e per una terza intifada, l'intifada della non violenza e della disobbedienza civile», commenta a caldo con l'Unità Nusseibeh. Parlando alla folla, Ayalon ha esortato la «maggioranza silenziosa a far sentire la sua voce» e a dire al primo ministro: «Se vai avanti saremo dalla tua parte, se no non sarai più primo ministro». Tra i 200mila vi è anche una delegazione di cinquanta palestinesi che hanno sostenuto l'«Accordo di Ginevra», il piano di pace, una pace possibile, messo a punto da politici, intellettuali, militari delle due parti.

Sognano un Paese normale, i manifestanti di piazza Yitzhak Rabin. Un Paese in cui non è più una scommessa con la morte salire su un autobus o sedersi ad un caffè o fare compere in un supermercato. Sono contro il terrorismo, in ogni sua forma, ma al tempo stesso sanno che per isolare i seminatori di morte occorre ridare una speranza a un popolo che non l'ha più. La speranza di vivere in uno Stato indipendente a fianco di Israele. È il messaggio che lanciano dal palco i leader dei partiti e movimenti di base che hanno promosso questa grande manifestazione: Shimon Peres per il Labour, Yossi Beilin per il partito Yahad (sinistra sionista), Yochi , a nome del comitato promotore dell'«Accordo di Ginevra».

Ma più che i discorsi dei politici a toccare il cuore e la mente dei 150mila sono le testimonianze toccanti delle madri dei soldati uccisi a Gaza che hanno dato vita ad un movimento per il ritiro; sono i «refusnik», soldati e graduati di Tsahal che hanno deciso di non «essere più strumento di oppressione contro un altro popolo» rifiutandosi di prestare servizio militare nei territori occupati. La destra oltranzista ha attaccato pesantemente gli organizzatori dell'iniziativa, accusandoli di disfattismo e di tradimento. «Questo raduno doveva essere rinviato perché esso può demoralizzare i nostri soldati impegnati a Gaza», tuona Ehud Yatom, deputato del Likud e oppositore del ritiro dalla Striscia.

Un'accusa rispedita al mittente da Shimon Peres: «L'80% degli israeliani vuole la pace - afferma nel suo intervento l'ex premier laburista - e l'1% sta cercando di osteggiarla. Non dobbiamo permetterglielo». La folla applaude. C'è chi intona la canzone della pace, mille fiammelle illuminano la piazza. «Non dobbiamo restare prigionieri delle marionette che seguono le idee fallimentari della destra», aggiunge Peres. Tanti giovani si sono ritrovati in piazza Yitzhak Rabin. Noa, 15 anni, è una di loro. Per lei è la prima manifestazione: «Sono qui - dice - perché credo che ci voglia più coraggio a ricercare la pace che a imbracciare un mitra». Il coraggio di Noa «illumina» la notte di Tel Aviv.

Ma a Gaza, la notte è stata illuminata dai razzi sparati dagli elicotteri israeliani che hanno preso di mira due obiettivi. Il primo raid ha distrutto la sede del movimento Al Fatah capeggiato da Arafat. Dentro non c’era nessuno, ma due ragazzi che passavano di lì sono stati feriti. Il secondo raid ha distrutto la redazione di una rivista dello stesso movimento.