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  1. #1
    Mjollnir
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    Post Giamblico - Vita di Pitagora

    I. Proemio alla filosofia di Pitagora, nel quale si premette l?invocazione agli dèi e insieme si dichiarano l?utilità e la difficoltà della trattazione.

    All?inizio di ogni filosofare è costume di tutti i saggi invocare un dio; ciò a maggior ragione si addice per quella filosofia che, come si crede, porta giustamente il nome del divino Pitagora: infatti, poiché fu concessa in sul principio dagli dèi, non è dato averne intelligenza altrimenti che con il loro aiuto. Inoltre la sua bellezza e grandezza troppo sopravanzano la capacità umana, perché si possa afferrarla di colpo, ma solo dietro la guida di un dio benigno, gradualmente appressandosi ad essa, se ne può pian piano comprendere una qualche parte.

    Per tutte queste ragioni, dopo aver invocato gli dèi come nostri duci e a loro avendo affidato noi stessi e il nostro discorso, seguiamoli là dove ci conducono, non facendo alcun conto dell?abbandono in cui già da gran tempo questa setta filosofica è rimasta, né della stranezza delle dottrine né della oscurità dei simboli in cui essa è avvolta, né dei molti scritti menzogneri e spuri che l?hanno ottenebrata, né delle molte altre difficoltà che ne rendono arduo l?accesso. A noi basta infatti la volontà benigna degli dèi, con l?aiuto della quale è possibile superare difficoltà ben maggiori di queste. Dopo gli dèi, eleggeremo a nostro duce il fondatore e padre della divina filosofia, rifacendoci un po? dal principio circa la sua stirpe e la sua patria.

  2. #2
    Mjollnir
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    II. Pitagora: nascita, patria, primi anni, educazione, viaggi all?estero, ritorno in patria, partenza per l?Italia e altre notizie generali sulla vita.

    Si tramanda dunque che Anceo, abitante in Same di Cefallenia, discendesse da Zeus ? sia che dovesse questa fama alla sua virtù o alla grandezza d?animo ? e che per prudenza e reputazione sopravanzasse gli altri Cefalleni. A costui la Pitia diede un oracolo, secondo il quale egli avrebbe dovuto fondare una colonia con gente di Cefallenia, dell?Arcadia e della Tessaglia; avrebbe preso, inoltre, coloni da Atene, Epidauro e Calcide e, a capo di tutti costoro, avrebbe colonizzato un?isola che, per l?eccelsa qualità del suolo, si chiamava Melanfillo. Avrebbe chiamato la città Samo, in luogo della Same di Cefallenia. Ed ecco le parole dell?oracolo:



    Anceo, io ti esorto a colonizzare l?isola cinta dal mare, Samo in luogo di Same, ma il suo nome è Filide.

    Una prova del fatto che i gruppi dei colonizzatori provenivano dai luoghi anzidetti è costituita non solo dal culto e dai riti sacrificali che risultano importati dai luoghi donde si raccolsero le moltitudini dei colonizzatori, ma anche dalle relazioni di parentela e dalle reciproche associazioni che i Sami con essi stabilirono. Mnemarco e Pitide, genitori di Pitagora, discesero, come si dice, dallo stesso casato e ceppo del fondatore della colonia, Anceo. Venendo a Pitagora attribuite queste nobili origini dai suoi concittadini, un poeta samio lo disse figlio di Apollo, con queste parole:

    Pitagora che ad Apollo prediletto da Zeus,

    Pitide generò, la più bella tra le donne di Samo.


    Val la pena spiegare donde questa credenza abbia tratto alimento e vigore: una volta che questo Mnemarco di Samo era venuto per motivi di commercio a Delfi, insieme con la moglie la cui gravidanza non era ancora manifesta, la Pitia predisse ? a lui che la interrogava su un imminente viaggio in Siria ?che il viaggio gli sarebbe riuscito favorevolissimo e conveniente e che la moglie era già incinta e avrebbe generato un figlio che per bellezza e sapienza avrebbe sopravanzato quanti mai erano vissuti e che per tutta la vita avrebbe massimamente beneficato il genere umano.

    Mnemarco trasse la conclusione che il dio, senza esserne richiesto, non gli avrebbe predetto nulla sul figlio, se a questi non stesse per toccare un eccezionale privilegio, per divina concessione. Allora mutò subito il nome della sua donna da Partenide in Pitide, a motivo del figlio e della profetessa. E quando la donna partorì a Sidone, nella Fenicia, chiamò il figlio Pitagora, perché gli era stato preannunciato da Apollo Pitio. Qui bisogna infatti respingere la supposizione di Epimenide, Eudosso e Senocrate, secondo cui Apollo si sarebbe unito a Partenide rendendola incinta, mentre prima non lo era, e facendolo poi annunciare dalla profetessa. Il che in nessun modo si deve ammettere. Ma che l?anima di Pitagora, sotto la guida di Apollo ? o in sua compagnia o altrimenti in un più stretto rapporto unita al dio ? sia stata inviata agli uomini, nessuno dubiterà, potendolo argomentare da codesta medesima. nascita e dalla multiforme sapienza di quell?anima. Tanto basti sulla sua nascita.

    Dopo che Mnemarco ritornò a Samo dalla Siria, con molto guadagno e copiose ricchezze, innalzò un tempio ad Apollo e lo dedicò al Pitio, mentre affidò il figlio, perché venisse educato nelle diverse e più importanti discipline, ora a Creofilo, ora a Ferecide di Siro, ora a quasi tutti i capi religiosi, a loro raccomandandolo affinché venisse adeguatamente istruito nelle cose divine, secondo le sue capacità. E il fanciullo cresceva il più bello nell?aspetto a memoria d?uomo, riuscendo felicemente il più degno della divinità. Dopo la morte dei padre pervenne a tale veneranda dignità e saggezza che, malgrado la sua ancora giovane età, era reputato degno di ogni stima e rispetto, anche da parte degli anziani; e quando appariva in pubblico o parlava, attirava su di sé gli occhi di tutti e riempiva di ammirazione chiunque lo guardasse, onde tra la gente si rafforzò a buon diritto la convinzione che il giovane fosse figlio di un dio. Sostenuto da tale fama e dall?educazione ricevuta fin dalla prima età, oltre che dalle fattezze fisiche che dalla natura aveva avute simili a quelle di un dio, ancor più accresceva i suoi sforzi, mostrandosi degno dei privilegi di cui godeva, adornandosi delle pratiche religiose, della dottrina, di un?eletta regola di vita, di un saldo equilibrio dell?anima e del decoro del corpo. Nelle parole e negli atti era di una serenità e calma inimitabili, né mai si lasciava prendere dall?ira, né dal riso, né dall?emulazione, né dall?ambizione, né da alcun?altra agitazione o sconsideratezza, quasi che un buon dèmone fosse venuto ad abitare a Samo.

    Perciò, essendo ancor giovinetto, una grande fama di lui giunse presso i sapienti del tempo: presso Talete a Mileto e presso Biante a Priene, diffondendosi nelle vicine città, tanto che in molti luoghi la gente lodava il giovane come l?ormai proverbiale «Chiomato di Samo», riguardandolo alla stregua di un dio e rendendolo universalmente famoso. Appena Policrate impose la sua tirannide, egli, ancor diciottenne, prevedendone gli esiti e gl?impedimenti che avrebbe frapposto ai suoi propositi e al suo ardore di conoscenza cui ? al di sopra di ogni altra cosa ? si era consacrato, all?insaputa di tutti fuggì nottetempo con Ermodamante, soprannominato Creofileo, il quale si diceva discendere da quel Creofilo che diede ospitalità al poeta Omero e ? come sembra ? ne divenne amico e maestro in tutto. Con lui s?imbarcò per andare a trovare Ferecide, e poi il fisiologo Anassimandro e infine Talete a Mileto. Giunto presso di loro, seppe di volta in volta stabilire con ciascuno di essi tali rapporti di dimestichezza, da essere amato da tutti e ammirato per le doti innate d?ingegno e messo a parte delle loro dottrine. E così anche Talete lo accolse volentieri nella sua familiarità e, ammirata la sua superiorità nei confronti degli altri giovani, la quale era maggiore e andava ben oltre la stessa fama che l?aveva preceduto, lo mise a parte, per quanto poté, delle scienze e, scusandosi per la vecchiaia e la malferma salute, lo esortò a navigare verso l?Egitto e soprattutto a incontrarsi con i sacerdoti di Menfi e di Diospoli: da costoro infatti egli stesso aveva attinto quanto gli era valso, presso il popolo, l?appellativo di sapiente; e aggiungeva di non disporre, né per natura né per esercizio, delle capacità che vedeva invece in Pitagora, onde preconizzava che, se avesse frequentato quei sacerdoti, egli sarebbe diventato assolutamente il più divino e sapiente degli uomini.

  3. #3
    Mjollnir
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    III. Partenza di Pitagora per la Fenicia e suo soggiorno in quel paese. Viaggio in Italia.

    Talete, tra l?altro, lo aveva aiutato a fare il massimo risparmio del tempo, onde Pitagora, avendo rinunciato all?uso del vino e della carne e già prima al cibo eccessivo, si limitava a cibi leggeri e facilmente digeribili e, in conseguenza, si era assuefatto a dormir poco e a vegliare, conseguendo così la purezza dell?anima e una perfetta e salda salute fisica. Così s?imbarcò per Sidone, ben sapendo che quella era la sua città natale e rettamente pensando che di lì gli sarebbe stato più facile raggiungere l?Egitto.

    A Sidone, incontratosi coi discendenti del fisiologo e profeta Moco e con gli altri ierofanti fenici, si iniziò a tutti i misteri che si celebravano particolarmente a Biblo, a Tiro e in molte altre parti della Siria, e ad essi attese non per superstizione, come qualcuno potrebbe ingenuamente credere, ma piuttosto per amoroso desiderio di contemplazione e per timore di restar ignorante di qualcosa che, custodito negli arcani o nei misteri degli dèi, fosse degno di esser appreso; e anche perché sapeva che i riti religiosi di quel luogo erano in certo modo importati e derivati da quelli egizi, sperando così di poter partecipare, in Egitto, a iniziazioni più belle, più divine e più pure. Onde, pieno di gioia, secondo gli ammonimenti del suo maestro Talete, senza frapporre indugi, si affidò ad alcuni nocchieri egizi che assai opportunamente approdarono alle coste sottostanti il monte Carmelo, in Fenicia; dove Pitagora per lo più stava solo nel tempio. Quelli poi lo avevano preso volentieri con sé, prevedendo di trarre profitto dalla sua bellezza e ricavare molto denaro dalla sua vendita. Ma quando, durante la navigazione, egli mostrò la temperanza e la nobiltà spirituale di cui era dotato, conformemente al suo abituale tenore di vita, allora i marinai, mutato in meglio il loro animo nei suoi confronti e intuendo nella compostezza della sua figura qualcosa di superiore alla natura umana, si ricordarono che subito dopo l?approdo era loro apparso mentre scendeva dall?alto del monte Carmelo (sapevano che quello era il più sacro dei monti e inaccessibile a molti) a passi lenti, senza volgersi intorno, senza che una rupe scoscesa o impraticabile si trovasse sul suo cammino. Appressandosi alla nave, disse soltanto: «Si va in Egitto?». Avendo quelli assentito, egli salì a bordo e si sedette in silenzio, in un posto dove non sarebbe stato loro d?impaccio durante la navigazione. Per tutto il viaggio ? di due notti e tre giorni ? rimase sempre nella stessa posizione, senza prender cibo né bevanda, senza dormire, tranne che, inosservato da tutti, non si addormentasse per un po? nella sua sedentaria, tranquilla immobilità. Inoltre la navigazione procedette, contro ogni aspettativa, senza interruzioni, scorrevole e diritta come per la presenza di un dio. I marinai, avendo considerato tutti questi fatti insieme, si persuasero che effettivamente un dèmone divino insieme a loro passava dalla Siria in Egitto e così compirono il resto del viaggio nel più religioso silenzio, trattando tra di loro e con Pitagora con parole e atti più castigati di quanto fossero abituati a fare, finché la nave approdò, felicissimamente e nella perfetta calma del mare, alle sponde egizie. Quivi, al momento dello sbarco, tutti quanti lo sollevarono in alto con profonda venerazione e, passandoselo di mano in mano, lo deposero dove la sabbia era più pulita; poi innalzarono dinanzi a lui un altare improvvisato, vi ammucchiarono sopra ogni genere di frutti che avevano con sé, quasi un?offerta di primizie dal loro carico, indi portarono la nave a un altro punto d?approdo, che era propriamente il termine previsto del viaggio. Pitagora, indebolito nel corpo per il lungo digiuno, come non si era prima opposto ad essere sbarcato, sollevato e condotto per mano dai marinai, così ora ? partiti quelli ? non si astenne più oltre dai frutti che gli stavano dinanzi, ma ne mangiò a sufficienza e, reintegrate le forze, raggiunse sano e salvo le abitazioni vicine, conservando sempre la calma e la moderazione abituali.

  4. #4
    Mjollnir
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    IV. Soggiorno di Pitagora in Egitto e successivo viaggio a Babilonia. Rapporti coi Magi e ritorno a Samo.

    Di là muovendo, visitò tutti i templi con grandissimo interesse e attenta osservazione, suscitando ammirazione e simpatia nei sacerdoti e profeti che incontrava e facendosi istruire con la medesima diligenza su ogni cosa, non trascurando nessuna delle dottrine allora in auge, nessuno degli uomini famosi per intelligenza, nessuna delle iniziazioni che dovunque fossero celebrate, né tralasciando la visita di quei luoghi nei quali pensava che avrebbe trovato qualcosa di particolarmente importante. Ond?egli si recò presso tutti i sacerdoti, facendo tesoro di quella scienza in cui ciascuno era versato. Trascorse così ventidue anni in Egitto, nei penetrali dei templi, studiando astronomia e geometria e iniziandosi ? non superficialmente né a caso ? a tutti i misteri degli dèi, finché fu preso prigioniero dai soldati di Cambise e portato a Babilonia. Qui frequentò molto volentieri i Magi, che lo accolsero con la stessa disposizione d?animo: venne istruito nelle cose della loro religione, apprese il perfetto culto degli dèi e raggiunse, presso di quelli, i fastigi della conoscenza dell?aritmetica, della musica e delle altre scienze. Così, dopo dodici anni, ritornò a Samo, all?età di circa cinquantasei anni.

  5. #5
    Mjollnir
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    V. Nuovo soggiorno a Samo dopo il viaggio all?estero. Con quale mirabile arte Pitagora istruì il suo omonimo discepolo. Viaggi tra i Greci. Sue abitudini di studio a Samo.

    Quivi fu riconosciuto da alcuni anziani e ammirato non meno di prima (ad essi sembrò infatti ancor più bello, più sapiente, più simile alla divinità); e, avendogli la patria rivolto invito ufficiale a giovare e a far partecipi tutti quanti dei suoi pensieri, non si rifiutò e intraprese l?insegnamento secondo il metodo simbolico, del tutto simile a quello dell?insegnamento egizio, nel quale era stato educato, anche se i Sami non ne furono molto entusiasti né si attaccarono a lui come sarebbe stato conveniente e necessario. Sebbene dunque nessuno lo seguisse, né fosse veramente preso dall?amore delle scienze che egli tentava in ogni modo di introdurre tra i Greci, non per questo disprezzò né trascurò Samo, che era pur sempre la sua patria, ma volle a tutti i costi che i suoi compatrioti prendessero gusto alla bellezza delle scienze, e poiché non lo facevano spontaneamente, pensò di ricorrere a un ben meditato disegno. Egli osservava attentamente nel ginnasio un giovane che si muoveva con molta agilità ed eleganza nel gioco della palla. Questi era un appassionato sportivo, ma per il resto povero e senza mezzi. Pitagora pensò che proprio lui sarebbe diventato un docile scolaro, se gli fossero stati forniti i mezzi di sussistenza, così da essere libero da tali preoccupazioni. Onde, chiamato il giovane dopo il bagno, gli promise un sufficiente e ininterrotto mantenimento per la cura e lo sviluppo della sua educazione sportiva, a condizione che si lasciasse istruire, un po? per volta, senza fatica e assiduamente, sì da non appesantirsi troppo, in certe scienze che egli stesso, da giovane, aveva appreso presso popoli stranieri, ma che ora rischiava di dimenticare, a causa della vecchiaia e della conseguente perdita della memoria. Il giovane fece la promessa e prese l?impegno nella speranza del mantenimento; e Pitagora cercò di insegnargli l?aritmetica e la geometria, facendogli le dimostrazioni sull?abaco e ? nel corso dell?insegnamento ? per ogni figura o disegno gli dava, come mercede di lavoro, un triobolo. E ciò continuò a fare per lungo tempo, mentre con sommo zelo, pazientemente e con eccellente metodo, lo guidava alla conoscenza scientifica, dandogli inoltre tre oboli per l?apprendimento di ogni figura. Ma quando il giovane, guidato per una via conveniente, comprese l?eccellenza, il piacere e la coerenza rigorosa che si trovano nelle scienze, allora quell?uomo sapiente intuì quel ch?era accaduto, e cioè che, il giovane di propria volontà non si sarebbe più allontanato a nessun costo dallo studio, e non gli diede più trioboli, adducendo a giustificazione la sua povertà. Lo scolaro allora gli disse: «Anche senza quel denaro io sono capace di imparare e d?assimilare i tuoi insegnamenti». E l?altro: «io non ho di che vivere, neanche per me. Dovendo quindi pensare a guadagnarci, giorno per giorno, la vita, non è bello distrarsi con l?abaco né con altre inutili vanità». Il giovane tuttavia, essendo riluttante a interrompere lo studio scientifico, replicò: «Per l?avvenire provvederò io a te e ? come la cicogna coi suoi genitori ? ti renderò il contraccambio, e, a mia volta, per ogni figura, ti darò un triobolo». E da allora fu talmente preso dall?amore delle scienze che, unico tra i Sami, abbandonò la patria insieme con Pitagora, avendo il suo stesso nome ma essendo figlio di Eratocle. Di lui si tramandano scritti sull?educazione fisica e anche la prescrizione agli atleti di un?alimentazione a base di carne anziché di fichi secchi, opere che a torto si attribuiscono invece a Pitagora figlio di Mnemarco.

    Si narra che in quello stesso tempo Pitagora suscitò grande ammirazione, a Delo, quando si accostò all?altare che viene detto incruento, dedicato ad Apollo Genitore e lo venerò. Da allora egli si diede a visitare tutte le sedi degli oracoli e si trattenne anche a Creta e a Sparta per lo studio delle relative legislazioni. Di tutte queste cose fattosi conoscitore ed esperto, ritornò in patria, e si dedicò agli studi che aveva interrotti. Anzitutto fece costruire nella città una scuola, detta ancor oggi «Emiciclo di Pitagora», nella quale tuttora i Sami si riuniscono per deliberare sugli affari di comune interesse: essi reputano infatti che sul buono, sul giusto e sull?utile si debba indagare nel luogo a tal fine costituito da Colui che di questi studi fu il fondatore. Egli si fece allestire, fuori della città, una grotta, per appartarsi in solitudine nella meditazione filosofica e in essa trascorreva gran parte del giorno e della notte, indagando sull?utilità pratica del sapere scientifico, secondo lo stesso intendimento di Minosse figlio di Zeus. E sopravanzò di gran lunga quanti successivamente furono seguaci delle sue dottrine, giacché costoro insuperbirono smodatamente per studi di poco conto, mentre Pitagora diede fondo alla scienza delle cose celesti, pervenendo alla piena comprensione di essa con compiute dimostrazioni aritmetiche e geometriche.

  6. #6
    Mjollnir
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    VI. Ragioni del viaggio e del trasferimento in Italia. Caratterizzazione generale della personalità e della filosofia di Pitagora.

    E ancor più degno di ammirazione fu per quello che fece dopo. Già la filosofia aveva un grande sèguito e tutta quanta l?Ellade tributava a Pitagora un?ammirazione unanime, gli uomini migliori e più sapienti si recavano a Samo per lui e intendevano divenir partecipi della sua cultura e formazione spirituale. I suoi concittadini lo inviavano in tutte le ambascerie e gli imponevano pubblici incarichi. Ma egli capì che se fosse rimasto lì, obbediente alle leggi della patria, difficilmente avrebbe potuto filosofare; ragione per cui tutti i filosofi precedenti avevano trascorso la vita in terra straniera. Così, volgendo in animo tutti questi pensieri e rifuggendo dai pubblici uffici o ? come vogliono alcuni ? adducendo a motivo l?indifferenza che allora i Sami dimostravano verso la cultura, partì per l?Italia, considerando sua patria quel paese che possedesse il maggior numero di persone desiderose di apprendere. Dapprima, nella celebre città di Crotone, esortando e ammonendo, si procacciò molti ammiratori e seguaci (si racconta infatti che seicento persone lo seguirono, spinte non solo dalla filosofia che professava, ma anche dalla cosiddetta «vita comune» che imponeva. Questi erano i «filosofanti», mentre i più erano uditori, detti «acusmatici»). In una sola lezione ? la prima, come si racconta, e la sola che tenne in pubblico dopo il suo arrivo in Italia ? più di duemila persone furono conquistate dalle sue parole. E furono prese così fortemente, che non vollero più ritornare alle loro case, ma insieme ai bambini e alle donne costruirono una grandissima «Casa degli uditori» e fondarono la universalmente celebrata Magna Grecia. Da lui presero leggi e prescrizioni che giammai violarono, come fossero precetti divini; perseverarono in piena concordia con tutta la comunità dei compagni, esaltati e reputati felici dai vicini. Posero in comune i beni, come già si è detto e d?allora in poi annoverarono Pitagora tra gli dèi, quasi fosse un buon dèmone sommamente amico agli uomini: alcuni lo dissero Pitio, altri Apollo Iperboreo, altri Peane, altri uno dei dèmoni che abitano la luna, altri infine lo identificarono con questo o quel dio dell?Olimpo che dicevano esser apparso in forma umana agli uomini d?allora, a vantaggio e a emendazione della vita mortale, affinché donasse alla natura mortale la scintilla salvifica della beatitudine e della filosofia, della quale nessun maggior bene agli uomini giunse né mai giungerà, donato dagli dèi [tramite questo Pitagora]. Epperò ancor oggi il proverbio celebra con somma venerazione il «Chiomato di Samo». Anche Aristotele, nei libri Sulla filosofia pitagorica, informa che dagli affiliati era custodita, tra i segreti più arcani della setta, una tale distinzione: dei viventi forniti di ragione uno è dio, l?altro l?uomo, il terzo come Pitagora. E con piena ragione lo innalzarono tanto: infatti, grazie a lui, sugli dèi, gli eroi, i dèmoni e il cosmo, sui vari tipi di moto delle sfere e degli astri, sulle interferenze, le eclissi, le irregolarità, le eccentricità e gli epicicli, e su tutte le cose dell?universo ? il cielo, la terra e i corpi naturali intermedi sia manifesti che occulti ? ci è pervenuta una giusta concezione, corrispondente alla realtà, che non contraddice a nessun dato né dei sensi né dell?intelletto. Per opera sua le scienze, la contemplazione speculativa e tutto il sistema del sapere, quanto appunto rende l?anima veggente e purifica la mente dall?accecamento delle altre occupazioni, al fine di poter conoscere i veri principi e le cause di tutte le cose, presero stanza fra i Greci. La miglior forma di reggimento politico, la concordia del popolo, la «comunione dei beni tra gli amici», il culto degli dèi e la pietà verso i defunti, l?attività legislativa ed educativa, la pratica del silenzio, il rispetto degli altri animali, la continenza e la temperanza, l?intelligenza, la fiducia in dio e tutti gli altri beni, per dirla in una sola parola: tutte queste cose, per opera sua, si mostrarono, agli amanti del sapere, degne di essere amate e ricercate con ardore. Giustamente dunque, per tutte queste ragioni, come già dicevo, così grande fu l?ammirazione per Pitagora.

  7. #7
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    Predefinito Giamblico

    Giamblico nacque a Calcide , in Siria , verso la metà del terzo secolo , e , dopo essere stato allievo di Porfirio a Roma , tornò in Siria , dove fondò una scuola , nella quale insegnò fino alla morte avvenuta verso il 326 . Giamblico dedicò una serie di scritti all' esposizione del pitagorismo e dei rapporti intercorrenti fra descipline matematiche e speculazione teologica . Di questi sono stati conservati : la Vita pitagorica , il Protrettico , ossia un' esortazione alla filosofia fatta con estratti da opere di vari autori , in particolare da Platone e Aristotele , Sulla scienza matematica comune , Sull' introduzione aritmetica di Nicomaco , Teologia aritmetica . Scrisse anche una Teologia caldaica , che non ci é pervenuta , mentre sono conservati e quasi sicuramente sono opera sua i Misteri di Egitto , nei quali egli espone e difende la teurgia . Egli compose anche vari commenti a scritti di Aristotele e dialoghi di Platone , enunciando , in questa impresa , principi esegetici che saranno accolti anche nella successiva tradizione neoplatonica . Ogni dialogo platonico ha , secondo Giamblico , un solo tema , sicchè per intenderlo pienamente occorre in via preliminare determinare quale parte della filosofia riguardi : così , per esempio , Il Timeo riguarda la fisica e quindi anche il prologo di esso é attinente alla fisica . Con Giamblico il primato assegnato al sapere sacerdotale , iniziatico , ermetico e teurgico fa dell' Egitto la terra della salvezza , e dal sapere dell' antico Egitto dipendono anche Pitagora e Platone . Il pitagorismo appare a Giamblico una filosofia di origine divina , ispirata direttamente dagli dei ; gli elleni , invece , sono in preda a una smania di innovazioni e incapaci di rimanere fedeli alle credenze e al sapere tradizionali . In Giamblico la tradizione diventa esplicitamente un patrimonio immodificabile : il vero compito é quello di conservarlo fedelmente . Si tratta ormai di competere con messaggi religiosi , in particolare il cristianesimo , che si appellano a rivelazioni e a tradizioni divine . Contro l' Oriente degli ebrei e soprattutto dei cristiani occorre mobilitare un altro oriente , l' Egitto carico di messaggi divini . In Giamblico , poi , la dicotomia tra i più e i filosofi si estende anche al piano culturale : ai culti e alle pratiche religiose popolari si oppongono le pratiche teurgiche , destinate a pochi uomini capaci di staccarsi dalla natura , che spinge in basso e alla quale é apparentato il grande gregge degli uomini . Il pensiero da solo non può condurre all' unione con gli dei , ci vuole la teurgia , ossia un complesso di azioni rituali che non hanno efficacia soltanto nei limiti del mondo sensibile , anche se ciò non significa che gli dei possano subire costrizioni da parte degli uomini . Il successo o l' insuccesso delle operazioni teurgiche non é infatti in potere ddegli uomini . A differenza di Plotino , Giamblico postula un principio supremo , che trascende anche l' Uno e che egli chiama l' Ineffabile , letteralmente " ciò che non può essere detto " . La ragione di questa diversità é che per lui anche il termine unità deriva il suo significato dalla distinzione e contrapposizione rispetto alla molteplicità . In tal senso , il termine uno introdurrebbe quindi una forma di relazione , anche se solo negativa , con i molti e in questo modo annullerebbe la trascendenza assoluta del principio divino . Ma per impedire che tra l' assolutamente trascendente , Dio , e l' uomo si apra un abisso incolmabile , Giamblico fa valere il principio della continuità . Tra il principio ineffabile e le ipostasi successive esiste una continuità gerarchica , senza salti , che va dall' assolutamente semplice a ciò che é sempre più composto e meno universale . In base al principio che ciò che é causa é superiore ai suoi prodotti , le vere cause dovranno essere ritrovate nell' attività dell' ordine intellegibile , superiore al mondo sensibile . Ciò conduce , già a partire da Giamblico , ad una moltiplicazione delle ipostasi intermedie , che possono essere identificate con le numerose divinità della religione pagana . In questo modo , il neoplatonismo può integrare nel suo quadro teorico la religione tradizionale ; ma essere platonici senza essere cristiani diventa sempre più il rifugio di una esigua minoranza.

    Fonte: www.filosofico.net

  8. #8
    Mjollnir
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    Predefinito Re: Giamblico

    In Origine Postato da Satyricon
    dal sapere dell' antico Egitto dipendono anche Pitagora e Platone.
    Per quanto riguarda Platone, è una affermazione ridicola, chiunque l'abbia fatta. Nonostante le affermazioni di Diogene Laerzio, non è certo che Platone abbia intrapreso viaggi in Egitto (non ce ne sono conferme nelle Lettere). E Platone stesso nei suoi scritti sottolinea la funzione pratica e non speculativa del sapere degli Egizi. La principale componente mistico-religiosa (non metafisica) del platonismo, è poi l'orfismo che certamente egizio non è.

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: Giamblico

    Originally posted by Mjollnir
    Per quanto riguarda Platone, è una affermazione ridicola, chiunque l'abbia fatta. Nonostante le affermazioni di Diogene Laerzio, non è certo che Platone abbia intrapreso viaggi in Egitto (non ce ne sono conferme nelle Lettere). E Platone stesso nei suoi scritti sottolinea la funzione pratica e non speculativa del sapere degli Egizi. La principale componente mistico-religiosa (non metafisica) del platonismo, è poi l'orfismo che certamente egizio non è.
    Ma che ti hanno fatto di male questi poveri egizi ti hanno fregato le valigie a sharm el sheik??

    Comunque mi sembra che il debito culturale e sapienzale verso l'Egitto i greci lo riconoscessero onestamente...(anche Platone che appunto la Tradizione vuole "iniziato" alla Sapienza egizia).



    Filosofia e Sapienza: Le radici del platonismo

    In genere, la storiografia moderna e contemporanea interpreta la filosofia greco-italica basandosi sui pregiudizi evoluzionistici correnti, ormai divenuti una specie di norma inappellabile, senza considerare minimamente il punto di vista degli antichi.

    Che cosa pensavano della nascita della filosofia i suoi maggiori esponenti? Quali furono i rapporti con le epoche precedenti? Per rispondere, niente di meglio dell'autorevole testimonianza di Platone.

    «Si dice che Pitagora sia stato il primo a chiamare se stesso filosofo, non limitandosi a introdurre questo nuovo nome, ma spiegandone l'effettivo significato [...]. La Sapienza è un reale sapere intorno al Bello, al Primo e al Divino sempre identici a se stessi, di cui le altre cose partecipano. La filosofia è invece desiderio di siffatta contemplazione speculativa. Bello è pertanto anche questo sforzo interiore di formazione spirituale, che per Pitagora contribuisce all'emendazione degli uomini»1.

    La definizione riportata da Giamblico a proposito di Pitagora, può ben applicarsi anche al pensiero di Platone, il quale nelle sue opere mostra di condividere il modo pitagorico di intendere il rapporto Filosofia-Sapienza. I numerosi riferimenti presenti nei Dialoghi alludono ad una Sapienza arcaica, originaria, che sarebbe compito delta filosofia riscoprire e far rivivere. Non a caso, Platone parla degli "antichi, che erano più valenti di noi e vivevano più vicino agli dei"2, aggiunge inoltre che essi ci hanno tramandato la rivelazione secondo cui ogni cosa porta in sé connaturato illimite e limite: si tratta di un aspetto della dottrina tradizionale dell'integrazione degli opposti, di cui si dovrà parlare in un'altra occasione. Qui basterà ricordare che l'esemplificazione particolarmente significativa fornita nel Filebo chiarisce che tale importante dottrina, essendo stata tramandata, non può essere un prodotto della filosofia greca, la quale si limita a raccogliere e rivalutare un insegnamento ben noto a coloro che dimoravano nei pressi degli dei.
    Si potrebbero proporre molti altri esempi del genere, i quali abbondano nelle opere platoniche, e a volerlo fare non c'è che l'imbarazzo della scelta. Per il momento ci limiteremo a richiamare quanto si dice nel Timeo (III, 22 B):

    «Ma uno di quei sacerdoti, che era molto vecchio, disse: o Solone, voi greci siete sempre dei fanciulli, e un greco vecchio non esiste. [...] Voi siete tutti giovani d'anima, perché in essa non avete riposto nessun insegnamento di antica tradizione, nessun insegnamento canuto per l'età".

    Qui si narra che il grande Solone abbia incontrato i sacerdoti egizi di Sais, e abbia riconosciuto la loro superiorità spirituale, sottolineata da uno di quei sacerdoti stessi, il quale contrappone l'insegnamento tradizionale all'anima greca, giovane e inesperta se confrontata con quella egizia, saggia e matura. Il brano è interessante perché, oltre a confermare quanto abbiamo sostenuto in precedenza, indica esplicitamente l'Egitto come culla della Sapienza, considerazione questa che può avvalorare la discussa ipotesi del viaggio di Platone in Egitto, notizia per altro riportata senza alcuna esitazione da Diogene Laerzio nel III libro delle Vite dei filosofi.
    In ogni caso è fuor di dubbio il prestigio riconosciuto all'antica cultura egizia, riconoscimento questo del tutto normale nelle scuole gravitanti nell'orbita pitagorica, dato che Pitagora stesso avrebbe appreso le dottrine esoteriche soprattutto nel corso dell'iniziazione presso i sacerdoti egizi.

    Tale supremazia viene attestala anche nell'Epinomide, dove si ricordano Egitto e Siria come esempi di civiltà superiori, che seppero fondare la loro vita su una adeguata visione dei fenomeni cosmici,

    «ed è da quei paesi che tali osservazioni si sono poi diffuse ovunque, anche qui, dopo un'infinita serie di anni"3.

    Qui si fa notare, ancora una volta, il carattere arcaico di conoscenze che poi sono state diffuse anche in altre aree, oltre a quelle originarie.
    Detto questo, non è nostra intenzione assolutizzare il ruolo dell'antico Egitto come fonte di Sapienza, dato che i dialoghi presentano una grande ricchezza di riferimenti, non tutti e non sempre riconducibili alla civiltà egizia; in ogni caso, pur nella loro varietà, essi confermano la realtà di una dimensione sapienziale preesistente, articolantesi secondo varie modalità.

    Non possiamo che sottoscrivere le belle parole del Colli, là dove dice che

    «Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti i sapienti [...]. Amore, della Sapienza non significa, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto".4

    In base a quanto sopra esposto, il platonismo non risulta essere una filosofia originale che si affianca ad altre forme di pensiero, come volentieri immaginano i moderni, ossessionati dalla ricerca della novità capace di giustificare una storia della filosofia che si vuole evolutiva a tutti i costi; al contrario esso emerge quale momento fondamentale di recupero e rivitalizzazione di dottrine appartenenti a varie correnti tradizionali del passato. La creatività di Platone è data dalla geniale capacità di ricomprenderle (almeno in parte) e reinserirle in un sistema di pensiero organico ed aperto nello stesso tempo, con tutte le difficoltà che un'impresa di tal genere comporta; da questo punto di vista, l'Accademia continua ed integra l'attività delle scuole pitagoriche, che già prima di Platone avevano impostato un progetto orientato in tale direzione.

    Del resto, a guardare la storia del pitagorismo, anche dopo Platone riesce impossibile trovare una netta linea di demarcazione, non la si ritrova nemmeno nelle opere platoniche, le quali evidenziano di continuo linguaggi, contenuti personaggi vincolati alla cerchia orfico-pitagorica, che quindi per la formazione del platonismo appare importante non meno di Socrate.
    Come si può facilmente intuire, l'interesse di Platone per i libri di Filolao pitagorico, era tutt'altro che esteriore; lo stesso dicasi per quanto riguarda i rapporti con il sodalizio di Archita, a Taranto. Tra gli amici di Socrate, condannato a morte, non a caso figurano Simia e Cebete, già discepoli di Filolao (essi restano ad Atene per tutto il periodo processuale, fino all'esecuzione).
    Fedone racconta la morte di Socrate al pitagorico Echecrate. II pitagorico italico Timeo dà il nome all'omonimo dialogo, che è certamente uno dei più importanti. Per quanto concerne i principali insegnamenti, quasi tutte le opere platoniche presentano evidenti riferimenti all'Orfismo e al Pitagorismo: ciò vale per la concezione della medicina, le dottrine dell'anima, del risveglio spirituale, delle idee, dell'integrazione degli opposti, della purificazione e della contemplazione...

    Egizi, orfici e pitagorici non sono i soli referenti di Platone, molti altri se ne possono ricordare, tra cui la Sparta licurgica, il sacerdote Abaris, scita iperboreo, Zalmoxis di Tracia, Minosse legislatore di Creta, il culto di Apollo ed Asclepio, e quello della Quercia.

    Gli esempi citati non esauriscono minimamente l'argomento, ma almeno danno un'idea della varietà multiforme delle fonti platoniche, una rassegna delle quali esigerebbe uno studio a parte, data la loro grande ricchezza. A questo proposito aggiungiamo un'ultima rapida annotazione: spesso Platone si ricollega a tempi lontani ormai poco conosciuti, ed infatti nelle sue opere compaiono con insistenza elementi del passato appartenenti a dimensioni che sfuggono alle consuete ricerche storiografiche; non per questo essi possono essere sottovalutati, data l'importanza che rivestono per chi voglia avvicinarsi al Platonismo e più in generale alla filosofia classica.
    Occorre invece riuscire a valorizzarli e riconoscere in essi le origini sapienziali del Platonismo stesso: di esso ci si vieta la comprensione, qualora ne vengano dimenticate le radici. Platone getta squarci di luce su mondi spesso inaccessibili allo storico: proprio per questo la documentazione inconsueta che ci fornisce merita un sovrappiù di attenzione, data la preziosa rarità delle informazioni e l'autorevolezza eccezionale della testimonianza.

    Platone utilizza ripetutamente elementi mitici quali vie di accesso a quei mondi tradizionali che costituiscono l'humus fecondo del suo stesso filosofare; utilizza elementi mitici per suscitare la comprensione di quei contenuti sapienziali che dovrebbero costituire il fine di ogni autentica ricerca filosofica. Così facendo, egli propriamente non inventa nulla: piuttosto, riporta alla luce ciò che stava retrocedendo nell'oblio e nel far questo è stato impareggiabile, stimolando il risveglio di un'intera civiltà in via di assopimento e dando forma a quel movimento di pensiero e vita che possiamo chiamare Filosofia Classica.

    NOTE:
    1- Giamblico, La vita pitagorica, XII, 58-59.

    2- Filebo, VI, 15 C-D.

    3- Epinomide, 987.

    4- G. Colli, La nascita della filosofia, pagg. 13-14.









    Fonte: http://www.estovest.net/tradizione/r...onismo.html#t4

  10. #10
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Giamblico

    In Origine Postato da Satyricon
    Ma che ti hanno fatto di male questi poveri egizi ti hanno fregato le valigie a sharm el sheik??
    Gli antichi Egizi niente, ma non gradisco gli egittomani moderni e contemporanei che vanno fuori dal seminato
    Cmq mai andato a Sharm... è inflazionato e soprattutto fa troppo caldo !

    In Origine Postato da Satyricon
    Comunque mi sembra che il debito culturale e sapienzale verso l'Egitto i greci lo riconoscessero onestamente...(anche Platone che appunto la Tradizione vuole "iniziato" alla Sapienza egizia).
    Quale tradizione ? Quella che dice ciò che ci aspettiamo perchè mettiamo insieme di tutto un pò ? A questo punto io potrei dire che la Mia Tradizione vuole Platone iniziato dai marziani !
    L'articolo da te citato ne è un esempio; nonostante provenga da un sito che produce anche materiale interessante, dal punto di vista filosofico è molto abborracciato. Quantomeno, però, l'autore ha avuto l'onestà di ammettere che le fonti costitutive del platonismo sono molteplici.

    Che la filosofia greca inizialmente non sia stata che un riorientamento speculativo della religione e del mito è fuor di dubbio; nella nuova disciplina l'originalità è data da un nuovo metodo e da un nuovo strumento conoscitivo. Ma questo non comporta affatto la necessità di ammettere a priori influenze esterne, o comunque più di quel che sia attestabile. Altrimenti, l'idea che i Greci abbiano tratto il loro sapere da chissa chi diventa un dogma di fede.
    Forse che i Greci non avevano religione ? Non avevano miti ? Perchè non pensare all'ipotesi più ovvia, cioé che la filosofia greca si nutrì inizialmente della religione e del mito greci ? E perchè non tenere conto anche di ciò che precede Platone, con cui il confronto dialettico dell'ateniese indirizza l'impianto generale del suo pensiero. Ricordo solo il confronto e il superamento di Parmenide e dell'eleatismo: questo sì che è un vero punto di snodo del sistema platonico, altro che fantomatiche iniziazioni egizie !!! E avviene sul puro piano filosofico.

    Ecco, in ogni caso, cosa pensa della questione Giovanni Reale, uno dei maggiori platonisti d'Europa, se non a livello mondiale :


    Esaminiamo come sorse, nell'antichità, l'idea di una presunta origine orientale della filosofia greca. É da notare che i primi sostenitori della derivazione orientale furono appunto degli orientali, mossi da intenti che ben potremmo definire nazionalistici: miravano cioé a togliere ai Greci e a rivendicare per sé quel particolarissimo titolo di gloria che è la scoperta della + alta forma di sapere. Da un lato, furono i sacerdoti egiziani che, all'epoca dei Tolomei, venuti a conoscenza della speculazione greca, pretesero di sostenere che essa fosse un derivato della sapienza egizia. Dall'altro lato, furono gli ebrei di Alessandria che avevano assorbito la cultura ellenistica, che pretesero di sostenere una derivazione della filosofia greca dalle dottrine di Mosé e dei profeti biblici. Successivamente furono gli stessi Greci ad accreditare queste tesi: il neopitagorico Numenio scriveva che Platone altro non era che un "Mosé atticizzante", e molti altri sosterranno poi tesi analoghe. Soprattutto i Neoplatonici dell'ultima fase sosterranno che le dottrine dei filosofi greci non sarebbero che elaborazioni di dottrine nate nell'Oriente, ricevute originariamente dai sacerdoti orientali per divina ispirazione degli Dèi.

    Ma queste affermazioni non hanno alcuna base storica, per le seguenti ragioni:

    1. nell'epoca classica nessuno dei Greci, né gli storici né i filosofi, fa il benché minimo accenno ad una pretesa derivazione della filosofia dall'Oriente. Erodoto - che pure fa derivare contro ogni evidenza storica l'orfismo dagli Egizi - non dice nulla. Platone, pur ammirando gli Egizi, ne sottolinea lo spirito pratico ed antispeculativo, di contro allo spirito teoretico dei Greci. Aristotele attribuisce agli Egizi esclusivamente la scoperta delle matematiche;
    2. la tesi dell'origine orientale della filosofia trovò credito in Grecia solo quando ormai la filosofia aveva perduto il suo vigore speculativo e la fiducia in sé medesima, e cercava non + nella ragione, ma in una superiore rivelazione, il proprio fondamento e giustificazione;
    3. d'altra parte, la filosofia greca - essendo diventata nell'ultima fase una dottrina mistica e ascetica - poteva facilmente trovare analogie con dottrine orientali anteriori e quindi credere alla propria dipendenza da esse;
    4. a loro volta, Egizi ed Ebrei poterono trovare coincidenze tra la loro sapienza e la filosofia greca solo con interpretazioni allegoriche assai arbitrarie dei miti egizi o delle narrazioni bibliche.



    E perchè i moderni ritennero di poter difendere la tesi delle origini orientali della filosofia ? In una certa misura perchè accolsero come valide le affermazioni degli antichi di cui sopra, senza rendersi conto della loro mancanza di credibilità. Ma più in generale perchè credettero di scoprire delle analogie di contenuto e delle tangenze ideali fra determinate dottrine orientali e determinate dottrine dei filosofi greci. E seguendo tale via, gli studiosi si sbizzarrirono in vario modo ad inferire fantasiose conclusioni (...) le quali non sanno darsi un fondamento storico, avendo contro di sè i seguenti ben precisi dati che le vanificano:

    1. è storicamente dimostrato che i popoli orientali con cui i Greci vennero a contatto possedevano convinzioni religiose e miti, ma non possedevano una scienza filosofica nel vero senso della parola. Possedevano cioé, né più né meno di quello che i Greci stessi avevano prima di creare la filosofia;
    2. in secondo luogo, ammesso e non concesso che i popoli orientali con cui i Greci vennero a contatto avessero avuto dottrine filosofiche, la possibilità del loro trasferimento in Grecia è tutt'altro che facile da spiegare. Ha scritto giustamente lo Zeller : Allorché si consideri quanto strettamente i concetti filosofici, specie nell'infanzia della filosofia, siano legati alle espressioni linguistiche; allorché ci si ricordi quanto di rado la conoscenza di lingue straniere potesse riscontrarsi fra i Greci, e quanto poco d'altra parte gli interpreti , preparati solo per le relazioni commerciali, fossero in grado di guidare alla comprensione di un insegnamento filosofico; allorché si aggiunga che della utilizzazione di scritture orientali da parte dei greci e di traduzioni di tali scritture nulla ci è detto che meriti assenso; allorché ci si domandi inoltre per qual mezzo le dottrine di altri popoli dell'Asia avrebbero potuto giungere in Grecia prima di Alessandro, allora si troverà abbastanza grave la difficoltà della cosa.

      E si badi che non vale obiettare che i Greci, malgrado questo, poterono trarre dagli orientali certe credenze, culti religiosi e certe arti a livello empirico. Tali elementi sono infatti ben più agevoli da comunicare, in quanto a differenza della filosofia non richiedono né
      un linguaggio astratto né il veicolo di uomini istruiti , bastando in larga misura anche la semplice imitazione.
    3. in terzo luogo, e questo non ci sembra finora sia stato adeguatamente notato, molti studiosi che pretendono di rilevare coincidenze fra sapienza orientale e filosofia greca, pur senza rendersene conto, sono vittime di illusioni ottiche, in quanto da un lato intendono le dottrine orientali in funzione di categorie occidentali, e dall'altro lato colorano le dottrine greche di tinte orientali, cosicché quelle corrispondenze sono poco o per nulla credibili;
    4. infine, anche se si potesse dimostrare che certe idee di filosofi greci effettivamente hanno antecedenti nelle sapienze orientali e si potesse dimostrare storicamente che da queste i Greci le attinsero, tali corrispondenze non modificherebbero la sostanza: la filosofia dal momento in cui nacque, in Grecia, rappresentò una nuova forma di espressione spirituale, tale che - nell'istante stesso in cui assumeva contenuti di altre forme spirituali - li trasformava qualitativamente.


    G. Reale, Storia della filosofia antica Vita & Pensiero, 1992 vol I, pg 12-18

 

 
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