I. Proemio alla filosofia di Pitagora, nel quale si premette l?invocazione agli dèi e insieme si dichiarano l?utilità e la difficoltà della trattazione.
All?inizio di ogni filosofare è costume di tutti i saggi invocare un dio; ciò a maggior ragione si addice per quella filosofia che, come si crede, porta giustamente il nome del divino Pitagora: infatti, poiché fu concessa in sul principio dagli dèi, non è dato averne intelligenza altrimenti che con il loro aiuto. Inoltre la sua bellezza e grandezza troppo sopravanzano la capacità umana, perché si possa afferrarla di colpo, ma solo dietro la guida di un dio benigno, gradualmente appressandosi ad essa, se ne può pian piano comprendere una qualche parte.
Per tutte queste ragioni, dopo aver invocato gli dèi come nostri duci e a loro avendo affidato noi stessi e il nostro discorso, seguiamoli là dove ci conducono, non facendo alcun conto dell?abbandono in cui già da gran tempo questa setta filosofica è rimasta, né della stranezza delle dottrine né della oscurità dei simboli in cui essa è avvolta, né dei molti scritti menzogneri e spuri che l?hanno ottenebrata, né delle molte altre difficoltà che ne rendono arduo l?accesso. A noi basta infatti la volontà benigna degli dèi, con l?aiuto della quale è possibile superare difficoltà ben maggiori di queste. Dopo gli dèi, eleggeremo a nostro duce il fondatore e padre della divina filosofia, rifacendoci un po? dal principio circa la sua stirpe e la sua patria.


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