LETTERA APERTA
"...poiché l'uomo è il prodotto delle situazioni che attraversa, è importante creare delle situazioni umane..."
Mi e`stato chiesto (non da parte del Direttore ne` della Redazione, ma di singoli lettori) di spiegare i motivi della decisione del mio allontanamento da "Rinascita". E tentero` anche di spiegarlo a tutti coloro che, su vari siti Internet, hanno pensato di definirmi ed etichettarmi nei modi piu` strani, non riferendosi al contenuto di quanto ho scritto, ma alla collocazione giornalistica di tali scritti.
La situazione umana
"...poiché l'uomo è il prodotto delle situazioni che attraversa, è importante creare delle situazioni umane": una frase dell'Internazionale Situazionista mi serve a spiegare il primo punto.
"Rinascita" vuole porsi come "giornale di uomini liberi" ma la critica della sopravvivenza, i concetti fondamentali della vita e dell'impegno sociale, lungi dal diventare "teoria e pratica rivoluzionaria", facilmente sprofondano nelle tristi e trite ideologie del nostalgismo e del passatismo.
La partita da giocare, per me, era quella di vivere le ragioni del vivere rivoluzionario andando oltre l'ambiguita` di chi mescola demagogia, populismo, nazionalismo, socialismo, nostalgie, epicita`, in un calderone di contrasti inquietanti.
Parole e progetti sprofondano cosi`, a causa di questa ambiguita`, nelle sabbie mobili dell'immobilismo e del ritorno all'indietro, cosi` come e` sprofondata la mia illusione di poter scrivere muovendomi in una sorta di "zona di confine", in una "no fly zone", dove quello che contava era il contenuto, l'attenzione agli argomenti, l'impegno per i diritti, la passione per gli "ultimi", per i perseguitati, per gli oppressi della terra.
Cosi` non e` stato.
Gli individui tendono a raggrupparsi ai due estremi: o in difesa del vecchio mondo o per la sua radicale trasformazione.
Io sto al secondo estremo. "Rinascita" adesso non so dove sia.
Mi sembra evidente che e` stata perduta l'occasione per proporsi come saldatura di mondi antagonisti, e`fallito il tentativo di recuperare frammenti di idee, energie, progetti, per portarli ad un livello superiore nel progetto di liberazione totale dell'individuo.
La costruzione di situazioni (lo dicevano i situazionisti...non a caso) è senz'altro il momento più importante e quello che comprende tutti gli altri: la situazione e`un "momento della vita concretamente e deliberatamente costruito, per mezzo dell'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti", e, torniamo cosi`alla frase iniziale, l'uomo è il prodotto delle situazioni che attraversa, per questo è importante creare delle situazioni umane.
Sulla qualità delle situazioni costruite all'interno del giornale, sulla poverta` della progettualita` e della visione a lungo e medio termine, sull'ipocrisia e sulla confusione, sulla comunicazione apparente, su tutto questo, si allunga l'ombra insostenibile di un'ambiguita` culturale e politica che alla parola "socialismo" fa seguire l'aggettivo "nazionale". E allora vorrei spendere due parole sui termini "nazione", "nazionale", "nazionalismo". Probabilmente per me e per "Rinascita" racchiudono significati diversi.
Nazione, nazionale, nazionalismo...
Il nazionalismo definisce un insieme di persone confinate in uno stato delimitato da frontiere. Dal punto di vista interiore e`, per molti, l'attaccamento al luogo di nascita, alla tradizione di famiglia, ai ricordi della gioventù. Il nazionalismo è, secondo me, reazionario e distruttore.
Il nazionalismo è il desiderio di creare uno steccato, una zona recintata, lo stato-nazione-patria.
"Ogni stato è un meccanismo artificiale che impone regolamentazioni a tutti per tutto, per assicurare gli interessi delle minoranze privilegiate nel loro stato".
Gli interessi di queste minoranze spingono gli uomini contro gli uomini: in nome di questi interessi si va in guerra contro operai, uomini qualunque, esseri inermi, di altri stati, invece di unirsi ed eliminare il "nemico-padrone" comune.
Tempo fa ho letto un libro bellissimo, "Autopsia dei Balcani", di Rada Ivekovic, che chiarisce molto bene questo concetto: "Nella regressione nazionalista verso il luogo parentale, il luogo dell'origine, nell'identificazione con la figura nazional-paterna, e`ricomparsa la tribu`...sono comparse nuove mappe...i nuovi soggetti politici prendono forma attraverso i conflitti in corso...L'ideale nazionalista, fondamentalista e comunitario, e `che la propria origine non debba passare attraverso l'altro (sesso, popolo, nazione vicina, ecc.): e`di nascere da se stessi e in totale isolamento. E`un autismo storico-sociale, e, al tempo stesso, una regressione, in senso psicologico, alla condizione infantile".
Lo stato cerca di creare affinità artificiali fra diversi gruppi, imponendo una lingua ufficiale, centralizzando l'educazione, e cercando in ogni modo di standardizzare l'uomo.
La bandiera nazionale serve talvolta a coprire ingiustizie e atti disumani, bugie, orrori e crimini (vedi lo sventolio di tricolori dopo i morti italiani a Nassirya, che costituiscono, loro malgrado, la santificazione e intoccabilita` di una guerra tremendamente sbagliata). Si baratta la responsabilita` personale dell'individuo con la responsabilità collettiva della nazione, e, in nome di questo senso collettivo, si uccide il senso di giustizia individuale. Si definisce meritevole un atto che, altrimenti, apparirebbe come palesemente ingiusto se commesso "nell'interesse superiore della patria".
Il mio percorso personale, umano, professionale, politico, mi porta ad essere antinazionalista, e, nel contempo, a sentirmi vicina ad alcune forme di lotta per la liberazione nazionale.
Come si legge nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, "laddove i diritti sono negati, l'uomo ha diritto alla ribellione".
In ogni caso l'oppressione dei popoli non è tollerabile.
L'oppressione va combattuta, ma le lotte per la liberazione nazionale, che si basano su principi nazionalistici, sono destinate ad essere perdenti e non possono funzionare in termine di liberazione degli esseri umani.
Per esempio, si può appoggiare la lotta armena, non per motivi di territorio nazionale o patria, ma perche`e`stato oppresso e martoriato un popolo senza terra.
"L'obiettivo rimane sempre la lotta per la liberazione dell'umanità, e non la liberazione di nazioni".
Mi piacerebbe vedere l'abbattimento di tutti i confini tra i paesi, di ogni recinzione, di ogni nazione, fonte soltanto di odio e rancore tra i popoli: coltivo l'utopia di pensare che un giorno esistera` una confederazione di esseri umani (non "etnie"), di gruppi e comunita`internazionali che rimpiazzeranno le nazioni-stato.
Ma, a questo punto, vorrei spendere due parole sul concetto di nazione.
Una definizione semplice, o semplicistica, dice che per nazione s'intende "un popolo che da molto tempo condivida un territorio, con in comune usi, tradizioni, costumi, lingua, cultura, religione, economia, storia, ecc.; un popolo, soprattutto, i cui membri siano consapevoli di tale comunanza e abbiano quindi un sentimento fondamentale di gruppo".
Ma gli stati nazionali non sono nati dalla romantica corrispondenza d'intenti di alcuni popoli, che hanno pensato di unirsi per fondare un grande stato.
"Gli stati nazionali sono sorti come conseguenza dell'ampliamento delle attività economiche e produttive, che hanno richiesto una sempre maggiore espansione del territorio e una sua omogeneizzazione politica e culturale, per facilitare gli scambi commerciali e uniformare le popolazioni alla standardizzazione dei prodotti, necessaria alla produzione, soprattutto dopo la prima rivoluzione industriale".
Gli stati nazionali trovarono nell'idea romantica di nazione la loro giustificazione ideologica, giustificazione di cui avevano bisogno per raccogliere consensi nell'azione politica.
La nazione si fece ideologia dello stato e della concentrazione del potere e
l'idea stessa di nazione divenne ambigua, ambivalente. Un'ambivalenza che si puo` definire in questo modo: "dal basso c'è il sentimento primordiale e fondamentale di gruppo, che possiamo chiamare "nazione spontanea" e, dall'alto, c'è l'estensione artificiale, per motivi economici, dell'idea di nazione a tutto il territorio statale, che possiamo chiamare "nazione ideologica".
La prima è legata alla storia di una comunità popolare e politica, a cui si applica la definizione di nazione data all'inizio, l'altra è legata alla concentrazione del potere economico e politico in uno stato unitario, burocratico e centralizzatore. Nella nazione ideologica, le competenze economiche, giuridiche e politiche tipiche degli stati vengono confuse col sentimento primordiale di gruppo, fino a chiamare i cittadini a difendere la nazione con la propria vita, come se difendessero le proprie libertà personali e i propri interessi vitali".
La nazione diventa talvolta un tabu`, una "forza del destino" che incombe sui cittadini e a cui nessuno può sottrarsi, se non con il tradimento. Cosi` si origina la retorica degli stati nazionali, che fa aderire allo stato nazionale la narrazione mitica di un'origine e una storia comune, alimentando sentimenti che sono tipici della nazione spontanea e non della nazione ideologica, al fine di generare un sentimento nazionale artificiale.
Questo ha portato anche gli stati a reinterpretare la storia secondo "l'ideologia della nazione". Un'ideologia della quale si compiacciono gli intrattenitori dei talk-shows, quando parlano dei "nostri ragazzi" che partono per le "missioni di pace, un'ideologia di cui si nutrono anche quei giovani che hanno perso ogni legame con la tradizione dei loro padri e con la loro identita` culturale, ma che hanno recepito i valori nazionalistici, in forma degradata e stereotipata, che si riduce a qualcosa di simile al tifo sportivo.
E cosi`il cerchio si chiude e torniamo al nazionalismo, che diventa esaltazione dello stato nazionale, come strumento per il predominio nel mondo, per proteggersi dalla concorrenza esterna e per controllare i nemici interni, in particolare le richieste di cambiamento e di trasformazione dei rapporti sociali.
Il nazionalismo trova il suo sostentamento proprio nell'ambiguità dell'idea di nazione e fertile terreno anche nelle classi più povere e diseredate: diventa illusorio antidoto alla miseria e al fallimento individuale, facendo in modo che vengano trasferite nei presunti o reali successi della nazione le aspettative di una vita da perdenti (vedi le varie "guerre fra poveri"). Il nazionalismo, inteso come volontà di potenza e di espansionismo della nazione, è insito sempre negli stati nazionali (tranne che per Mazzini...ma questa e` un'altra storia) ed è, indubbiamente, un'ideologia molto pericolosa, perché fornisce il supporto emotivo necessario alle guerre tra gli stati, perche` puo` diventare il principale strumento propagandistico di cui gli stati si servono per trovare consensi all'intervento armato (vedi cosa accade in questi tempi per giustificare l'intervento italiano in Iraq).
Alla base del nazionalismo c'è l'unità della nazione, intesa come unità del popolo, e il popolo, inteso come razza. Si esalta il popolo, la superiorita`di una razza sulle altre, si creano linee artificiali di demarcazione. In nome di tutto questo si arriva a giustificare ogni forma di sfruttamento, sopraffazione, morte e sterminio. Così di fatto è successo storicamente. E questo e`per me inaccettabile.
E concludo con due frasi che mi hanno colpito molto e che hanno segnato questo mio percorso, forse criticabile, ma personale e onesto.
Una e`di un vecchietto serbo che ho conosciuto in un villaggio sperduto, in un'enclave, in Kosovo: mi ha detto "La felicita` non e`una parola. La felicita`e`come si vive."
L'altra e` di Zambrano, ne "La tomba di Antigone", e dice: "Nella nostra casa, nel nostro giardino, non abbiamo bisogno di avere tutto presente, tutto il giorno, ne' di tenere la nostra anima all'erta, tutto all'erta il nostro essere. No, in essa dimentichiamo, ci dimentichiamo. La patria, la propria casa, e`, prima di tutto, il luogo in cui ci si puo`dimenticare".
Marilina Veca




Rispondi Citando
