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Discussione: Meno tasse o....

  1. #1
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    Predefinito Meno tasse o....

    ...più soldi (nostri)

    Il presidente eletto di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo lancia nobili appelli agli imprenditori a “far da sé”, con le risorse disponibili senza piagnucolare pietendo solo interventi altrui.
    Ma molti industriali, che pure l’hanno nominato con una larghissima maggioranza, da quell’orecchio non ci sentono.
    Non si tratta soltanto dei “soliti” meridionali.
    Contro l’ipotesi di passare da finanziamenti pubblici all’industria a fondo perduto a prestiti agevolati è insorta l’associazione industriale piemontese.
    Sulla richiesta di soldi allo Stato le imprese non hanno controparte, anzi le confederazioni sindacali sembrano più realiste del re.
    Sabino Pezzotta, segretario della Cisl, ha scelto il giornale della Confindustria per criticare l’ipotesi di un taglio fiscale da 12 mila miliardi. E’ una cifra “che potrebbe essere utilizzata meglio”, sostiene, “e tagliare così gli aiuti alle imprese non credo sia cosa di poco conto”.
    La Cgil, per parte sua, con Guglielmo Epifani, riscopre addirittura la “programmazione democratica”, fumosa espressione di indubbio significato dirigistico, che si declina come “politica industriale” e si traduce naturalmente in sovvenzioni pubbliche alle imprese, con l’aggiunta che, per beneficiarne, ci vuole il consenso “democratico” dei sindacati.
    In realtà la politica degli incentivi, largamente praticata da sempre, non è una cura per le difficoltà competitive dell’industria, se non in casi limitati e circoscritti.
    Per esempio la pioggia di sussidi per “ricerca e sviluppo” ha indotto le imprese italiane a considerare questa attività non un indispensabile fattore della produzione, ma un sovrappiù che si può fare solo se pagato da altri.
    Non solo chi vuole i soldi, cioè le imprese, e chi intende partecipare al “patto dei produttori”, cioè i sindacati, è interessato ai sussidi. Anche nell’amministrazione pubblica e nei ministeri la parte del generoso sovvenzionatore piace più di quella del controllore occhiuto.
    Elargendo fondi ci si fanno degli amici.
    Insomma farla finita con la politica industriale all’italiana non sarà tanto facile.
    Basti pensare che anche il giornale che stampa queste opinioni, come l’insieme dell’editoria e di quella piccola in particolare, è beneficiario di agevolazioni e sovvenzioni pubbliche.

    saluti

  2. #2
    ora ltd poi lti
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    Predefinito Re: Meno tasse o....

    In origine postato da mustang
    ...
    Sabino Pezzotta, segretario della Cisl, ...
    Savino Pezzotta...
    http://www.cisl.it/pezzotta/ang.pezzotta.htm

  3. #3
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    Predefinito Sulle tasse An frena ancora, tanto...

    ....a perderci la faccia è il Cav.

    Roma. Il primo incontro notturno dedicato al reperimento delle risorse per abbattere le imposte ha segnato tre punti acquisiti e lasciato aperto il campo a due scelte. Il primo è che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti segue al momento lo stesso schema della Finanziaria: fa parlare i diversi partiti, tenendo coperte le proprie carte. Il secondo è che a differenza di allora An ha uno schema più solido, politico e tecnico, e anche convocando le riunioni a mezzanotte Gianfranco Fini e i suoi non lo molleranno. Il terzo è che chi spera che l’ammorbidimento di An passi per un’ascesa di Fini alla Farnesina al momento non ha convinto il premier. Tanto che poche ore dopo l’unico significativo riflesso interno dell’incontro tra Silvio Berlusconi e José Luis Rodríguez Zapatero è stato il ceffone che il premier italiano ha riservato alle interviste rilasciate da Fini in materia di politica internazionale. Traduzione: per la Farnesina, il leader di An proprio non è maturo. Quali allora le due ipotesi di fronte al governo? Riuscire a scremare entro il 28 maggio i tanti “non possumus” sui contenimenti di spesa, e varare allora un provvedimento di contenimento di almeno 6-8 miliardi di euro, presentandolo come fieno in cascina in vista dei tagli alle imposte da definirecon il Dpef dopo le europee. “Fino a 10 miliardi di euro si trovano senza toccare sanità, scuola, sicurezza e servizi”, per Mario Baldassarri, il vero regista di quello che ormai si presenta come un ministero dell’Economia alternativo al titolare. Oppure, che il premier non se ne faccia convincere. Perché sulla promessa agli italiani di ridurre il prelievo a due sole aliquote – 23 e 33 percento, sotto e sopra i 100 mila euro di reddito l’anno – la faccia sui manifesti sei per tre è la sua, non quella dell’onorevole Fini. Inutile dire per quale ipotesi si faccia il tifo su queste colonne, con passione probabilmente inversamente proporzionale alle sue probabilità.
    L’Istat ha reso nota la prima stima del pil italiano nel primo trimestre 2004, la crescita è stata di un più 0,4 per cento sul trimestre precedente e più 0,8 rispetto a un anno fa. Dato che in realtà ha stupito positivamente la maggior parte degli analisti, che si aspettavano una quasi stagnazione. Bisogna attendere il 10 giugno e la stima delle diverse componenti, per capire quanto i segni di ripresa vengano dai consumi e quanto dalle esportazioni, e soprattutto se vi sia in atto quello che sarebbe il fenomeno più promettente, cioè un calo delle scorte. E’ un dato che proietta sul 2004 una crescita comunque solo metà di quella francese, eppure mostra qualche timida ripresa di fiducia. E’ questa tendenza, che andrebbe energicamente incoraggiata con una riduzione fiscale decisa, su tutte le aliquote comprese le più alte, accompagnata da un’ulteriore riduzione di 4-5 punti dell’Irap alle imprese, e da un rilancio dello sviluppo che passi “fuori” dal recinto delle pubbliche amministrazioni che fanno testo a Bruxelles, dunque via Cassa depositi e prestiti e nuovo fondo rotativo per il credito agevolato alle imprese che investono. Fuori da questo, c’è la linea che ieri Fini ha confermato: tenere le aliquote maggiori fino al 2007 se non al 2008, alla mercé di chi vincerà le prossime elezioni. E concentrare tutti gli interventi entro la fascia dei 32 mila euro, con tanto di maxi pacchetto incentrato su famiglie e figli per le deduzioni. Un programma alternativo alla sinistra sul suo stesso campo, dal quale non verrebbe all’economia che qualche ottano di benzina in più da mettere nel motore, non certo l’olio necessario a riavviare i cilindri grippati.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    Roma. L’abbattimento delle aliquote è rinviato e su questa materia il premier si gioca sempre più pericolosamente la faccia. Una domanda: se da 12 mesi le cose nella maggioranza sono diventate sempre più problematiche dopo la sconfitta di An alla Provincia di Roma, che cosa succederà all’indomani di un eventuale voto europeo e amministrativo ancor più traumatico? Detto questo, è possibile avere almeno un po’ di chiarezza sulle cifre?
    Cominciamo per esempio dagli incentivi alle imprese, la cui razionalizzazione dovrebbe garantire risorse da destinare a un abbattimento delle aliquote.
    Fonti della maggioranza avevano “cifrato” gli incentivi in 5 miliardi di euro.
    Il Sole 24 Ore ha classificato in 235 il numero delle leggi d’incentivazione ( 44 statali, 11 “decentrate” e 180 regionali) ma ha sostenuto che gli incentivi non superano i 6 miliardi di euro. Ieri invece Francesco Giavazzi ha fatto sul Corriere della Sera una cifra ben più consistente, e ha sostenuto che gli aiuti alle imprese private sono ammontati nel 2003 a circa 25 miliardi di euro, 2 punti percentuali del pil di cui metà direttamente versati dallo Stato. E ha lucidamente proposto che tale cifra si traduca in un equivalente abbattimento del prelievo sul reddito d’impresa, invece di essere riservato a chi riesce a entrare in una discrezionale graduatoria pubblica.
    E’ possibile un ventaglio di ipotesi tanto ampio? Chi ha ragione? Vediamo di orientarci documenti alla mano.
    I 5 miliardi di euro, per esempio, sono solo una delle componenti degli incentivi, i trasferimenti correnti.
    Secondo l’ultima relazione trimestrale di cassa della Ragioneria dello Stato, nel 2003 sono stati 5.041 i milioni di euro per trasferimenti correnti a imprese, dei quali poco meno della metà non sono affluiti a privati bensì a società o enti statali: alle Ferrovie 1 miliardo, alle Poste 462 milioni e all’Anas 280 milioni, e via continuando.
    Ma per provare a identificare i mille rivoli degli aiuti pubblici ai privati occorre compulsare le 200 e più pagine dell’ultimo rapporto dell’ex ministero dell’Industria “sugli interventi di sostegno alle attività economiche e produttive”.
    Le sorprese non mancano.
    E’ falso che l’Italia destini meno risorse a questo scopo rispetto all’Europa. Se si comprendono gli aiuti all’agricoltura, alla pesca e ai trasporti, i sostegni alle imprese private superano la media europea (1 per cento) e inizia così a prender corpo la tesi che sia più Giavazzi degli altri ad avvicinarsi al vero con le sue cifre. Escludendo agricoltura, pesca e trasporti, l’ammontare complessivo delle agevolazioni accordate alle imprese è stato nel 2002 di 12,25 miliardi di euro.
    Aiuti concentrati al mezzogiorno, ripetono in molti, e il sud senza di essi andrebbe a fondo.
    Falso. L’incremento complessivo rispetto al 2001 (2,6 per cento) ha riguardato soltanto il centro-nord (più 25,6 per cento) mentre nel sud sono scesi dell’11,3 per cento. Nel periodo 1999-2002, la distribuzione territoriale evidenzia una performance crescente delle domande dal centro-nord che hanno infatti superato il 40 per cento.
    Dai rapporti governativi emerge un’altra sorpresa, rispetto alla vulgata corrente secondo cui le varie leggi per gli incentivi sono linfa vitale per il tessuto delle piccole e medie imprese.
    Lo studio del dicastero delle Attività produttive, invece, rileva che il 40 per cento delle domande accettate è appannaggio delle grandi aziende: “Nel centro-nord – si legge – il trasferimento più elevato di risorse è verso la grande impresa, che assorbe oltre il 38 per cento dell’ammontare delle agevolazioni concesse, la piccola impresa ne assorbe il 24 per cento e la media il 20”.
    Forse sta qui una delle ragioni per cui Confindustria minimizza le cifre e invoca le ragioni dei piccoli, forse tende a coprire l’interesse dei grandi.
    Quanto poi alle tipologie di leggi di sostegno censite dalle Attività produttive, tra statali e “decentrate” cioè gestite in conto Regioni, si possono suddividere in 9 settori: 14 per il sostegno agli investimenti, 3 per favorire la nuova imprenditorialità giovanile, 11 per ridurre gli squilibri territoriali, 11 per sostenere la ricerca e l’innovazione, 10 per aiutare le imprese nello sforzo di internazionalizzarsi, 3 per migliorare l’equilibrio finanziario, 4 per la tutela ambientale, 10 per la razionalizzazione di settore e 3 che prevedono interventi straordinari per calamità naturali.
    Ma piuttosto, oltre alla gran confusione sull’ammontare reale dei trasferimenti alle imprese, perché poi nessuno considera il punto cruciale, cioè il rapporto tra costi e benefici di questi denari pubblici girati alle imprese?
    Visto che molte di queste leggi, e di questi fondi statali, puntano a creare occupazione, quanti posti di lavoro sono stati prodotti? Tralasciamo gli studi che misurano l’impatto sul lavoro di strumenti quali i patti territoriali e i contratti d’area, definiti da anni con coraggio “superati e disastrosi” dal viceministro dell’Economia con delega per il sud, Gianfranco Miccichè.
    Si prenda invece come riferimento la legge 488 (incentivi automatici) lodata da più parti, soprattutto dal centrosinistra. Ebbene, nell’ultimo rapporto che fa il punto sugli effetti della 488 è stato calcolato che con 1 milione di euro, in media sono stati creati 8 posti di lavoro.
    Ovvero che sono serviti oltre 120 mila euro di fondi pubblici (circa 240 milioni di vecchie lire) per creare un posto di lavoro.
    Siamo ancora sicuri che gli aiuti alle imprese siano da difendere e che non sia meglio lasciar fare al mercato, abbattendo le imposte?
    Per noi è una domanda retorica.
    Per la maggioranza, purtroppo, no.

    per una parte della maggioranza, dico io.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Assedio di....

    ….Palazzo Chigi

    Roma. Per decenni l’Italia è vissuta all’ombra di un paradosso.
    Per buona o cattiva che fosse, aveva una politica interna di un certo segno politico.
    Mentre la politica estera era obbligata nell’appartenenza, ma di modesto profilo e piccolo cabotaggio nella realtà.
    Ora il paradosso rischia di rovesciarsi.
    L’Italia ha assunto un ruolo internazionale di primo piano, e mantiene dritta la barra con mano ferma, ma è la politica interna
    che si sfarina. Banco di prova, il taglio energico alle imposte su cui il premier “ha
    messo la sua faccia”, come ha polemicamente ricordato ai riottosi partner che hanno detto no, quando Silvio Berlusconi ha annunciato che la promessa sarebbe stata finalmente mantenuta
    prima delle elezioni europee.
    Ed è dai tagli alle imposte che bisognerà ripartire, all’indomani del 13 giugno.

    Mentre An cova tentazioni di una crisi di governo.
    L’Udc misurerà premio o sconfitta della linea che punta a un riequilibrio centrista ai danni della Lega. E con l’ormai certo
    riaffacciarsi della voce di Umberto Bossi il 6 giugno a Pontida, senza che nessuno sappia che cosa il leader della Lega possa aver pensato nel frattempo.
    An e Udc hanno incassato male lo schiaffo di Berlusconi ai veti, imponendo Elio Catania alle Ferrovie al posto dei loro candidati. Mirano a vendicarsi, dal 14 giugno. An e Udc antepongono un fine “sociale” a quello economico di una drastica frustata che verrebbe dall’integrale attuazione della riforma promessa da Berlusconi.
    Vogliono poco più che ridurre dal 31 al 23 per cento l’aliquota sui redditi entro i 32.600 euro.
    Ma se il premier punterà al via libera sulla sua formula, dovrà vedersela anche con Giulio Tremonti. Che non pensa affatto a limitarsi a un bis del primo modulo già attuato della riforma fiscale, concentrato solo sui redditi bassi, ma esclude altresì “che possa essere estremizzata secondo il modello Usa”, come afferma la memoria che il ministero dell’Economia ha consegnato a Palazzo Chigi cinque settimane fa e che ieri è uscita dalla riservatezza.
    Lo schema tremontiano parte dal presupposto che “in ogni caso è necessaria subito” una manovra di tagli di spesa “non inferiore” ai 7 miliardi di euro.
    Entro fine giugno, perché poi Tremonti deve risponderne in sede comunitaria, per rispettare il famigerato tetto del 3 per cento di deficit sul pil.
    Ieri An e Udc gongolavano, il premier non potrà più indicarli come i nemici dei tagli alle tasse.

    La riforma si finanzia in deficit
    Naturalmente, Tremonti pensa che proprio perché i tagli vanno comunque fatti, sarebbe stupido non abbinarvi cali di imposte. Per “non meno” di 12 miliardi di euro. Ma non la riforma
    “americana” del contratto con gli italiani, appunto.
    Due sole aliquote, ma sopra i 70 mila euro di reddito il prelievo sarebbe al 37 per cento, per scendere al 33 vi sarebbe una “de-tax area” di 4 punti se i contribuenti decidessero di devolvere massicciamente a un nuovo mega “fondo etico” che finanziasse anche investimenti e ricerca nelle imprese.
    Da affiancare ad altri strumenti come il Fondo di rotazione presso la Cassa depositi e prestiti, che sostituirebbe parte degli attuali trasferimenti alle imprese con credito agevolato.
    Tremonti disegna una vasta riforma dell’intero perimetro della spesa pubblica fuori da sicurezza, sanità, scuola e ricerca.
    Ma il punto di fondo è che per il ministro la riforma fiscale va “coperta” il più possibile, “almeno per la metà”, con altri tagli di spese oltre ai 7 miliardi necessari subito.
    E’ questo il crinale che al premier non è piaciuto, nel vertice notturno a Palazzo Chigi che ha sancito l’ennesimo stop.
    Tremonti chiede tagli per 13-14 miliardi di euro. Ma di spesa. Mentre la riforma fiscale “secca” è possibile solo finanziata in larga parte in deficit, come ammettono voci pur rigoriste come Giorgio La Malfa.
    Contando poi sulla crescita e sull’emergere di imponibile, rispetto alla massiccia evasione ed elusione creata dalle alte aliquote.
    I trasgressori del 3 per cento di deficit costituiscono già oggi l’85 per cento del pil dell’Unione, si ripete il premier.
    Possibile che solo per noi, valga la tagliola?
    Per compiacere chi? Il Quirinale? Parigi? Francoforte?
    Di sicuro, l’opposizione. Dove c’è chi è pronto persino a fingere apprezzamento per la ricetta Tremonti, pur di complicare la vita al Cav.
    Qualunque sia l’esito del voto, non resta che adottare all’interno la stessa determinazione mostrata in politica estera.
    Cuore oltre l’ostacolo, visto che Parigi, Berlino e Londra sul deficit non possono darci lezione.
    Riottosi in riga, riforma secca e via.
    Altrimenti, povero Cav.

    saluti

  6. #6
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    L'hai letto Il Foglio di oggi?...

  7. #7
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    Predefinito "Felicità fiscale del....

    .....lavoratore”, 46 paesi su 51 stanno meglio di noi

    Roma. Bacchettata ben meritata sulle dita della stampa italiana, quella che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha assestato domenica, a margine del G7 di New York, a proposito del documento congiunto firmato prima del summit dai suoi colleghi di Francia, Germania e Gran Bretagna. E’ vero che esso conferma la tendenza dell’“eurodirettorio a tre” già vista all’opera negli scorsi mesi. Ma se sul punto centrale della riforma del Patto di stabilità il documento differisce in particolari essenziali a seconda delle diverse versioni – con l’importanza del debito pubblico presente solo nel testo inglese, l’obiettivo di “più flessibilità” solo nel testo inglese e tedesco ma non in quello francese, e l’evasione fiscale citata da Francia e Germania ma non dalla Gran Bretagna – significa che siamo in presenza di tutt’altro che di quell’“accordo bloccato” che ha fatto ironizzare contro l’escluso governo italiano.
    Certo, le prossime settimane saranno impegnative.
    Entro il 5 luglio Tremonti si riserva di avere il via libera alla manovra correttiva sui conti pubblici, da portare all’Ecofin.
    Ma soprattutto di definire con la riottosa maggioranza il più ampio pacchetto possibile di riforme – della spesa e fiscali – alle quali ancorare un giudizio più comprensivo di Bruxelles sull’eventuale extradeficit italiano.
    In più, sono ormai partite le grandi manovre per la nuova Commissione, per definirne la guida e il numero due cui affidare il coordinamento delle politiche economiche e strutturali: accordo che passa, questo sì, per la reinterpretazione del Patto di stabilità.
    Ma a costo di annoiare per l’insistenza con cui si batte e ribatte sul tema da queste colonne, non è solo la “compatibilità esterna”, il vincolo da considerare per affrontare la questione della spesa pubblica e dell’imposizione fiscale in Italia.
    Con ogni probabilità, questa settimana dal nuovo vertice di Confindustria, e lunedì prossimo da parte del governatore della Banca d’Italia verranno secchiate d’acqua sulla possibilità di un’energica e concentrata riduzione delle aliquote.
    Ma l’auspicio è che il governo sappia resistere, che il premier si impunti, che gli alleati tornino a ragionare qualunque sia l’esito elettorale, e che alla fine l’input a Tremonti sia di tagliarle, il più possibile, le imposte.
    Un’ulteriore conferma viene dal rapporto annuale curato da Forbes in materia di prelievo comparato.
    Il settimanale propone un “indice della miseria” che è diverso da quello tradizionalmente associato alla somma dei tassi di disoccupazione e inflazione, ma che è invece tutto centrato sugli effetti del prelievo fiscale e parafiscale.
    I paesi vengono così catalogati sommando le aliquote più elevate di 6 diversi prelievi basilari: sul reddito delle società, delle persone fisiche, imposte patrimoniali, contributi sociali dovuti dal lavoratore dipendente, contributi sociali dovuti dal datore di lavoro e infine imposte indirette sui consumi.
    L’Italia sta messa malissimo. Con un indice di miseria fiscale di ben 144 punti è al quinto posto nella lista planetaria dei 51 paesi più avanzati.
    La Francia batte tutti, sta a 174,8.
    Peggio di noi, solo Belgio, Svezia e Cina. Ma di pochi punti.
    Gli altri partner europei? I nuovi membri dell’Unione hanno un prelievo generalmente basso, si va dall’indice 132,2 della Slovenia al 125 dell’Ungheria, al 119 della Polonia, mentre Estonia, Lettonia e Lituania stanno addirittura intorno a quota 100. Non desta sorpresa che l’Irlanda sia a quota 90, ed è ovvio che non c’è da stupirsi che il successo degli investimenti esteri verso l’isola verde e i paesi baltici sia trainato da un prelievo fiscale tanto contenuto.
    Piuttosto, la sorpresa è rappresentata dal fatto che la Germania sia molto più in basso di quanto ci si aspetterebbe, il suo indice di miseria fiscale è fermo a 112,5 ed è quello che è disceso più spettacolarmente, di ben 30 punti, nell’ultimo quinquennio, rispetto ai 19 della Francia e ai 9,9 punti dell’Italia: come a dire che la consapevolezza di dover tagliare le imposte c’è, ma fino a questo momento si è imboccata la strada con troppa timidezza. L’indice della miseria fiscale americana sta a 116 a New York dove si pagano più imposte locali, a 97 nell’Illinois, a 94 in Texas. L’eden fiscale è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti, dove l’indice di miseria fiscale è fermo a un invidiatissimo 18.
    Ma non fa testo, noi non abbiamo la rendita petrolifera e non vogliamo il governo dell’emiro.
    Diciamo che un buon obiettivo per l’Italia sarebbe arrivare entro tre anni a quota Singapore.
    Ancora più sconfortante è la realtà dell’Italia per quanto riguarda l’“indice di felicità fiscale del lavoratore”.
    Comparando quanto resta in tasca a un dipendente con famiglia monoreddito di 50 mila euro l’anno e due figli, l’Italia piomba al 47° posto: in tasca al lavoratore italiano e alla sua famiglia ne restano solo 31.122.
    Al collega danese, olandese e norvegese, pagate le tasse e contributi ne avanzano 3.700 in più, 4.700 al tedesco, 5.300 al britannico, 8.400 all’irlandese, 9.300 all’americano di New York, 11.300 al texano di Austin.
    Se ai dati comparati abbinate i risultati della ricerca curata per la Banca d’Italia da Maria Rosaria Marino e Chiara Rappalini, sugli effetti redistributivi esercitati in Italia dal passaggio delle aliquote Irpef vigenti nel 1989 a quelle del 2001 e attuali, otterrete la misura di come sinora gli sgravi siano stati concentrati verso i redditi minori e soprattutto le famiglie monoreddito a più elevato numero di figli.
    Quanto più il reddito è elevato e si è single, tanto più in Italia si contribuisce a quei 64 punti di miseria fiscale che ci separano dall’obiettivo Singapore.
    Studiate, leggete e meditate, signori della maggioranza, prima di rinviare e tagliare poco o nulla allargando le braccia.
    Né la scusa dell’Europa, né pretesi richiami all’equità scongiurerebbero di mandarvi a casa.
    Per tradimento del patto con gli italiani. (ofg)

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Dice il Corsera che la Fiat...

    .....deve finire alle banche. Abbiamo letto bene?

    Roma. Leggendo quella serafica e apparentemente inoffensiva conclusione, a Torino, Milano e Roma a più d’uno è venuto uno stranguglione. Nel senso, impropriamente popolare, di un singulto che ti spezza il fiato, ti azzera la voce e ti fa girar la testa. Possibile? Possibile mai che una serissima analisi delle condizioni della Fiat, proprio sul Corriere della Sera cui gli Agnelli non sono del tutto estranei, tributato il tributabile agli sforzi di risanamento compiuti da Giuseppe Morchio e senza troppo rispetto per la malattia di Umberto, si concluda con un ellittico ma incontrovertibile invito alle banche creditrici a convertire il loro prestito, ad assumere la ruota del timone, a “ricontrattare” il ruolo degli Agnelli, e ad “assumersi” finalmente “le loro responsabilità: avendo finanziato gli errori della Fiat, se ne emenderebbero sostenendo il ritorno alla virtù industriale”. Possibile? Possibile sì.
    L’analisi a sorpresa era firmata domenica da Massimo Mucchetti, sotto la testatina “A conti fatti” in cui il valente collega ha trasferito le analisi bilanci alla mano che effettuava un tempo sull’Espresso.
    Regola vuole che ci si fermi alla testualità di quanto Mucchetti ha firmato.
    E poiché il put con General Motors è ancora da sciogliere, il piano Morchio va, ma l’auto continua a bruciare liquidità mica male e il debito finanziario lordo sta a 22 miliardi e rotti di euro, in fondo il ragionamento troppe pieghe non ne mostra.
    Ma ben altra era stata la cifra prevalente nell’informazione italiana, quando ci fu chi spiegò che Alessandro Profumo, spezzando il silenzio bancario e rivelando che lui gli accatonamenti per convertire il prestito “comunque” li metteva in bilancio, si preparava concretamente all’ipotesi che le banche “dovessero” divenire proprietarie del 27 per cento della Fiat, l’anno prossimo.
    Ma quando mai, non ce ne sarà bisogno, piena fiducia a Morchio e tanti auguri per la salute del dottor Agnelli, scrissero tutti o quasi.

    E allora? Allora ecco una filza di interrogativi. Viva viva la libertà del Corriere in cui il direttore consente alle firme di scrivere in piena libertà.
    Ma quando a volere le banche proprietarie in Fiat è la stessa voce che qualche settimana fa auspicava – per raddrizzare l’Italia e la sua asfittica economia – un ritorno all’Iri, alla mano pubblica e ai Beneduce, è troppo azzardato vedere nei prodiani di governo e nei prodiani banchieri le due chele salvifiche così invocate?
    E’ un errore leggervi una certa coerenza con il calcione sparato al governo con l’editoriale in prima del giorno precedente, in cui si prendeva forse un po’ troppo sul serio un articolo dei ministri dell’Economia francese, tedesco e britannico, assunto quale prova inconfutabile che “il governo Berlusconi ha azzerato la nostra influenza in Europa senza neppur ottenere nulla di sostanziale dagli Stati Uniti”?
    Un documento con versioni contrastanti in ciascuna delle tre diverse lingue, senza che però se ne renda edotto il lettore?
    Ma via… E come avvicinarle, codeste aperture speranzose al futuro e queste aspre bordate al governo, al cauto ma pur evidente ottimismo con cui il Corriere ha commentato l’ultimo rapporto Istat, scrivendo “eppur si muove”, mentre le altre testate preferivano titolare d’ordinanza sull’Italia con le pile scariche e in declino?
    E dire che a firmare non era propriamente un giornalista filo Berlusconi.
    Anzi, era proprio il Dario Di Vico che più ha battuto, in autunno, con la sua inchiesta sui ceti medi impoveriti.
    Piena e incontrastata libertà per ciascuno di scrivere a seconda della propria valutazione del caso e del momento.
    Benissimo.
    Ma un momento ancora. Come leggere allora l’invito alle banche a rendersi proprietarie a Torino, alla luce della vicenda scottante aperta proprio in questi giorni a Milano in Rcs?
    Perché le banche dovrebbero farlo per le auto, e non anche e altrettanto per RcsMediaGroup, dopo aver tenuto bordone per anni al valore sacrificato nei media per le scelte sbagliate compiute nella holding sovrastante in settori come la moda?
    E ancora. In questo caso, l’invito alle banche va letto come presa di distanza del direttore del Corriere rispetto alla continuità dei Romiti messa oggi in scacco?
    O come un segnale che è lui e solo lui, l’autore dell’articolo – che con i banchieri in questione conta ottimi e storici rapporti – a prendere le distanze da pericolanti logiche “continuiste”?
    Quante domande.
    Azzardate forse, ma legittime.
    Ma, comunque, sempre viva viva il gran giornalone e il suo incontrastato diritto alla piena libertà, così anche il cdr è contento.

    su il Foglio del 26 maggio

    ...e pensare che Umberto ancora non ci aveva lasciati

    saluti

  9. #9
    email non funzionante
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    Predefinito Fazio in no....

    ....minore

    Roma. “Poca favilla gran fiamma seconda”, scrive Dante nel primo canto del Paradiso.
    L’exergo ideale per le considerazioni finali che il governatore ha tenuto ieri all’annuale appuntamento dell’assemblea ordinaria della Banca d’Italia.
    Dopo mesi di polemiche violente circa le responsabilità della vigilanza sugli istituti di credito i cui vertici sono indagati per bancarotta fraudolenta e preferenziale nei casi Cirio e Parmalat, il governatore ha fatto una scelta di misura.
    Che sia oggettivamente indebolita, Bankitalia, lo si desume dai toni meno alti che il governatore ha usato ieri.
    Dall’altra parte, però, Fazio ha potuto e saputo far tesoro dell’indebolimento parallelo di chi ne ha chiesto la testa, Giulio Tremonti, e dell’impantanarsi nel braccio di ferro elettorale della legge sui nuovi controlli a imprese emittenti e intemediari finanziari.
    Fazio ha così usato toni sobri, per ottenere l’effetto di minimizzare. Sicuro che il nuovo equilibrio in via di rapido assembramento sul fronte bancario, imprenditoriale e politico, un fronte che guarda al Quirinale e salmodia “il rinnovato rapporto di collaborazione tra le parti sociali”, non avrebbe rotto l’incantesimo.
    In questo, il governatore ha avuto ragione.
    Ieri nessun esponente politico di rilievo ha osato squarciare il velo, per dire che si ha un bel richiamare più volte le lodi che il Fondo monetario internazionale ha rivolto alla vigilanza svolta da Bankitalia, fatto sta che il coinvolgimento di primari istituti bancari su cui indaga la magistratura è serio e grave, e miliardi di euro di titoli piazzati senza informare il risparmiatore dei rischi sono finiti in carta straccia.
    Il governatore, tra l’altro, ieri ha continuato a escludere i “tango bond” dal conto, talché le perdite per le famiglie si riducono a 3 miliardi di euro.
    Se però li si somma, si arriva già ad almeno 10 miliardi, e che tutto ciò sia stata una botta micidiale a fiducia e risparmio forse valeva una parca parola.
    Non una parola sul governo, in materia, tanto meno sullo scambio di lettere col ministro dell’Economia in materia di dubbie cartolarizzazioni effettuate da banche italiane.
    Fazio ha prestato omaggio alle decisioni che prenderà il Parlamento, quando le prenderà.
    Ha richiamato le osservazioni sulla riforma all’esame del Parlamento avanzate dalla Banca centrale europea.
    E se anche non ha citato la richiesta francofortese di accordargli un “congruo periodo transitorio”, in caso di modifica dei termini del suo mandato, è ovvio che i parlamentari lo hanno letto tra le righe. Nessuno stupore che esponenti di An e Udc ieri avessero per le considerazioni del governatore solo elogi di miele e melassa.

    Tasse e tagli alle spese correnti
    La chiave interpretativa della parte che ha riguardato l’economia italiana, l’ha data forse più di tutti Francesco Cossiga. Che ieri ostentatamente è entrato sottobraccio a Fazio, archiviando
    momentaneamente i mille strali rivoltigli in passato.
    Come attaccare Fazio, di fronte “al vuoto del governo Berlusconi?”, l’argomento del senatore a vita.
    In effetti, quest’anno il governatore ha fatto come se il governo Berlusconi non ci fosse. O quasi.
    Si è limitato a qualche scudisciatina, tipo il sobrio passaggio sul “governo che non esclude” una manovra aggiuntiva per contenere il deficit pubblico entro il 3 per cento del pil. Ma si è limitato a dire che il Dpef “deve poter” dare indicazioni sul futuro. Quanto ai tagli alle imposte, non un’oncia di fiducia nel fatto che possano rappresentare il colpo di frusta di cui c’è bisogno. Il loro fondamento, se mai ci saranno, è naturalmente “la riduzione delle spese correnti”. In più, qualche leggera ironia, tipo l’osservazione che “l’incremento della attività nelle opere pubbliche si è concentrato nelle regioni settentrionali”, velata conferma alle recriminazioni antileghiste interne alla maggioranza.
    La riforma Moratti? Mai citata.
    Quella Vietti sui modelli di gestione societaria? Assente.
    La riforma Biagi del mercato del lavoro, l’unica ricordata.
    Ma attenzione “a che non si tramuti in precarietà”.
    Quando il governatore ha scandito “è necessario invertire la tendenza”, il Fazio pensiero si è rivolto solo alla nuova cooperazione tra banche e imprese, impersonata dall’avvento di Luca Cordero di Montezemolo e dai buoni rapporti che egli intrattiene, ricambiati, con i vertici bancari italiani.
    Ma c’è stato un passaggio, pronunciato senza enfasi e quasi nascosto nel testo, che è stato rivelatore. “Le banche devono poter sovvenire le imprese in difficoltà, ristrutturarle e valorizzare, anche in diversi contesti proprietari, le componenti produttive valide”.
    E’ molto “maschia”, la rivendicazione alle banche non solo del “sovvenire”, ma l’esercizio in prima persona del “ristrutturare” le imprese.
    Se gli industriali italiani indebitati credono di trovare in Fazio un erogatore di aiuti più accomodante di quanto questi sia stato con la politica che lo criticava, è bene che ci riflettano.
    In un paese bancocentrico come l’Italia, teorizzare che la politica sparisce significa accettare che i padroni veri siano i banchieri.

    Da il Foglio del 1 giugno

    chiaro il concetto: niente tagli alle tasse per seguitare nell’elargire gli incentivi alle imprese.
    Operazione gestita dai “manager statali” e dalle banche.
    Mentre tagliare le tasse della somma equivalente agli incentivi andrebbe totalmente a vanto del governo
    saluti

 

 

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