….Berlusconi alla Camera
Conosciamo il testo dell'intervento: ecco cosa "suggerivano" il giorno precedente
Buttafuoco
Dovrebbe dire che siamo in guerra. E’ pure spaventosa come guerra, questa, peggio di quella che fece di Dresda una Pompei. Silvio Berlusconi che tra una cosa e l’altra si trova quest’incombenza – essere anche primo ministro della sovranità politica chiusa nei confini d’Italia, oltre che presidente del Milan – dovrebbe fare un appello all’unità nazionale, dovrebbe farlo parlando alla Camera dei deputati, ovviamente dovrebbe ricordare il precedente di “provata responsabilità”, quando al tempo dei bombardamenti del Kosovo, con armi italiane e da postazioni italiane, al tempo di quella guerra definita anch’essa umanitaria, l’opposizione di allora non fece mancare l’appoggio al governo di ieri, questa sinistra d’opposizione irresponsabilmente finita nelle mani di Romano Prodi.
Dovrebbe dunque dire che siamo tutti sul baratro di una scelta e dovrebbe svegliare la responsabilità di tutti, superando le divisioni, chiedendo loro di essere pronti a dare una risposta comune per tutti, superando perfino gli errori, assumendosi il compito di cancellare da sé la faciloneria dell’aver sperato di farla franca pensando di comprare gli iracheni smutandando le loro donne e i loro mullah perché non ci sono “segnorine” né “Cln” a Baghdad; non si sentono liberati e in fondo hanno tutto il diritto di incazzarsi e di sparare, loro.
Per ciò “fermi tutti” dovrebbe dire, “ragioniamo la cosa” dovrebbe
dire, e chiedere quel gesto di responsabilità alle opposizioni perché alla fine della fiera vale l’interesse supremo della nazione. Non è retorica, sarà pure petrolio, ma ci sono in ballo equilibri mondiali nello scacchiere internazionale che ci riguardano, e siccome in questo momento l’esercito italiano è impegnato a perderci la sua porca parte di carne di cannone in un’operazione
che – è vero, è partita come operazione di pace ma diventata nel tempo tiro a segno nei confronti dei nostri soldati – Berlusconi dovrebbe finalmente entrare nel buco della storia.
E la risposta la può trovare solo nei due opposti corni del dilemma: o una resa senza condizioni, con le conseguenze della resa, cioè fischi e piriti, o un cambio strategico, anche se in corsa, in ogni modo un cambio, perché a differenza di Pietro Badoglio che disse “la guerra continua”, Berlusconi, dovendo alzare il livello della poltiglia italiota, deve dire o “la guerra comincia” o “la guerra finisce”.
Una sola posizione, un solo popolo, questo dovrebbe fabbricarsi domani in aula Berlusconi, e per questo può passare alla storia, non certo col Ponte di Messina.
Via dalla “non-co-belligeranza”
Potrebbe essere la sua occasione, questa, uscirne da gigante, smontando il cliché della missione di pace, reclamando per sé e per questo popolo rinchiuso nei confini della sovranità politica d’Italia la dignità di decidere senza affogare tra i miasmi della “non-co-belligeranza”.
La guerra è guerra, non è “non-co-belligeranza”.
La guerra è interesse, è famelico istinto di sopravvivenza dei popoli che decidono il grande salto.
La guerra è l’eterna regola della politica che forse non può più reggere la menzogna umanitaria, forse è anche troppo spacciarla come vetrina della redenzione democratica e liberale, solo la pedagogia americana, infatti, può piegare l’arte della guerra all’ossimoro della guerra di liberazione.
La guerra è sempre conquista di spazio vitale, noi l’abbiamo perduto a suo tempo, campiamo con l’elemosina atlantica, è questo il teatro dove siamo costretti a recitare. Pacta sunt servanda.
L’interesse e il prestigio del popolo italiano sono i due corni di un altro dilemma, corna che abbiamo tenuto in testa opportunamente tagliate e mozze, quando nell’ultima guerra abbiamo cambiato alleanza.
Potrebbe essere proprio questa guerra l’occasione per cancellare la vergogna dell’8 settembre, quella data che incombe con la sua vera didascalia: “Morte della Patria”.
Checché ne dica il Quirinale, ciò che ormai brucia nel sacello del Milite Ignoto è questa macchia, e su questa guerra forse è meglio che il Quirinale non metta verbo.
Anche questo dovrebbe dire Berlusconi.
Pietrangelo Buttafuoco
saluti




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