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    Predefinito Cosa avrebbe dovuto dire

    ….Berlusconi alla Camera

    Conosciamo il testo dell'intervento: ecco cosa "suggerivano" il giorno precedente

    Buttafuoco

    Dovrebbe dire che siamo in guerra. E’ pure spaventosa come guerra, questa, peggio di quella che fece di Dresda una Pompei. Silvio Berlusconi che tra una cosa e l’altra si trova quest’incombenza – essere anche primo ministro della sovranità politica chiusa nei confini d’Italia, oltre che presidente del Milan – dovrebbe fare un appello all’unità nazionale, dovrebbe farlo parlando alla Camera dei deputati, ovviamente dovrebbe ricordare il precedente di “provata responsabilità”, quando al tempo dei bombardamenti del Kosovo, con armi italiane e da postazioni italiane, al tempo di quella guerra definita anch’essa umanitaria, l’opposizione di allora non fece mancare l’appoggio al governo di ieri, questa sinistra d’opposizione irresponsabilmente finita nelle mani di Romano Prodi.
    Dovrebbe dunque dire che siamo tutti sul baratro di una scelta e dovrebbe svegliare la responsabilità di tutti, superando le divisioni, chiedendo loro di essere pronti a dare una risposta comune per tutti, superando perfino gli errori, assumendosi il compito di cancellare da sé la faciloneria dell’aver sperato di farla franca pensando di comprare gli iracheni smutandando le loro donne e i loro mullah perché non ci sono “segnorine” né “Cln” a Baghdad; non si sentono liberati e in fondo hanno tutto il diritto di incazzarsi e di sparare, loro.
    Per ciò “fermi tutti” dovrebbe dire, “ragioniamo la cosa” dovrebbe
    dire, e chiedere quel gesto di responsabilità alle opposizioni perché alla fine della fiera vale l’interesse supremo della nazione. Non è retorica, sarà pure petrolio, ma ci sono in ballo equilibri mondiali nello scacchiere internazionale che ci riguardano, e siccome in questo momento l’esercito italiano è impegnato a perderci la sua porca parte di carne di cannone in un’operazione
    che – è vero, è partita come operazione di pace ma diventata nel tempo tiro a segno nei confronti dei nostri soldati – Berlusconi dovrebbe finalmente entrare nel buco della storia.
    E la risposta la può trovare solo nei due opposti corni del dilemma: o una resa senza condizioni, con le conseguenze della resa, cioè fischi e piriti, o un cambio strategico, anche se in corsa, in ogni modo un cambio, perché a differenza di Pietro Badoglio che disse “la guerra continua”, Berlusconi, dovendo alzare il livello della poltiglia italiota, deve dire o “la guerra comincia” o “la guerra finisce”.
    Una sola posizione, un solo popolo, questo dovrebbe fabbricarsi domani in aula Berlusconi, e per questo può passare alla storia, non certo col Ponte di Messina.

    Via dalla “non-co-belligeranza”
    Potrebbe essere la sua occasione, questa, uscirne da gigante, smontando il cliché della missione di pace, reclamando per sé e per questo popolo rinchiuso nei confini della sovranità politica d’Italia la dignità di decidere senza affogare tra i miasmi della “non-co-belligeranza”.
    La guerra è guerra, non è “non-co-belligeranza”.
    La guerra è interesse, è famelico istinto di sopravvivenza dei popoli che decidono il grande salto.
    La guerra è l’eterna regola della politica che forse non può più reggere la menzogna umanitaria, forse è anche troppo spacciarla come vetrina della redenzione democratica e liberale, solo la pedagogia americana, infatti, può piegare l’arte della guerra all’ossimoro della guerra di liberazione.
    La guerra è sempre conquista di spazio vitale, noi l’abbiamo perduto a suo tempo, campiamo con l’elemosina atlantica, è questo il teatro dove siamo costretti a recitare. Pacta sunt servanda.
    L’interesse e il prestigio del popolo italiano sono i due corni di un altro dilemma, corna che abbiamo tenuto in testa opportunamente tagliate e mozze, quando nell’ultima guerra abbiamo cambiato alleanza.
    Potrebbe essere proprio questa guerra l’occasione per cancellare la vergogna dell’8 settembre, quella data che incombe con la sua vera didascalia: “Morte della Patria”.
    Checché ne dica il Quirinale, ciò che ormai brucia nel sacello del Milite Ignoto è questa macchia, e su questa guerra forse è meglio che il Quirinale non metta verbo.
    Anche questo dovrebbe dire Berlusconi.

    Pietrangelo Buttafuoco

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Christian Rocca

    La cosa che Silvio Berlusconi non deve assolutissimamente fare è seguire i consigli dei cosiddetti esperti di geopolitica.
    Prepari, piuttosto, il suo discorso parlamentare di domani senza neanche sbirciare le cose che gli suggeriscono ambasciatori e giornalisti.
    Sono sofismi, politichese, feluchese, chiacchiere e distintivi.
    Faccia di testa sua, come già fa le formazioni del Milan, dica quello che un imprenditore farebbe se fosse a capo dell’azienda Iraq, dica quello che chiedono le forze politiche irachene, comprese quelle più antiamericane, dica quello che ogni persona di buon senso sa e cioè che all’Iraq servono le truppe occidentali, da
    sole o con la Nato non importa, per garantire
    a) la sicurezza dei cittadini;
    b) la transizione a un governo democratico.
    Ogni imprenditore, ogni persona di buon senso, perfino ogni allenatore di pallone sa e capisce alla perfezione che in Iraq bisogna restare anche oltre il primo di luglio, quando gli iracheni, con l’egida dell’Onu, si autogoverneranno.
    Signor presidente imprenditore, spieghi la mission dell’impresa in Iraq: liberare il paese dalla dittatura (ed è stato fatto) e aiutarlo a costruire un futuro libero, democratico e di benessere.
    Per riuscire nell’impresa la miglior difesa è l’attacco, come diceva il teorico dell’esportazione del bel giuoco, Arrigo Sacchi.
    In Champions League servono due punte e Gattuso su Zidane, in Iraq servono più truppe, non di meno, e la risolutezza di chi sa che sta combattendo per difendere non solo se stesso ma anche l’Islam dal suo scisma terrorista.
    Dica che al momento della nuova risoluzione Onu e del nuovo governo iracheno, se richiesti, manderà altri soldati e altri civili e altri soldi e altri tecnici e altri ingegneri e altri, come cantava Edoardo Bennato, “dotti, medici e sapienti per parlare, giudicare, valutare e provvedere e trovare dei rimedi per la giovane” democrazia “in questione”.
    Rivendichi quanto è stato già ottenuto, non solo la cacciata degli assassini talebani, ma anche la caduta di una dittatura imperialista che condivideva il medesimo progetto politico di Osama bin Laden: conquistare il mondo arabo e musulmano, colpire gli americani, distruggere Israele.
    Le difficoltà sono enormi e aumentano. Ed è ovvio, visto che per i fascisti di Osama e di Saddam e di Teheran (la prego, li chiami per nome in Parlamento: fascisti islamici) con il trenta giugno e la democrazia si metterà male. Intensificheranno gli sforzi, i fascisti. Contro gli americani, contro gli iracheni democratici e, certo, contro di noi, alleati più deboli. E’ sconfortante, ma non ceda alla sindrome di Caldarola: raddoppi gli sforzi per sconfiggere l’ultimo totalitarismo del Novecento.

    Faccia le corna a Caracciolo
    L’esperto Lucio Caracciolo, sull’Espresso delle patacche, aveva già suggerito di esportare in Iraq, testuale, la democrazia “alla beduina”.
    Ieri è andato oltre. Su Repubblica le ha fatto un elenco di tre richieste irrevocabili (“trittico strategico”, lo chiama lui) da rivolgere a Bush, pena il ritiro, senza sapere, l’esperto, che le prime due sono state già attuate (copertura Onu per preparare le elezioni entro i primi mesi del 2005; e nomina da parte di Brahimi di un governo iracheno provvisorio entro il 30 giugno) mentre la terza (forza militare Onu) è già una richiesta americana. Caracciolo, di suo, vorrebbe anche gli eserciti della Lega Araba in Iraq. Gli risponda in Parlamento che, altro che democrazia alla beduina, questa è esportazione della dittatura.
    L’esperto gliene ha suggerita un’altra geniale: di spiegare a George W. che il nuovo governo iracheno dovrebbe essere composto anche da “irriducibili baathisti, radicali sciiti, mafiosi curdi”. Gli risponda con le corna, come fece a quel vertice europeo. E dica, piuttosto, che si impegnerà con Bush per far processare e punire i volenterosi torturatori di Abu Ghraib, purché non se ne parli più.
    E si batta, ora che campionato e coppe sono finite, per anticipare le elezioni irachene, per mostrare come la battaglia sia per la democrazia.
    Credo che seguirà a pieno il mio consiglio, cioè non mi ascolterà affatto e quindi non dirà niente di tutto ciò.

    Christian Rocca

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Oscar Giannino

    Signori del Parlamento, e voi, voi tra gli italiani, che nutrite l’opinione che l’intervento angloamericano in Iraq sia stato un errore, e che la presenza del contingente italiano a Nassiriyah sia un errore ancor più grave, cui porre riparo unilateralmente e al più presto.
    E’ a voi che mi rivolgo, prima che a ogni altro.
    La catena di eventi prodottasi dopo l’11 settembre chiede a una grande democrazia giudizi e scelte politiche che prescindano da contese e avversioni interne.
    I militari italiani in Iraq non sono i bersaglieri inviati sulla Cernaia per conquistare un ruolo nel concerto delle potenze. Questo non è il parlamento subalpino. Né io sono Cavour. Sono il presidente del Consiglio cui è toccato guidare l’Italia negli anni in cui si è scatenato l’attacco planetario conseguente alla “dichiarazione per il jihad del fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati americani e occidentali”, resa da Osama bin Laden il 23 febbraio 1998.
    Fu a lungo sottovalutata.
    Poi, fu attacco feroce, che ha infranto l’illusione che pochi seppero intuire, dopo i grandi eventi del 1989.
    Penso a intellettuali illuminati come Pascal Bruckner, a quel suo “L’illusione democratica: come vivere senza nemici”, in cui già 14 anni fa si descriveva il moto che oggi è all’opera nelle opinioni pubbliche, di fronte alle vittime jihadiste.
    Distogliere lo sguardo, lasciare che si sfoghi altrove la belva terrorista, separare il proprio destino, da chi quella minaccia intende affrontarla.
    L’occidente l’aveva sottovalutato.
    Noi tutti non l’avevamo capito.
    Il mondo non aveva un ordinamento internazionale all’altezza dell’attacco. Ma i paesi liberi hanno nell’integralismo fanatico di minoranze terroriste un nemico implacabile.
    Questo ho detto a George Bush.
    Non è in questione il giudizio politico sul suo governo, la sua rielezione a novembre, quella di Tony Blair.
    Come non è il calcolo elettorale interno su come gli italiani giudicheranno la scelta del mio governo di impegnare il contingente italiano in Iraq, ad averci indotto a compierla. Il punto è un altro.
    E’ la lezione del ’900, che ci ha spinto a sostenere la lotta al terrorismo, l’abbattimento dei talebani in Afghanistan, quello di Saddam Hussein in Iraq. Come l’Italia può fare, nei limiti e condizioni delle nostre forze, e nella misura che il nostro giudizio politico ha ritenuto opportuna.
    Nel ’900, l’abisso fu varcato, quello che sembrava separare bene e male assoluto.
    Oggi ci si ripropone: è il nichilismo terrorista, per cui omicidio e suicidio sono le due facce di una stessa medaglia.
    Quello che ha colpito le Torri, che ha ucciso Fabrizio Quattrocchi e altri 20 dei nostri, che ha mietuto le 190 vittime delle stazioni di Madrid e tagliato la testa a Nick Berg.
    E’ il nichilismo che non è affatto resistenza nazionale, tanto meno nell’Iraq dove la stragrande maggioranza di curdi, sciiti e sunniti pensa che ben altro, da bombe e scimitarre, sia il mezzo per giungere al più presto al giusto autogoverno.
    E’ al nichilismo, che lasceremmo la maggioranza degli iracheni se la coalizione abbandonasse le sue posizioni.
    E’ ciò che va scongiurato, per farlo Europa, paesi arabi e di tutto il mondo devono trovare la forza di accelerare il proprio coinvolgimento sotto l’egida di ciò che l’Onu ha già legittimato.

    Nessuno più al riparo dal ricatto omicida
    L’occidente per primo è chiamato all’altezza di un pensiero e di un’azione antinichilista. Capace di difendere le ragioni della vita e libertà, prima che ad affermare un impossibile modello democratico eguale per tutti. C’è un nuovo nucleo di civiltà, su cui fondare il nuovo sistema antinichilista: solo la libertà degli altri è fondamento della sicurezza comune. Adoperiamoci a convincerne chi in Europa e nel mondo la confonde con le pretese unilaterali dell’America. Punire gli abusi di Abu Ghraib, realizzare la transizione irachena, assicurare la più vasta garanzia internazionale all’indipendenza di quel paese. Niente di tutto questo è impossibile, se si condivide la sfida. Non dirò che chi si chiama fuori si arrende al terrorismo. Il giorno in cui gli iracheni fossero lasciati in balia dei terroristi, l’America isolata e l’Europa convinta di lucrare col proprio isolamento, non più una sola libera elezione al mondo sarebbe al riparo dal ricatto omicida.

    Oscar Fulvio Giannino

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Alessandro Giuli

    Siamo un paese in guerra e abbiamo sbagliato a non ammetterlo da subito. Prima ancora che giusta o sbagliata, la guerra in corso ha i tratti dell’ineluttabilità e come tale va gestita, per vincerla e far sì che a giudicare la nostra vittoria siano anzitutto i nemici. Stiamo combattendo in Iraq a fianco degli angloamericani, ispirati da una certa idea dell’occidente. Che poi è il secondo nome di una precisa idea del mondo, infinitamente presuntuosa, radicata nella sacralità della democrazia, nell’universalità dei diritti dell’uomo e nel dovere di proteggerli per quanto possibile dopo la chiamata alle armi dell’11 settembre. Proteggere una concezione del mondo liberale, la nostra, significa anche estenderla senza timore di proclamarne implicitamente la superiorità, nella certezza che rappresenti la dose minore di violenza da immettere nel mercato delle ideologie; anche se i fatti si ostinano a darci torto. Esportarla con la persuasione, tale idea, non è sempre possibile, imporla con la forza può essere la necessità dettata dall’emergenza che da quasi tre anni diciamo di condividere con il resto dell’occidente. A chi ci accusa di collaborazionismo con il presunto piano di un governo globale americanomorfo, siamo costretti a rispondere: sia pure. Perché non sarebbe che il governo di una delle potenze di questo mondo. Inevitabilmente oppressivo rispetto alle altrui pretese egemoniche.
    Dunque abbiamo detto sì all’aggressione contro Saddam Hussein, all’invasione di un Iraq laico ma per noi non abbastanza immune dalle seduzioni terroristiche, e non abbastanza libero per immunizzarsene da sé. Accettando l’opinione angloamericana per cui la resistenza delle Nazioni Unite e l’ostruzione del direttorio franco-tedesco non erano che ostacoli di fronte alle minacce alla nostra sopravvivenza. Scontrandoci con alcuni Stati del vecchio continente che abbiamo accusato di vischiosa obliquità; e che ai nostri occhi hanno travestito di europeismo le leggi non scritte della preferenza nazionale. Tuttavia abbiamo offerto il nostro sostegno alla coalizione occidentale sapendoci al riparo della nostra Costituzione, che ci vietava un intervento attivo in un quadro di legittimità internazionale ancora inedito. E se abbiamo commeso degli errori, ripeto, uno di questi è aver preso parte a una missione unilaterale senza il coraggio necessario per farci coinvolgere a pieno titolo fra i paesi belligeranti. Sperando di poter gestire pacificamente gli effetti di una guerra le cui ragioni abbiamo condiviso, lontani dall’idea fastidiosa di mettere in questione l’arretratezza giuridica che ha ingabbiato la nostra condotta. Dopodiché, piegato Saddam, abbiamo esultato illudendoci che il grosso del lavoro fosse concluso. Altro errore. Alla fastidiosa litania degli scettici, più che rammaricarci per il mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa, abbiamo risposto notando fiduciosi l’imbarazzato timore di altri Stati che siano tentati di produrne.

    L’equivoco attorno alla parola pace
    Non so se, oggi, la macelleria del dopoguerra invalidi le nostre ragioni. Certamente rinvia all’urgenza di andare sino in fondo. Ci costringe al riconoscimento tardivo di essere parte in causa in un conflitto mai terminato, sopportandone le conseguenze politiche con lo stesso realismo con cui i nostri soldati a Nassiriyah vedono arrivare le pallottole dei miliziani sciiti. Questo il punto e sempre che a muoverci sia il dovere d’essere all’altezza dei nostri convincimenti. Diversamente, sostando nell’equivoco raggrumato attorno alla parola pace, fuggendo dall’Iraq, offriremmo l’impressione d’aver posizionato le nostre poltrone nel verso di quella che abbiamo confuso con la corrente della storia. Il resto è solo un affare sindacabile di tattiche militari, strategie di conquista, geometrie variabili che non modificano i nostri obiettivi e all’occorrenza passano anche per una riabilitazione post-bellica dell’Onu e il coinvolgimento di altri paesi. Ma resta che c’è anche il dovere di fare chiarezza e restituire alla sincerità un posto nelle nostre coscienze: siamo in guerra, troppo tardi per immaginarsi altrove.
    Alessandro Giuli

    saluti

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    Predefinito Siegmund Ginzberg

    Signor presidente, onorevoli colleghi, il governo italiano ha inviato proprie forze in Iraq in una missione di pace, al servizio del popolo iracheno. Restiamo assolutamente convinti che non si possa consegnare l’Iraq al caos e alla guerra civile.
    Non intendiamo fuggire né abbandonare i nostri alleati.
    Non ci spaventano le bande di predoni e assassini.
    Siamo pronti a raddoppiare il nostro impegno e il nostro sacrificio, anche in uomini e mezzi per questo obiettivo. Purché siano chiare alcune condizioni: che la nostra sia una presenza militare accettata e richiesta dal popolo iracheno, non qualcosa percepito come occupazione; che avvenga nel quadro di una più vasta legittimazione internazionale, in particolare in rappresentanza di tutta l’Europa, anche se non tutti verranno al nostro fianco; che serva davvero alla lotta mondiale contro il terrorismo e non finisca per incoraggiarne e propagarne i veleni; che sia ben chiaro cosa ci stiamo a fare.
    Noi ci adopereremo in ogni modo e in ogni sede perché si verifichino queste circostanze. Anche annunciando che altrimenti non avremo altra scelta che ritirare il nostro contingente. Ne ho parlato con franchezza anche col presidente Bush. Così come un anno fa avevo detto con altrettanta franchezza e lealtà che non avremmo partecipato direttamente ad azioni militari, non siamo una nazione belligerante, ce lo vieta la nostra Costituzione.
    Ma non solo per questo.
    Gli ho spiegato che prospettare un ritiro delle truppe italiane è anche un modo per aiutarlo a trovare una “via d’uscita” dal pasticcio in cui si trova. Che forse è l’unico modo per far sì che alla fine ci possano andare tutti, evitare che finisca male per gli iracheni, per gli americani e per l’occidente.
    Che lo consideriamo un modo per premere in questa direzione, un’iniziativa da veri e sinceri amici dell’America, per evitare che restino soli. L’unico forse a nostra portata per convincere gli amici ancora riluttanti in Europa e nel mondo a dirgli “ci andiamo anche noi purché non ve ne andiate voi americani”, e magari far sì che gli iracheni ci e gli chiedano di restare. Altrimenti il rischio è che a contenere la polveriera non basti tutto l’esercito americano, figurarsi un contingente italiano.

    La sintonia con Zapatero
    Già qualche giorno prima, il mio ministro degli Esteri, Frattini, aveva anticipato la nostra posizione ricordando che “sovranità irachena vuol dire anche potestà di invitare le forze straniere a restare o andarsene” e che “se l’Italia non sarà invitata a restare rispetterà le scelte del governo iracheno e se ne andrà”. Ho ricordato a Bush che purtroppo ero stato profeta quando un anni fa dissi che se fossero stati gli Usa da soli ad aprire il conflitto “i risultati sarebbero stati catastrofici per l’Europa”.
    Da allora l’Italia ha dedicato tutte le sue energie a ricucire, in Europa e tra Europa e Usa, anche se purtroppo non s’è visto
    molto. Ho continuato a farlo col collega spagnolo Zapatero, la cui visione è molto più simile alla mia di quel che sia apparsa in molti commenti.
    Vorrei che non ci fossero equivoci. La nostra non è una “resa” al ricatto dei terroristi, un cedimento a chi pratica la violenza e vuole il caos, né abbandonare gli amici in difficoltà. A Bush ho ricordato anche come Londra e l’Europa avevano fatto in definitiva un favore agli Stati Uniti rifiutandosi di mandare truppe a pacificare il Vietnam: così avevano creato le premesse per la sconfitta definitiva dell’Impero del male comunista.
    Gli ho mostrato una bozza di comunicato che ho nel cassetto della mia scrivania, e che dice: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro il caos soverchiante, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione ha chiesto di procedere al ritiro… Conseguentemente ogni atto di ostilità deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi provenienza”.
    E’ l’ultima cosa che vorrei dover sottoporre a un’approvazione bipartisan del mio Parlamento, gli ho detto.
    Era pallido, teso, ma ha capito.

    Siegmund Ginzberg

    saluti

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    Predefinito Maria Giovanna Maglie

    Premesso che quando si è attaccati dal nemico si pensa a come difendersi con successo, tutti assieme, maggioranza che decide e opposizione che collabora, e che dunque non ci dovrebbe essere alcun dibattito e tantomeno un voto del Parlamento, insomma lei non ci dovrebbe proprio andare domani alla Camera, è una cosa disdicevole più o meno come festeggiare il Milan domenica scorsa, perciò mi chiedo prima di tutto perché lei invece abbia deciso che ci andrà; premesso che quel dibattito e quel voto daranno nel contempo una formidabile indicazione di debolezza e di divisione nazionali, e rideranno i mandanti dei terroristi che vi sparano addosso nel vedere ancora una volta che gallinaio che siete, ma anche una pericolosa indicazione di testardaggine se non di arroganza, e s’infurieranno i mandanti dei terroristi che vi sparano addosso nel vedere che glielo dite pure con i numeri che intendete restare; premesso che l’opposizione al suo governo è tra le peggiori che uno Stato democratico possa esprimere, priva com’è di leader autentici, di una linea, se non unica, comprensibile, di senso di responsabilità nazionale, che insomma si comporta come se mai fosse stata forza di governo e mai intendesse tornarci al governo, preoccupata e bramosa solo di campagna elettorale; premesso che la sua alleanza di governo è tra le più confuse, raffazzonate, litigiose e infantili che uno Stato democratico possa esprimere, priva com’è di unità di intenti e perfino di buona volontà di governo; premesso che per candidati alle elezioni europee avete messo insieme tanto voi del governo quanto quelli dell’opposizione una bella serie di nani e ballerine che al confronto quelli di buona memoria erano accademici di Francia; premesso che l’opposizione non conta quanto può e deve contare la leadership di governo, e questo non trascurabile dettaglio andrebbe detto con chiarezza agli italiani, nel caso l’avessero dimenticato; premesso che il vostro appoggio alla coalizione che ha liberato l’Iraq dalla brutale dittatura di Saddam e che, sia pur tra molti errori di valutazione e prospettiva, si prova a portare a termine quel compito instaurando un governo democratico, i cui costituenti iracheni vengono infatti sparati addosso e massacrati come e quanto i soldati stranieri, l’appoggio, dicevo, è stato fin dall’inizio malinteso, sottovalutato, non chiarito al popolo italiano, che avete pronunciato un milione di volte di troppo la parola missione di pace, mentre peace enforcing e peace keeping già vogliono dire cosa diversa; tutto ciò premesso, perché l’onorario è importante, ma nel mio delicato mestiere, almeno privatamente, è necessario dire al committente come stanno le cose, vengo a suggerirle qualche tattica, più che strategia.

    Da uno spaesato american ghost-writer
    Ricordi che è andato sì a parlare con l’amico George W. Bush, ma prima e soprattutto al segretario dell’Onu, il capo di quell’elefante zoppo e un po’ già marcio che viene invocato ogni due per tre dall’Europa, e dalla sua opposizione, come salvatore; dica che di non portare via le truppe glielo ha chiesto proprio Annan, che l’inviato Brahimi sta mettendo insieme l’elenco del governo sovrano d’Iraq, presidente e premier compresi, che anche lui gradirebbe non essere boicottato perché tocca essere “uniti nell’Ulivo”. Sostenga che George W. è pronto a restituire il potere agli iracheni, anzi non vede l’ora, e pure concedere all’Onu la sorveglianza politica, ma che gli americani devono continuare a mantenere l’ordine e il controllo militari, perché gli altri non lo possono, non lo vogliono, non sono in grado di farlo. Citi il cardinal Ruini, aiutare l’Iraq, aiutare l’Onu, ma in modo e con forme nuove, anche se nessuno ha capito che cosa voglia dire, fa comunque effetto, sui banchi di destra e su quelli di sinistra. Non pronunci mai la parola comunista, però legga una citazione del comunista Vattimo quando nel ’99, al governo D’Alema, incitava alla guerra per liberare un paese da uno spietato dittatore, Milosevic, ho con me il testo integrale. Se crede, concluda con altra citazione, l’Inno dei Lagunari, a noi la morte non ci fa paura, no. Questo è quanto dal suo appena acquisito e un po’ spaesato american ghost-writer.

    Maria Giovanna Maglie

    saluti

 

 

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