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  1. #101
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    mah, la notizia è che lcdm dopo vicenza si è preso paura e ha già dato una sterzata anticgil alla linea idi Confindustria, altrimenti andava già sotto in giunta.

  2. #102
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  3. #103
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    Predefinito tratto da L'Opinione 1 aprile 2006

    Il Sole 24 ore si accorge che la borsa va bene e lo scrive. Dietrologia e fenomenologia di una conversione sospetta
    Meglio scaricare Della Valle che una nuova ondata di tasse

    di Dimitri Buffa

    Fioccano scommesse e previsioni. Su cosa? Sulle ragioni palesi e su quelle occulte della riconversione editoriale dell’organo di Confindustria a proposito della valutazione da dare dell’economia nazionale dopo cinque anni di governo Berlusconi. Due giorni fa l’editoriale di Roberto Perotti, intitolato “Falsi miti sulla povertà in Italia”, poteva passare per una voce isolata messa lì per coprire una fascia di campo sguarnita, quella sulla destra, dove spesso l’organo Montezemoliano becca gol in contropiede data l’inferiorità numerica evidente. Ieri il miracolo: addirittura un’apertura di prima, “Italia regina dei dividendi”, titolo vagamente trionfalistico su una borsa che si riscopriva improvvisamente euforica. Anzi la meglio d’Europa. Con tre servizi sull’intera pagina 4. Nel corso della registrazione di 'Matrix', Silvio Berlusconi , ancora incredulo, ieri aveva già sottolineato con enfasi il titolo del 'Sole 24 Ore' prudentemente lamentando, però, dei numeri inferiori alla media per quello che riguarda le sue aziende. “Le mie aziende – ha infatti detto il premier - hanno guadagnato un pò meno, per la paura che se vince la sinistra non si sa cosa fanno. Abbiamo scontato un aumento minore rispetto alla media per la paura degli imprenditori”. Fin qui i fatti nudi e crudi: il giornale che più di ogni altro nelle scorse settimane era stato protagonista della guerra di cifre sull’economia reale italiana adesso, a una settimana dalle elezioni, sembra cambiare idea. Naturalmente se qualcuno dovesse contestare questa strana idea della coerenza a chi tiene la linea, si sentirebbe tacciare di superficialità e di demagogia.

    Ma queste sono parole che si usano come foglie di fico per coprire le vergogne. Siccome invece nulla avviene per caso, deve esistere una razionalità dietro simili scelte. Anche perché l’onestà intellettuale e l’amore per la verità sono due variabili impazzite quando c’è di mezzo una campagna elettorale e un possibile cambio di governo. A naso viene in mente solo questo: a forza di parlare male dell’economia e dell’Italia gli industriali devono essersi resi conto di essersi unicamente fatti del male. Danneggiando ,quel che è peggio, le loro stesse aziende che ogni giorno vengono auto flagellate da titolari le definiscono “fuori mercato e senza competitività”. Inoltre il piano fiscale, a dir poco schizofrenico e comunque a sorpresa, che i candidati, anzi i pretendenti, di sinistra al governo sono riusciti sinora a comunicare deve avere fatto riflettere più di qualcuno. E gli industriali quando sentono puzza di tasse troppo elevate per pagare il libro dei sogni e degli incubi di un burocrate del parastato riciclato in politica, come Mortadella, fanno scattare finalmente il proprio senso di auto conservazione. E in tal caso si ricordano anche di avere anche un portafoglio a destra oltre che un cuore a sinistra. A quel punto basta poco per decidere di fare uno scherzo da prete a quel sagrestano di Prodi. E all’insegna del “mors tua vita mea”, meglio scaricare la weltanschauung di uno come Della Valle, che tanto prima o poi farà la fine del Cecchi Gori, Fiorentina compresa, che ritrovarsi spiazzati rispetto alla realtà e alla storia che su fisco ed economia notoriamente non fanno sconti.

  4. #104
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    Il Pri sull'Assemblea annuale di Confindustria

    Il presidente Montezemolo, nell'assemblea annuale di Confindustria, ha svolto un'analisi approfondita e convincente sulla situazione dell'economia italiana, indicando delle soluzioni che noi condividiamo in pieno.

    Se il precedente governo ha avuto dei ritardi, o avrebbe potuto fare di più per sostenere meglio l'impresa italiana, è indubbio che i principali provvedimenti realizzati, dalla legge Biagi, alle politiche ambientali, sono andati nella direzione auspicata da Confindustria che oggi chiede di difenderli e di completarli. Privatizzazioni, liberalizzazioni, investimenti in tecnologia e ricerca, senza aumentare la spesa pubblica e senza aumentare le tasse, erano ampiamente previsti dal piano di Lisbona del passato governo.

    Il nuovo presidente del Consiglio ha una sua ricetta come ha ribadito nel suo intervento: la concertazione. Vista l'ampiezza delle divergenze fra le parti su tutti i temi in agenda, difficile capire cosa possa davvero fare. La concertazione per trovare una soluzione praticabile potrebbe anche durare tre anni. Comunque troppi per un sistema che ha bisogno di una ripresa rapida ed immediata. La concertazione non è una risposta ai problemi dell'industria e della ripresa economica.

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  5. #105
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    Predefinito Con l'Epifania tutte le feste volano via


  6. #106
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    Confindustria pentita?
    Quelle piccole imprese che vanno stimolate e non strangolate

    di Gianni Ravaglia

    Il "Sole 24 Ore", con un articolo del suo direttore, Ferruccio De Bortoli, la scorsa settimana ha lanciato un manifesto in favore delle piccole imprese. Il perché l'abbia lanciato ora e non prima delle elezioni, quando poteva servire ad orientare i lettori circa la valutazione dei programmi in campo, fa parte dei piccoli misteri del confronto politico in Italia. Ad essere maliziosi, si potrebbe ritenere che quel manifesto sia figlio dello scontro di Vicenza tra Berlusconi e i big dell'imprenditoria italiana che controllano il giornale della Confindustria e che, in campagna elettorale, in contrasto con la maggioranza dei piccoli imprenditori, erano schierati proprio dalla parte di quella cultura che De Bortoli contesta così duramente nel suo manifesto. Se è vero che "la cultura di impresa nel nostro Paese è vaso di coccio fra eredità storico-culturali, spinte corporative e resistenze sindacali"; se "l'opporsi ad un'opera necessaria è di frequente valutato come espressione di una idealità positiva; il promuovere un autostrada, un ponte o una galleria è al contrario sintomo della prevalenza di interessi ed egoismi negativi"; se "un posto di lavoro è prezioso specie nel momento in cui si rischia di perderlo, ma nessuno manifesta per i tanti posti di lavoro che non si creano per colpa delle rigidità normative", ciò lo si deve al fatto che "sia la cultura marxista sia, in parte, quella cattolica, hanno a lungo scambiato uffici e fabbriche come luoghi di contraddizioni sociali, se non di sfruttamento". Così recita il verbo del direttore del "Sole". Tutto vero. Salvo il fatto che la cultura marxista, mascherata da cultura antagonista, ancora oggi scambia uffici e fabbriche come luoghi di sfruttamento. E quella cultura oggi siede nei più alti scranni della Repubblica e può, da quei seggi, pontificare sulla "borghesia buona" che, siccome ha bisogno dello Stato per sopravvivere, si adegua ai voleri di quella cultura. E la "borghesia cattiva" che, proprio perché, come scrive De Bortoli "non chiede sussidi, ma attenzione e rispetto", non è disposta ad adeguarsi.



    L'imprenditoria piccola e media ha bisogno di non essere aggredita da un fisco predatore e macchinoso, da una burocrazia pletorica e onnivora, da assurde rigidità legislative interne all'impresa e da costi esterni dovuti a carenze infrastrutturali e a servizi pubblici non competitivi. Necessita cioè di uno Stato governato da forze politiche che abbiano consapevolezza del fatto che i processi ridistributivi sono possibili e utili alla collettività allorché l'impresa possa svolgere il proprio compito di creare, con la propria crescita, valore aggiunto e ricchezza. Ma se lo Stato, nelle sue varie articolazioni, si appropria in imposte, tasse e contributi del 60-70% del reddito prodotto, cosa resta all'impresa per investire: i debiti con le banche.

    E siccome senza economie di scala, che si acquisiscono solo con la crescita o l'organizzazione di consorzi di distretto, il sistema delle nostre imprese non potrà vincere la sfida della globalizzazione, cosa resterà ai vari Bertinotti ed Epifani da ridistribuire? Non ci stancheremo di denunciare il fatto che non ha avvenire un sistema economico che, accanto ad un 10 per cento di grandi imprese, in gran parte non soggette alla competizione internazionale, possiede un 90 per cento di piccole imprese con meno di nove addetti, che restano piccole non per volontà propria ma per il fatto che le condizioni legislative, fiscali, del credito e sindacali, ne sconsigliano il rischio della crescita. Nonostante la promessa riduzione del cuneo fiscale che, in quanto distribuito selettivamente avvantaggerà sole poche, ben note, imprese, il programma dell'Ulivo, riportato estesamente, a suo tempo, nelle colonne di questo giornale, è un programma ridistributivo che invece di promuovere le condizioni per il rilancio dell'impresa, tende a penalizzarla con nuovi orpelli fiscali, nuove rigidità sul mercato del lavoro, nuova burocrazia. E' un programma da declino economico e non da sviluppo. Ad una lettura comparata, il manifesto del giornale della Confindustria è contro il programma dell'attuale governo. Peccato che lo abbia lanciato quattro mesi dopo le elezioni. Così l'obiettivo di far fuori Berlusconi è stato raggiunto, ma l'impresa starà peggio e i manifesti fuori tempo massimo restano in stridente contraddizione con quanto sostenuto in campagna elettorale. Chi, produttore o consumatore, tra Berlusconi e Bertinotti, ha scelto Bertinotti, deve solo sperare che la "banda Bassotti"(si è mai visto un Ministro che meglio "azzecchi" il giudizio sul governo di cui fa parte, pur continuando, imperterrito, a fare il Ministro!) con tutto il suo carico di sinistra antagonista, vada a casa al più presto, se vuole sperare che le ragioni dell'impresa e dell'occupazione trovino udienza in coloro che hanno responsabilità di governo.

    Roma, 4 agosto 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  7. #107
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    Ripensamenti tardivi


  8. #108
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    Terminato l'idillio tra Governo e Confindustria


  9. #109
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    Ministro dell'impero
    Padoa-Schioppa non ama le critiche e denigra i partiti.



    Il ministro dell'Economia Padoa - Schioppa, accusando Confindustria di comportarsi "come un partito", mostra scarsa sensibilità democratica. Evidentemente il ministro Padoa - Schioppa vive in una sorta di Repubblica ideale, in cui i partiti non dovrebbero esistere e quindi comandare i tecnici come lui. Bisogna che ritorni sulla terra a confrontarsi sui problemi reali. Capiamo che non gli piaccia, visto che tutti lo contestano, inclusi i partiti della sua maggioranza, ma questi, così come Confindustria, hanno il pieno diritto di farlo. Il ministro ha il dovere di rispondere del suo operato nel merito e non di fare illazioni, come invece fa, lasciando trasparire un'avversione profonda verso chi si permette critiche, insieme al disprezzo verso la forma politica della rappresentanza popolare più propria in una democrazia - vada a leggersi Hans Kelsen - quale è il partito. E magari si rilegga anche l'articolo 49 della Costituzione.



    Se Confindustria si comporta come un partito e non come un sindacato, ciò significa che Confindustria non difende solo il suo interesse particolare, ma che si sforza di rappresentare nella sua parte specifica l'interesse generale, perché questo è il compito di un partito, che purtroppo l'augusta (e angusta) intelligenza del ministro dell'Economia non contempla. Padoa Schioppa è però ministro di un governo di una Repubblica democratica retta sui partiti, e non dell'impero austroungarico: non pretendiamo certo che dispensi leggi finanziarie esemplari - non sia mai - ma per lo meno Padoa Schioppa abbia riguardo verso i cardini del nostro sistema istituzionale e politico, rispettando i partiti e la libertà d'opinione. Perché il ministro dell'Economia ha anche scarsa pratica di idee di libertà, e in Parlamento ci spiegò che i ricchi non dovevano lamentarsi. E' giusto che si voglia far pagare ai ricchi le tasse, è giusto anche che le si aumentino, ma per quale motivo poi un ricco o povero che sia non dovrebbe avere nemmeno il diritto di lamentarsi? Per un democratico il diritto di lamentarsi è inviolabile, la democrazia nell'Europa occidentale inizia con i quaderni delle doglianze. Anche Padoa Schioppa è liberissimo, se vuole, altresì di lamentarsi dei giudizi inclementi che hanno accompagnato il suo operato, di cui quello di Confindustria è solo l'ultimo, ma non per questo pensi che il giudizio negativo venga meno, almeno per quest'anno, quando il "Financial Times", e giustamente, lo ha proclamato il "peggiore ministro dell'Unione". Complimenti.

    Roma, 19 dicembre 2006



    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=3185

  10. #110
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    Ridi, ridi, Prodi, che Montezemolo ha fatto i gnocchi


 

 
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