Nel nome di Umberto Bossi: "Tutti per uno, uno per tutti"
GIGI MONCALVO
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Dopo due anni lascio la direzione de "la Padania", con un anno di anticipo rispetto alla fine del mio mandato. Quella che mi attende fuori da qui è una grossa chance professionale, ma io ho un rammarico dentro il cuore: quello di non poter essere qui il giorno, imminente, in cui avverrà il Grande Ritorno di Umberto Bossi.
Il vero direttore de "la Padania" è stato, è e sarà sempre l'on. Bossi. È stato lui a fondare questo quotidiano, a crederci, a impostarlo, a farlo crescere. È stato lui in questi due anni a restare vicino a chi, come il sottoscritto, doveva svolgere solo il ruolo di "artigiano" della professione, cioè occuparsi ogni giorno della realizzazione del prodotto. Mai come in questi due anni Umberto Bossi è stato vicino a questo giornale: il suo coinvolgimento, la sua presenza, la sua ispirazione, le sue esortazioni, i suoi consigli sono stati quotidiani, totali, preziosi. E io sono fiero e orgoglioso che egli abbia seguito costantemente, con la sua presenza fisica o al telefono, questa "creatura" in una maniera totalizzante e molto gratificante, per quel che mi riguarda. Significava infatti non solo che egli voleva e vuole bene a questo giornale, ma che l'impresa quotidiana lo appassionava come ancor oggi lo appassiona e mai come in questa fase, evidentemente, il giornale gli piaceva e gli dava soddisfazioni. Una delle prove? Umberto Bossi non ha mai rilasciato a "la Padania" tante interviste come nel periodo della mia direzione, segno evidente che lo considerava e lo considera un autorevole veicolo del suo pensiero, delle battaglie, delle iniziative, delle strategie della Lega. Anche per questo, il giornale ha oggi un peso politico, una immagine, una autorevolezza, che mai aveva avuto in passato. Un altro motivo di orgoglio è che "la Padania" oggi non è più soggetta - a parte i consueti e inguaribili cretini - a quella sorta di "discriminazione giornalistico-editoriale", con punte di vero e proprio razzismo, che ha sempre snobbato, ignorato o guardato dall'alto in basso i media della Lega Nord.
Io non so se in qualche misura il merito sia anche mio, ma sono certo che la presenza di Umberto Bossi e il suo costante e affettuoso - anche se ci sono state, com'è naturale, parecchie memorabili sgridate... - coinvolgimento nel nostro lavoro ha costituito un propellente indispensabile per dare sempre più forza al giornale e un motivo in più per fare sempre meglio e dedicare tutte le nostre energie al pesante lavoro quotidiano.
La situazione che avevo ereditato due anni fa non era delle migliori dal punto di vista redazionale e diffusionale. Chi mi ha preceduto aveva voluto farmi e fare all'Editore un cadeau davvero sgradevole: un'ondata di promozioni non autorizzate dalla proprietà e non concordate al solo scopo di "sabotare" e rendere ancor più difficile il mio lavoro. È chiaro che chi si aspetta una promozione e se la vede sospendere, come io ho fatto correttamente nell'interesse dell'Azienda e per il bene del giornale, non diventa tuo amico. Fin da quella prima fase Umberto Bossi mi ha aiutato, mi ha dato il conforto della sua presenza autorevole e costante, mi ha mostrato la sua fiducia poiché vedeva quanto grande fosse la mia determinazione, la dedizione al giornale e quanti gli sforzi per rilanciare, migliorare, diffondere sempre di più il quotidiano. Col suo aiuto la situazione che ho trovato è stata modificata radicalmente, qualcuno rimosso e messo in condizione di non nuocere e il cammino è potuto iniziare.
Da lì, dopo aver perso alcuni mesi preziosi, è cominciata la nostra galoppata, senza guardare in faccia chi intralciava la strada impedendo la realizzazione degli obiettivi che mi erano stati affidati e che ero deciso di portare a termine, ad ogni costo.
È stato un lavoro lungo e faticoso, ho lavorato moltissimo, ho dovuto interpretare quattro ruoli contemporaneamente: quello del direttore che ideava temi in continuazione, scriveva almeno un articolo al giorno, che mandava avanti la baracca disegnando le pagine e andando a impaginare in tipografia, e che nel corso o alla fine della giornata accettava anche tutti gli inviti in Tv in programmi non solo giornalistici ed informativi per "promuovere" il giornale. Ma anche e soprattutto per "legittimarlo", per far capire che noi non eravamo e non siamo gente di serie B come vogliono dipingerci certi veri "razzisti".
Ho fatto quattro lavori in uno e ho preferito ammazzarmi di fatica in queste direzioni piuttosto che perdere il mio tempo in estenuanti, inutili e ridicole cerimonie diplomatiche per cercare equilibri o smussare tensioni provocate da persone che pur avendo goduto di un'iniziale apertura di credito, non sono state capaci di conservare la mia stima e la mia fiducia (anzi, alcuni meritano il mio più assoluto disprezzo professionale) e hanno subito tradito quello che è lo spirito di un giornale come questo.
Non voglio fare polemiche, ma anche questo "censimento" è servito ed è un risultato che io consegno all'Editore: sono riuscito a dimostrare all'on. Bossi e alla proprietà quali e quante sono le persone su cui "la Padania" può contare, indipendentemente dal nome del direttore responsabile. Ho dimostrato qual è il nucleo di professionisti veri e innamorati del proprio lavoro su cui si può fare affidamento. Ho fatto capire quanti e quali sono coloro che non meritano di far parte di questa bella impresa che, con i miei collaboratori, ho l'orgoglio di aver contribuito a rafforzare in questi ventitré mesi.
L'ho sempre detto alla parte buona e sana dei miei giornalisti: rispetto ai colleghi degli altri giornali, noi siamo considerati ingiustamente di livello inferiore e abbiamo più difficoltà a trovare lavoro, ma abbiamo un grande privilegio di tipo professionale. Quello di poter assistere in presa diretta e dall'interno a un pezzo importante della storia politica contemporanea del nostro paese. E io per primo, in questo mio ufficio ho avuto la fortuna e il privilegio di vedere da vicino come lavora, come opera, come si muove, come esprime il suo talento e fiuto politico uno dei personaggi-chiave della storia politica di questo paese. Ieri, così come oggi, così come domani.
Io ho avuto il privilegio, in questo punto di osservazione, di vedere lavorare da vicino Umberto Bossi, di vedere come nascono in lui le idee, i progetti, i ragionamenti, attraverso quali fasi egli elabora una strategia o un disegno politico, come si comporta e quali tattiche adotta allorché, spesso anche da questo telefono, chiama Berlusconi o qualche ministro che gli ha fatto girare le scatole, o qualche dirigente della Lega. Ogni volta in cui entrava qui, fossero le cinque del pomeriggio o le nove di sera, arrivasse da casa o da Roma, tornasse da un consiglio dei ministri o da una defatigante trattativa sulle Riforme, stesse per andare a qualche importante incontro o a qualche comizio lontano centinaia di chilometri, egli contrappuntava e contrappunta la sua presenza con occhi furbi e attenti, con la vivezza e la forza di un combattente mai domo, che antepone la forza della politica alla debolezza degli uomini, che usa la propria energia e il proprio potere non per se stesso ma per la battaglia ideale che conduce e nella quale crede, che guarda al bene della Lega mai al proprio, anche a rischio della salute, come i fatti recenti hanno dimostrato.
Quando in fondo al corridoio si sentiva la sua voce, il rumore dei suoi passi, e la nuvola del suo sigaro toscano cominciava ad arrivare, insieme all'aroma del caffè della macchinetta, beh qui si stava davvero per iniziare a... ballare la rumba. Umberto Bossi è un ciclone, una forza della natura (ecco perché in un paio di mesi è avvenuto quello che, per chi non lo conosce, potrebbe sembrare un miracolo), un travolgente vulcano di idee, di ragionamenti, di spiegazioni, di progetti, di strategie politiche. Prima di spiegarti perché è meglio fare un titolo anziché un altro, scegliere un argomento invece di un altro, puntare su un tema per un'inchiesta o una campagna, egli vuole che tu sia intimamente convinto della giustezza di quella scelta, affinché tutto venga realizzato come intende lui. Vuole che tu capisca le ragioni di tutto questo, ti spiega che cosa sta succedendo e entro certi limiti - senza svelare ovviamente segreti che solo lui conosce - anche l'obiettivo finale che intende perseguire, e attraverso quali passaggi. Ti spiega chi sono gli amici e i nemici, ma soprattutto ti rivela chi sono i finti amici, i finti alleati da cui guardarsi.
Ecco da dove nasce la stima e la fiducia, con relativo spazio che il giornale ha sempre dedicato a certi esponenti politici non solo della Lega, a chi ha sempre voluto bene al giornale, e non ha lesinato notizie, interviste, disponibilità, nella consapevolezza del ruolo del nostro quotidiano e del nome del Direttore che lo guida politicamente. Ecco perché chi ha mancato di rispetto, chi ha offeso, chi ha attaccato questo giornale dall'interno, anche se sparava contro di me, in realtà non ha toccato me ma il Direttore Politico, facendo dei danni al giornale e alla Lega, rendendo più difficile il nostro lavoro e il nostro cammino. Le istruzioni di Bossi, dunque. Io le ho eseguite sempre. E, ogni volta in cui c'è stato qualche errore, la colpa era mia e soltanto mia. Con Umberto Bossi, in questo ufficio, ovviamente ci sono state anche discussioni, scambi di vedute, qualche discrepanza. Le sue sgridate, il suo affrontare di petto le situazioni, il suo modo deciso di chiedere spiegazioni del perché è stata fatta una determinata cosa, ti possono lasciare tramortito a lungo. Ma a poco a poco fanno crescere nel tuo animo un senso di responsabilità, un desiderio di essere a posto con la tua coscienza, una necessità di sincerità e di buona fede che egli riesce immediatamente a leggerti negli occhi o a penetrare nella tua mente e nel tuo animo, riuscendo a capire chi sei veramente e se di te ci si può fidare o no.
Io in questo posto di osservazione ho imparato tante cose e ho visto tante cose, che non dirò mai a nessuno nemmeno sotto tortura. La mia ambizione quotidiana può sembrare piccola e banale: in ogni luogo di lavoro, in ogni contatto, in ogni relazione ho sempre cercato di imparare almeno una cosa ogni giorno, non importa da chi, mi bastava e mi basta una cosa soltanto. Qui invece, grazie soprattutto all'on. Bossi, ho imparato tante cose ogni giorno, ma soprattutto "la regola per vincere", e cioè mai mollare, tenere duro, il famoso "mai mulà, tegn dur". Ed egli è sempre stato ed è la prova vivente di questa regola, per la quale bisogna prima di tutto avere qualcosa dentro. Io ho visto di quale forza, di quale e quanto coraggio, di quale mancanza di paura è dotato Umberto Bossi. Non l'ho mai visto temere qualcosa o qualcuno, nemmeno nelle tremende serate in cui sentivamo tintinnare le manette e c'era chi nell'ombra stava manovrando per "eliminarlo" politicamente, e per mandarlo in galera (e voi conoscete bene chi vuole combattere gli avversari non con i mezzi della politica ma servendosi della magistratura). Nemmeno in quelle serate Bossi era preoccupato, impaurito, timoroso che questa eventualità si potesse verificare, ma sereno e tranquillo come non mai. Quelle circostanze non lo hanno scalfito, anzi lo hanno reso ancora più forte. Confesso di averlo visto veramente turbato solo un paio di volte: di fronte all'ennesimo inciucio che qualcuno cercava di fare per "disinnescare" o impaludare la sua Riforma Costituzionale, oppure la volta in cui per qualche giorno era alla ricerca di elementi per capire quale fosse il vero disegno di Gianfranco Fini, chi lo ispirasse, quale fosse il punto di arrivo dopo il viaggio in Israele ma soprattutto dopo l'uscita sul voto agli immigrati. Bossi era incupito in quei giorni, stava raccogliendo gli elementi per capire e, a mano a mano che ne entrava in possesso, li metteva a confronto con le sue convinzioni per verificare se fossero vere. Ma gli ci volle poco per comprendere ogni cosa e studiare e mettere a punto le immediate contromisure...
Umberto Bossi è la Lega, la Lega è Umberto Bossi. Così come "la Padania" è Umberto Bossi. Lui la legge dalla prima all'ultima pagina. Lui è il testimonial numero uno di questo giornale, oltreché il primo, più attento e più critico lettore.
Umberto Bossi si è anche "divertito" a fare questo quotidiano perché una delle sue grandi passioni è il giornalismo: è sempre stato un grande ideatore di slogan, di titoli, un cultore del prodotto-giornale. Una passione, un'esigenza nata nei primi tempi della Lega, quando l'unico strumento di diffusione del Bossi-pensiero erano le quattro pagine in carta povera di "Lombardia Autonomista" di cui Bossi era direttore, fondatore, correttore di bozze, diffusore porta a porta.
Quando si parlava della campagna elettorale e io insistevo perché accettasse tutti gli inviti in Tv anche se questo lo avrebbe affaticato e costretto a molti più viaggi a Roma, mi guardava scrollando la testa: «Sì, anche quello. Ma prima di tutto i volantini, il giornale distribuito mano per mano, casa per casa, personalmente da me, da tutti noi». E io che invece lo invitavo a intensificare gli appuntamenti tv su "TelePadania", le interviste del martedì sera che dal gennaio del 2001 aveva voluto fossi io a condurre, come una conversazione davanti al caminetto. A poco a poco si è affezionato a quell'appuntamento e ha fatto salti mortali per poterci sempre essere. Mi fece capire che nel Palazzo quelle interviste tv erano molto viste, temute, registrate, riferite. E lui si compiaceva di mandare segnali, dare avvertimenti, far capire che con Bossi e la Lega c'era poco da scherzare, ammesso che qualcuno si illudesse di poterlo fare. Il giorno dopo controllavamo gli indici di ascolto con i record che arrivavano proprio dai telespettatori di Roma e del Centro-sud.
Dopo quelle interviste tv, salivamo nel mio ufficio e aspettavamo i primi lanci delle agenzie, un quarto d'ora dopo la fine della trasmissione. Il suo giornalista preferito, perché il più serio, il più attendibile, il più scrupoloso nel riportare il suo pensiero - Lucchi dell'Ansa di Milano, un fuoriclasse rispetto a certi presunti e sedicenti "decani" sfacciatamente al servizio di qualcuno, e sempre in ginocchio e con la lingua penzolante -, faceva tre o quattro lanci dei passaggi salienti. E Bossi diceva: «Hai visto, avevo ragione: erano questi gli argomenti-chiave. Ti dovevi soffermare di più facendomi più domande...». E poi, si andava spesso a cena al ristorante "Tre Pini", vicino alla vecchia sede della Lega in via Arbe, un locale che dopo l'apertura del Teatro degli Arcimboldi raccoglie i melomani che escono dalle opere o dai concerti della Scala. L'ultima volta arrivò il Maestro Riccardo Muti che andò a salutare il ministro con grande signorilità e molto rispetto. Parlarono a lungo, il loro dialogo sulla impareggiabile gestualità della direzione concertistica di Muti e sul suo modo di far eseguire il "Va' Pensiero" meriterebbe una pagina di giornale.
Ho voluto raccontare tutto questo, per far capire quanto fosse tormentato, ma intenso e prezioso il rapporto con lui. E quindi, alla luce di questo, quale fosse il mio stato d'animo quella maledetta mattina dell'undici marzo. Come tanti altri, non mi vergogno di confessare che ho pianto, a lungo e timoroso che fosse accaduto, come sembrava in un primo tempo, qualcosa di irreparabile. E pensare che era stato più a lungo del solito qui in redazione poche ore prima di quella che io chiamo "la fermata ai box". Era particolarmente allegro, disteso e sereno quel martedì. L'intervista tv fu più bella del solito, scherzava, era rilassato, parlammo perfino del Festival di Sanremo e della Ventura, di Vespa e dei retroscena della serata tv cui Umberto aveva partecipato. Niente lasciava presagire che cosa sarebbe avvenuto nel giro di 36 ore. Ma, rivendendo quelle immagini, mi è parso di cogliere una specie di presentimento. La decisione di smettere di fumare il suo toscano era dovuta a qualche campanello d'allarme suonato nel suo forte fisico e che lui, senza confidarlo a nessuno, aveva in qualche modo saputo cogliere? Quella sorta di discorso che egli fece («se anche dovesse accadermi qualcosa e le riforme non arrivassero, io ce l'ho messa tutta, non ho niente da rimproverarmi, ho fatto il possibile e la gente lo ha capito»), visto a posteriori lascia aperto il campo a tante ipotesi che per fortuna ora si sono dissolte. Era decisissimo e forte come non mai, con parole di fuoco verso Calisto Tanzi e quel torbido tentativo di coinvolgere la Lega in mazzette e tangenti cui era estranea. Bossi era contento per un mio bel colpo giornalistico: avevo intervistato al telefono l'uomo del Cda Parmalat che secondo Tanzi aveva pagato due esponenti leghisti. Quel tale, Mistrangelo, smentì tutto, fornendomi molti dettagli. Gli chiesi se potevo registrare la nostra conversazione, se potevo pubblicare tutto. Accettò, mi autorizzò, volle essere richiamato per rileggere la dichiarazione che sarebbe finita sul giornale, mi invitò a chiamare anche il suo avvocato e a rileggere il tutto anche al legale. Lo feci, quel nastro era la prova che Tanzi mentiva o forse qualcuno aveva voluto fargli dire cose false contro la Lega. Ora sto aspettando quel caffè che Bossi mi aveva promesso come premio.
Ora l'incubo è finito. Siamo vicini al Grande Ritorno. E io mi domando perché non posso esserci quel giorno per rivivere le stesse sensazioni di timore per aver sbagliato qualcosa, o di soddisfazione e gioia per aver fatto ogni cosa perbene, come giustamente egli esigeva ed esige sempre da tutti. Ma non voglio che la nostalgia prenda il sopravvento. E dunque, dopo aver tributato la mia riconoscenza e gratitudine a Umberto Bossi, devo dire un grazie affettuoso anche a tutti Voi, cari lettori e care lettrici. Un grazie all'Editoriale Nord che mi ha consentito di vivere questa bella esperienza, all'on. Stefani, al sen. Calderoli, all'on. Giorgetti - che in questi tre mesi è stato il punto di riferimento leale e corretto, come nel suo stile, che ha seguito il giornale e il nostro lavoro -, a Piero Reina, a Roberto Brusadelli e alla mia squadra di giornalisti veri, all'instancabile e prezioso Ambrogio Mattavelli e al personale che egli guida in tipografia. Un grazie a chi mi ha aiutato e ha faticato con me, alle ragazze della Segreteria, agli impiegati dell'Amministrazione, a tutti i collaboratori ad a ogni livello. Loro amano, come lo amo io, questo giornale. Lo hanno dimostrato ogni giorno. E io, noi, gliene siamo grati. Ho un solo rammarico: non essere riuscito a preparare in tempo quel libro cui Bossi tiene tanto, "La Storia della Padania" che raccoglie tutti gli articoli usciti nelle pagine culturali del nostro giornale. Non ce l'ho fatta, ma è un lavoro che va concluso, presto e bene. Un caro, affettuoso e sincero augurio al senatore Giuseppe Leoni, che sale in plancia e che non ha bisogno di presentazioni né credenziali, poiché tutti sapete quanto egli sia importante per la Lega, fin dalle origini. Spero che un giorno mi chiami e mi faccia rientrare in quello che da domani non sarà più il mio ufficio, per farmi assistere da lì, in diretta, al Grande Ritorno.
Grazie Lega. Questo non è un addio, ma un arrivederci. Ci vediamo domenica a Pontida, sentiremo ancora una volta battere forte il nostro cuore per l'emozione, sempre nel nome di Umberto Bossi. Che, statene certi, farà una delle sue grandi sorprese. E ci ripeterà la "regola per vin cere" e la necessità di essere sempre "Tutti per uno, uno per tutti".
Gigi Moncalvo
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Il commiato ai lettori
[Data pubblicazione: 30/05/2004]




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