Mancuso, addio al vetriolo
"Interessi privati in politica"




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ROMA - I principali accusati sono Pera, Letta e Previti. Ma ce n'è per tutti, compreso Sivlio Berlusconi. La lettera con cui Filippo Mancuso ha spiegato le ragione del suo addio a Forza Italia è un vero e proprio atto di accusa verso il suo ex partito e verso i metodi con cui Berlusconi e i suoi conducono la politica. La decisione era nota, scaturita dalla decisione del centrodestra di eleggere a giudice della Corte costituzionale Romano Vaccarella, dopo l'accantonamento della candidatura dello stesso Mancuso. Al momento dell'elezione di Vaccarella, Mancuso aveva avuto un lungo sfogo in Parlamento, aveva dato del "bandito" a Previti, aveva parlato di un Berlusconi "bugiardo e traditore". Adesso, nella lettera spedita ai colleghi per motivare le sue dimissioni dal gruppo, precisa le accuse e rincara la dose.

L'addio, scrive Mancuso, è stato motivato dalla impossibilità di "pagare un troppo alto prezzo di dignità personale e di coerenza politica, imposto dall'attuale disequilibrio nei rapporti interni al gruppo parlamentare e in quello con il governo. Cioè - spiega - nella impossibilità di continuare ad integrarsi nel gruppo, dominato indirettamente ma costantemente dalla spregiudicatezza del trio Pera, Letta, Previti, assolutamente arbitraria. E, inoltre, più o meno liberamente sostenuto dall'onorevole Berlusconi, a sua volta troppo attratto o troppo distratto dalla molteplicità delle proprie situazioni".

Poi l'ex ministro entra nel dettaglio, parlando di interessi personali che dettano le scelte di politica giudiziaria, di scelte incomprensibili per i ministri, di gestione verticistica dei gruppi parlamentari: "Il 'red rationem', ingeneroso e controproducente, verso figure già logorate in proprio - scrive Mancuso - opzioni personali, gestionali, amministrative colpevolmente infelici (per tutte: la conferma del generale Siracusa a comandante dei Carabinieri e del dottor De Gennaro a capo della Polizia, veri e propri tradimenti verso la storia e gli impegni del movimento), la gestione delle materie giudiziarie (spesso surclassata, nel merito e nel metodo da interessi personali), la mortificazione di gruppi parlamentari di alto livello (vedasi l'affollamento di un governo politico con troppi 'tecnici' spesso soltanto supposti), la gestione soggettivamente ed oggettivamente inadeguata del fondamentale gruppo alla Camera (niente rispetto, niente dibattito e niente colloquio vero)".

"Insomma - insiste Mancuso - si è venuto a stabilizzare uno stato di cose eticamente e politicamente insostenibile per il senso di sopportazione della persona che la scrive: culminato poi in un capolavoro inarrivabile. Cioè la elezione a giudice costituzionale, apparentemente improvvisa ma in realtà preparata (ebbe ragione, dunque il senatore Cossiga al riguardo) con l'intrigo, di uno dei tanti legali al servizio delle imprese private dello stesso onorevole Berlusconi, 'offerto' - ancora una volta - dallo studio Previti, suo collaborante professionale in molti lavori. E questo mediante un patto di convenienza fra Berlusconi, Letta, Previti, Violante e Castagnetti, chi è più spregiudicato non si potrebbe immaginare. E, così mentre il centrosinistra continua ad infamare uomini cose e governi di Forza Italia, in particolare, facendo dello studio Previti, il nemico numero uno della legalità in Italia e nel mondo, ecco che lo stesso centrosinistra compiace lo studio Previti attraverso addirittura una nomina di cotanto livello".

La lettera di Mancuso si conclude evocando anche un episodio finale, "tipico - afferma - dei regimi dispotici verso i dissidenti: cioè la menzogna fatta circolare ad arte secondo la quale, durante detta elezione, il dimissionario onorevole Mancuso avrebbe tentata una diversione nepotistica. Falsità totale e documentata naturalmente però di origine e di paternità ben individuate".