dal quotidiano di Via Solferino
" Corriere della Sera del 03/06/2004
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Un giorno a Bruxelles: la commissione, l'ambasciatore Usa e il premier russo, i volontari
Prodi: ho unito guelfi e ghibellini
Il Presidente Ue: «La lista unica? Dopo 10 secoli è ora di porre fine alla divisione laici-cattolici
Aldo Cazzullo
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BRUXELLES - Romano Prodi è chino su certe carte, nel suo studio al dodicesimo piano di Palais Breydel. In poco più di tre giorni, tanto durerà la sorta di campagna elettorale che comincia oggi, girerà sei regioni, pronuncerà una decina di interventi; ci saranno testi da limare, dichiarazioni da preparare. «Proprio no. Lavoro alla direttiva per i ricambi delle auto. Mi aspettano i manager delle aziende automobilistiche europee per discuterne. È un problema, perché in alcuni paesi i paraurti e gli specchietti si vendono liberamente, in altri non è ancora possibile. Lavoriamo perché aziende e automobilisti si incontrino meglio».
Si è appena chiusa la seduta settimanale della Commissione europea. «Ne ho persa una in cinque anni, perché ero in Cina. Perderò la prossima, perché sarò al G-8. È il record di presenze nella storia della Commissione». Sarà una strana campagna, fugace e soprattutto europea. «Si è fatta molta retorica sulla burocrazia di Bruxelles. Qui invece si affrontano le cose che riguardano la vita della gente. Legga l'agenda di oggi». Direttive e seminari sui pedaggi autostradali, sull'assicurazione malattia per chi deve farsi curare all'estero, sulle energie rinnovabili, per la sicurezza dei pedoni, sul blocco domenicale dei Tir, sui gas di scarico. E sulla visita di Bush, certo.
I segnali da Roma ricordano a Prodi l'allarmismo che accompagnò un anno e mezzo fa il Social Forum di Firenze. «Allora non accadde nulla, credo proprio che andrà così anche oggi». A pranzo lo attendono il corrispondente del Wall Street Journal e l'ambasciatore americano presso l'Ue Schnabel («alla Maison du Cygne, l'osteria dove Marx scrisse il manifesto del partito comunista; un bel contrappasso...»), cui consegnerà la lettera di benvenuto per Bush. Prodi respinge le critiche dall'Italia - aver fatto propria la posizione di Bertinotti, essersi avvicinato pericolosamente ai no global -. «Io non mi sono spostato di un centimetro. Basta andare a rileggersi le cose che dissi prima e subito dopo la guerra: la vittoria delle armi non è sufficiente, l'intervento in Iraq destabilizza il Medio Oriente; la questione centrale non è mandare o ritirare truppe, è recuperare il percorso della pace, il ruolo delle Nazioni Unite, le ragioni della convivenza, del vicinato». «Politica di vicinato» è il nome tecnico della dottrina Ue elaborata dalla presidenza Prodi: costruire un anello di paesi amici dalla Russia al Marocco, dialogare con il Sud del mondo. Più tardi c'è un incontro con i volontari impegnati nell'assistenza ai poveri; l'altro giorno era qui il presidente del Mozambico. La media delle visite di Stato è di due al giorno. «Chi vedo poco sono gli italiani. Quelle sulle auto e sui telefoni sono le uniche riunioni economiche cui partecipano manager italiani. Oggi sarà la prima volta senza Morchio, e la cosa mi preoccupa un po'. Ha lavorato bene. Attendo che anche il prossimo riesca a rimanere al tavolo dei grandi produttori di automobili».
Vista da Bruxelles, l'Italia appare a Prodi un'anomalia in Europa. «Sempre più». Di questo parlerà, oggi in Veneto, domani a Sassuolo e in Piemonte, sabato in Sardegna e a Genova, domenica mattina in Puglia. Evitando polemiche personali con Berlusconi, neanche per rispondere agli attacchi. Indicando la necessità di un «progetto collettivo», «l'esigenza di lavorare insieme per il bene comune», in contrasto con «l'ostentazione della ricchezza», l'ossessione per «gli interessi personali». La critica sarà concentrata sulla politica europea del governo, su quello che Prodi definisce «l'allontanamento dai filoni consueti dell'integrazione europea». Gli esempi che indica sono molti: la costruzione dell'Ue, la politica estera, la politica economica, con l'aumento del deficit. Ma quel che l'ha colpito di più è «vedere i leader, sui cartelloni elettorali e in tv, parlare di lire anziché di euro». La campagna che lega l'aumento dei prezzi alla moneta unica appare a Prodi «incomprensibile e fuori luogo, visto che dal 1° gennaio 2002 sono passati due anni e mezzo, e che negli altri paesi non se ne parla affatto». Meglio guardare avanti, come ripeterà a Venezia e a Cuneo, a Cagliari e a Foggia: «L'allargamento a Est è una conquista ma anche una sfida. Entrano in Europa paesi con molti giovani, bassi salari e alta scolarizzazione. Se continuiamo a trascurare la ricerca e a non investire nella formazione rischiamo di restare indietro. Invece c'è da correre come gatti. Parlerò di risorse umane. Innovazione. E poi scuola, scuola, scuola».
L'esperimento della lista unica, sostiene Prodi, non segna una discontinuità prosegue un percorso interrotto. «Non c'è una virgola in più rispetto al '95 - mormora sull'auto che lo porta alla Grande Place, sotto il diluvio -. È il grande disegno dell'Ulivo che va avanti, per dare stabilità al paese». Nulla di inedito, e nel contempo, nell'orizzonte di Prodi, una novità di portata storica: «Dopo dieci secoli si dovrà pur porre fine alla disputa tra guelfi e ghibellini, e alla sua variante novecentesca tra cattolici e laici. La gente si mette insieme per il futuro e non per il passato. Non per le radici, ma per i frutti. Conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti. Accade ora in Italia, spero accadrà anche in Europa, dov'è tempo che gli euroentusiasti e gli euroscettici militino in partiti diversi». Nei prossimi quattro giorni, prima di partire per gli Stati Uniti, vedrà capilista e segretari, a Mestre lo attende Enrico Letta, a Verona Fassino, a Sassuolo Rutelli, ad Alessandria Bersani. Ovunque, l'uomo del pullman del '96, Santagata, e Gad Lerner. A Bari, D'Alema. «Il rapporto è oggi forte» assicura Prodi, è stato ricucito con pazienza, prima dai rispettivi ambasciatori poi dall'incontro romano in cui ha preso forma la lista unica. «La storia ha dato ragione alla necessità di trovarci insieme» dice il professore. Che affronta il rischio di trovarsi troppo presto con un piede in campo, da leader distante, da candidato ombra. «Non candidarsi è stata una scelta doverosa. È una questione etica di primaria importanza mettere in lista solo chi, se eletto, andrà al Parlamento europeo. Ho sofferto per quattro anni nel vedere i banchi dei parlamentari italiani vuoti, non volevo essere complice di un altro misfatto. Mi accadeva di chiedere: come hanno votato gli italiani? Mi rispondevano: quali italiani?, non c'era quasi nessuno».
Il pranzo riesce bene, si discute di Bush e Kerry, di rapporti tra Europa e America che secondo Prodi «sono tesi ma anche, fortunatamente, con una grande volontà di accordo». L'ambasciatore Usa chiede il significato dell'invito a esporre la bandiera arcobaleno il 4 giugno a Roma. «Un segnale di pace, il modo di indicare una direzione» è la risposta. In questi mesi il presidente della Commissione ha elaborato la critica al «pensiero unico» che aveva avanzato nei giorni del Social Forum. «Sono venuti altri segni della crisi del vecchio mondo, della fine degli Anni '80 e '90 e delle certezze sul mercato, l'impresa, la Borsa. Ci sono aspetti negativi, la guerra, l'involuzione degli Stati Uniti, che quando tardano mesi o anni a rilasciare visti agli studenti stranieri sembrano rinnegare persino alcuni capisaldi come la libertà e l'accoglienza. Ci sono aspetti positivi: la discussione si è articolata. C'è chi dà la colpa ai cinesi per le difficoltà delle economie nazionali, ma i cinesi ci sono per tutti, e possono essere un'opportunità, come gli indiani, come i russi». Telefona il premier russo Khristenko. Arriva una notizia urgente della France Press sul telefonino: 12 morti in Iraq. «Ma oggi la preoccupazione più grande è l'Arabia Saudita, il paese in teoria più stabile e in pratica più fragile della regione. Un regno dalle deboli radici sociali, in cui tutto è controllato e nulla è sotto controllo».
Segue intervista con l'inviato dell'Asahi Shimbun. Numeri di ogni sorta, tranne i sondaggi. I prudenti come Lerner dicono 32,5%, gli ottimisti come Parisi 35. Sarebbe la prima volta dai tempi della Dc (amministrative '90) che un partito conquista un terzo dei voti. Se invece andasse male, tutto tornerebbe in discussione. Un'opportunità, ma anche un rischio. Si vedrà se guelfi e ghibellini, postdemocristiani ed ex comunisti hanno davvero smesso di litigare. «Dopo il voto ne discuteremo, cercheremo di andare avanti senza accelerare troppo. Io non ho mai proposto un partito unico. Ma neanche si può pensare di tornare a dividerci. E ora mi scusi, c'è un seminario sulla questione di Gibilterra». Resta sulla scrivania, tra le carte di giornata, un testo datato 1979. È l'intervento alla Bbc del suo predecessore Roy Jenkins, in cui l'allora presidente della Commissione annuncia il progetto di un partito riformista che, fondato l'anno dopo, si chiamerà liberaldemocratico. "
Saluti liberali![]()
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