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Discussione: Bombe ad...

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    Predefinito Bombe ad...

    ...orologieria

    Tic tac: è la giustizia, bellezza

    Palermo. Accadde dopodomani, lunedì sette giugno, a cinque giorni dal voto per le europee.
    Il pubblico ministero Antonio Ingroia, al termine della sua requisitoria, ha chiesto ai giudici del Tribunale di condannare Marcello Dell’Utri a dieci anni di carcere.
    Il senatore di Forza Italia, sotto processo dal 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa, è rimasto di ghiaccio.
    “E’ una follia”, ha detto. “Non resta che sperare nella saggezza della Corte”.
    Dello stesso tono i commenti dei difensori: “L’accusa ha prodotto tante chiacchiere ma nessuna prova, ma noi siamo in grado di dimostrare l’innocenza del nostro assistito”.
    La sentenza è prevista per l’autunno prossimo.
    Quando il pm ha formulato le sue richieste, a palazzo di giustizia c’era la folla chiassosa delle grandi occasioni.
    Tanto che il presidente, Leonardo Guarnotta, ha dovuto richiamare più volte giornalisti e cineoperatori a una maggiore compostezza.
    Che i due pm seguissero la linea dura – a Ingroia si è affiancato,
    per tutti questi anni, Domenico Gozzo- si era capito fin dal novembre dell’anno scorso, quando, nell’aula del dibattimento, si è materializzato il fantasma di Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia che, dopo avere indagato per sette anni su Dell’Utri, è finito in carcere perché sorpreso a traccheggiare con un boss della sanità. Dell’Utri, come si ricorderà, ha chiesto che i pm ammettessero quantomeno l’anomalia di avere affidato indagini per mafia a un sottufficiale accusato di complicità con la mafia (“un traditore”, lo ha definito il procuratore Pietro Grasso).
    Ma Ingroia e Gozzo non hanno sentito ragioni e hanno fatto chiaramente intendere che niente avrebbe mai fermato la loro corsa verso la richiesta di una condanna pesante, pesantissima. Cosa che è puntualmente avvenuta, oggi, 7 giugno.
    Ingroia e Gozzo hanno detto e ridetto di avere “prodotto davanti al tribunale testimonianze convergenti e prove schiaccianti”.
    Ma i difensori di Dell’Utri sostengono di trovarsi di fronte a un processo col doppio fondo.
    Anzi, triplo. Perché dietro Dell’Utri c’è un “coimputato di pietra” che risponde al nome di Silvio Berlusconi.
    E c’è un imputato (ora rinnegato) che risponde al nome di Pippo Ciuro, il maresciallo che vendeva l’antimafia ai sospettati di mafia.
    Ma andiamo a vedere i dettagli.

    Le prove dei pm, i sogni dei boss
    Sette anni, sono sette anni: si cominciò il 5 novembre del 1997.
    Si sapeva che sarebbe durato a lungo, il processo, ma non tanto a
    lungo. Oggi, a parte i pm, i giudici, gli avvocati e qualche raro giornalista particolarmente attento, quasi nessuno sa bene quali
    siano gli elementi che hanno trascinato sul banco degli imputati il senatore Dell’Utri Marcello e il suo invisibile e dimenticato coimputato, quel Cinà Antonino che, da titolare di una lavanderia di via Isidoro Carini, Palermo, si sarebbe trasformato in
    “ambasciatore”, ufficiale di collegamento, portaordini, emissario, trait d’union tra Cosa nostra e Milano, tra Totò Riina e Berlusconi, sempre con i buoni uffici di Dell’Utri.
    Una carriera all’ombra della mafia, quella del manager
    di Publitalia.
    Addosso a Dell’Utri i pentiti hanno ritagliato il ruolo di intermediario tra Arcore e Santa Maria di Gesù – regno di Stefano Bontade, detto “il principino”- e tra Arcore e Corleone, regno del sanguinario Totò Riina, detto “u curtu”.
    Le tappe più importanti della sua vita e della sua frequentazione di Milano sono state incentrate sulla fondamentale figura di uno stalliere, Vittorio Mangano, uomo che, secondo la ricostruzione dell’accusa, nella creazione dell’impero economico di Berlusconi avrebbe avuto un ruolo e una dignità quasi pari a quelle di Fedele Confalonieri e Adriano Galliani.
    Mangano andava a Milano per “proteggere” Berlusconi e intanto organizzava attentati intimidatori ed estorsioni.
    E Dell’Utri sempre lì a ricucire, a mediare tra la mafia e l’amico Silvio, che continuava a utilizzarlo come “ambasciatore” con Cosa nostra.
    Accuse difficili da dimostrare ma anche da seguire nell’evoluzione logica: all’inizio degli anni 90 sarebbe sempre Dell’Utri a trattare con i boss catanesi per gli attentati alla Standa e poi ad estorcere personalmente denaro a un imprenditore trapanese, Vincenzo Garraffa –oggi candidato alle Europee nel Triciclo – e infine a mettere su, nel 1994, Forza Italia il cui impegno principale sarebbe stato quello di realizzare i sogni di Totò Riina: abolizione dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni ai mafiosi… Sogni mai realizzati, ma pazienza.

    Il coimputato di pietra.
    Di fronte alle dichiarazioni dei pm, che parlano di un voto mafioso compatto, per Forza Italia, nel 1994, Sandro Bondi, coordinatore nazionale del partito azzurro reagisce indignato: “I teoremi e le idee politiche di un magistrato pretendono di scrivere la storia del nostro paese”.
    Ma Ingroia è persona perbene, fa il suo lavoro e ripete –mettendole insieme e legandole con un filo logico – le dichiarazioni dei pentiti, che in questi anni hanno fatto a gara, da Totò Cancemi in poi, a chi la sparava più grossa sul Cav.
    E qui si arriva al busillis di Berlusconi Silvio. Un uomo che, in corso di processo (sette anni sono sette anni) è tornato a fare il presidente del Consiglio.
    Il coimputato di pietra, lo ha definito Dell’Utri.
    La procura, invece, sorprendentemente, sin dall’inizio della requisitoria, ha deciso di separare la sua posizione – peraltro oggetto di indagini per anni – da quella dell’imputato.
    Certo, hanno detto Gozzo e Ingroia, se Berlusconi ci avesse risposto, anziché avvalersi della facoltà di tacere, avrebbe chiarito tante cose…
    Però, afferma poi Ingroia in aula, “il coinvolgimento di Marcello Dell’Utri nell’organizzazione mafiosa prescinde dalla consapevolezza di Silvio Berlusconi.
    A lui erano rivolti gli avvertimenti e il senatore è sempre stato un tramite, l’uomo che si è adoperato affinché Cosa nostra ottenesse i risultati voluti”.

    L’imputato rinnegato.
    Ciuro chi?, ti chiedono straniti assistenti, cancellieri e personale
    di polizia distaccato in procura.
    Entri nella stanza del pubblico ministero Antonio Ingroia e ti accorgi che sono stati rimossi tutti i segni del suo passaggio. Ciuro fu utilizzato per oltre sei anni, e a tempo pieno, nelle indagini su Dell’Utri e Berlusconi. Ma subito dopo il suo arresto, i due pm hanno sostenuto che il maresciallo aveva svolto sì
    e no un ruolo marginale, forse inutile, praticamente insignificante. Ma l’ombra di Ciuro- che per sei anni ha vissuto nella stessa stanza, con Ingroia e Gozzo – è difficile da allontanare e la prova sta nel fatto che il maresciallo ha chiesto proprio l’altro ieri (anche il suo processo costa, eccome) il rimborso delle spese sostenute fra il 1996 e il 2003 per portare a termine quasi duecento missioni finalizzate alla ricostruzione delle vicende Fininvest.
    Dell’Utri non si è lasciato sfuggire l’occasione e dopo l’arresto del maresciallo ha scritto una lettera aperta a Ingroia per invitarlo pubblicamente ad astenersi dal processo.
    Consiglio che il pm non ha accolto.
    Perché mai avrebbe dovuto?, ha replicato in aula, durante la requisitoria, il pm Gozzo, parlando a nome di Ingroia.
    Ma le accuse mosse a Ciuro non sono cosette davanti alle quali si può chiudere un occhio.
    Le intercettazioni telefoniche starebbero lì a dimostrare che il maresciallo sfruttava la propria condizione di detective al servizio esclusivo dei “puri e ciuri” – così venivano chiamati a palazzo di giustizia i due suoi pm – per passare informazioni riservate a Michele Aiello, un imprenditore fin troppo preoccupato di finire sotto scopa per mafia.
    Dell’Utri chiedeva che per questi motivi – PQM, scrivono i magistrati quando tirano le conclusioni – i suoi accusatori ammettessero la strana commistione tra mafia e antimafia e facessero poco poco un passettino indietro.
    Gli hanno risposto che la legge è uguale per tutti ma, per i pm è poco poco più uguale.
    Ci voleva tanto a capirlo?


    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: Bombe ad...

    In origine postato da mustang
    ...orologieria

    Tic tac: è la giustizia, bellezza

    Palermo. Accadde dopodomani, lunedì sette giugno, a cinque giorni dal voto per le europee.
    Il pubblico ministero Antonio Ingroia, al termine della sua requisitoria, ha chiesto ai giudici del Tribunale di condannare Marcello Dell’Utri a dieci anni di carcere.
    Il senatore di Forza Italia, sotto processo dal 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa, è rimasto di ghiaccio.
    “E’ una follia”, ha detto. “Non resta che sperare nella saggezza della Corte”.
    Dello stesso tono i commenti dei difensori: “L’accusa ha prodotto tante chiacchiere ma nessuna prova, ma noi siamo in grado di dimostrare l’innocenza del nostro assistito”.
    La sentenza è prevista per l’autunno prossimo.
    Quando il pm ha formulato le sue richieste, a palazzo di giustizia c’era la folla chiassosa delle grandi occasioni.
    Tanto che il presidente, Leonardo Guarnotta, ha dovuto richiamare più volte giornalisti e cineoperatori a una maggiore compostezza.
    Che i due pm seguissero la linea dura – a Ingroia si è affiancato,
    per tutti questi anni, Domenico Gozzo- si era capito fin dal novembre dell’anno scorso, quando, nell’aula del dibattimento, si è materializzato il fantasma di Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia che, dopo avere indagato per sette anni su Dell’Utri, è finito in carcere perché sorpreso a traccheggiare con un boss della sanità. Dell’Utri, come si ricorderà, ha chiesto che i pm ammettessero quantomeno l’anomalia di avere affidato indagini per mafia a un sottufficiale accusato di complicità con la mafia (“un traditore”, lo ha definito il procuratore Pietro Grasso).
    Ma Ingroia e Gozzo non hanno sentito ragioni e hanno fatto chiaramente intendere che niente avrebbe mai fermato la loro corsa verso la richiesta di una condanna pesante, pesantissima. Cosa che è puntualmente avvenuta, oggi, 7 giugno.
    Ingroia e Gozzo hanno detto e ridetto di avere “prodotto davanti al tribunale testimonianze convergenti e prove schiaccianti”.
    Ma i difensori di Dell’Utri sostengono di trovarsi di fronte a un processo col doppio fondo.
    Anzi, triplo. Perché dietro Dell’Utri c’è un “coimputato di pietra” che risponde al nome di Silvio Berlusconi.
    E c’è un imputato (ora rinnegato) che risponde al nome di Pippo Ciuro, il maresciallo che vendeva l’antimafia ai sospettati di mafia.
    Ma andiamo a vedere i dettagli.

    Le prove dei pm, i sogni dei boss
    Sette anni, sono sette anni: si cominciò il 5 novembre del 1997.
    Si sapeva che sarebbe durato a lungo, il processo, ma non tanto a
    lungo. Oggi, a parte i pm, i giudici, gli avvocati e qualche raro giornalista particolarmente attento, quasi nessuno sa bene quali
    siano gli elementi che hanno trascinato sul banco degli imputati il senatore Dell’Utri Marcello e il suo invisibile e dimenticato coimputato, quel Cinà Antonino che, da titolare di una lavanderia di via Isidoro Carini, Palermo, si sarebbe trasformato in
    “ambasciatore”, ufficiale di collegamento, portaordini, emissario, trait d’union tra Cosa nostra e Milano, tra Totò Riina e Berlusconi, sempre con i buoni uffici di Dell’Utri.
    Una carriera all’ombra della mafia, quella del manager
    di Publitalia.
    Addosso a Dell’Utri i pentiti hanno ritagliato il ruolo di intermediario tra Arcore e Santa Maria di Gesù – regno di Stefano Bontade, detto “il principino”- e tra Arcore e Corleone, regno del sanguinario Totò Riina, detto “u curtu”.
    Le tappe più importanti della sua vita e della sua frequentazione di Milano sono state incentrate sulla fondamentale figura di uno stalliere, Vittorio Mangano, uomo che, secondo la ricostruzione dell’accusa, nella creazione dell’impero economico di Berlusconi avrebbe avuto un ruolo e una dignità quasi pari a quelle di Fedele Confalonieri e Adriano Galliani.
    Mangano andava a Milano per “proteggere” Berlusconi e intanto organizzava attentati intimidatori ed estorsioni.
    E Dell’Utri sempre lì a ricucire, a mediare tra la mafia e l’amico Silvio, che continuava a utilizzarlo come “ambasciatore” con Cosa nostra.
    Accuse difficili da dimostrare ma anche da seguire nell’evoluzione logica: all’inizio degli anni 90 sarebbe sempre Dell’Utri a trattare con i boss catanesi per gli attentati alla Standa e poi ad estorcere personalmente denaro a un imprenditore trapanese, Vincenzo Garraffa –oggi candidato alle Europee nel Triciclo – e infine a mettere su, nel 1994, Forza Italia il cui impegno principale sarebbe stato quello di realizzare i sogni di Totò Riina: abolizione dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni ai mafiosi… Sogni mai realizzati, ma pazienza.

    Il coimputato di pietra.
    Di fronte alle dichiarazioni dei pm, che parlano di un voto mafioso compatto, per Forza Italia, nel 1994, Sandro Bondi, coordinatore nazionale del partito azzurro reagisce indignato: “I teoremi e le idee politiche di un magistrato pretendono di scrivere la storia del nostro paese”.
    Ma Ingroia è persona perbene, fa il suo lavoro e ripete –mettendole insieme e legandole con un filo logico – le dichiarazioni dei pentiti, che in questi anni hanno fatto a gara, da Totò Cancemi in poi, a chi la sparava più grossa sul Cav.
    E qui si arriva al busillis di Berlusconi Silvio. Un uomo che, in corso di processo (sette anni sono sette anni) è tornato a fare il presidente del Consiglio.
    Il coimputato di pietra, lo ha definito Dell’Utri.
    La procura, invece, sorprendentemente, sin dall’inizio della requisitoria, ha deciso di separare la sua posizione – peraltro oggetto di indagini per anni – da quella dell’imputato.
    Certo, hanno detto Gozzo e Ingroia, se Berlusconi ci avesse risposto, anziché avvalersi della facoltà di tacere, avrebbe chiarito tante cose…
    Però, afferma poi Ingroia in aula, “il coinvolgimento di Marcello Dell’Utri nell’organizzazione mafiosa prescinde dalla consapevolezza di Silvio Berlusconi.
    A lui erano rivolti gli avvertimenti e il senatore è sempre stato un tramite, l’uomo che si è adoperato affinché Cosa nostra ottenesse i risultati voluti”.

    L’imputato rinnegato.
    Ciuro chi?, ti chiedono straniti assistenti, cancellieri e personale
    di polizia distaccato in procura.
    Entri nella stanza del pubblico ministero Antonio Ingroia e ti accorgi che sono stati rimossi tutti i segni del suo passaggio. Ciuro fu utilizzato per oltre sei anni, e a tempo pieno, nelle indagini su Dell’Utri e Berlusconi. Ma subito dopo il suo arresto, i due pm hanno sostenuto che il maresciallo aveva svolto sì
    e no un ruolo marginale, forse inutile, praticamente insignificante. Ma l’ombra di Ciuro- che per sei anni ha vissuto nella stessa stanza, con Ingroia e Gozzo – è difficile da allontanare e la prova sta nel fatto che il maresciallo ha chiesto proprio l’altro ieri (anche il suo processo costa, eccome) il rimborso delle spese sostenute fra il 1996 e il 2003 per portare a termine quasi duecento missioni finalizzate alla ricostruzione delle vicende Fininvest.
    Dell’Utri non si è lasciato sfuggire l’occasione e dopo l’arresto del maresciallo ha scritto una lettera aperta a Ingroia per invitarlo pubblicamente ad astenersi dal processo.
    Consiglio che il pm non ha accolto.
    Perché mai avrebbe dovuto?, ha replicato in aula, durante la requisitoria, il pm Gozzo, parlando a nome di Ingroia.
    Ma le accuse mosse a Ciuro non sono cosette davanti alle quali si può chiudere un occhio.
    Le intercettazioni telefoniche starebbero lì a dimostrare che il maresciallo sfruttava la propria condizione di detective al servizio esclusivo dei “puri e ciuri” – così venivano chiamati a palazzo di giustizia i due suoi pm – per passare informazioni riservate a Michele Aiello, un imprenditore fin troppo preoccupato di finire sotto scopa per mafia.
    Dell’Utri chiedeva che per questi motivi – PQM, scrivono i magistrati quando tirano le conclusioni – i suoi accusatori ammettessero la strana commistione tra mafia e antimafia e facessero poco poco un passettino indietro.
    Gli hanno risposto che la legge è uguale per tutti ma, per i pm è poco poco più uguale.
    Ci voleva tanto a capirlo?


    saluti

    Come un orologio svizzero di gran marca.....

    Saluti liberali

  3. #3
    memoria storica di PoL
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    07 Mar 2002
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    Talking ... segnalazione quanto mai... 'doverosa'...

    caro il mio bel ragioniere
    premesso che tutti sappiamo e ti riconosciamo l'impegno e il fervore da te messo nelle discussioni di PoL, forse può essere che tale impegno e fervore ti abbiano fatto perdere di vista alcune 'raccomandazioni' che l'amministrazione del sito ha rivolto di recente ai forumisti a proposito del cattivo uso dell'opzione quote...

    Dal momento che non sarebbe propriamente meritorio che un 'moderatore' [anzi il più stimato e considerato di tutti i moderatori di PoL... ...] contravvenga alle 'raccomandazioni' dell'amministratore penso di far cosa gradita al nostro insindacabile ragioniere rendendolo edotto in materia...

    http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=94677

    saluti semplicemente cordiali!...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 

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