La questione per me è più semplice: non ha senso porre un'etichetta chiamata "sapere" e chiedersi successivamente cosa si debba metterci dentro. "Sapere" è semplicemente quello che fino agli eleati e a Platone (quindi alla duplicazione del reale) era "sapere", la capacità di incasellare il particolare nell'universale, "particolare" che si trova nell'esperienza", "universale" che ha i suoi generi primi "a priori" nella mente umana e che poi si completa coll'esperienza.In origine postato da Thomas Aquinas
Beh l'asserzione giuridica "oltre ogni ragionevole dubbio", americana mi pare, non ha senso.
La dimostrazione può avere un alto grado di possibile veridicità, ma mai di certezza assoluta, piena, completa; ciò non vuol dire che sia da scartare.
Vedi: la comprensibilità del reale è già un buon punto di partenza,
però forse questo è un arbitrio iniziale sul quale si costituiscono vaquità![]()
La cosiddetta "filosofia" invece pretenderebbe una qualche conoscenza trascendente (forse una "reminescenza" platonica?) astratta dalla realtà, e senza nessun margine di verificabilità. Lo so bene perché per un certo periodo di "torpore" e frustrante incapacità di inquadrare la realtà in questi schemi, in parte ne sono stato "contagiato" anch'io.




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