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Discussione: Maria Carta

  1. #1
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    Predefinito Maria Carta

    In cutus dis m'est bennia gana de circai in su web informaduras apitz'e s'usinnyolu de Sardinnya, pongu inoi in custa missada calincuna cosa.



    Maria Carta



    Maria Carta è nata nel Logudoro, a Siligo (Sassari) il 24 giugno 1934, da una famiglia di lavoratori. Ha passato l’infanzia, come ogni bambino della sua condizione, aiutando nel lavoro la famiglia, ma anche prestando attenzione vivacissima alle tradizioni della sua gente. Fin da bambina quindi ha appreso, insieme con le fatiche e la durezza dell’esistenza, la cultura ed i canti della sua terra, che ha cominciato a produrre nell’ambito della tradizione più attenta e severa, controllata dai vecchi, depositari di secolari, se non millenarie melodie.

    Maria Carta univa ad un temperamento forte una sensibilità profonda e delle particolari capacità vocali: doti che hanno fatto di lei un ‘autentica artista. Il passaggio da riproduttrice dei canti tradizionali ad interprete finissima è stata una tappa obbligata del suo itinerario artistico che l’ha spinta ad allargare il settore delle ricerche direttamente sul campo, anche nelle regioni della Sardegna limitrofe a quella in cui è nata e dove ha passato l’infanzia (Barbagia, Gallura, Campidano), raccogliendo una grande quantità di canti-alcuni dei quali sarebbero altrimenti andati perduti che sono entrati a far parte del suo repertorio. È proprio sul metodo di raccolta dei canti che è stata incaricata di tenere un corso come professore a contatto presso l’Università di Bologna nell’anno accademico 1990/1991. L’esigenza di un’elaborazione filologica e musicologica dei materiali apparve imprescindibile all’artista, che ne ha curato l’approccio metodologico presso il Centro Studi di Musica popolare dell’accademia di Santa Cecilia in Roma.

    In Maria Carta si sintetizzavano quindi due momenti particolari:

    il canto di memoria, cioè l’autentica tradizione antica vissuta in prima persona e l’interpretazione mediata dall’acuta sensibilità dell’artista che, attraverso una voce profonda, dal timbro di contralto, prevalentemente drammatica, carica di vibrazioni e di elementi espressivi era capace di attirare fortemente l’attenzione del pubblico e trasmettergli le sue emozioni.


  2. #2
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    Queste due anime presenti insieme in Maria Carta hanno fatto di lei un elemento eccezionale, capace, pur nel rispetto della tradizione, di fornire sempre nuove interpretazioni. La sua esigenza non era solo quella di ridurre, ma ad ogni concerto era quella di ricreare. Ne nacque un patrimonio culturale nuovo ed antico allo stesso tempo, personalissimo, sottolineato dalle doti di musicalità tipiche della Carta ed alla sua emozione interna, vissuta, sofferta, come può derivare solo da un profondo sentire, e da una partecipazione in prima persona a quanto di volta in volta proponeva, dopo che i suoni e le parole erano diventati parte integrante di lei. Un altro aspetto della personalità artistica di Maria Carta è stata la sua attività di poetessa.

    Ha pubblicato il volume “Canto rituale”, Roma, Coines, 1975. Si tratta di una serie di componimenti su uomini e paesaggi della Sardegna, sulla sua civiltà, le sue contraddizioni, i suoi traumi, la sua disgregazione, le sue passioni. Il vigore delle espressioni, l’incisività del linguaggio, il lirismo delle immagini, la cultura profonda e matura che si nota attorno ad ogni fatto narrato, l’emozione che viene trasmessa al lettore posto di fronte a cose viste e misurate con l’occhio, a suoni fatti propri e riprodotti con la mediazione della sensibilità del poeta, sono le caratteristiche di questo libro, che raccoglie un centinaio di poesie autonome ma che è contemporaneamente un poema unitario. Fra Maria Carta cantante e Maria Carta poeta c’è stata una continuità culturale ed artistica che si è manifestata nell’esteriorizzarsi della tragicità: le poesie non concedono nulla ai lati piacevoli della vita, è solo la disperazione – di tempi perduti di società dissolte di istituzioni e consuetudini sociali superate, di condizioni di vita inumane, di passioni inappagate, di uomini strappati alla loro terra- che ha fatto cantare il poeta e ha ispirato alla cantante espressioni artistiche e interpretative tutte personali che si rinnovano ogni volta e ogni volta erano dolorosamente patite.


  3. #3
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    Queste sue esperienze sono state apprezzate oltre che in Italia (manifestazioni promosse dal Teatro alla Scala di Milano nel 1991, concerti a Caracalla per il teatro dell’Opera di Roma nel 1992, anche in tutto il mondo dove ha portato i canti della sua terra: dal Festival di Avignone (1980) alla cattedrale di St. Patrick di New York (1987), dalla cattedrale di St. Mary di S. Francisco (1988), da Philadelfia all’America Latina, alla cattedrale cattolica di amburgo (1989): dal Giappone all’India all’Australia, dalla Basilica di San Severin all’Olimpya e al “Thèatre De La Villoe” di Parigi a Lyone ( tre stagioni teatrali 1986/1988). Ha portato i suoi canti anche nei paesi dell’Est esibendosi nelle sedi teatrali più prestigiose tra cui al teatro Bolshoj di Mosca ( 1975).

    Ha svolto anche attività cinematografica e teatrale recitando in “MEDEA” per la regia di Enriquez (1976) ne “Le memorie di Adriano” (1989/90) per la regia di Maurizio Scaparro e come protagonista nel ruolo di Santa Teresa d’Avila in “ A piedi nudi verso Dio” (1992) applicando quel rigore intellettuale che distingueva tutta la sua metodologia di lavoro.

    Non meno importante la sua attività cinematografica che la ha vista protagonista in grandi riproduzioni tra cui “GESU’ DI NAZARETH” DI Franco Zeffirelli, “IL PADRINO- II°” di Francis Ford Coppola, accanti a grandi nomi del cinema, “IL CAMORRISTA”, “DISAMISTADE” di G. Cabiddu, “ CADAVERI ECCELLENTI” Di Francesco Rosi, “IL PASTORE” di Pietro Nelli, “ IL REIETTO DELLE ISOLE” girato in India prodotto dalla Rai, e numerosi altri.

    Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga la nomina “Commendatore della repubblica”.

    Negli ultimi anni della sua vita Maria Carta è stata molto legata all’Università di Bologna dove ha svolto un ciclo di lezioni e dove ha seguito studenti che preparavano testi di laurea aventi per oggetto tematiche a lei consuete, fornendo loro preziose indicazioni che derivano dalla sua esperienza personale, umana di studio.

    Ha tenuto ilo suo ultimo concerto a Tolosa il 30 giugno 1994 per l’Università di Bologna oltre a numerosi altri concerti nell’Aula Magna di Santa Lucia tra i quali alcuni dedicati esclusivamente al Canto Gregoriano, dal 1990 al 1993.

    Accanto all’attività artistica, Maria Carta ha anche profuso un importante impegno civile, essendo stata eletta consigliere Comunale a Roma dal 1976 al 1981, conseguenza della forte componente morale che ha caratterizzato il suo impegno e la sua vita.

    I meriti di Maria Carta sono noti a tutto il popolo sardo anche perché ha contribuito a dare una nuova dignità alla lingua sarda,

    proponendola alla vasta platea nazionale ed internazionale, come strumento di confronto e di avvicinamento culturale e sociale.

    E’ stata una voce ed una bandiera dell’intera Sardegna; una voce importante e rassicurante per tutti i sardi ovunque nel mondo: una persona semplice e di valore che merita di essere ricordata per la sua esemplarità.



    Maria Carta è morta nella sua casa di Roma il 22 Settembre 1994, dopo aver affrontato con enorme coraggio, e con serena rassegnazione il male che la colpì alcuni anni fa.

    Numerose manifestazioni sono in progetto nella sua terra e nel suo paese natale, dove riposa, per ricordarne degnamente la figura; una donna Sarda fiera e coraggiosa, che tanto ha dato ai sardi, alla Sardegna, al canto ed alle radici popolari ovunque nel mondo.



    [custas informaduras doi funt in-d'unu jassu de Siligo: http://spazioinwind.libero.it/siligo/maria_carta.htm ]

  4. #4
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    Is fotografias funt bellas ma no scìu poita no si podint castiai da custu foru...
    Ho provato a inserirle nel testo sopra ma non si vedono da qui. Per vederle bisogna entrare direttamente nel sito. Sono belle e si possono ingrandire.

  5. #5
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    Atras fotografias e cuberteddas de is albums:








  6. #6
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    Sa Discografìa



    1970 Paradiso in Re (RCA)
    1972 Dilliriende (RCA)
    1974 Ave Maria (RCA)
    1974 Delirio (RCA)
    1975 Dies Irae (RCA)
    1975 Maria Carta (RCA)
    1976 Vi canto una storia assai vera (RCA)
    1978 Umbras (Polygram)
    1981 Ai diri diri diri dinni (Polygram)
    1981 Sonos 'e memoria (Chante du Monde)
    1988 Sonos 'e memoria (Fonit Cetra)
    1993 Le Memorie della Musica (Bubble)







    [da su jassu: http://digilander.libero.it/gianni61...carta_diri.jpg ]

  7. #7
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    Su Lìburu de Emanuele Garau

    Alla fine del 1998, sempre per la casa editrice Della Torre, pubblica una documentata biografia sulla più grande artista che la Sardegna abbia mai avuto: Maria Carta.

    Il libro nasce come atto d’amore nei confronti di Maria Carta da parte dell’autore. Fin dal 1986 Emanuele Garau aveva infatti intrattenuto con la grande cantante uno stretto e profondo rapporto di sincera amicizia.



    Presentazione di Manlio Brigaglia

    C’è questo aneddoto che Maria Carta ha raccontato in un pezzo delle cento interviste che Emanuele Garau lega insieme in questo suo libro emozionante: una biografia-autobiografia come raramente se ne vede, attenta ai dettagli quotidiani ma fissa al lungo filo rosso che si dipana lungo una vita di canto e di affetti.

    L’aneddoto. È il 1972. Maria Carta non è un nome sconosciuto. Non solo a Sìligo ma neppure nel resto d’Italia, isola compresa. Va a cantare al paese dov’è nata, sale sul palco, intona le sue canzoni. Ma quando annuncia Sa Disisperada, un anziano tiu la guarda da giù e le dice: «Eh, fizza mì, inoghe ti chelzo ‘idere».

    Maria è vissuta tutta la vita sotto il segno di questa sfida: che fosse il canto di casa o il canto gregoriano, fosse l’esibizione televisiva o la performance cinematografica, sempre c’era qualcuno che la “voleva vedere” a quel cimento. Nella frase del vecchio compaesano c’è, anzi, qualcosa che molte volte non c’è stata in chi la aspettava al varco: c’è quel fizza mi, che è anche solidarietà, compassione affettuosa, un tremito di partecipata simpatia. Altrove, altre volte (non sempre: ma in molti altri altrove, molte altre volte), non fu così. E siccome la sentenza secondo la quale nessuno è profeta in casa sua sarà magari buon senso spicciolo, ma difficilmente sbaglia, in nessun altro posto come in Sardegna Maria ha faticato, da viva, a trovare chi credesse in lei fino in fondo. Si può dire che l’affetto e l’ammirazione di cui fu circondata negli ultimi anni era più il rimbalzo dell’immagine di una che “si era fatta onore in Continente” che un riconoscimento meditato, sentito un pochino anche come un pentimento tardivo.

    Questa biografia restituisce invece, anche attraverso una suggestiva iconografia, la storia di una carriera (e, naturalmente, prima ancora, di una vita) che ha avuto più tappe di quante normalmente potessimo immaginarne e molti più successi di quanto ne avessi registrato a mente.

    Credo che leggendola capiterà a molti, ai lettori sardi in particolare, quello che è successo a me: di restare colpito dalla quantità di cose che Maria ha fatto, e dell’impegno disperato con cui le ha fatte tutte. Perché dovunque andasse c’era sempre qualcuno che lì la voleva vedere.

    Ho incontrato Maria poche volte. Ma siccome era donna di intensa simpatia, era facile diventare amici. La prima volta fu a Milano, in un ristorante (non fittiziamente) sardo, dov’era ospite di un’amica sarda. Questa abitudine dei sardi a stare soprattutto con sardi, dovunque si vada, è diventata un topos della nostra anropologia migratoria: anche quando l’emigrazione non è di poveri in cerca di lavoro. Sarà stato verso la fine degli anni Sessanta. Raccontava di sé molto pacatamente: il dialetto di Sìligo irrompeva improvviso nel corpo della frase in italiano, era come uno scoppio d’allegria complice dentro una lingua, come avrebbe detto Michelangelo Pira, d’inappartenenza. (C’è un disco della Discoteca di Stato, registrato agli inizi degli anni Trenta, in cui Grazia Deledda legge un breve testo scritto soprattutto come occasione a lasciare di sé anche il ricordo della voce: i critici che discutono ancora oggi il rapporto fra il sardo-nuorese della Deledda come sua lingua della parlata quotidiana e soprattutto dei flussi di fantasia che si coagulavano poi nel racconto e l’italiano a volte impacciato – o magari volutamente “regionale” in cui li esprimeva dovrebbero farci una riflessione. Io non me n’intendo, ma credo che in quell’italiano così metallico, in quella pronuncia così ineluttabilmente sarda, anzi barbaricina, in bocca ad una donna che ogni giorno scriveva la sua paginetta quotidiana con lo stesso “normale” impegno con cui la buona massaia fa ogni giorno da mangiare, e la scriveva pensando soprattutto a un pubblico di lettori continentali, ci sia più d’un indizio di un rapporto sempre indagato con una qualche perplessità).

    Ho messo fra parentesi questa arbitraria riflessione sulla Deledda, e invece avrei dovuto portarla qui, fuori dell’inciso, all’aria aperta del discorso principale.

    Intanto perché Maria Carta si paragona più d’una volta, ma in umiltà, alla Deledda (al suo carattere, soprattutto: «Io sono una donna nuragica, forte», ha detto una volta), e poi perché – sempre tenendo le proporzioni – anche la Deledda ebbe una qualche difficoltà a fare accettare la sua grandezza (o, al minimo, il suo successo) proprio in Sardegna. E sull’una e sull’altra gravò il sospetto che avessero “culturizzato” – come usa dire Maria – la loro civiltà nativa per renderla più accetta ad un pubblico di consumatori dell’esotico.



    Maria cita più volte, nelle interviste che sono come le tessere attraverso le quali Emanuele Garau ha recuperato un mosaico di memorie, il nome di Grazia Deledda. E non per caso: quel richiamo veniva anche da fuori, come quando, nel 1986, fu chiamata ad interpretare un personaggio deleddiano, Marianna Sirca, in uno sceneggiato televisivo di Raitre intitolato L’isola di Grazia Deledda; o come quando, nel 1992, Oliviero Beha, in un ciclo di trasmissioni dedicate a sei grandi donne italiane, mise nell’elenco Grazia Deledda e chiamò Maria a interpretarla in una sorta di intervista-verità.


    La seconda volta che vidi Maria fu quando venne a Sassari per registrare una lunga intervista radiofonica per un programma che facevo a Radio Cagliari: più di così non ricordo, perché non è un segreto che l’intervistatore (soprattutto quando è un dilettante un po’ imbarazzato com’ero io in quella occasione) bada più al fluire del discorso che ai suoi contenuti. Ma mi colpiva, ricordo, la forza che anche in quella cosetta locale Maria metteva a dire le sue idee: l’atteggiamento non era polemico, piuttosto didattico. In qualche modo, si direbbe oggi, pre-politico, nel senso che l’impegno era a collocare quello che faceva all’interno di un disegno culturale che andava ben al di là della semplice dichiarazione di principi d’un cantante folk.

    Controllando le date, questo secondo incontro dev’essere da mettere dopo il 1975, perché Maria lesse, in trasmissione, una poesia di Canto rituale, la breve silloge di liriche che aveva pubblicato in quell’anno per le edizioni Coines con una molto incoraggiante presentazione di Raffaele Crovi. Prima ancora che il libro uscisse Crovi mi aveva telefonato per chiedermi di interessarmene: ma era altra cosa che la solita raccomandazione al recensore da giornale. Crovi credeva molto in quelle poesie: e si capiva bene, anche al telefono, che credeva soprattutto in Maria, in cui aveva trovato un carattere come quelli di cui l’antico poeta diceva «hominem sapit», ci ha sapore d’uomo. Maria aveva sapore d’uomo, profumo di donna vera. Dell’antologia Maria lesse una poesia (non ho il libro sotto mano, cito a memoria) in cui parlava d’un’antica gualchiera sul rio vicino al paese: c’era anche lì, insieme al ricordo dell’infanzia, il duro orgoglio della fatica femminile, delle donne che prima tessevano il furesi e poi dovevano portarlo al fiume per lavarlo e ammorbidirlo e a farlo craccare alla gualchiera. La poesia di Maria è poesia femminista: con la rivendicazione dell’aspra fatica che toccava ogni giorno alla donna di villaggio, costretta ad una ossessiva iterazione di gesti che continuava perfino al di là della morte, quando le panas, le donne morte in parto, apparivano sui bordi dei fiumi incatenate ai pannolini da sciacquare per l’eternità.

    Se quella trasmissione è della seconda metà dei Settanta, allora Maria l’avevo già incontrata un’altra volta qualche anno prima. Quando era venuta in Sardegna, nel marzo del 1973, per un concerto al “Verdi” di Sassari con Amalia Rodriguez. Per noi che abbiamo visto Lisbona, per la prima volta, in un film di spionaggio dove Amalia cantava in una cantina della sua città, Amalia è il nome del fado. E amicizia con Maria era una sorta di simbiosi: l’una e l’altra si collocavano, nei confronti della materia del folklore musicale del loro paese (fosse un paese grande come il Portogallo, fosse un’isola tutto sommato piccola come la Sardegna), in un duplice atteggiamento, da una parte una vocazione a identificarsi con tutto intero il popolo che aveva prodotto quel canto, dall’altra l’impegno a traghettarlo di forza, al di là delle esercitazioni filologiche, nel mondo di un consumo che fosse colto e popolare insieme. (Qualcosa, per dire, come quella che già allora facevano i grandi musicisti-cantanti brasiliani, da Vinicius de Moraes a Chico Buarque sino a Toquinho).

    Amalia e Maria somigliavano anche fisicamente. La loro bellezza rimandava ad una statuaria mediterranea, fatta di forme fortemente formate. Se si guardano le fotografie di Maria come Miss Sardegna si resta sconcertati (al di là della probabile imperizia dei fotografi) dalla imperfezione del viso e dalla gracilità un po’ scomposta del corpo.

    Di anno in anno, fotografata dalle firme più famose della fotografia italiana, Maria diventava sempre più bella: e se è vero che nelle foto giovanili somiglia di più a Joan Baez, è anche vero che perfino iconograficamente, negli anni della maturità di cantante, era facile ricordarsi di Maria vedendo Joan Baez, della quale anche fu amica.



    Verso la fine degli anni Settanta andai a casa sua, a Roma, per un’altra intervista radiofonica. Maria stava in quelle stanze nuove e un po troppo grandi con una qualche disanimazione: credo che si fosse consumato da poco il suo matrimonio con Salvatore Laurani, o che si stesse consumando.

    Maria era consigliere comunale di Roma, eletta nelle liste del Pci. Passammo insieme la giornata lì alla Storta, poi al momento d’andare via Maria si offrì di accompagnarmi. Andava ad una seduta in Campidoglio, piuttosto – ricordo chiaramente – di malumore; lo stesso malumore che ho visto in altri amici che, arrivati all’impegno politico da un lavoro intellettuale, facevano in fretta a restare delusi d’un meccanismo in cui le personalità di ciascuno finivano per appiattirsi sulle decisioni (prese altrove) del partito, e i pochi colleghi che decidevano lo facevano, democraticamente, quasi senza ascoltare nessuno di quelli che avrebbero poi chiamato a dire di sì o di no. Maria sapeva chiaramente di essere usata: o, come avrebbe detto un altro amico coinvolto, quasi negli stessi anni, in una uguale esperienza (sto parlando di Michelangelo Pira, che fu sino a pochi giorni prima della morte consigliere comunale di Cagliari, eletto come indipendente nelle liste del Pci), di essere “parlata” da una nomenklatura scarsamente disposta a riconoscere i meriti intellettuali.

    L’ultima volta che la vidi fu a Santa Teresa di Gallura, intorno alla metà degli Ottanta. C’era il suo nuovo compagno, che pareva perfino più giovane di quanto realmente non fosse vicino a questa donna che da sempre aveva avuto quella sua aria di Mater mediterranea, senza nulla di matriarcale ma con tanta antica saggezza dentro (e una imponenza da fisico maturo che lo stesso décor con cui saliva sul palcoscenico tendeva ad accentuare o comunque a sottolineare). E c’era David, il piccolino che Maria teneva per mano con tenerezza protettrice, capace di mettere un’incrinatura dolorosa nella sua forza nativa.

    Credo che sia stata una delle ultime stagioni interamente felici di Maria, che pure aveva appena finito di fronteggiare i problemi che avevano costretto David ad una serie di operazioni al “Rizzoli” di Bologna.

    C’erano molti amici tempiesi, mi ricordo, che non le perdonavano (ma lo facevano per ridere insieme) la pronuncia approssimativa di certe sue canzoni galluresi: e le rimproveravano di avere accreditato talvolta come gallurese qualche stornello dei poco amati cugini di Corsica (Antoneddu Antoneddu...). Lei ribatteva che nessuno prima di lei, dei cantanti di lingua sarda, aveva fatto tanto posto nel proprio repertorio a un poeta come “don Baignu” Pes. E per questo i galluresi, che amano don Baignu come la pupilla dei loro occhi, allegramente la perdonavano.

    Non molto tempo dopo si seppe che Maria era malata. La voce girò in fretta, e lei stessa, del resto, non faceva nulla per nasconderlo. Dalla prima operazione, nel settembre del 1989, alla morte, nel settembre del 1994, ci sono cinque anni di lotta quotidiana contro il male.

    Era l’ultima sfida, la più impegnativa. Maria sentiva di nuovo una Voce che le diceva, ogni volta che si guardava allo specchio o si preparava ad uno spettacolo, «Eh, fizza rnì, inoghe ti chelzo ‘idere».

    Molti di noi, e non solo in Sardegna, hanno conosciuto Maria Carta. Ognuno ha un ricordo, un episodio, un aneddoto. Alla stessa Maria capitò di raccontarsi in cento interviste.

    Emanuele Garau, che le è stato vicino soprattutto negli ultimi anni, ha messo insieme questi segmenti di memoria in un “montaggio” che ci restituisce quasi intatta la calda, sicura voce di un’amica cui abbiamo voluto molto bene.

    Manlio Brigaglia

    [continua]

  8. #8
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    [continuazione]



    Dedicato a Maria

    Conoscere Maria Carta è stata una tra le esperienze più importanti e significative che ho vissuto fino a questo momento. Un grande regalo che ho avuto dalla Fortuna.

    Agli inizi degli anni Settanta, in televisione, vedevo spesso questa bellissima donna, magica, affascinante, nata nella mia stessa terra. Io ascoltavo i suoi canti, ed è così che è iniziata la “favola”.

    Era strano ed emozionante allo stesso tempo sentire quegli stessi canti che cantavano mia nonna e le mie anziane zie per farmi giocare o addormentare: questa suggestiva situazione, ricca di affettività e di tenerezza era straordinaria, avvolta in un alone di magia e di fascino, ai miei occhi di bambino.

    Un lontano giorno di tanti anni fa per una serie di coincidenze, riuscii ad avere il suo indirizzo. Cominciai a scriverle delle lunghe lettere; questo fatto la incuriosì molto. Volle conoscermi, prima telefonicamente e poi di persona. Successivamente mi invitò a casa sua. La mia prima visita risale al febbraio del 1988, ma ne seguirono tante altre; partivo con l’intenzione di restare da lei pochi giorni, e invece ogni volta rientravo in Sardegna dopo un mese. A Maria faceva piacere stare con me, raccontarmi di sé: per lei ero diventato un caro giovane amico. Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute si fecero molto gravi, ma sebbene sapessi che la sua vita stava per concludersi, la notizia della morte mi colse quasi d’improvviso. Di colpo mi sentii un vuoto immenso. Quando si vuole troppo bene ad una persona si pensa che le cose brutte siano lontane: così, ero convinto che Maria sarebbe vissuta ancora per molto tempo. L’avevo sentita per telefono pochi giorni prima, ed ero convinto...

    Nei lunghi periodi che ho trascorso in compagnia di Maria Carta ho avuto modo di conoscerla e apprezzarla soprattutto come persona. Nel momento più drammatico della sua esistenza, durante la malattia, quando ogni giorno era una battaglia per la vita, ho conosciuto una donna forte, di grande coraggio, che reagiva con aggressività e a volte con rabbia perché voleva vincere, perché voleva vivere. Ogni tanto sembrava volersi arrendere, ma il cedimento durava poco.

    Maria ha sempre cercato di mantenere separata la vita privata dal suo lavoro, pensava che non fosse opportuno far conoscere i suoi problemi, le sue ansie, le sue sofferenze ad un pubblico che la vedeva come una moderna Cenerentola.

    A tre anni di distanza dalla sua “partenza” ho pensato che fosse interessante far conoscere Maria Carta così come io l’ho conosciuta: in tutta la sua forza, ma anche nella sua grande fragilità; Maria Carta artista, ma anche donna e madre, con le sue sicurezze e insicurezze, le sue contraddizioni: nella sua totale umanità. Scrivendo ho rispettato la sua volontà di tenere fuori alcuni particolari della sua vita, ma per rendere comprensibili alcuni “passaggi” che l’hanno portata a fare certe scelte ho cercato di spiegare con grande semplicità (come faceva lei con me, quando mi raccontava se stessa) il suo vissuto di donna e di artista.

    In tutti questi anni ho raccolto molto materiale che la riguarda, ho cercato di mettere in ordine i fatti e gli avvenimenti. È stato un lavoro faticoso ma emotivamente coinvolgente; mi gratifica il pensiero che tanta gente possa ricordarla ed amarla anche attraverso queste mie parole.

    Raccontare Maria Carta non è semplice. Ho creduto opportuno ricucire in una specie di lunga intervista quello che lei ha detto in varie interviste giornalistiche e televisive. Ho cercato di riportare esattamente il suo modo di parlare, le coloriture molto sarde di qualche sua espressione ne rendono più vivace il pensiero e la ricchezza spirituale. Per lo stesso motivo ho cercato di mettere il minimo di distanza fra il discorso in italiano e le frasi dette in sardo: Maria alternava le due lingue perché pensava in sardo - diceva - anche quando parlava in italiano. Chiedo scusa al lettore che non comprende il logudorese, ma il contesto ne rende quasi sempre evidente il senso.

    Gran parte delle notizie che ho riportato in queste pagine sono reperibili sui vari giornali dove sono state pubblicate, altre, invece, mi sono state raccontate personalmente da Maria durante i soggiorni romani.

    Ho suddiviso la storia della vita di Maria in tre parti: la sua infanzia vissuta a Sìligo, fino alla partenza per Roma; la carriera artistica; la malattia (che è il periodo in cui sono stato più allungo con lei e quindi, quello di cui conosco più particolari).

    Maria, come tutti sanno, non era solo una cantante: fu anche una grande studiosa degli antichi canti sardi, e così ho creduto opportuno inserire nella biografia anche i testi di tutti i suoi canti con le traduzioni in italiano. Parte delle traduzioni sono rintracciabili nei suoi dischi, altre le ho curate io stesso, cercando comunque di essere fedele ai significati linguistici ed ai concetti.

    Per un cantante la discografia è molto importante perché rappresenta in modo tangibile le tappe e le evoluzioni del suo lavoro: per ciò ho inserito anche tutta la discografia di Maria, che va dal 1970 fino al 1993.

    Il testo contiene una serie di fotografie (opera di fotografi prestigiosi, come ad esempio la bravissima Elisabetta Catalano) che appartengono alla mia collezione personale: esse mi sono state regalate direttamente da Maria, insieme agli esemplari dei manifesti che pubblicizzavano i suoi concerti; altre fotografie sono state scattate da me direttamente, durante i soggiorni a casa sua.

    Su di lei è stato detto e scritto molto, da persone di cultura e di grande prestigio. Io con questo modesto lavoro ho voluto semplicemente ricordare la grande artista, la madre affettuosa, l’amica sincera, la donna di valore che ho conosciuto e alla quale resterò sempre legato nel sentimento e nella memoria. È un modo per dirle grazie per quanto ha saputo darmi in amicizia, in sincerità, in affetto, in una grande lezione di vita.

    Emanuele Garau


    [da su jassu: http://www.emanuelegarau.it/Maria_Carta.htm ]

  9. #9
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    Maria Carta - Incontri con uno spirito antico di Red Ronnie



    Nel settembre 1994 è morta Maria Carta, la più importante cantante e poetessa sarda. Io ho avuto la fortuna di conoscerla molto bene. Con lei ho passato un’estate fantastica e realizzato decine di ore di materiale video, mai finora utilizzato (la TV non permette ancora di mandare in onda questo genere di cose molto intense e vere). Di recente sono stato invitato a Siligo, il paese natale di Maria Carta, dove hanno presentato la Fondazione a lei dedicata e organizzato un concorso a cui hanno partecipato artisti sardi davvero validi.
    Alcuni mesi fa avevo scritto un articolo su Maria per un’edizione speciale della rivista NUR interamente dedicata a lei. Ho deciso di metterlo anche qui sul sito, visto che la rivista è stampata in un’edizione limitata di soli 2.000 esemplari e non è semplice reperirla nelle edicole o librerie.
    Se qualcuno la volesse richiedere (ci sono anche interventi scritti da Francesco Cossiga o Andrea Parodi) può farlo direttamente all’editore, l’AIPSA, al numero 070.306954 o all’idirizzo mail aipsa@tiscali.it o visitando il sito www.aipsa.com.

    Red Ronnie




    Lei sapeva che ci dovevamo incontrare. Io no. La conoscevo di fama. Avevo visto un programma in TV dove diceva di avere un tumore ed esprimeva il desiderio di andare a Sanremo. Non l’invitarono…
    E’ il 1993. Andrea Parodi, dei Tazenda, continua a parlarmi di questo Ichnos. Sarà un fantastico megaconcerto davanti ad un santuario con tanti artisti sardi.“Devi venire, ci sarà anche Maria Carta!”. Io sono stanco, ho poca voglia di muovermi, anche se la Sardegna è ormai da quattro anni indelebilmente nel mio cuore. Sono le nove del mattino e sto dormendo, quando mi sveglia una telefonata di Sandro Frascogna, che si occupa dei Tazenda. Mi ha già prenotato il biglietto aereo. E’ troppo gentile per non coinvolgermi. Sono praticamente costretto ad accettare. E’ così che il giorno dopo parto per Alghero, per poi andare a Sedilo. Naturalmente ho la telecamera. Sento che debbo intervistare Maria Carta. Quando la incontro, noto i suoi occhi di persona che ha vissuto millenni, esposta ad ogni tipo di intemperie. Ha una bellezza “rotonda”, che avvolge. Mentre la intervisto, attorno a noi si radunano tanti musicisti e ragazzi, per ascoltare. Più parlo con lei, più sento che ho bisogno di farla raccontare. Mi dice che il suo desiderio di andare a Sanremo era solo dovuto al fatto che io facevo i programmi dietro le quinte con le interviste e lei voleva essere intervistata da me. Sapeva che ci dovevamo incontrare. Approfitto di questo ascendente per darle un ordine: “Devi venire alla Engel, a Forlì. Lì ti possono curare con la medicina naturale e applicarti gli olii essenziali della BeC, che sono incredibili.” Maria mi dice di essere all’ottava chemioterapia e di avere due mesi di vita. Le strappo la promessa di prendere un aereo per venire a Bologna, da dove poi l’avrei portata alla Engel. Mantiene la promessa.
    Alla Engel, cambia alimentazione. Diventa vegetariana ed elimina latte e latticini. Le fanno due massaggi al giorno. Piano piano rinasce.
    Siamo in estate e la invitiamo a Porto Coda Cavallo, dove la Engel porta per lei due massaggiatori. Ci staremo un mese. Sarà bellissimo. Decide di venire con suo figlio David. Come quasi tutti i sardi, Maria non ha mai goduto del mare. Con un gozzo la portiamo sotto l’imponente isola di Tavolara. Lei è rapita da questo enorme blocco di roccia e mi confessa che tutte le volte che partiva dalla Sardegna in aereo, l’ultimo sguardo triste era su Tavolara e tutte le volte che tornava, era l’isola a darle il benvenuto. Ora, trovarsi lì, a galleggiare su un mare di un blu intenso che accarezza dolcemente 500 metri di roccia a strapiombo, le dà un’energia potentissima.
    Anche gli olii essenziali le ridanno energia e colore. La chemioterapia le aveva provocato piaghe tra il palato e la gola, tanto che non riusciva più a cantare. Adesso sta molto meglio. Perché non organizzarle un piccolo concerto? Stabiliamo la data: 10 agosto. Sarà la Notte delle Stelle. Arrivano Videolina e Sardegna 1 per le interviste. Ci saranno anche i Tazenda.
    La notte di San Lorenzo, la piazzetta di Porto Coda Cavallo esplode di gente, di luci e di energia. Riescono ad entrarci 2.500 persone. La piccola stradina che porta al villaggio è intasata. Anche la strada che da Porto San Paolo va a San Teodoro è una lunga distesa di auto ferme. Maria sul palco rinasce. Canta accompagnata dai Tazenda. Noi, che sappiamo del suo stato fisico, siamo felicissimi. Elda e Bruno, titolari della Engel, sono orgogliosi del risultato.
    Decido di chiamare un cameramen per filmare Maria nella sua Sardegna. Così partiamo la mattina alle 6 per il primo lungo viaggio. Sulla statale che da Olbia va a Sassari, ci fermiamo perché ai bordi della strada, dietro una rete, c’è un cavallo bianco. Maria gli canta “A baddà” mentre lui avvicina dolcemente il muso. Facciamo poi tappa nella chiesa di Saccargia, dove canta l’Ave Maria. E’ avvolta da una veste ampia e sembra una sacerdotessa. Questa sensazione mi appare evidente solo ora e mi accompagnerà sempre più nei prossimi giorni. Prima di entrare in Siligo, il suo paese natale, ci porta a visitare una chiesa tra i campi e un tempietto romano col tetto rotondo, lì vicino, dove da piccola veniva a giocare. Filmiamo tutto. Mi rendo conto che sto documentando il racconto di una vita e di una Sardegna che appartiene alla storia. Entriamo in paese e andiamo a trovare suo fratello, che fa il vigile. Poi Maria ci porta nella casa della madrina a cui era stata affidata da sua madre da piccola. Quando, dopo tanti anni, incontra chi l’ha cresciuta, inizia a piangere. Sta seduta nel soggiorno, accanto ad una vecchia radio. Le emozioni sono troppo forti per essere contenute. Si scusa, mentre le lacrime continuano a lavarle il viso. Continua poi a riempirci di ricordi, mentre andiamo alla sommità del villaggio da cui si domina la campagna sottostante. Dice che lì ci vengono i ragazzi innamorati, la notte. Però lei non parla mai di suoi amori o di momenti spensierati, neppure di quand’era una ragazzina. Torniamo al tramonto, stanchi ma ricchi di emozioni e con un documento filmato preziosissimo.
    Maria mi racconta di quando, da piccola, era andata con la scuola al nuraghe di Santu Antine. Era caduta in trance e aveva cominciato a parlare una lingua sconosciuta. Le sue compagne, dopo un primo momento in cui si erano messe a ridere, erano sbiancate e qualcuna era svenuta. Il sacerdote che le accompagnava aveva detto che era stata la manifestazione di uno spirito antico. Da allora lei non ci era mai più tornata. Propongo a Maria di andarci, di vincere la sua paura. Lei è come una bambina, si lascia portare, accetta ogni cosa, si lascia cullare da queste attenzioni e sta godendo di un’estate di rinascita. Andiamo al nuraghe in una giornata infuocata. La Sardegna brucia. Vediamo fumo all’orizzonte, oltre la strada.
    Ci fermiamo al bar, all’ingresso. Mentre tutti stiamo bevendo, noto che Maria si è incamminata da sola, come rapita dal nuraghe. Accendo la piccola telecamera e la seguo, da solo. Ha un passo veloce, quasi frenetico. Entra nel nuraghe. Comincia a contare le torri, come se cercasse di ricordare. Poi quasi schizza su per le scale. Dall’alto guarda giù e mi dice che sotto c’erano le armi e i camminamenti. Io le faccio notare un altro nuraghe all’orizzonte, ma lei minimizza dicendo che quello è nuovo e che l’hanno appena fatto. Mi rendo conto che sto riprendendo una persona che vive in un’altra era. E’ inquieta. Cerca la cappella. Ingenuamente, domando ai guardiani dov’è la cappella. Mi rispondono, ridendo, che ai tempi dei nuraghe non c’erano santi per avere una cappella. Maria dice, fra sé e sé: “Non c’è bisogno dei santi per pregare”. Poi individua un piccolo pertugio e chiede una luce per illuminarlo. Non ce la danno. Allora entra. Io la seguo con la telecamera. Nel frattempo sono arrivati gli altri. Così entra anche Bruno. Siamo al buio. Luna, la mia figlia piccola di cinque anni, si stringe alla mia gamba. Maria comincia a declamare un lamento che ci gela: “Io voglio vivere. Ci hanno rubato i pensieri. Ci hanno rubato la luce. Ci hanno rubato l’amore. Ci hanno fatto strisciare in terra e noi ci abbiamo creduto. Non abbiamo trovato la nostra identità, se la sono portata via loro. I nostri lamenti saranno muti come le nostre coscienze. Niente ha più valore e noi imploriamo la vita, una vita fatta di niente. E alle spalle non rimane niente. Solo la polvere. Che pena, e voi cullate, cullate i figli che non vedete crescere. Se li porta via il vento e come si porta via la nostra pena. Aiutaci a resistere. Io non valgo più niente. Quanti tuoni sono passati prima di me e mi hanno sommerso le stagioni. Sono stata sommersa da tutti e io voglio camminare, ma non mi lasciano camminare. Che pena!”
    Soffoca un pianto che le spezza la voce. Bruno le stringe la mano, la rassicura. Poi Maria esce. Ha gli occhi accesi di una strana luce. Sembra riprendersi da una fatica spossante. Attorno a lei sono tutti fortemente impressionati. Hanno udito il suo lungo e straziante lamento fuori dalla grotta. Maria sente l’apprensione, mi guarda e chiede: “Cos’è successo là dentro?”. Io la tranquillizzo. E’ però priva di energia. Bruno propone allora di fare tutti un cerchio, tenendoci per mano. Così, all’interno di questo nuraghe ci ritroviamo uniti e, come per incanto, Maria comincia a cantare “A Baddà”.
    Quando rientriamo a casa, io riguardo le riprese e copio tutto il suo lungo lamento, poi prendo un suo poster, un pennarello e vado da lei. Le domando di scrivere quelle frasi accanto alla sua foto. Lei mi chiede cosa siano. Prometto che poi glielo spiegherò. Diligentemente scrive tutto, come se non avesse mai letto quelle parole. Alla fine le chiedo di firmare. Mi guarda con aria interrogativa e solo allora le dico che sono le frasi che lei ha pronunciato il giorno prima al nuraghe. Non ci crede, così le mostro il filmato, per intero. E’ fortemente impressionata dalla documentazione.
    Il pomeriggio ci viene a trovare Gianni Morandi. Anche lui usa i prodotti BeC che tanto aiuto stanno dando a Maria. Lei gli racconta del viaggio al nuraghe e anche Gianni rimane esterefatto nel vedere la videoregistrazione. Facciamo tante congetture. L’impressione di noi, che l’abbiamo vissuta, è che Maria fosse una sacerdotessa antica che lamentava la sua impotenza e l’inutilità di fronte al rapimento di figli, portati via dal vento. La magia di un mondo passato che riaffiora. La fantascienza che accomuna il ritrovamento in quei luoghi di bronzetti con fattezze da extraterrestri… Il vento che porta via i ragazzi… Astronavi?… Una vita precedentemente vissuta?… Io ostinatamente documento con la telecamerina tutti i nostri discorsi.
    Decidiamo di continuare il viaggio all’interno della Sardegna. Questa volta sono io a proporle le mete. Voglio andare con lei a visitare il Pozzo di Santa Cristina e poi nel luogo che io preferisco, la sommità di Monte San Giovanni, da cui si domina il Supramonte.
    Quando arriviamo ad Orgosolo andiamo subito da Kikinu, il fotografo nostro amico. Sul muro del suo negozio ha voluto dipinto un immenso murales con scritto: “Solo quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”. Kikinu ci accompagna all’interno del Supramonte, fino alle pendici del Monte San Giovanni. E’ un blocco immenso di roccia che mi ricorda l’imponenza di Tavolara. Questo però sembra quasi un cordone ombelicale tagliato di netto. Saliamo. Maria si arrampica agilmente. E pensare che tre mesi fa i medici la davano già morta oggi. Invece è splendida, avvolta nella sua veste rossa, lunga fino ai piedi. Ha un qualcosa di solenne, di religioso. Una volta sulla cima ci spingiamo sullo spezzone piatto di roccia levigata a strapiombo sul Supramonte. Le chiedo di cantare qualcosa e.. piano piano si estranea. Siamo tutti in silenzio. Il vento le muove la veste, dipingendo figure affascinanti. Poi Maria comincia a chiamare: “Accurrite, accurrite!” e a cantare una nenia strana in una lingua sconosciuta. Poi si calma. Piano piano muove i piedi scalzi verso il burrone, in un silenzio turbato solo dal vento. Quando si ferma sul ciglio, Bruno la richiama dolcemente alla realtà: “Maria… Maria…” Lei quasi si risveglia, si volta, china il capo e docilmente ritorna verso di noi. Anche quest’esperienza è magica e coinvolgente. Ormai non cerchiamo più di spiegare. Viviamo queste emozioni fortissime, senza chiedercene la ragione.
    Visto lo stato di salute sorprendente, decidiamo di organizzare un concerto per Maria, alla fine di agosto. Viene scelta Cagliari come sede. Chiamiamo anche altri artisti sardi a renderle omaggio, tra cui naturalmente i Tazenda. E’ una serata meravigliosa. Il giorno dopo, i titoli dei giornali inneggiano ad una Maria Carta rinata. E’ vero. Lei stessa, su un altro suo manifesto, mi scrive questa dedica: “A Red, insieme alla ricerca di mondi perduti, qui in un angolo di Sardegna, finalmente la vita”. Purtroppo finisce quella che lei stessa più volte definisce la più bella estate della sua vita. L’abbiamo assistita, curata, coccolata. In cambio ci ha dato tanta magia e profondi racconti di una vita non certo facile, dura… Quelli che mi hanno colpito maggiormente riguardavano le ombre, quel suo quasi dialogare con le entità che la notte incontrava, mentre scendeva al lavatoio o durante il sonno.
    Maria torna a Roma, va a fare gli esami e… miracolo! Di tre metastasi al fegato, due sono sparite e una si è dimezzata. Decide però di rimettersi nelle mani della medicina chimica. Soffre la solitudine, nella sua casa troppo grande per lei. Le manca la Sardegna e il caldo dell’estate e dell’affetto con cui l’avevamo circondata. Io le chiedo di tornare su, da noi. Di andare alle Engel. Solo una volta mi dà retta, in concomitanza con la presenza nel mio programma Roxy Bar, dove viene anche il giorno di Natale a cantare “Ninnidos de Natale” e “Adeste Fidelis”. Sta sempre peggio, ma non mi “obbedisce” più. Declina gli inviti a salire. Rimanda a quando starà meglio. Ho quasi l’impressione che ormai abbia fatto le valigie per andarsene e non le voglia disfare. Mi arrabbio anche e smetto di telefonarle. E’ solo dopo circa tre mesi che sento di doverla chiamare. Sono all’aeroporto di Bologna e sto per andare ad Alghero. Mi viene in mente che l’unica tappa dove avrebbe voluto portarmi e in cui non eravamo stati era proprio Alghero. Maria amava molto questa città. Così, mentre mi sto imbarcando, le telefono. Mi risponde la sorella. Ha la voce triste. Mi dice che Maria sta molto male. Capisco. Le chiedo solo di salutarmela, se si sveglierà. Salgo sull’aereo. Sono assalito da una grande stanchezza. Chiedo un bicchiere d’acqua. Me lo danno gelato e allora lo metto sul tavolinetto in attesa che si riscaldi un po’, ma mi addormento, appoggiato al finestrino. Vengo svegliato di soprassalto dall’acqua gelida del bicchiere che, inspiegabilmente, mi si è versata sulla gamba. E subito penso: “E’ morta Maria ed è passata a salutarmi”. Quando atterro ad Alghero, riaccendo il telefonino e subito mi danno la notizia. Io lo sapevo e sapevo anche il momento esatto in cui è successo. Mi viene a prendere Andrea Parodi. Quando gli do la notizia vedo le lacrime che gli fanno brillare gli occhi. Ce ne restiamo in silenzio. Però, dentro, lei mi manda una grande serenità.

    Red Ronnie



    [ da su jassu: http://www.roxyweb.it/articoli/m.carta/index.php ]

  10. #10
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    Questa è una delle canzoni che preferisco, tutti conoscono "S'ora ki no t'ido ki no t'ido"... Ne ho sentite varie versioni una più bella dell'altra.
    Potete scaricare l'intero brano:

    Ballu

    (sono 7Mb)

 

 
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