Che? Rutelli soffre di tunnel carpale? poveretto, per quello che.... ha sempre quella smorfia che sembra.....un sorriso..... non esattamente .....da genio.
Shalom


Che? Rutelli soffre di tunnel carpale? poveretto, per quello che.... ha sempre quella smorfia che sembra.....un sorriso..... non esattamente .....da genio.
Shalom


In origine postato da Pieffebi
Che? Rutelli soffre di tunnel carpale? poveretto, per quello che.... ha sempre quella smorfia che sembra.....un sorriso..... non esattamente .....da genio.
Shalom![]()
eccolo, invece, il sorriso geniale


In origine postato da brunik
GOD SAVE BERLUSCA !!
Speriamo che i pollisti non facciano cappellate e ce lo mantengano sempre lì, lo sbruffine più antipatico del mondo. Porta almeno il 10% alla causa komunista.
Corriere 1.7.04
Le ansie di Silvio: sono alleati sadici o masochisti?
La figlia Marina: quando mio padre lo danno per finito riemerge sempre
ROMA - «Non l’ho mai visto così arrabbiato», confessa, con un sussurro, un deputato raccontando di Silvio Berlusconi: «Non so se tra i miei alleati ci siano più sadici o più masochisti» così si è sfogato ieri a Montecitorio, rispondendo a un «come va?». Lo descrivono determinato e assicurano: «Non ci sarà il bis della verifica, con An e l’Udc che cercano di prendere tempo per cucinarlo a fuoco lento. Stavolta non andrà così». Dall’altro fronte, per l’appunto quello degli alleati, dicono che non ha ancora capito: «Non ha capito che l’umore dell’elettorato è cambiato. Anche nei suoi confronti». Poi, ed è quasi l’una di notte, il commento finale di uno che ha preso parte alla cena di lavoro a palazzo Grazioli: «Berlusconi stufo? Non lo conoscete. Berlusconi non molla un tubo. E’ irritato, ma ha deciso di aspettare domani (oggi per chi legge ndr), aspettare e vedere che cosa chiedono gli altri. Vediamo se saranno loro a dire, chiaro e tondo, che vogliono sfiduciare Giulio Tremonti». Di situazioni di crisi, nella sua vita, il Cavaliere ne ha gestite molte, e in questi giorni, ripensando alle fasi più difficili, quelle in cui rimaneva sveglio la notte a guardare il soffitto, gli capita di passare in rassegna le performance meglio riuscite, le «no-way situation» dalle quali, pure, è invece uscito: cinque, dieci, vent’anni fa. Ha ancora la stessa tigna? I suoi amici la chiamano tenacia. Anche nelle lunghe telefonate serali con i figli più grandi, con Marina o Piersilvio, l’analisi del presente e del futuro più immediato si riflette e trascolora nelle citazioni delle difficoltà passate. Per i figli di un imprenditore, le montagne russe sono un percorso abituale: «Mio padre l’hanno dato per finito tante volte e ogni volta è riemerso», ripete Marina quando le fanno notare che le vie della politica sono lastricate di trappole.
Psicologicamente, Berlusconi è uomo che detesta le situazioni senza via d’uscita. Appena annusa che è là che vogliono trascinarlo, alle corde, si sforza di rimanere al centro del ring, muove le sue pedine, cerca di incrociare l’interlocutore in grado di proporgli un percorso alternativo. Ci sta pensando, in queste ore, e intanto ascolta i suggerimenti dei più intimi, le riflessioni che gli arrivano da Milano: «Incontra tutti, parla con l’establishment, dialoga. Ti hanno chiuso in una torre d’avorio, tiratene fuori». Per cominciare, allora, riunisce i suoi di Forza Italia: a cena, come gli capita nei momenti importanti, felici o fatali che siano. Bondi, Cicchitto, Scajola, Pisanu...
La torre in cui, come dicono a Milano, l’hanno chiuso senza che lui se ne accorgesse, il Cavaliere vorrebbe ora spostarla. Muoverla verso gli alfieri dell’opposizione, anche per captare gli umori, le vibrazioni che arrivano da lì: «In fondo, se si tratta di ripensare questo Paese, io mi ritrovo più nel confronto con una certa sinistra, che non con i dossettiani alla Prodi. Loro hanno una visione vecchia e statica dell’Italia. Forse a sinistra c’è gente più giovane, più in grado di capire». Così, giorni fa, il Cavaliere andava riflettendo, e in controluce sembrava di cogliere una certa curiosità per le mosse di Walter Veltroni. Ma ieri no, non è stata giornata per pensare all’opposizione. Ieri tutto si è concentrato nei duelli interni: la An di Alemanno contro Tremonti, Tremonti che allora parla per mezz’ora con La Russa. Di che cosa? «Dei nostri figli: Geronimo, il mio, si sta laureando. E il figlio di Tremonti sta facendo la maturità. Sono amici» assicura il coordinatore di Alleanza Nazionale. Alemanno junior è troppo piccolo per far parte del gruppo, dev’essere per questo che il feeling Alemanno-Tremonti non è mai decollato.
«Non so se sono più sadici o più masochisti» rimuginava ieri mattina il Cavaliere. Chi l’ascoltava captava l’animo del combattente. Ma era appena l’inizio di una lunga giornata, a metà di una lunga, lunghissima settimana.
le Giornate del Premier
Maria Latella
![]()
come diciamo noi in padagnia: TEGN DUR, BERLUSCA, MAI MOLA'


dal quotidiano IL GIORNALE
" il Giornale del 01/07/2004
--------------------------------------------------------------------------------
Governare non basta
Renzo Foa
--------------------------------------------------------------------------------
Dal "vertice di maggioranza" di venerdì prossimo la Casa delle libertà può uscire in due modi. L'utile sarebbe quello di una scelta chiara, di un Dpef destinato a essere capito dall'opinione pubblica, fissando date e contenuti certi per le riforme possibili, sia nella politica economica e finanziaria, sia nelle architetture istituzionali, sia - perché no? - in una nuova legge elettorale. Non sarebbe il libro dei sogni, se prevalesse nell'alleanza la condizione minima per riaffermare che l'intento comune è quello di restituire all'azione di governo il senso che una parte dell' opinione pubblica ha considerato smarrito e che considerava un investimento politico, cioè la carica innovatrice. Può uscire, invece, anche nel modo peggiore, nella confusione, nella divisione, nel compromesso al ribasso, nelle mezze misure, sancendo così che si è spezzato quel progetto grazie al quale per due volte, nel 1994 e nel 2001, Silvio Berlusconi è riuscito a unire l'Italia. Su questo esito scommette un'opposizione che sta già vendendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Ma a questo stesso esito guardano anche coloro che interpretano i risultati delle europee e delle amministrative come il segno dell'esaurimento di un decennio di bipolarismo e della crisi del "vento del Nord" che l'ha determinato. Se davvero fossimo a questo punto - se le spinte contrastanti di An, Udc, Lega e Forza Italia diventassero inconciliabili - sarebbe reale il rischio di una spirale disgregativa della Casa delle libertà. Si ripeterebbe quello che accadde a sinistra dopo la caduta di Prodi nel 1998, cioè un'azione di governo senza un baricentro e finalizzata a rinviare l'alternanza il più a lungo possibile, magari fino alla scadenza naturale.
Sarebbe questo un esito doppiamente infausto, non solo perché aprirebbe una stagione di incertezza e di confusione, ma anche perché sancirebbe che non c'è spazio per una politica dell'innovazione. L'altro giorno è stata richiamata l'attenzione - lo ha fatto, giustamente, il Riformista, che ancora ci credeva e ci lavorava - sulla gravidanza interrotta del partito riformista nel centrosinistra. Se anche nel centrodestra si dovesse giungere alla stessa conclusione, lo scenario sarebbe quello di una grande palude. Certo, l'Italia non sarebbe un'eccezione nella "vecchia Europa" dove chi mette mano al Welfare redistributivo e cerca di innestare nella società fattori di competizione liberale si scontra - che sia etichettato di destra o di sinistra poco importa - con i muri costruiti dagli interessi corporativi e conservatori. Però, attenzione, se la crisi dei progetti innovatori e riformatori può avere anche l'effetto di determinare alternanze di governo, ha in realtà come prima conse-guenza l'accelerazione di un declino che in questa fase coinvolge i grandi Paesi del continente. E se la vittoria di Filippo Penati a Milano ha un valore simbolico, forse sarebbe il caso di pensare che il destino di uno dei grandi poli del mondo sviluppato è un più importante del colore di una giunta provinciale.
Sarebbe meglio vedere in questo contesto il bivio tra rilancio e logoramento a cui è giunta la Casa delle libertà. Una "verifica di maggioranza" ha certamente un senso anche nella divisione dei ministeri e delle deleghe e - succede ovunque - nella distribuzione delle risorse secondo i diversi interessi sociali di un Paese. Ma senza un progetto chiaro e trasparente, senza un patto di rilancio dell'alleanza, senza affermare il coraggio dell'innovazione e del riformismo è difficile restituire alla scommessa del 2001 il valore che aveva. La posta in gioco di questi giorni sta tutta qui. E non riguarda solo l'azione di governo, che pure è importantissima, ma anche l'uso degli strumenti della politica, con tutte le sue potenzialità e tutti i suoi aspetti inattesi.
Sotto questo aspetto la Casa delle libertà paga un alto prezzo ad un'anomalia che la caratterizza e che l'ultimo risultato elettorale ha sottolineato: Forza Italia non è mai riuscita ad assumere un suo profilo e un suo ruolo in quanto partito e soprattutto non è stata percepita nella società come quel partito liberal-popolare che vuole trasformare l'Italia, mediando tra i vari interessi, rappresentandone alcuni, affrontandone altri, proponendo soluzioni. Il tutto mentre esistono e operano partiti fortemente organizzati e anche tanti "partiti invisibili". Non nasce anche da qui la crisi di leadership, rappresentata dalla perdita di quasi un terzo di elettorato? Non dimentichiamo un'altra precedente lezione del bipolarismo italiano: la debolezza di Prodi come presidente del Consiglio accentuata proprio dall'assenza di un suo partito. In questi giorni sono state pronunciate molte volte dentro Forza Italia le due parole "seria riflessione", ma sono suonate più come un auspicio che come un inizio reale di discussione. Eppure, in un passaggio critico come questo, anche nei rapporti con gli alleati, un ruolo degli "azzurri" avrebbe un senso: riempirebbe un vuoto e non lascerebbe al solo presidente del Consiglio il compito di rappresentare il contrastato progetto innovatore. E probabilmente riuscirebbe anche ad esorcizzare quel clima da vecchia politica che ormai avvolge la Casa delle libertà e di cui Berlusconi è il primo a parlare con fastidio. Se non altro perché, qualunque cosa accada, bisognerebbe comunque evitare l'errore di far perdere di vista il fatto che esistono ancora uno spirito riformatore e coloro che lo rappresentano. Cioè che esistono ancora gli ottimisti. "
Saluti liberali


dal sito di IDEAZIONE
" L'inutile litigio post-elettorale
di Pierluigi Mennitti
E’ bastato scendere dal cielo del voto europeo alla terra di quello amministrativo per misurare la crisi politica della Casa delle Libertà. Se nel voto “generale” la coalizione di governo aveva sorprendentemente tenuto, registrando solo un travaso di voti da Forza Italia agli alleati, in quello “particolare” la sconfitta è stata a cascata e una dopo l’altra sono cadute città e province, dal primo turno ai ballottaggi, fin dentro le vecchie roccaforti del Polo. Poche, isolate eccezioni hanno avuto il sapore di una vittoria personale, legata all’affidabilità di qualche candidatura eccellente. Per il resto un’ondata rossa che ha trasformato il panorama politico locale dell’Italia.
La disfatta amministrativa coinvolge l’intera coalizione ma, sulla base del risultato europeo, agli alleati è sembrato normale scaricare tutte le colpe sul partito principale e sul suo leader. Berlusconi, per la prima volta dalla sua discesa in campo, è sotto pressione non da parte dei suoi avversari ma dei suoi alleati. Neo-democristiani e post-missini soprattutto. I primi forti del successo proporzionale ottenuto alle europee, dove il partito di Follini ha triplicato i voti delle precedenti elezioni, i secondi di un piccolo punto percentuale in più ottenuto contenendo l’emorragia a destra provocata da Alessandra Mussolini. Anche la Lega scalpita da par suo. Gli alleati contestano al Carroccio - ancora senza Bossi - la perdita del valore aggiunto al Nord, come dimostrerebbe il fallimento di Milano. Ma i leghisti ribattono evidenziando la buona performance europea, dove sono risaliti oltre la soglia del 5 per cento.
Le conseguenze della sconfitta amministrativa hanno dunque cancellato la sostanziale soddisfazione per il risultato europeo e, all’interno della maggioranza, s’è aperta una furiosa guerra interna che al momento ha preso il posto della necessaria riflessione. Tra gli alleati, An sembra puntare diritta alla poltrona del super-ministro dell’Economia, quel Giulio Tremonti consolidatosi come puntello indispensabile dell’asse Forza Italia-Lega. Ad An interesserebbe lo scorporo del dicastero per acquisire competenze dirette sul Mezzogiorno. Piccole schermaglie tattiche, mentre più politica appare l’offensiva dei neo-democristiani, intenzionati a riproporre il sistema elettorale proporzionale per puntare a un riequilibrio al centro del quadro politico italiano. Una sorta di de profundis per una Seconda Repubblica mai nata con rimescolamento delle carte e chiusura del ciclo berlusconiano.
Non siamo più in una monarchia assoluta, ha detto qualche giorno fa Marco Follini in un’intervista a Repubblica, rafforzando la richiesta di maggiore collegialità all’interno della coalizione di governo. Al momento, tuttavia, sembra che ogni partito reagisca per conto proprio alla sconfitta elettorale, addossando agli altri il fardello del voto e alimentando quella sensazione di scombussolamento generale che non giova all’immagine del governo. E ancor meno alla sua sostanza. In questo scontro continuo, in questa affannosa ricerca di mediazione, Berlusconi rischia di logorare ancor più se stesso e la propria capacità di leadership. Sarebbe il momento di azzerare le parole e di riflettere sulle sfide che attendono il governo nei prossimi due anni e su come affrontarle e vincerle. Bisogna averne la forza.
1 luglio 2004 "
Saluti liberali