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Discussione: Europee...

  1. #1
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    Predefinito Europee...

    …in Germania

    Berlino. “Peggio di così non si può fare”, è stato il commento lapidario del ministro dell’Economia Wolfgang Clement.
    In effetti quello di domenica è il peggior risultato che l’Spd abbia incassato negli ultimi cinquant’anni.
    Un risultato che, come scrive Georg Paul Hefty sulla Frankfurter Allgemeine, pone il partito di fronte a un disastro di proporzioni inimmaginabili dal quale non lo risolleverebbe probabilmente nemmeno il cambio all’opposizione e un conseguente rinnovamento.
    Qui, così Hefty, non resta che aspettare una nuova generazione di politici socialdemocratici.
    A nulla è servita la divisione dei poteri tra Müntefering e Schröder, l’effetto guerra in Iraq è passato da tempo e questa volta è mancata anche una provvidenziale alluvione.
    Nessuno credeva a una rimonta seppur minima, ma nessuno dell’Spd pensava nemmeno che dalle urne europee e della Turingia sarebbe uscito un partito di terz’ordine.
    Schröder ne prende atto, ma ribadisce:
    “Continuerò a tener fede alla politica delle riforme che è stata tracciata con l’Agenda 2010. Non potrei difendere un altro
    corso”.
    A poco gli serve, peraltro, il quasi raddoppio dei
    voti dei suoi alleati, i Verdi che se ne tornano a casa con un 11,9 per cento nelle europee.
    Il massimo che può fare è apprezzarli per il loro fair play. Ieri Joschka Fischer ha detto che:
    “Il risultato certo indebolisce il nostro partner, ma non intacca il
    governo. Abbiamo un mandato fino al 2006 e questo sarà rispettato”.

    Il leader della Cdu, Angela Merkel, ha invece già fatto sapere che si tratta di un chiaro segnale da parte dei tedeschi di una volontà di cambiare, “un segnale che la politica rosso-verde non ha più il sostegno della popolazione”.
    Per Merkel, il destino della coalizione si deciderà con le elezioni nel Nordrhein Westfalen. Per Stoiber anche. Non in quelle del Landtag, però, in calendario la primavera prossima, ma già in quelle comunali di settembre.
    Così la pensano anche i liberali dell’Fdp di Guido Westerwelle, che ha aggiunto: “Se però l’Unione vuole governare da subito, deve uscire allo scoperto con un programma concreto”.
    Come scrive Heribert Prantl sulla Süddeutsche, l’esito delle europee, vista la scarsa affluenza (il 43 per cento), non è di per sé un termometro inequivocabile dell’umore politico del paese, sicuramente lo è dell’inarrestabile malessere dell’Spd, che non sa più tenere e tanto meno mobilitare il suo elettorato.
    Di Schröder si contesta ormai apertamente la sua assoluta mancanza di credibilità socialdemocratica.
    Non è tanto il programma di riforme a essere attaccato e rifiutato (altrimenti non si capirebbe la tenuta dell’Unione e la vittoria della stessa a spese dell’avversario), ma l’apparente distacco e la cosiddetta arroganza del cancelliere.
    A iniziare dalla Ostpolitik. A suo tempo aveva giurato di averla segnata come primo punto, ma oltre a essersi fatto vedere poco a Est, non è nemmeno un tema che compare spesso nella sua agenda.

    Mormorii sulla squadra da cambiare
    C’è poi il tasso di disoccupazione che non accenna a scendere, così come l’economia non dà segni di ripresa.
    Certo problemi che in gran parte riguardano anche gli altri paesi dell’Europa occidentale, ma secondo molti elettori socialdemocratici, Schröder da tempo è più interessato a profilarsi sullo scacchiere mondiale, mentre nella politica domestica è percepito come la personificazione dell’incertezza.
    Un giorno appoggia l’indebitamento per dare respiro all’economia, quello successivo predica una rigorosa politica del risparmio.
    Non ammette interferenze, ma poi appare prigioniero di Clement, Müntefering, Eichel (ministro delle Finanze), a meno che non si tratti di meeting internazionali, dove rubare la scena ai suoi (vedi il capo della diplomazia Fischer in politica estera e Trittin sull’ambiente).
    Il dato uscito anche da queste elezioni è che i tedeschi hanno bisogno di sicurezza.
    L’ha capito Westerwelle che, premiato per questo dal risultato elettorale, incalza ora l’Unione a passare dalla retorica a un programma con proposte concrete.
    L’hanno capito i Verdi e sono stati ripagati con un raddoppio di voti. A incidere sulla crescita non è stato soltanto il fatto che, come dice Fischer, “gran parte dei candidati dell’Spd per le europee erano degli emeriti sconosciuti mentre noi avevamo Cohn-Bendit”.
    Gli elettori hanno apprezzato la concretezza dei temi – diritti dell’uomo, pace, sicurezza, ambiente e difesa consumatori – e la capacità di mobilitare l’opinione pubblica, di proporre strategie nuove, come quella di coalizzarsi e sviluppare un programma sovranazionale.
    Al momento l’Spd fa quadrato attorno al cancelliere, ma qualcuno mormora già che non può essere questa la squadra che si presenterà ai prossimi appuntamenti elettorali.
    Non bastano dichiarazioni d’intenti come quella rilasciata ieri da Müntefering, “vogliamo riconquistare la fiducia dei nostri cittadini, spiegare loro che l’Agenda 2010 si rivelerà positiva per tutti”, per poter invertire il corso.

    sarebbe interessante un commento di aeroplanino (se se la sente, naturalmente).

    saluti

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  2. #2
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    Predefinito ....in G.B.

    Londra. Quando il premier laburista Tony Blair si presenterà oggi ai giornalisti britannici e internazionali per la sua consueta conferenza stampa mensile, si verificherà la solita distinzione nella qualità delle domande, tra quelle di chi capisce le dinamiche e i ritmi della politica britannica, e quelle invece di chi ama interpretarla secondo astrusi modelli teorici, spesso di ispirazione continentale, che confondono “wishful thinking” con le concrete realtà empiriche.
    l partito di governo britannico ha subito sì “a hard kicking”, un duro colpo, secondo il sempre cruento lessico politico britannico, nelle due grandi consultazioni degli ultimi giorni, con la perdita complessiva del 5,4 per cento (dal 28 per cento alle europee del 1999 al 22,6 di quest’anno), ma non si trova in crisi, né programmatica, né di leadership.
    E chi lo capisce più di chiunque altro è Gordon Brown.
    Nessuno a Downing Street si illude sulle difficoltà dell’ultimo anno, soprattutto a causa dei deludenti risultati iracheni, ma anche
    di alcune lotte parlamentari e interne al partito (le riforme delle rette universitarie, e delle strutture sanitarie), ma non c’è
    nessuna tentazione a rassegnarsi alla sconfitta.
    Rispetto ai veri e propri crolli delle forze di governo alle urne, verificatisi in Francia, Germania, Portogallo e Ungheria, e in
    misura minore in Danimarca, Olanda, Irlanda (per tacere sull’Italia), la flessione subita dal governo laburista è leggera.
    Se Michael Howard, navigato leader dei Tory, adesso si tormenta
    sul nuovo dilemma bruxellese, l’abile Tony Blair sta già girando a suo vantaggio lo straordinario exploit elettorale di Robert Kilroy-Silk e dei suoi nuovi, e spesso surreali, compagni di strada eurofobici dell’Ukip: intende chiedere agli altri 24 colleghi europei ulteriori concessioni per le tesi britanniche alla prossima riunione dell’Unione europea a Dublino, per concludere i negoziati costituzionali, il 17 e 18 giugno.

    L’UKip e l’inedito sistema proporzionale
    La famosa “insurrezione irachena” punitiva invocata dai suoi ex compagni di partito, Clare Short e George Galloway (alla testa della sua lista personale, Respect) e dai pacifisti LibDems, non si è verificata.
    Soltanto 90 mila preferenze per “Gorgeous George” (ma niente seggio a Strasburgo), malgrado la massiccia aderenza del mondo dello spettacolo alle sue tesi “antiwar”, soli due seggi in più ai LibDems, squalificati peraltro dall’umiliazione di essere ridotti, dopo ottant’anni, al quarto posto dall’impertinente l’UKip.
    E’ stato il meccanismo inedito del proporzionale, voluto in tutta Europa da Bruxelles, ad aver aperto il vaso di Pandora dei partitini extra parlamentari: per la prima volta nella storia, oltre il 25 per cento del voto espresso è per schieramenti senza seggi a Westminster.
    Nulla fa pensare (e nessuno in Inghilterra lo pensa) che alle prossime politiche, condotte con il sistema maggioritario, ci sarà spazio per i “single issue parties”. La vincita dei laburisti alle prossime politiche è quasi una certezza: l’economia va bene, scuola, sanità e sicurezza migliorano. E non esistono rivali credibili: Howard non ha mai dimostrato le straordinarie doti politiche di Blair. E chi lo sa meglio di tutti è proprio Gordon Brown, architetto gemello dei successi neo laburisti: da un anno a questa parte, né lui, né i suoi molti sostenitori osano parlare male del premier. Perché sanno che per garantire la successione al “principe Gordon”, bisogna prima garantirsi la prossima vittoria elettorale, a maggio 2005.
    Con Tony Blair ancora al timone.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito ...in Francia

    Parigi. E due. Dopo l’uppercut incassato a marzo, quando 20 regioni su 22 finirono in mano alla sinistra, Jacques Chirac e il suo fido primo ministro, l’ineffabile Jean-Pierre Raffarin, ieri sono andati di nuovo al tappeto: il partito dell’Unione per la maggioranza presidenziale, l’Ump, ha ottenuto poco più del 16,6 per cento dei voti, oltre tre punti in meno del già magro bottino raccolto da Chirac al primo turno delle presidenziali del 2002.
    I socialisti di François Hollande, superando la destra chiracchiana di quasi 13 punti, ottengono con il 29,2 per cento il miglior risultato della loro storia alle elezioni europee.
    La destra si sgretola, si sfarina. Ma rifiuta di far tesoro delle sconfitte.
    Come scrive il direttore di Libération Serge July, Jacques Chirac si sta scavando la terra sotto i piedi: “personaggio politicamente tragico è il becchino di se stesso”.
    Raffarin, invece, personaggio politicamente comico, l’ha buttata in corner e a guisa di commentarii elettorali ha mandato un telegramma alla Nazionale di calcio in cui si congratula per la vittoria sugli inglesi e per le prestazioni eccellenti di Zidane e Barthez.
    I collaboratori del presidente e del primo ministro spiegano la sconfitta con il disimpegno: mettono in avanti proprio ciò che gli avversari hanno rimproverato come manifestazione d’“inciviltà di spirito”: l’aver fatto una campagna a morire di pizzichi, aver evitato ogni pedagogia sull’Europa, il silenzio persistente e imbarazzante dello stesso Chirac, a cui si è aggiunta la latitanza dei tenori che sono rimasti a casa lasciando da solo Alain Juppé, il leader dell’Ump in fine di mandato per vicissitudini giudiziarie. Nella sua tattica deliberata di far finta di nulla, la chiracchia ha trovato un alleato di peso in Tf1: la televisione regalata un tempo “agli amici degli amici”, nonché principale rete del paese, delle elezioni europee ha parlato poco o punto.
    Tutto questo sovrano disinteresse non poteva non ripercuotersi sul tasso di astensione del 57,4 per cento, un record nella storia della Quinta Repubblica, eccezion fatta per un paio di referendum.
    Raffarin riuscirà ancora una volta a passare indenne, come si dice tra il muro e la colla.
    Per settimane ha ripetuto che queste elezioni non facevano parte del suo calendario, che quindi non avrebbe cambiato né politica né squadra di governo.
    Di volta in volta ha alzato o spostato la posta elettorale in gioco: prima ha detto che successo e insuccesso andavano misurati alla luce dei voti di tutta la destra repubblicana, poi che bisognava invece fare la conta dei pro-europei e degli euroscettici.
    Infine che qualsiasi voto in più del terrificante 13 per cento ottenuto alle europee del ’99 era buono a prendere.
    Insomma una cortina fumogena per nascondere due o tre cose essenziali: che lui i baroni della maggioranza non se li fila di pezza, che dall’Hotel Matignon non traslocherà almeno fino all’autunno e solo se a chiederglielo sarà il presidente in persona.

    La rivincita del “viscido sacrestano”, Bayrou
    A essere implosa è ovviamente l’Ump. La fortezza unitaria della destra repubblicana voluta e progettata da Juppé come macchina elettorale al servizio e alla gloria eterna di Chirac e delfini, viene declassata a pied-àterre, alla stessa stregua delle altre componenti della destra.
    Dei liberal-centristi dell’Udf, il cui leader François Bayrou, il “viscido sacrestano” secondo Chirac e Raffarin, ormai non nasconde più l’intenzione di voler scalzare prima l’uno e poi l’altro.
    E di quell’8 per cento di souverainisti, di nostalgici dello Stato sovrano, raccolti attorno a Philippe de Villiers, visconte e vandeano.
    La destra che si voleva una e trina sotto un’unica, abile regia, si risveglia trina e in preda al vecchio demone della divisione.
    E con dei capi sempre più consapevoli che, dietro Chirac, si va dritti dritti contro il muro.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito ....in Italia, dalle parti del Governo

    Roma. Non sarà la fucilata che ha azzoppato i più importanti partiti di governo europei, ma per Forza Italia la legnata c’è.
    E brucia.
    Silvio Berlusconi assume su di sé “la responsabilità del calo” e così facendo mette al riparo da eventuali processi il coordinatore Sandro Bondi (rassegnato a dividere i compiti in un nuovo direttorio).
    Il Cav. lamenta ancora una volta “gli effetti distorcenti della par condicio a favore delle tante liste improvvisate”, e “gli attacchi subiti dall’opposizione e dai suoi media”. Infine concede che la tenuta elettorale della maggioranza non è dipesa da FI, lo fa lanciando un segnale agli alleati:
    “Una leadership seria implica sicurezza nelle proprie idee ma anche grande inclinazione all’ascolto, per correggere quel che non va”.
    Perché attorno a Forza Italia (“comunque il primo partito”) rumoreggia una Lega insperatamente soddisfatta, mentre An e Udc possono accreditarsi il merito d’aver protetto il centrodestra dalla sconfitta.
    Se per i finiani era difficile immaginare un arretramento rispetto al 10,3 rimediato nel ’99 assieme a Mario Segni, l’11,5 basta a intravedere una favorevole resa dei conti sulla collegialità nell’azione di governo.
    Intonate al fair play, le dichiarazioni ufficiali esprimono tuttavia la volontà di incalzare: “I tempi per far ripartire l’esecutivo devono essere brevissimi”, ammonisce il coordinatore nazionale Ignazio La Russa.
    Più esplicito il portavoce, Mario Landolfi, sulla “necessità di un aggiornamento di contenuti e squadra”. Esponenti autorevoli sognano già le conseguenze del voto al prossimo Consiglio dei ministri: “Adolfo Urso al Commercio estero, il titolare dell’Agricoltura, Gianni Alemanno, otterrebbe da Antonio Marzano (Attività produttive) alcune competenze sui prodotti agricoli e altre da Girolamo Sirchia (Salute)”.
    E soprattutto al vicepremier Gianfranco Fini “potrebbero finalmente arrivare alcune delle deleghe chieste al Tesoro in materia d’iniziativa economica”.
    Ma non è detto che siano quelle più facilmente amministrabili. Quanto alla politica fiscale, su cui ultimamente sono emerse le maggiori divaricazioni fra alleati, dicono in An:
    “Prima di parlare, Berlusconi e Tremonti dovrebbero ricordarsi che senza la liberazione degli ostaggi ora starebbero al 17 per cento”.
    Merita più d’un cenno anche la resa dei conti interna fra Destra sociale e Destra protagonista.
    Partita vinta da Alemanno, che correva “contro” Maurizio Gasparri nella circoscrizione sud.
    Ieri sera Alemanno contava oltre 250 mila consensi (subito alle spalle di Fini).
    Partito con un vantaggio di circa 30 mila preferenze secondo i sondaggi, il ministro delle Comunicazioni arriva al traguardo staccato di oltre 60 mila voti. “In Calabria è un bagno di sangue”, gongolano gli alemanniani trionfanti nella regione storicamente più affezionata a Gasparri.
    La tendenza favorevole ad Alemanno si consolida anche a livello nazionale (nel Centro due eletti su due sono suoi) e avrà qualche effetto. Fuori discussione il ruolo di La Russa, per il gasparriano Italo Bocchino si allontana la promozione a capogruppo alla Camera. Davanti a lui premono adesso i “sociali” Pasquale Viespoli, Carmelo Briguglio e Domenico Benedetti Valentini.

    Anche i centristi dell’Udc ringraziano gli elettori, promettono di “perseverare sulla linea della moderazione e della fermezza” (così al Foglio il capogruppo a Montecitorio, Luca Volonté) e annunciano battaglia nella maggioranza:
    “Il panorama è cambiato e ora si riparte dalle ragioni di chi ha vinto”.
    Ragioni poco sovrapponibili ai modi spicci di chi “si è illuso che i piccoli partiti contassero poco”.
    Di poltrone e rimpasti ancora non si parla, ma indiscrezioni danno Bruno Tabacci pronto a sostituire Marzano alle Attività produttive.

    Dalle parti della Lega si sorride per la performance nel nord-est (in Veneto il Carroccio diventa la terza forza dopo l’Ulivo e FI). E ci si aggrappa all’“ottimo” 5 per cento complessivo.
    A via Bellerio la mezza vittoria di An è giudicata innocua, un po’ di preoccupazione per la crescita dell’Udc.
    Il risultato della Lega conferma nel suo ruolo vicario il ministro del Welfare, Roberto Maroni, “premiato dal lavoro di timoniere pro tempore”, dicono fonti leghiste.
    Si attende in queste ore un segnale da Bossi, forse un intervento sulla Padania. Probabilmente lo annunceranno Maroni e Giancarlo Giorgetti. Il leader avrebbe già confidato il suo ottimismo e rinnovato le consegne:
    “A luglio la riforma federale, sennò tutti a casa”.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito ....fuori dal portone

    Non hanno messo insieme neanche i voti che avevano prima di fare il Listone della speranza.
    Capacità espansiva: zero.
    E vanno in giro a vantarsi di essere il primo partito, quando tutti sanno che non avranno nemmeno un unico gruppo parlamentare in Europa.
    Le opposizioni sfondano quasi dovunque; loro, i prodiani, sfoggiano risultati di una clamorosa modestia.
    Si riprendono Bologna, e vorremmo vedere, e assestano qualche colpo nelle elezioni regionali e locali, in perfetta corrispondenza ai buchi neri in cui si è cacciato l’avversario.
    Niente di devastante nemmeno in questo caso, ma il loro cantar vittoria è segno di immaturità politica.
    La verità è che Prodi non tira neanche un po’, il progetto unitario è un camuffamento senza sostanza, il programma è tecnico e il suo autore (Giuliano Amato) è additato come un traditore.
    Non hanno una politica estera e di sicurezza, parlano di un paese che non c’è alla stessa stregua delle fanfaronate del Cav.: per lui il paese luccica, per loro non c’è più latte per i bambini.
    Ridicoli.
    Siamo sempre lì. O si decidono a risolvere la battaglia dei capi, non incoronando un vecchio arnese spompato per contendersi presunti vantaggi in una lotta tra boiardi, ma decidendo chi comanda e per che cosa fare, oppure devono rassegnarsi a farsi battere dal Cav., perfino da un Berlusconi che resti in panne per altri due anni.
    Ma per apparire uniti e atti al governo del paese, devono imparare che cosa sia il dolore, decidere una linea sulle cose che contano, finirla di mascherare con il compromesso al ribasso del Listone televisivo, cerone e maquillage, l’assenza di un’identità. L’Europa non spinge il voto europeo verso il centrosinistra italiano, figuriamoci quando si tratterà di decidere il governo. Michele Salvati aveva proposto una linea vera: rivoluzioniamo il centro sinistra facendo un partito democratico, saltando una generazione di leader litigiosi e troppo legati al passato, smantellando i vecchi apparati e costruendo un cartello elettorale e politico di governo su una leadership credibile.
    Se lo facessero, chissà.
    Se non lo faranno, è sicuro che rimpiangeranno il credito che hanno concesso alla sinistra della demagogia, che intanto gli ha organizzato un bel dieci, dodici per cento di rompicoglioni capaci di farli restare per un altro lustro all’opposizione.

    saluti

  6. #6
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    Predefinito ...tra i resti

    Sei liste, nelle elezioni europee, hanno superato la soglia del 4 per cento, quella che nelle politiche dà il diritto a concorrere alla ripartizione dei seggi proporzionali.
    Si tratta dei quattro partiti principali della Casa delle libertà, del listone prodiano e di Rifondazione comunista.
    Nell’insieme raccolgono un po’ più dell’80 per cento dei voti, lasciando quasi il 20 a una miriade di formazioni minime, nessuna delle quali supera il 2,5.
    Silvio Berlusconi da una parte e Massimo D’Alema dall’altra avevano invitato a non votarle, ma un italiano su cinque non ha seguito il consiglio.
    A elezioni avvenute, naturalmente, anche i “resti” vengono buoni per vantare la tenuta delle coalizioni, ma i loro leader ci tengono a far sapere che eserciteranno fino in fondo il “potere di coalizione”, il cui valore cresce sul mercato politico quanto più i rapporti tra le formazioni maggiori risulta equilibrato.
    Lo fanno sia quelli che hanno ottenuto un successo superiore alle attese, sia quelli che sono stati ridotti dall’elettorato a dimensioni più modeste.
    Fra i primi spicca la coalizione socialista di Claudio Signorile e Gianni De Michelis, che ha già fatto sapere che “farà pesare” il suo 2 per cento.
    A mettere in dubbio il valore effettivo del loro successo è sceso in campo, forse un po’ goffamente, Ugo Intini, che sostiene che gli elettori sono stati tratti in inganno dal garofano di Bettino Craxi (come se non sapessero chi ha sostenuto la decapitazione giudiziaria del Psi).
    Fra i ridimensionati, invece, si segnala la lista Di Pietro, che con l’aggiunta di Achille Occhetto ha perso quasi metà dei consensi che aveva raccolto nel 2001. Così si conferma l’effetto Occhetto: dimezzare i voti dei partiti che hanno la sorte di farsi dirigere da lui. Già era riuscito nell’impresa di portare il Pds al suo minimo storico.
    Però non si è perso d’animo e, dall’alto del 2,1 raggiunto in discesa, ha spiegato che il listone dell’Ulivo, con solo il 31 per cento, porterà il centrosinistra al disastro, ma “per fortuna ci siamo noi”.
    Per fortuna, si direbbe, del centrodestra.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito ....in Italia, quella dell'opposizione

    Roma. Dice Francesco Rutelli: “Abbiamo incontrato tante gente che ci dice: complimenti!”.
    Non deve essere gente del correntone ds.
    Nel giorno in cui tutti i leader del listone si affannano a magnificare il successo, proprio i soci di minoranza del partito di Fassino dicono che così non è.
    Dopo il lungo tira e molla sui sondaggi della sera precedente, ieri da piazza SS. Apostoli era un coro.
    “Il progetto è piaciuto, è stato collaudato, andiamo avanti. Al centrosinistra non manca niente”, spingeva, in testa a tutti, Romano Prodi.
    “L’effetto Prodi è stato clamoroso”, elogiava il ds Pierluigi Bersani. “La vittoria è fuori discussione”, aggiungeva Arturo Parisi. “Il cammino prosegue”, secondo Enrico Boselli.
    Piero Fassino, che per tutto il giorno ha sostenuto a destra e a manca la tesi della grande vittoria:
    “Se si votasse oggi, il centrosinistra avrebbe la maggioranza sia alla Camera che al Senato”.
    E via così, tenendo anche conto, come aggiunge Rutelli, “non avevamo nemmeno i leader in campo”.
    Trionfo, dunque?
    Ma neanche per niente, replicano appunto quelli della sinistra diessina.
    Che proprio nel giorno del “trionfo” prodiano, vanno a rompere le uova nel paniere.
    Sostenendo, più o meno, che nessun trionfo c’è stato, che la lista unica è stato un errore, e che prima si ripara alla faccenda e meglio è.
    Con più o meno impeto (e nonostante l’elezione a Strasburgo di Giovanni Berlinguer), tutti sono scesi in campo.
    Sostenendo l’esatto opposto di Fassino e Rutelli.
    Per Fabio Mussi, “gli elettori non hanno confortato particolarmente il progetto riformista del partito unico, con cui si è spiegata la lista unitaria”.
    Secondo Cesare Salvi “non è possibile nascondere la pesante perdita subita dal listone”.
    Ecco Giorgio Mele: “Non capisco l’ottimismo con cui si commentano i risultati”.
    Il più duro, Pietro Folena: “Il progetto della lista Uniti nell’Ulivo è fallito. Non ho apprezzato il fatto che da parte della leadership del mio partito non vi sia stato alcun accenno di riflessione autocritica”.
    E persino Gavino Angius si fa scappare: “Ci sono alcuni problemi”.
    E che tutto non sia così esaltante, si è capito anche dai ripetuti accenni alla leadership di Prodi.
    Tutti ne parlavano per smentire che sia in discussione (a cominciare dal diretto interessato, “non vedo alternative”), ma appunto troppo e inaspettatamente se ne parlava.
    Secondo Fassino “non c’è motivo per aprire questo dibattito”. Che intanto, però, sotto sotto, è partito.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito

    E’ partito il progetto zattera, l’operazione salvataggio (e autosalvataggio) di Romano Prodi dopo il non esaltante risultato conseguito dal Triciclo alle elezioni europee.
    La prima tappa consiste nel puntare sulla Lista Di Pietro-Occhetto.
    Il ragionamento che viene fatto dai maggiorenti dei Ds e dai prodiani è questo: già in campagna elettorale l’ex magistrato di Mani Pulite e l’ex segretario del Pds sembravano non andare d’accordo.
    Il piano è semplice: emarginare Occhetto, ritenuto politicamente più abile, e quindi, più pericoloso e meno incline ad assecondare i progetti di personaggi come Massimo D’Alema, e cercare di ingraziarsi l’ex pm con l’offerta di un ministero nel futuro governo del centrosinistra.
    Il tentativo è quello di agganciare al Listone altri pezzi per evitare che la leadership di Prodi e la bontà del progetto politico vengano messi in discussione.

    La seconda tappa dell’operazione salvataggio di Prodi riguarda i Verdi.
    Anche qui si punta alla spaccatura. Nel Sole che ride, è risaputo, Paolo Cento e Alfonso Pecoraro Scanio non sembrano più andare d’accordo. Il primo addirittura pensava che bisognasse tentare l’avventura del Listone.
    L’idea è quindi, quella di lusingare Cento e di convincerlo a non chiedere il redde rationem nel centrosinistra. Il ruolo dell’esponente verde dovrebbe essere quello di pontiere tra il Triciclo e la sinistra radicale.

    La terza tappa invece coinvolge i Comunisti italiani. E’ la più facile, perché, nonostante i proclami di guerra, il Pdci è già d’accordo con Prodi. Lo era da prima delle europee, quando il presidente della Commissione europea aveva assecondato il progetto di Armando Cossutta di andare per conto proprio.
    Era un deterrente nei confronti della più ostica Rifondazione, un modo perché i voti della sinistra radicale non andassero tutti a Fausto Bertinotti.

    La quarta tappa è difficile. Come convincere Fausto Bertinotti a dare il suo ok a un Prodi azzoppato?
    E pensare che il presidente della Commissione europea prima delle europee puntava al fatto che alle politiche il centrosinistra senza Rifondazione avrebbe ottenuto ugualmente la maggioranza dei seggi sia alla Camera che al Senato.
    Aggiungeva che questo sarebbe servito non per governare senza Fausto Bertinotti, ma per fare entrare nell’esecutivo Rifondazione senza che però fosse condizionante. Adesso dovrà rivedere i suoi calcoli. Calcoli che, per la verità, erano stati fatti da Arturo Parisi. Il quale, però, spesso li sbaglia. Bertinotti, comunque, non contrasterà Prodi apertamente.
    Ma ha già capito che dovrà giocare le proprie carte su un altro tavolo.

    E Walter Veltroni? Il sindaco di Roma ha deciso di non muovere un dito, per ora. Ha capito che Prodi si era già insospettito sul suo conto l’estate scorsa, quando aveva avuto diversi abboccamenti con politici e imprenditori per saggiare il terreno circa la sua eventuale discesa in campo.
    E quell’estate Prodi aveva lanciato il progetto del Triciclo.
    Ora il sindaco di Roma non intende ripetere quell’errore e continua a dichiarare che la leadership di Prodi non si tocca e smentisce di avere qualsiasi ambizione di buttarsi nell’agone della politica nazionale.
    Tanto sa che c’è tempo per muoversi, questa volta, e che bisogna solo aspettare che i nemici interni di Prodi si muovano.

    saluti

  9. #9
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