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  1. #1
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    Predefinito Le tre funzioni in Irlanda

    Sul sito del CSLR è stato ripreso un articolo che credo possa interessarvi: si tratta di una lettura in chiave trifunzionale-duméziliana della "mitologia delle invasioni" in Irlanda.

    http://www.centrostudilaruna.it/invasionidirlanda.html

    Saluti.

  2. #2
    Mjollnir
    Ospite

    Post A proposito di trifunzionalismo

    "UN SISTEMA SPECIFICO"

    La domanda che si può porre e che non ci si è astenuti dal porre a Georges Dumezil consiste nel chiedersi se la tripartizione funzionale non sia, in ultima analisi, l’elemento di ogni gruppo umano, di ogni società, anche arcaica e primitiva, e se non la si «scopra» tanto più facilmente per il fatto che si tratta di un fenomeno universale.
    A prima vista, infatti, ogni insieme di uomini prova la triplice necessità di essere comandato, di difendersi e di nutrirsi, così come ogni uomo deve individualmente soddisfare le triplici esigenze del suo «cuore», del suo «ventre» e del suo «spirito». Non è forse questa la natura delle cose? «Una riflessione, anche elementare, sulla condizione umana e sugli impulsi della vita collettiva non deve forse pervenire, in ogni tempo ed in ogni luogo, a mettere in evidenza tre necessità: una religione che garantisca un'amministrazione, un diritto ed una morale stabili; una forza di protezione e di conquista; infine dei mezzi di produzione, di alimentazione ed in genere di godimento? E, quando l'uomo riflette sui pericoli che corre, sulle strade che si aprono alla sua azione, non viene forse ancora ricondotto ad una qualche varietà di questo schema?» (ITIE, p. 23).
    Georges Dumezil ha risposto in parecchie occasioni a questa obiezione (Nouvelle Ecole», n. 10, p. 43; cfr.anche DIE, pp. 35-36; ITIE pg. 16-17 e 22-23; ME I, pg. 632).

    La sua risposta è di una chiarezza estrema:

    ”nel mondo antico, ne gli Egizi prima dei contatti che hanno avuto nel secondo millennio con i Popoli del mare o gli Asiatici, Urriti, ecc., vale a dire con dei popoli guidati essi pure da delle aristocrazie indoeuropee o segnati dall'influenza degli Indoeuropei; nei Mesopotamici prima della dominazione dei Cassiti, altro popolo a componente indoeuropea; ne in genere i Semiti, i Siberiani, i Cinesi, ne alcun popolo che non sia indoeuropeo o che non sia stato esposto ad un azione indoeuropea storicamente dimostrata e databile, ha posto una tale struttura come tutrice, come spina dorsale nella sua ideologia o nella sua vita sociale” (DIE, p. 35).

    Sviluppando il suo pensiero in un passo un pò lungo, ma che riteniamo essenziale, egli aggiunge:

    «si è cercato invano, nella pratica o nelle tradizioni delle società ugrofìnniche o siberiane, tra i Cinesi o gli Ebrei della Bibbia, in Fenicia o nella Mesopotamia sumeriana o semitica, ed in genere nelle vaste zone continentali attigue agli IndoEuropei o da loro penetrate, una replica indipendente ai concordanti schemi della tripartizione sociale: ciò che si osserva sono sia delle indifferenziate organizzazioni di nomadi, in cui ciascuno è tanto combattente quanto pastore; sia delle organizzazioni teocratiche di sedentari,in cui un re-sacerdote, un imperatore divino, trova il proprio contrappeso in una massa, frazionata all'infinito, ma omogenea nella sua umiltà; sia ancora delle società in cui lo stregone non è che uno specialista tra molti altri, cui non spetta precedenza alcuna, malgrado il timore ispirato dalla sua specialità: niente di tutto questo ricorda, da vicino o da lontano, la struttura delle tre classi funzionali gerarchizzate. Non vi sono eccezioni. Quando un popolo non indoeuropeo del mondo antico, in particolare del Vicino Oriente, sembra conformarsi a questa struttura, è per il fatto che l'ha acquisita sotto l'influenza di un nuovo venuto, di una di quelle pericolose bande indoeuropee che, nel secondo millennio (Luviti, Ittiti, Arya), si sono arditamente espanse in parecchie direzioni. E' il caso, ad esempio, dell'Egitto "ripartito in caste", in cui i Greci del V secolo credettero di ritrovare il prototipo, l'origine delle più antiche classi funzionali ateniesi. In realtà, questa struttura non si è formata sul Nilo che a contatto con gli IndoEuropei, i quali, arrivando in Asia minore ed in Siria a metà del secondo millennio avanti Cristo. rivelarono agli Egìzi anche l'uso del cavallo. E' soltanto a questa data che, per sopravvivere, il vecchio impero dei faraoni si riorganizza ed in particolare si dà ciò che non ha mai avuto, un esercito permanente, una classe militare; il più antico testo "multifunzionale" del tipo di quelli che Erodoto, il Timeo, Diodoro conosceranno, è l'iscrizione in cui Thaneni si vanta di aver fatto un ampio censimento per conto del suo signore, il faraone Thutmosi IV (...). Ora, Thutmosi IV (1415-1405) è proprio il primo faraone che abbia sposato una principessa aria di Mitanni, la figlia di un re dal nome caratteristico, Artatama.
    «Sembra che sia stata proprio la differenziazione di una classe di guerrieri, con il suo particolare statuto "morale", unita da una specie di morbida alleanza ad una classe ugualmente differenziata di sacerdoti, ad aver rappresentato l'elemento di originalità, di novità degli Indoeuropei, con l'aiuto del cavallo e del cocchio da guerra, la causa ed il mezzo della loro espansione: le iscrizioni geroglifiche e cuneiformi ci hanno tramandato il ricordo del terrore che causavano nelle vecchie civiltà questi specialisti della guerra, tanto arditi ed implacabili quanto, tremila anni più tardi nel Nuovo Mondo, i conquistadores poterono sembrarlo ai capi ed ai popoli degli imperi che annientarono. Le iscrizioni li definiscono con un nome, Marianni, che in effetti era utilizzato dagli Indoariani: i Marya, in cui Stig Wikander è riuscito a riconoscere, nel 1938, i membri di Mannerbünde dello stesso genere di quelli che Otto Höfler aveva appena finito di studiare tra i Germani» (ITIE, pp. 16-17).

    Abbiamo visto che il conservatorismo «ideologico» delle leggende narte degli Osseti era assolutamente impressionante, soprattutto se si considera che, secondo Erodoto, la società trifunzionale era già scomparsa presso gli antichi Sciti. Ora, si nota che queste stesse leggende sono state prese a prestito ed anche trasmesse da popoli non indoeuropei vicini agli Osseti come i Circassi, i Tartari, gli Abkhazi, gli Ingusceti, ecc… ma che costoro, lungi dal conservarle, così come hanno fatto gli Osseti, hanno fatto subire loro delle alterazioni radicali e significative. Tra i Circassi, tanto orientali che occidentali, (ME I, pp. 471-478), la struttura delle tre famiglie è completamente scomparsa: i Boratae non sono più dei «ricchi», i Narti sono tutti degli eroi combattenti. Tra i Tartari di Pjatigorsk (ibid., pp. 477-478), la famiglia dei Boratae è addirittura eliminata.
    Presso gli Abkhaze (jibid., p. 478), i Narti, che sono in numero di cento (tutti guerrieri), hanno la stessa madre, denominata Satanay. Stessa evoluzione tra i Ceceni e gli Ingusceti {ibid., pp. 478-484); alla tripartizione funzionale si è sostituita una bipartizione moralizzante, in cui una classe che rappresenta la ricchezza e la virtù si contrappone ad un'altra, formata da briganti senza scrupoli. Infine, tra i Cumucchi ed i popoli del Daghestan settentrionale {ibid., p.484), i Narti, più o meno assimilati a dei giganti malefici, formano un gruppo uniforme, senza alcuna divisione.
    È ciò che permise a Dumézil di scrivere in seguito: «un capitolo della terza parte di Mythe et epopèe I (pp. 457-484) è stato dedicato ad una di queste indagini, concernente il quadro più generale dei personaggi dell'epopea, la divisione in tre famiglie: netta e costante nelle narrazioni degli Osseti, essa è sfumata presso tutti i popoli di origine non indoeuropea che l'hanno presa a prestito e cede il posto sia ad un'unica famiglia (Abkhaze), sia ad una molteplicità indefinita di famiglie (Circassi), sia ad una riorganizzazione dualista (Circassi, Ingusceti)» (RSA, p. 146).
    La conclusione da trarre da queste constatazioni è chiara: dal momento in cui una tematica «ideologica» (culturale, mitica, religiosa, ecc.) passa da un insieme etno-culturale ad un altro, si trasforma sensibilmente. Mentre un popolo di origine indoeuroepa, gli Osseti, è riuscito a conservare per secoli (e addirittura per millenni) una narrazione corrispondente al tema delle tre funzioni, questa stessa narrazione, presa a prestito da dei popoli vicini, ma non indoeuropei, si è a poco a poco trasformata, al punto che l'elemento caratteristico e fondamentale ha finito per esseme del tutto eliminato.

    «Alcuni anni fa», scrive Dumézil, «un critico inglese in vena di scherzare aveva voluto dimostrare che nella Bibbia si possono trovare tante scene trifunzionali quante si voglia: questa caricatura non ha deposto a suo favore» (ME I, p. 632). Questo critico era J. Brough, celebre indianista, professore all'università di Londra. Il suo articolo s'intitolava The Tripartite Ideology of the Indo-Europeans. An Experiment Method. Georges Dumézil, nella sua risposta
    L'ideologie tripartie des IndoEuropéens et la Bibbie, in «Kratylos», vol. IV, 1959, pp. 97-118), non ha avuto alcuna difficoltà a mettere in evidenza i suoi errori ed a privarlo delle sue illusioni.
    E' così che Jahvé, nelle sue qualificazioni tradizionali, non viene mai caratterizzato in un modo che evochi la trifunzionalità (art.cit., pp. 99-100). D'altra parte, contrariamente a quanto J. Brough aveva affermato, le dodici tribù d'Israele non hanno alcun rapporto con le caste indiane, le classi dei Celti o le famiglie nartiche.
    «Quando Giacobbe, nel capitolo 49 del Genesi, parla dei suoi figli, eponimi delle dodici tribù d'Israele, le sue preoccupazioni sono (molto) diverse». I primi tre di questi figli sono maledetti per delle ragioni diverse. «Gli altri nove sono definiti alcuni dal destino storico della loro tribù, altri dai caratteri economici e geografici del loro futuro habitat, altri tramite quella che sarà in seguito la loro reputazione, altri ancora facendo riferimento all'etimologia del loro nome» (ibid., pp. 100-102).
    Di conseguenza, non appariva mai la benché minima distinzione funzionale.
    J. Brough aveva anche voluto accostare il libro dei Giudici, con i quattordici nomi che vi compaiono, alle gesta dei Pàndava (nel Mahàbhàrata). In particolare,
    aveva messo in relazione gli ultimi Giudici, Elia-Samuele, gli ultimi re, Saul-David, con le coppie Mitra-Varuna ed Indra-Vàyu. Dumézil ha dimostrato che nessun paragone strutturale poteva essere fatto in un modo valido in questo senso (ibid., pp. 102-104). Quanto a Salomone, nel quale Brough vedeva «una buona replica dei personaggi indo-europei che riuniscono in sé le tre funzioni», il suo regno si contraddistingue invece per la mancanza di vittorie e di qualsiasi tipo di gloria militare. «I doni che Dio concede a Salomone formano
    semplicemente la lista dei beni e dei vantaggi principali di cui un re
    grande e pacifico può godere» (ibid., pp. 105-108) (1).
    Infine, J. Brough aveva creduto di raccogliere un rilevante numero di «formule trifunzionali». Sfortunatamente, le suddette formule derivano sempre sia da accostamenti arbitrari tra testi estremamente lontani gli uni dagli altri, sia da veri e propri controsensi e da forzature del testo biblico. Brough citava così delle triadi basantisi su un'opposizione tra Jahvé e gli uomini. Ora, nell'universo indoeuropeo, le triadi devono essere (ed effettivamente sono) omogenee: tre dei, tre esseri umani, tre azioni, tre oggetti, tre «peccati», ecc…
    Parimenti, a proposito dei flagelli evocati nella Bibbia, J. Brough,
    per consolidare le sue ipotesi, non aveva esitato a prenderne in considerazione l'origine, laddove solo la natura ha una sua specifica importanza: affermava, ad esempio, che la peste è un flagello «della prima funzione» poiché viene mandata da Jahvé, mentre un'epidemia che colpisca i corpi è, tra gli Indoeuropei, sempre della terza funzione (art. cit., pp. 111-116).
    Quest'importante estrapolazione ci induce a ricordare le regole rigorose (ed ispirate al buon senso) che Georges Dumezil molto giustamente ha enunciato:

    1) perché si abbia il diritto di riconoscere un'intenzione di classificazione trifunzionale, occorre che i tre termini siano omogenei, nella sintassi e più ancora nel pensiero (tre doni o qualità di un Dio, tre preghiere degli uomini, ecc.);
    2) bisogna scartare qualsiasi esegesi che, per una o, a maggior ragione, per due
    funzioni, si fondi su un'interpretazione sollecitata da termini equivoci od imprecisi» (Les trois fonctions dans le Rig-Véda et les dieux indiens de Mitani, in «Bulletin de l'Académie royale de Belgique»,vol. XLVII.pp. 280-281.


    NOTE

    1. In ME I, pp. 591-595, si trova un'esauriente analisi del sogno di Salomone. Segnalando l'accostamento fatto da Geo Widengren tra la scelta di Salomone ed il giudizio di Paride, Dumézil precisa che «le influenze indoeuropee, pressoché inesistenti nella vita del popolo e nella religione d'Israele, dovevano essere più forti nell'ideologia reale, così come lo sono state nella letteratura epica del Vicino Oriente» (ibid., p. 595)

 

 

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