GIUSEPPE LEONI
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Sono entrato in Parlamento nel lontano 1987. (Poi ci ho passato, in vari momenti ben quattordici anni). Allora ero l'unico deputato della Lega, mentre il Bossi era l'unico senatore. E in quella lunga legislatura, solo noi due abbiamo potuto "vaccinarci" contro i fatti e i misfatti della Prima Repubblica, di cui abbiamo potuto vedere da molto vicino i retroscena e i sottoscala.
Succedeva così: ogni nove o dieci mesi tutto un mondo contiguo al Palazzo entrava in fibrillazione (e i poveri parlamentari erano gli ultimi a saperlo). Si muovevano le lobby finanziarie, le logge massoniche, le strane confraternite romane, le cordate di alti burocrati, i gruppi di pressione dei consiglieri di Stato, gli alti funzionari dei ministeri di spesa, i giornalisti incistati con i poteri opachi, l'esercito dei consulenti e dei professori "di area", gli esponenti delle alte magistrature soprattutto amministrative. E in questo vorticoso polverone il risultato era una crisi: cadeva un governo e se ne faceva un altro, con la stessa coalizione di partiti, che però distribuiva posti, sedie e prebende a qualche cordata di potere anziché a un'altra.
Non è che gli sconfitti fossero poi licenziati: per carità, per loro si inventavano sinecure e dorati parcheggi di enti inutili, tanto pagava Pantalone (e cioè noi padani con le nostre sudate tasse). Al massimo, se i soldi non bastavano, si gonfiava il debito pubblico, tanto riguardava le generazioni successive. E la politica doveva mitemente subire: ministri e sottosegretari restavano in carica solo pochi mesi, il tempo necessario per distribuire posti e prebende alle affamate clientele, e poi la giostra riprendeva a girare. E se pure si azzardavano a contestare qualcosa o a tentare di introdurre correttivi al sistema, guai a loro: sarebbero stati sistematicamente esclusi dai successivi giri di valzer.
Di fronte a questa stabilissima instabilità politica ci rendemmo conto che aveva ragione chi diceva che alle sofferenze e alle speranze di un Paese "lo Stato non è la soluzione, ma è il problema". Per questo sentimmo acutissima la necessità di arrivare con la via federalista ad avvicinare lo Stato al territorio perché rispondesse effettivamente al controllo democratico dei cittadini.
Con l'avvento del maggioritario parve possibile restituire il comando alla responsabilità politica. Ma ci pensò l'Ulivo, nei suoi cinque anni di potere, a cambiare quattro governi e quindi a perpetuare l'allegro e spendaccione valzer di Palazzo con gli addentellati di salotti, terrazze, cene e traffici dell'eterno sottobosco di potere romano.
Invece dal 2001, con anche la Lega al governo, il rubinetto si è chiuso da più di tre anni. Certo il governo è stato forse un po' timido (si potevano mandare a casa fino ad un ottanta per cento di alti burocrati, alti funzionari e la pletora di consulenti e il Paese ci avrebbe solo guadagnato): ma questa inedita stabilità politica, che ha battuto tutti i record precedenti, diventa asfissia pura per il coacervo del Palazzo romano, ridotto soltanto ad avere come unico giocattolo di potere la paturnia di cambiare ogni poco i vertici della Rai.
E il complesso di lobby e logge romane da più di un anno manifesta la sua frustrazione: si chiede a gran voce la "verifica", si pretendono posti, visibilità e "collegialità", perché le fameliche clientele trasversali sono stanche di stare a stecchetto. E adesso, dopo le europee, è ripartita alla grande la liturgia della Prima Repubblica che vuol arrivare al "rimpasto" o meglio al "governo-bis e tris e poker". La sfida del ritorno al passato si è riaperta con impressionante virulenza, sostenuta com'è da tutto il circo mediatico. Ma indietro non si può tornare, bisogna solo tener duro. Presidente Berlusconi si dimostri brianzolo fino in fondo: meno poltrone e più riforme. E senza perder altro tempo...
[Data pubblicazione: 18/06/2004]




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