per dirla con un'espressione familiare, la gente comune potrà rendere omaggio al Genio del suo principe, la cui presenza era visibile ovunque. Augusto decise che, per due volte all'anno, i Lares compitales dovessero essere ornati di fiori, in primavera e in estate (Svetonio, Vita di Augusto 31). Il 1 maggio, leggiamo in Ovidio, festa dei Lares praestites («prò. lettori» di Roma) e il 1° agosto - mese che porta il nome di-I principe - Roma celebra un culto dedicato ai suoi «mille Lari e al Genio del sovrano: i quartieri onorano tre divinità», numina trina (fasti 5, 129-148). Sono i Lares Auguri (cfr fig. 4).
Consacrato nel 13 a.C., dedicato nel 9, l'altare monumentale della Pace Augusta, Ara Pacis Augustae, offriva alla venerazione del pubblico l'esempio di antiche divinità , divenute anch'esse «Auguste» (la Giustizia, la Concordia ecc. ricevettero lo stesso appellativo), che sembravano prò iettare sul pantheon l'immagine soprannaturale del principe. I rilievi dell'Ara Pacis, la figura dell'Antenato padre fondatore Enea, in atto di celebrare un sacrificio, la processione con i sacerdoti, la famiglia imperiale e Augusto in persona, fissano per sempre la fastosa liturgia della cerimonia.
Un'altra forma di associazione, particolarmente frequente, è quella che unisce, in un unico atto di omaggio, Roma, alla Dea Roma, dal II secolo oggetto di culto nelle province italiane, e la nuova deificazione del principe. Ce ne fornisce un esempio l'altare di Lione consacrato, nel 12, alla dea Roma e ad Augusto dai sessanta popoli della Gallia, a quei tempi ancora barbara. Il 1° agosto, giorno della festa annuale, coincideva con la grande festa celtica di Lugnasad, parola; etimologicamente affine a Lugudunum, nome di Lione, e a Lug, il Mercurio dei galli. Il culto imperiale è uno dei fattori della romanizzazione. Il che non solo non gli impedisce, ma addirittura ne favorisce, in Spagna e in Gallia, la possibilità di modellarsi sulle sensibilità locali. A Roma, verso il 9 d.C., Tiberio dedica un altare al Numen Augusti. Basterà ricordare che nella tradizione religiosa romana il numern è sempre stato la «potenza attiva» della divinità, per rendersi conto che l'elevazione di Augusto a un vero e proprio status divino
Nell'agosto del 14 d.C. i funerali e l'apoteosi seguiti alla morie di Augusto inaugurano il cerimoniale delle deificazioni imperiali. Un'aquila che s'invola dal rogo porta in cielo la figura del principe . La sua spoglia mortale, cremata, è riposta nel Mausoleo dinastico. la sua anima è quella di un Divus. Augusto riceve tutti i tributi di una divinità: un tempio un flamine nella persona di Germanico, un collegio di sodales Augustales, composto dai membri della famiglia imperiale e della migliore aristocrazia. I culti
provinciali furono organizzati secondo lo stesso schema:
La situazione dell'imperatore da vivo non è diversa. orazio ha visto nel principe un praesens divus (Odi 3, 5, 2), nei due sensi dell'aggettivo latino: un dio «presente» e «efficace», ed efficace perché presente. Certamente il sentire di orazio era condiviso dalla grande maggioranza dei suoi contemporanei. Vegezio si pone come il depositario di una lunga tradizione quando, nel IV secolo d.C., scrive queste parole: «non appena l'imperatore ha ricevuto il nome di Augusto, bisogna testimoniargli una fedeltà assoluta,
la Divinità presente e incarnata», tamquam praesenti et , ileo (Epitoma rei militari* 2,5). Gli dei tradizionali sono lontani, la loro residenza celeste è inaccessibile all'uomo. Gli dei orientali, che colmeranno il vuoto, non hanno diritto di cittadinanza a Roma. Nel frattempo il posto che hanno lasciato vacante è occupato da un dio e se non da un dio vero e proprio, da un futuro dio che vive in mezzo ai suoi sudditi. Come non fargli giungere il profumo dell'incenso e l'omaggio delle preghiere? Il carisma imperiale non è parola vuota. Nell'impero esistono religioni diverse: quella dell'imperatore unisce tutti gli abitanti in una sola fede.
L'opera di Augusto in campo religioso ha dato luogo a i giudizi contrastanti. Troppo rigida, troppo esclusivamente nazionale; un puro e semplice ritorno al passato, dicono coloro che vi vedono soltanto una ricostruzione archeologica e parlano di «restaurazione» augustea. Noi abbiamo preferito il termine di «rinascita», più trionfalmente rivolto all'avve nire. Quando Augusto, devoto di Apollo, iniziato ai misteri eleusini, deciderà di aprire la religione romana agli apporti stranieri, ciò sarà in direzione dell'ellenismo. Non andrà oltre: la porta si chiude di fronte alle religioni orientali. Nel 43 i triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido avevano deciso di innalzare un tempio a Iside e a Serapide. Nel 28 e nel 21 per ordine di Augusto e di Agrippa, le due divinità orientali sono di nuovo allontanate ufficialmente dalla città e relegate in sobborghi lontani, di difficile accesso. Augusto ha rifondato i suoi templi e sacerdozi e ha definito e avviato il progetto di un culto imperiale che i suoi successori completeranno. A lui spetta il merito di avere dato forma alla religione romana dell'impero fino alla crisi del III secolo. Dai suoi ludi Sae culares ai giochi di Settimio Severo, a quelli del 248, millenario di Roma, o del 262, Augusto ha ridato vita per tre secoli a una religione che si stava sgretolando. Le Restaurazioni, di solito, durano poco. Non ci sembra dunque eccessivo, in ' questo caso, parlare di «rinascita».
Pecuniam pro agris quos in consulatu meo quarto et postea consulibus M. Crasso et Cn. Lentulo Augure adsignavi militibus solvi municipis; ea summa sestertium circiter sexsiens milliens fuit quam pro Italicis praedis numeravi, et circiter bis milliens et sescentiens quod pro agris provincialibus solvi. Id pimus et solus omnium qui deduxerunt colonias militum in Italia aut in provincis ad memoriam aetatis meae feci. Et postea,
Jacqueline Champeaux insegna Civiltà e letteratura latina alla Sorbona. Ha pubblicato: "Fortuna dans la religion archaique" (Ecole française de Rome, 1982).




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