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Discussione: Dubbi

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    Predefinito Dubbi

    Nel 1964, il celebre fisiologo ungherese (e premio Nobel) Albert Szent-Györgyi raccontava in modo pungente il suo arrivo nel rinomato centro di ricerca scientifica statunitense di Princeton:
    “Quando giunsi all’Institute of Advanced Study di Princeton, speravo che gomito a gomito con quei grandi scienziati atomisti e matematici avrei appreso qualcosa sulla 'vita'. Appena dissi loro che in ogni sistema vivente vi sono più di due elettroni, i fisici smisero di parlarmi. Con tutti i loro calcolatori, non potevano neppure dire cosa avrebbe fatto il terzo elettrone.
    Quel che è rimarchevole è che costui sa benissimo quel che deve fare. Quindi, questo piccolo elettrone sa qualcosa che tutti i saggi di Princeton non sono in grado di conoscere…”.
    Naturalmente, non era questione di ignoranza. Il dialogo di sordi di cui parlava ironicamente Szent-Györgyi rappresentava il contrasto fra la mentalità del biologo, abituato a pensare a sistemi irriducibilmente complessi, e quello del fisico, esponente di una lunga tradizione radicata nell’idea di Galileo secondo cui il mondo è stato scritto da Dio in un linguaggio matematico semplice.
    In verità, i fisico-matematici sapevano da più di mezzo secolo che il mondo fisico non è purtroppo così semplice. Avevano constatato che, mentre Newton era riuscito a determinare il moto di un sistema composto da due corpi celesti (come il Sole e la Terra) bastava aggiungerne un terzo (la Luna) – un problema analogo a quello menzionato da Szent-Györgyi – per non essere più in grado di riuscirvi.
    Per non parlare delle difficoltà che insorgono nel caso di un numero più elevato di corpi, come quelli che formano il sistema solare. Una lunga tradizione ci ha abituato a credere che il sistema solare sia l’emblema della stabilità e dell’armonia: sarebbe assai inquietante ammettere l’eventualità che un giorno la Terra esca dal sistema solare o che si scontri con Marte. Eppure, la teoria non permette di escluderlo.
    Proprio negli anni in cui scriveva Szent-Györgyi si riusciva a dimostrare un risultato che andava in questa direzione, ma in termini puramente teorici. E dopo pochi anni, gli entusiasmi vennero raffreddati dalla scoperta di una “patologia” che infetta gran parte dei sistemi matematici con cui tentiamo di descrivere la realtà fisica: e cioè che una piccola perturbazione dei dati iniziali di un sistema (inevitabile, in quanto le nostre misure sono sempre approssimate) può produrre alla lunga un enorme scarto di previsione.
    In soldoni, non siamo in grado di fare alcuna previsione attendibile circa il futuro del sistema solare oltre i cento milioni di anni, una durata ridicolmente corta in termini di vita astronomica. Così come, per lo stesso motivo, i nostri modelli meteorologici non sono in grado di fornire alcuna previsione attendibile al di là di qualche giorno.
    Insomma, da qualche tempo i fisico-matematici si sono rassegnati ad abbandonare l’idea che il mondo sia “semplice” e retto da leggi matematiche semplici, hanno ammesso i limiti del riduzionismo, ovvero della dottrina secondo cui il comportamento di ogni sistema fisico è il risultato del comportamento delle sue parti (il tutto è la somma delle parti): in definitiva, si sono rassegnati ad ammettere che il mondo fisico è irriducibilmente complesso.

    Di qui lo sviluppo delle “scienze della complessità”, tanto in voga ai giorni nostri. Oggigiorno chi si proponesse di determinare, poniamo, il moto di una corrente di fluido turbolento come risultato della conoscenza del moto di ciascuna delle sue molecole, verrebbe preso per un mitomane. Eppure, mentre la fisica-matematica prendeva atto – sia pure con rincrescimento – dei suoi limiti, la biologia – ovvero la scienza che più era intrisa dell’idea del “complesso”, delle totalità viste come tali e non come
    mera somma delle loro parti, dell’integrato, dell’olistico – prendeva decisamente la via del riduzionismo della fisica di un
    tempo. Come ricordava una trentina di anni fa il celebre biologo François Jacob, la “biologia moderna ha l’ambizione d’interpretare
    le proprietà dell’organismo a partire dalla struttura delle molecole che lo costituiscono”.
    Quel programma riduzionista è divenuto da tempo il Vangelo delle
    scienze del vivente ed ha trovato la sua massima espressione nel principio secondo cui “tutto è genetico”, tutto è risultato dei fattori genetici, per cui – è questo un concetto che ci viene martellato quotidianamente – il futuro del nostro corpo e persino
    le nostre emozioni e i nostri pensieri sono il mero risultato del comportamento delle molecole costituenti. Chi ritorni con la mente allo scienziato che annaspa di fronte alla previsione del comportamento del sistema solare – un sistema infinitamente
    più semplice di un organismo vivente, per non dire di un organismo pensante - dovrebbe considerare questa pretesa straordinariamente ridicola, ridicola proprio dal punto di vista scientifico.
    Eppure, essa ci viene ammannita ogni giorno come una verità rivelata da una coorte di “divulgatori” scientifici impegnati in una gigantesca opera di disinformazione e di abbrutimento intellettuale. E poi ci si chiede come mai la cultura scientifica fatichi a diffondersi… Questa opera di abbrutimento veniva deprecata una ventina di anni fa da un celebre scienziato e storico della scienza statunitense, Clifford Truesdell (un autentico razionalista e non un irrazionalista antiscientifico), quando parlava del “proletariato intellettuale” che “presta al fanatismo della scienza una credulità superiore a quella del contadino medievale verso il suo parroco” e che “prende come rivelazione divina ciò che “dicono i dottori” e “dicono gli scienziati” nella stampa d’oggi e dimenticano ciò che questi sacerdoti e astrologhi moderni hanno detto ieri.
    Nel caso della biologia, le ragioni di questi sviluppi negativi non sono soltanto responsabilità di certi divulgatori, ma sono anche dovute al fatto che questa scienza - nella sua versione
    “molecolare” ultrariduzionista - ha scelto una via che ha
    messo sempre più in ombra l’aspetto teorico e conoscitivo per privilegiare l’aspetto pratico e manipolativo.
    Già negli anni settanta Jacob osservava che, come le altre scienze, anche “la biologia ha perso molte delle sue illusioni.
    Non cerca più la verità. Costruisce la sua”.
    E aggiungeva mestamente che “non si studia più la vita nei nostri laboratori”.
    Va aggiunto che, sebbene la sfiducia nella possibilità di acquisire la verità oggettiva della natura sia caratteristica di tutte le scienze contemporanee, in biologia più che altrove essa ha indotto una così netta caduta d’interesse per le questioni teoriche, nonostante si tenti di far credere il contrario.
    Accade così che, mentre si batte la grancassa attorno a cose poco serie – la scoperta del gene della paura o della gelosia – si parla poco di quelle più importanti. Per esempio, del fatto che, come ha sottolineato Henri Atlan, proprio il successo delle tecniche di clonazione ha dimostrato sperimentalmente che la differenziazione dipende da fattori non genetici legati alle proprietà del citoplasma, e quindi ha costituito una confutazione radicale del paradigma secondo cui “tutto è genetico”.
    Invece, questo paradigma continua ad esserci propinato allegramente come una verità rivelata, e costituisce la base per giustificare le tecniche di manipolazione del vivente, che andrebbero invece trattate con maggiore prudenza, in base al riconoscimento del fatto che ancora si sa troppo poco per intervenire con tanta allegra irresponsabilità su processi di cui sfuggono troppi aspetti.
    Il procedimento adottato – come in ogni tecnica manipolativa – è quello della “scatola nera”: si constata che premendo un pulsante si ottiene una data risposta e su questa correlazione si fondano delle procedure di intervento. Naturalmente,
    occorrerebbe non dimenticare che esistono dentro e fuori la scatola una quantità di processi a noi ignoti, che intervenendo in
    forme non prevedibili, possono alterare il risultato.
    Così nessuno si era posto il problema di quale potesse essere l’età di un animale clonato e soltanto a cose fatte ci si è resi conto che il tempo è irrevocabilmente irreversibile e che la pecora Dolly era già nata vecchia.
    Insomma, la scoperta di una correlazione non ha niente a che fare
    con la scoperta di una relazione di causa- effetto. Ma la confusione fra correlazione e relazione causale è purtroppo uno degli errori più deplorevoli e diffusi, di cui abbiamo esempi quotidiani, come quando si fornisce la cifra dei decessi annuali dovuti al fumo, con una precisione spinta all'unità, come se si fosse in grado di determinare in modo assoluto "la" causa del prodursi di un cancro polmonare.
    Un discorso analogo può essere fatto nel caso degli OGM, gli organismi geneticamente modificati. Siamo tutti d'accordo che occorre tenersi alla larga da ogni rifiuto ideologico di queste nuove tecnologie. Ma le domande circa i possibili effetti negativi della loro introduzione sull'equilibrio ambientale è perfettamente legittima, scentifica e razionale.
    Irrazionale e antiscentifico è piuttosto il liquidare siffatte domande cob una scrollata di spalle.
    Chi si occupa della teoria degli ecosistemi animali e vegetali sa quanto sia complessa ed intricata la catena delle interazioni che li governano.
    Come si può sentenziare che l'introduzione di tecnologie così pesanti non possa avere effetti rilevanti quando non siamo neppure in grado di descrivere in modo soddisfacente le dinamiche naturali? Forse perchè, si dice, l'uomo ha sempre fatto manipolazioni dek genere senza grandi danni. Ma tali interventi riguardavano i fenotipi e non i genotipi, e oltretutto avevano carattere così lento da supporre che l'ambiente fosse in grado di riassorbili e di ripristinare un certo stato di stabilità complessiva; mentre l'introduzione degli OGM rappresenta un intervento invasivo, pesante e rapido di cui è estremamente difficile, se non avventato, prevedere gli effetti.
    Inoltre, c’è chi ridicolizza il “principio di precauzione”, asserendo che non la richiesta di dimostrare che gli OGM sono innocui è eccessiva, e che è dovere piuttosto dei critici dimostrare che essi sono nocivi. Nell’attesa, non si vede perché non farne uso.
    Tutto ciò è straordinariamente illogico e ipocrita.
    Il “principio di precauzione” non è una cosa nuova, bensì vecchia come l’ombrello.
    Esso è il fondamento stesso della produzione dei farmaci: nessuno si sognerebbe di mettere in circolazione un farmaco senza averne verificato l’efficacia e l’innocuità o averne comunque attentamente elencato tutti i possibili effetti secondari nocivi. Eppure ciò non ha impedito che venissero messi in circolazione farmaci che hanno prodotto veri e propri drammi, il che ha indotto gli organismi di stato a controlli ancor più rigidi – particolarmente severi quelli statunitensi.
    Quale persona seria oserebbe dire che non ha senso verificare preliminarmente la pericolosità di un farmaco e che prima bisogna metterlo in circolazione e poi si vedrà?
    Eppure, qui logica e rigore vanno a farsi benedire.

    Insomma, il mondo è complesso, terribilmente complesso, ma c’è chi ci vuol far credere che per la scienza, per la biologia in particolare, esso sia straordinariamente semplice, e che chi solleva dubbi o obbiezioni circa le possibili conseguenze negative delle biotecnologie, sia soltanto un irrazionalista, un fanatico medioevale, nemico della scienza e del progresso. Sta di fatto che un siffatto andazzo “leggero” induce un numero crescente di scienziati a prenderne la distanze, come è il caso di Jacques Testart, di cui il Foglio (11/6) ha riportato le opinioni critiche, e che si inseriscono nel filone ben rappresentato dal magistrale articolo di Erwin Chargaff pubblicato su “Nature” nel 1987 (riproposto dal Foglio del 10 febbraio scorso). La programmazione genetica degli esseri umani è un’avventura irresponsabile e pericolosa proprio alla luce del poco che si sa e che si è capace di prevedere. Essa è la manifestazione di una pratica di bricolage che ha accelerato smisuratamente il passo, insofferente dei vincoli creati dal procedere lento, tortuoso e faticoso della conoscenza scientifica teorica.
    Su questi temi circolano molti luoghi comuni di cui cadono vittime molte persone in buona fede. Vorremmo dire, al riguardo, agli amici radicali che essi dovrebbero essere meno impulsivi nel promuovere campagne di opinione un po’ manichee che presentano i dissensi attuali come una sorta di scontro fra oscurantisti e razionalisti, un revival del processo a Galileo, che imporrebbe una nuova battaglia del razionalismo scientifico illuminista contro i fantasmi del Medioevo.
    La tecnoscienza che essi vorrebbero “liberare” non ha niente a che vedere con la scienza di Newton o degli Enciclopedisti, e i biotecnologi non sono dei Galilei perseguitati. Essi farebbero bene, quindi, a considerare questo genere di questioni con maggiore equilibrio e razionalità, cercando in primo luogo di capire il contesto attuale in cui viviamo, senza confonderlo con immagini del passato.
    Con simili toni da battaglia per il libero pensiero anche Giulio Giorello si è scagliato lancia in resta contro don Luigi Giussani, opponendo un panegirico un po’ avventato dello scientismo alla critica che questi ne aveva fatto.
    Gli ha risposto efficacemente il fisico Tito Arecchi (Corriere della Sera magazine, 10 giugno 2004) rilevando il “diffondersi di due fondamentalismi”, quello dei creazionisti e quello di chi vuole imporre il “credo che la scienza possa dire tutto e che non esista altro di cui parlare”. E aggiungendo che “si tratta in ambo i casi di una forma di intolleranza per cui il predicatore familiare con la Bibbia o lo scienziato familiare con le sue procedure tendono a svalutare modi alternativi di conoscenza, senza cercare di esplorarne la validità. E’ questa la nozione corrente di scientismo da cui noi uomini di scienza ci sentiamo lontani …”.

    Arriviamo a questo punto in modo naturale al discorso più importante, quello etico, che ha una sua autonomia da quello scientifico. Non è banale sottolineare questa autonomia, perché anche qui lo scientismo novecentesco ha prodotto danni nefasti propalando l’idea (quanto lontana dal pensiero di un Galileo o di un Newton o anche di un Einstein!) secondo cui non esiste alcuna nozione autonoma di morale, di bene o di male, ma soltanto la possibilità di sviluppare delle analisi logico-matematiche circa le conseguenze dell’adozione di differenti sistemi normativi, e che la scelta fra questi va fatta in base a criteri di ottimalità – un punto di vista questo messo in voga, fra gli altri, da molti esponenti del Circolo di Vienna e divenuto un caposaldo dello scientismo. Naturalmente i criteri di ottimalità devono essere definiti in qualche modo, e quindi il problema si ripropone in modo circolare. Il modo usuale di cavarsela è di definire in qualche modo i criteri di ottimalità, per lo più come quelli di massima efficienza del sistema. Inutile dire che una siffatta definizione non è più “scientifica” o “oggettiva” di quella che stabilirebbe la validità di un sistema normativo sulla base dei testi rivelati, ma dato il linguaggio un po’ tecnico e manageriale è facile farlo credere. Per fortuna, non siamo in pochi a ritenere che la fiducia nel valore della scienza non implichi affatto che la morale ne costituisca un mero dipartimento, tantomeno il dipartimento che si occupa della determinazione dei valori morali “ottimali” secondo criteri di efficienza.
    Altrimenti, il migliore sistema politico sarebbe la dittatura, come spiegava il signor Shigaliev dei “Demoni” di Dostoevskji, che proponeva di realizzare il sistema sociale ottimale riducendo nove decimi dell’umanità a gregge, sulla base dei dati “perfettamente logici” delle “scienze naturali”. E, altrimenti, non possederemmo alcun criterio per respingere le politiche di selezione eugenetica o le politiche razziali. Levarsi di torno i pesi morti della società non risponde forse a criteri di efficienza

    Il cenno al razzismo non è affatto casuale. Le ideologie razziali sono state sempre le compagne di strada dell’eugenismo, ovvero di quella dottrina nata verso la fine dell’Ottocento e tesa al miglioramento biologico delle razze umane. Gran parte degli scienziati eugenisti classici, pur partendo apparentemente da nobili intenti, non sono riusciti a tenersi alla larga dalla tentazione di occuparsi del miglioramento di una sola “razza” (per lo più la loro).
    Il fondatore dell’eugenica Francis Galton aveva come preoccupazione primaria il miglioramento della razza britannica.
    E il fondatore della statistica moderna, il marxista Karl Pearson, finì col tessere le lodi del programma razziale hitleriano, che vide come realizzazione perfetta delle sue teorie.
    Ma anche quando non parlavano di “razze” al plurale, gli scienziati eugenisti non potevano evitare di predicare come obiettivo il nucleo fondante del loro programma, e cioè la necessità di “eliminare”, con le buone o con le cattive, i “soggetti difettosi”: i minorati di varia specie, e poi, pian piano, gruppi o popolazioni reputati “inferiori”.
    Abbiamo parlato di ideologia intrisa di razzismo e sappiamo che questa affermazione desterà in alcuni scandalo e sdegno. Scandalo e sdegno ipocriti, perché è di solare evidenza che nella nozione stessa di soggetti “difettosi” o “mal riusciti” – scarti dell’umanità la cui nascita si vorrebbe poter evitare – è insito il concetto fondante del razzismo.
    Ora, siccome Jacques Testart ha perfettamente ragione nello scorgere nelle pratiche biotecnologiche applicate alla programmazione delle nascite un ritorno alla grande dell’eugenismo, ha non meno ragione quando definisce
    “terrificanti” i progetti e le pratiche di realizzazione dei bambini “à la carte”.
    Sono terrificanti perché è terrificante l’eugenica, ovvero la pseudo-scienza (“pseudo” ieri come oggi) del miglioramento della razza umana. Sono terrificanti in quanto espressione di una visione profondamente irrazionale e arrogante, che ci vorrebbe far credere che sia possibile costruire un mondo il più possibile “sano” e “ottimale”, quando essa non è neppure in grado di escludere la possibilità di produrre, all’opposto, un mondo folle e disgraziato, profondamente più infelice di quello in cui viviamo. Una visione irrazionale e arrogante, secondo cui il “gobbo” Giacomo Leopardi, il fisico “minorato” Hawkins o i tanti grandi epilettici del passato non sarebbero mai dovuti nascere – com’è irrazionale e arrogante la pretesa di voler sopprimere il dolore e la sofferenza.
    I fautori del miglioramento genetico nel nostro paese dovrebbero ricordare che esiste un illustre precedente nazionale. Si tratta dell’Istituto Biotipologico-Ortogenetico, creato verso la fine degli anni trenta da un illustre clinico, il senatore Nicola Pende, e il suo scopo era proprio la bonifica costituzionale della stirpe. Noi credevamo ingenuamente che i propositi e le teorie del senatore Pende appartenessero alla storia, come testimonianze di un passato fortunatamente seppellito. Invece, dobbiamo ammettere – non senza orrore, da retrivi quali siamo – che essi potrebbero essere aggiornati alle conoscenze attuali senza cambiarne una riga. Anzi, il senatore Pende era un tantino troppo spiritualista per certi materialisti contemporanei. Poi, certo, egli rovinò tutto e compromise la fama sua e il futuro del suo Istituto (che oggi potrebbe essere la sede di elezione dell’eugenica contemporanea) firmando il Manifesto degli Scienziati Razzisti. Ma, per fortuna, oggi non c’è un regime fascista che chieda agli scienziati di porre l’eugenica al servizio del miglioramento della razza italica.

    Giorgio Israel da il Foglio del 18 giugno

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Ottimo Israel, veramente ottimo!

    Shalom

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da Pieffebi
    Ottimo Israel, veramente ottimo!

    Shalom
    Veramente dal punto di vista scientifico rappresenta un mucchio di c@##@t3.

  4. #4
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    Predefinito Re: Dubbi

    In origine postato da mustang
    Avevano constatato che, mentre Newton era riuscito a determinare il moto di un sistema composto da due corpi celesti (come il Sole e la Terra) bastava aggiungerne un terzo (la Luna) – un problema analogo a quello menzionato da Szent-Györgyi – per non essere più in grado di riuscirvi.

    Giorgio Israel da il Foglio del 18 giugno

    saluti
    Beata ignoranza!

  5. #5
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    Predefinito Re: Re: Dubbi

    In origine postato da Tahoeman
    Beata ignoranza!
    -----------------
    Niente di personale, ma è da bamboccetti sputare "cazzate" senza almeno tentare di provare il perchè.

  6. #6
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    Predefinito Clonazione rerapeutica, clonazione...

    ...riproduttiva: dov'è la differenza?

    Nemmeno Nancy Reagan è riuscita a ottenere che George W. Bush tornasse sulla decisione, presa nel 2001, di limitare il finanziamento federale alle ricerche sulle cellule staminali da embrioni umani.
    A lei e ai cinquantasette senatori (tra i quali spicca lo sfidante di Bush, John Kerry) che con un appello avevano chiesto l’annullamento delle restrizioni (esclusivamente economiche, perché la ricerca privata rimane libera), la Casa Bianca ha ribadito che il presidente continua a essere convinto “che non dovremmo attraversare un confine morale fondamentale, finanziando o incoraggiando la distruzione di embrioni umani”.
    Nel frattempo, in Gran Bretagna (notizia di due giorni fa), un gruppo di scienziati dell’Istituto di genetica umana dell’Università di Newcastle ha chiesto all’Authority per la fecondazione e l’embriologia umana (Hfea) il permesso di creare un embrione umano tramite clonazione, allo scopo di usarne le cellule staminali nella ricerca sul diabete.

    Alla ribalta dell’attualità scientifica continua a esserci la ricerca sulle staminali embrionali umane.
    Il croato Davor Solter, pioniere della clonazione, attivo tra gli Stati Uniti e la Germania, ha recentemente dichiarato al mensile
    “Darwin” che le restrizioni alla ricerca sulle staminali embrionali non resisteranno di fronte ai primi segnali di successo terapeutico, dei quali lui si sente sicuro e che, annuncia, riguarderanno i malati di Parkinson.
    Ma è veramente così?
    Lo chiediamo ad Angelo Vescovi, condirettore dell’Istituto di ricerca delle cellule staminali dell’Ospedale San Raffaele di Milano, esperto di fama mondiale di cellule staminali cerebrali.
    Vescovi è reduce da un congresso internazionale sul tema, che si è tenuto a Boston dal 10 al 13 giugno e che ha fatto il punto sulle ricerche più avanzate.
    Al Foglio, dice che “si tratta senza dubbio di un settore promettente, che però deve ancora risolvere grandissimi problemi, prima di diventare qualcosa di più che una speranza”. Nel frattempo, ci sono alcuni miti da ridimensionare, come “la falsa idea che le staminali embrionali totipotenti siano più veloci da ‘coltivare’, rispetto a quelle somatiche, che si trovano sia nell’adulto che nel feto.
    Ci stiamo accorgendo che non è così: anche le staminali embrionali umane sono molto lente nella moltiplicazione, non crescono come spighe di grano in un campo.
    E poi ci sono, tuttora irrisolti, importanti problemi tecnici anche nel campo della ‘specializzazione’ delle cellule, e cioè nella possibilità
    di ottenere il tipo di tessuto che serve per il singolo trapianto. Questa non è ancora una realtà, tanto che in ogni trapianto (stiamo parlando ancora di sperimentazione sugli animali) ci portiamo appresso cellule di tipo diverso, rispetto
    al tessuto che vogliamo rigenerare.
    Insomma, ci sono problemi di coltivazione delle cellule, problemi nell’ottenere il tipo di cellule che si vogliono, problemi di insorgenza di tumori”.
    Il professor Vescovi si dichiara del tutto “agnostico e lontano da problemi religiosi”. Ma confessa che “l’idea di creare un embrione per distruggerlo, per tirarne fuori delle cellule, mi turba.
    Allora, meglio sarebbe rassegnarsi a usare le centinaia di migliaia di embrioni congelati, che purtroppo andranno a scadenza e non saranno più in grado di essere impiantati”. Ma, come è noto, anche su questo ci sono fortissime obiezioni etiche, senza contare che la legislazione europea non consente creazione di nuove linee cellulari da embrioni sovrannumerari:
    “Sì, ma voglio dire che è spaventoso pensare di creare nuovi embrioni da distruggere per la ricerca, dato che già ne esistono tanti destinati a morire, senza speranza di essere mai impiantati”.
    Al San Raffaele, Vescovi lavora sulle cellule staminali cerebrali:
    “Sono cellule somatiche, cioè specifiche del tessuto in cui si trovano, e possono essere estratte da tessuti adulti e da feti abortiti spontaneamente. Quelle dell’adulto, infatti, non siamo ancora in grado di moltiplicarle in modo tale da poterle usare a scopo terapeutico. Con quelle del feto, invece, ci si riesce molto bene. Il materiale estratto da un feto basterebbe a curare centinaia di migliata di pazienti”.
    Secondo Vescovi, esiste una stortura informativa evidente, nel modo in cui viene presentata l’intera questione della ricerca sulle staminali, in generale, e sulle staminali embrionali, in particolare:
    “Mentre si enfatizzano aspetti ancora poco fondati, ci si dimentica di evidenziare i veri progressi. Dal congresso di Boston, per esempio, è uscita una notizia importantissima, di cui non si è parlato per nulla, almeno in Italia: un gruppo australiano, guidato da Alan Trounson della Monash University (uno dei pionieri mondiali delle tecniche di fecondazione artificiale, ndr), è riuscito a produrre cellule staminali embrionali senza passare per la creazione di un embrione. Hanno, cioè, fatto ‘revertire’ cellule adulte allo stato di cellule staminali embrionali. E’ un metodo che sicuramente va messo a punto e ulteriormente perfezionato, ma assai più accettabile della clonazione di embrioni umani effettuata da ricercatori coreani, annunciata lo scorso febbraio e spacciata come grande speranza della scienza per la cura delle malattie. Mi lascia sempre molto perplesso il tentativo di forzare il dibattito su questi temi sventolando sotto il naso dei malati, del legislatore o dell’uomo della strada il fatto che tutto quello che si sta facendo lo si sta facendo ‘a scopo terapeutico’. La clonazione umana è clonazione umana, c’è poco da discutere”.
    Vescovi racconta che “ci sono moltissime sperimentazioni cliniche con cellule somatiche in procinto di partire: ci si lavora da più tempo e sono potenzialmente meno pericolose. Sono difficili da coltivare, certo, ma proprio le ricerche presentate al congresso di Boston confermano che anche quelle embrionali sono lentissime a crescere”.
    La prudenza di Angelo Vescovi sembra un’eccezione, e non passa giorno senza nuovi annunci sensazionali.
    Nel corso di un congresso europeo svoltosi a Vienna dal 30 maggio al 3 giugno, un ricercatore dell’Istituto di neurobiologia ricostruttiva dell’Università di Bonn ha annunciato che potrebbero essere usate per rigenerare i tessuti cerebrali danneggiati dall’epilessia, anche se, ha aggiunto, c’è “bisogno ancora di molta ricerca scientifica prima di determinare le possibili applicazioni cliniche”.
    E intanto si guarda alla scadenza del prossimo novembre, quando l’Onu si pronuncerà sulla messa al bando della clonazione umana, e quindi sulla produzione di embrioni clonati a scopo terapeutico: ma c’è chi ritiene che le due cose dovrebbero essere distinte, e che dovrebbe essere lasciata ai singoli Stati la possibilità di legiferare in tema di clonazione terapeutica e ricerca scientifica sulle staminali embrionali.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Fabrichiamoli per compassione....

    …ma i figli non sono un diritto

    Mary Warnock è persona straordinaria.
    Inglese, filosofa, accademica e consigliera del principe sulle questioni delle biotecnologie e della loro applicazione nell’ambito della riproduzione, scrive piano e bene, argomenta con serietà e profondità.
    Einaudi ha pubblicato un suo recente libro sulla fecondazione medicalmente assistita, con una breve appendice sulla clonazione umana di tipo terapeutico e riproduttivo (Mary Warnock, “Fare bambini – Esiste un diritto ad avere figli?”, 13 euro e 50).
    Sono grato a Franca Fossati, che mi ha segnalato il libretto e me lo ha regalato. E’ un testo infinitamente istruttivo, che tutti i lettori del Foglio dovrebbero precipitarsi in libreria a comprare (visto che non glielo regala nessuno), per leggerlo in meno di una giornata. Sono sole cento pagine, è un discorso di rilevante responsabilità pubblica, con riflessi importanti sui nostri sentimenti morali privati, sulle nostre paure e sui nostri desideri e sui nostri diritti.
    Non c’è tema più importante di questo nel mondo contemporaneo. Forse non arriva al suo peso
    nemmeno la questione della guerra e della pace.
    Non è una disputa di nicchia, è la questione di cui vale la pena occuparsi: la tecnica consente di fare certe cose, uomini e donne desiderano che certe cose si facciano, ma queste cose pongono spettacolari e drammatici problemi, concernono direttamente i “sì” e i “no” impliciti nella nostra visione del mondo e della vita, risposte che hanno un impatto diretto su altre questioncelle
    come il nostro uso della ragione, le nostre credenze, l’eventuale confessione di appartenenza e il suo elaborato intellettuale (le chiese pensano, in certi casi sono rimaste le uniche a pensare), quisquiglie e pinzillacchere che chiamano in causa il nostro cinismo liberale, ma anche le nostre propensioni invasive e leviataniche, la nostra indifferenza, e insieme lo spirito pubblico permissivo, di universale rinuncia a normare, a vietare se del caso, e dunque decidere collettivamente del giusto e dello sbagliato.
    Questo della Warnock è un testo che, riflettendo al meglio la discussione spesso confusa e generica sul potere di dare la vita, di fabbricarla allo scopo di esaudire un desiderio, ci rimanda senza indulgenza al senso dell’esistenza di una società, alla base dell’obbligo politico, alla legittimazione
    vera o presunta di quel che chiamiamo autorizzazione oppure divieto.
    E’ la politica nella sua vera e più corposa dimensione, quasi religiosa per sostanza ma intrinsecamente laica per metodo. Dunque è la filosofia, la base vera e ineludibile di ogni politica
    congruente con lo scopo di consentire agli uomini e alle donne la libertà di salvare il salvabile della loro condizione umana.
    A questo punto il lettore smaliziato del Foglio dirà: l’Elefante ha scoperto un libro che lo conferma nelle sue idee sulla fecondazione medicalmente assistita, sui problemi della vita nella società contemporanea, sulle basi non tautologiche dell’obbligo politico e dei diritti universali, ecco che subito ci suggerisce di acquistarlo, di spendere. E lo fa con la stessa precipitazione e sicurezza di sé con cui tirò fuori l’ipotesi di scuola della roncola da brandire neonato contro genitori che lo avessero generato per altra ragione che il loro amore.
    Ma non è così. Non è solo così.
    Il libro della Warnock distrugge, è vero, la stolida sicumera progressista di quell’appello di ginecologi e scienziati che affermarono il diritto di far figli quando, dove, come e per qualsiasi motivo sia suggerito dall’ego contemporaneo, e in questo ci è fratello.
    Però, con l’ausilio del pragmatismo anglosassone, strumento ambiguo ma in qualche misura (quale misura?) irrinunciabile nella politica moderna, giunge, quel testo, a conclusioni
    diametralmente opposte alle nostre.
    Tutto o quasi tutto si può fare, conclude la Warnock il suo bell’argomentare intorno a casi singoli ed esemplari, la scienza medica deve alleviare, salvo il diritto all’obiezione di coscienza individuale, le sofferenze dei desideranti, aprire a una famiglia complicata e allargata dalle sue basi artificiali, anche con le metodiche della fecondazione eterologa (il dono dello sperma o dell’ovulo, ma non anonimo, da parte di un genitore biologico diverso da quello artificiale), anche nel campo della famiglia omosessuale.
    Del bene primario, il “bene del figlio”, sappiamo troppo poco per decidere di negare un’esistenza nelle condizioni anomale della famiglia artificiale, non possiamo escludere che le cose alla fine si
    mettano a posto, che vadano bene, che la civiltà superi la natura idealizzata dei romantici adattando la condizione umana ai fatti, al pragma, a un’evoluzione imprevedibile ma moralmente legittimata.
    Warnock – va ripetuto fino alla noia – distrugge con dolcezza severa la “gineco-logica” sghemba dei faustiani de’ noantri, delle associazioni desideranti Cercounbimbo, dei tromboni che sparano gorgheggi contro la barbarie, la crudeltà e l’oscurantismo di chi pone il problema se far figli comunque sia davvero un bisogno da soddisfare per via di diritto giuridico o morale: se fabbricare un bambino è un diritto, allora non c’è stupore né gratitudine per il diritto finalmente acquisito, scrive la Warnock, il figlio è un dono anche per una mente laica e pragmatica, tecnicamente competente, estranea al nostro rozzo papismo, che viene da Cambridge e si nutre di utilitarismo, citando Jeremy Bentham.
    “Troverei deplorevole che le persone diventassero così ossessionate dal diritto di avere un figlio, e di averlo nel modo desiderato e anche con le caratteristiche preferite, da dimenticare il vecchio senso di stupore e gratitudine che accompagna un figlio.
    Gratitudine a chi? A Dio o alla natura, o alla levatrice o al dottore, o al principio della continuità e del rinnovamento della vita stessa. Non importa.
    Come ho detto, però, la gratitudine non è ciò che si prova quando tutto ciò che si è avuto è quanto era dovuto” (pagina 102).
    Parole definitive, che chiudono il saggio.
    Irrobustite dalla censura che Warnock rivolge senza problemi, e senza indulgenze, all’idea dell’ingegneria genetica di tipo eugenico, i bambini fatti à la carte:
    “Non so quanto sia realistica questa paura o se si rivelerà essere una semplice fantasia. Sono certa di una cosa: permettere ai genitori di stabilire che i figli siano di un certo tipo sarebbe un disastro” (pagina 96).
    E sono parole tanto più importanti in quanto, sulla scorta della sua fedeltà al metodo analitico, all’eccezione individuale che definisce la regola generale, l’autrice arriva perfino, negato il consenso in generale alla riproduzione asessuata per clonazione, ad ammettere, con un “forse”
    che le fa onore, la possibilità della riproduzione per clonazione “nel caso di completa sterilità maschile” (pagina 97).

    Veniamo adesso alle nostre principali obiezioni provvisorie (ci torneremo su).
    La Warnock non soltanto infilza il figlio inteso come diritto, ma anche il figlio inteso come bisogno. Non c’è un bisogno legittimo assoluto e universale di aver figli dal quale possa essere desunto quel diritto inesistente, scrive. Ma non tiene conto di un particolare diabolico: quel bisogno si afferma, in realtà, perché è possibile tecnicamente soddisfarlo.
    E’ un bisogno indotto dalla possibilità tecnica.
    Nelle memorie di Bill Clinton c’è una bella frase sulla manipolazione sessuale della stagista nell’ufficio ovale della Casa Bianca.
    Dice l’ex presidente che di una cosa davvero si vergogna:
    “L’ho fatto perché potevo farlo”.
    Magnifico, roba da rivalutare il bamboccione che si distrasse parecchio in molti campi, ma che ha saputo rimeditare la sua esperienza privata alla luce di un tratto di salutare, salvifica, religiosità laica.
    Non tutto quel che si può, si deve fare. Ovvio, ma non poi così tanto.
    L’altra obiezione riguarda il cuore del saggio della Warnock, quello in cui si sostiene, nonostante le paure da lei profondamente rispettate di uno snaturamento della condizione umana moderna, che per “compassione”, per limitare il danno della sofferenza, il medico deve poter assistere in modo molto liberale, in una casistica che riguarda un’infinità di storie, chi intenda aver figli in modo artificiale.
    Perché c’è un problema di sterilità, perché c’è una carriera di ballerina da salvaguardare (e uno sperma congelato può risolvere il problema), perché c’è l’ostacolo dell’omosessualità non riproduttiva per sua natura, per ragioni terapeutiche legate all’ereditarietà di certe malattie.
    La Warnock va molto lontano, accetta anche – non senza un sottile dramma intellettuale e morale – la “gravidanza surrogata”, che però censura duramente nella sua potenzialità commerciale,
    l’utero in affitto.
    Il pragmatismo le suggerisce che i casi alla fine saranno pochi, che l’umanità non sarà divelta nelle sue basi per questa accettazione del dubbio sulla moralità di certe scelte. Ha fiducia, Mary, è ottimista, rimuove la paura che comprende e descrive con animo e cultura forti.

    Può essere che abbia ragione, in questo.
    Cioè che il vero terreno della battaglia sulle biotecnologie non possa essere la legislazione, la norma positiva, il divieto. Lo abbiamo suggerito come problema anche noi del Foglio, nel corso della nostra lotta contro la stupidità e la sciatteria morale che accompagnavano le truppe cammellate dell’opposizione politicamente e ideologicamente corretta alla legge “medievale”.
    Ma qui emerge il limite del pragmatismo, inteso come persuasione che l’unica idea generale accettabile è la diffidenza organizzata verso tutte le idee generali (ne descrive
    bene la genesi Louis Menand nel suo brillante saggio sull’identità americana dopo la guerra di secessione, il cui titolo è “Il circolo metafisico”).
    La società non può vivere, è vero, senza compassione.
    L’aborto è una mascalzonata evidente, ma il feto nel binomio appartiene in qualche misura, e questo non lo si può negare, al corpo della madre; e sanare la furia dell’aborto clandestino, come rifiuto della maternità non desiderata, può essere considerato un triste inevitabile approdo dell’etica sociale della compassione, in cui qualcuno si sacrifica a beneficio di qualcun altro, non perché sia lecito ma solo ed esclusivamente perché da millenni la piaga è infetta, la maternità è voluta nell’amore e poi rifiutata nell’atto del disamore, e i cucchiai d’oro inquinano l’insieme sociale moderno come il prezzemolo rendeva tristo l’insieme sociale del passato.
    Ma si può estendere questo spirito compassionevole alla provetta d’oro?
    C’è analogia? Io penso di no. Non desiderare un figlio che deve nascere dopo un atto d’amore o comunque dopo un atto sessuale, è un conto.
    Desiderarlo perché lo si può desiderare tecnicamente, passare dal tentativo e dalla rassegnazione naturali alla superbia di fabbricarlo sopprimendo gli scarti della catena di montaggio, è un altro conto. Le idee generali, quelle disprezzate dallo sciatto e fazioso prefatore del libro (un dottore della biotecnologia che insegna a Pisa: ma che cosa mai insegna?), servono a questo: a distinguere tra la compassione e la crudeltà, verso se stessi e verso gli altri.
    Bisognerà che la Warnock ci pensi.
    Perché la parte più debole del libro è quella, e non è un caso, che riguarda lo statuto dell’embrione. Il feto è la conseguenza di un desiderio naturale; l’embrione è il prodotto di un desiderio che solo la tecnica induce e poi consente di soddisfare.
    E’ una distinzione decisiva, sebbene sarebbe migliore un mondo che rendesse giustizia ad entrambi. Non è un atto di compassione la soppressione o il maltrattamento dell’embrione (e la questione del salvifico quattordicesimo giorno oltre il quale l’embrione diventa ideologicamente intoccabile è davvero sofistica e, per dirla con le parole consunte del linguaggio progressista “medievale”).
    Non è compassione, è una prova di superbia.

    Su il Foglio del 22 giugno

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Re: Dubbi

    In origine postato da mustang
    -----------------
    Niente di personale, ma è da bamboccetti sputare "cazzate" senza almeno tentare di provare il perchè.
    Perchè il giornalista non conosce la fisica e fa un'analogia sballata tra la meccanica classica (in cui non esiste alcuni principio di indeterminazione) e la meccanica quantistica (in cui esiste il p. di indeterminazione).

    Semplicemente ignora la fisica e pretende di farci sù il suo bell'articoletto.

    Niente di personale con il giornalista (e con chi lo legge), ma è da bamboccetti scrivere di cose di cui non si capisce nulla.

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Dubbi

    In origine postato da Tahoeman
    Perchè il giornalista non conosce la fisica e fa un'analogia sballata tra la meccanica classica (in cui non esiste alcuni principio di indeterminazione) e la meccanica quantistica (in cui esiste il p. di indeterminazione).

    Semplicemente ignora la fisica e pretende di farci sù il suo bell'articoletto.

    Niente di personale con il giornalista (e con chi lo legge), ma è da bamboccetti scrivere di cose di cui non si capisce nulla.
    ----------------------------
    Scusa se insisto ma è da bamboccetti insistere nell'errore, e il tuo è prendere per "pensata" da un giornalista tutta una tematica approfondita da "specialisti".
    Oppure non hai ben letto ciò che ho scritto.

  10. #10
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    Predefinito Non voglio dare i figli in pasto...

    ....al Gusto e al potere

    Al direttore. Pur di non pagare pegno di un solo dubbio serio, una mattina l’occidentale stanco potrebbe sorprendersi e guardarsi allo specchio e dirsi con Malraux, senza convenienze, sconsolato, sincero,“ non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cosa sia la verità”.
    Lei invece ci obbliga a ragionare, a cercare la “verità”, cioè la realtà, intorno alla rivoluzione riproduttiva.
    Meraviglia perciò, in questo bel venticello referendario che è ripreso a fischiare dopo l’approvazione della “legge medievale”, quanto sia scantonata o, per lo meno, quanto non sia avvertita come esigente e stringente la sua polemica in materia di fecondazione medicalmente assistita.
    Sorprende che nessuno si accorga di quei bambini che, come Flamigni, maneggiano le atomiche come se invece che bombe fossero bambole.
    Stupisce questo diffuso, sciatto, ornamentale appendere il guantone al chiodo e fare della reticenza (invece della boxe) l’arte dello scrivere su questioni che, dopotutto, sono la vita.
    E allora, perfettamente d’accordo con lei: la questione della vita all’epoca della sua riproducibilità tecnica è molto più gravida di conseguenze della questione aborto, perniciosa è vero, come dice lei, però non una novità.
    E’ da che mondo è mondo che l’uomo ammazza l’oggetto del suo odio e del suo amore, questo sia da tutti saputo, c’è chi lo fa con la spada, chi con uno sguardo amaro, chi per un imprevisto indesiderato.
    In breve, sembra consustanziale alla vicenda storica degli uomini e delle donne che il debole soccomba davanti al più forte, l’inerme davanti al clavadotato, il feto davanti alle aspirazioni umane e alla tecnica dell’aspiratore.
    Il problema posto dalla fecondazione artificiale che si vorrebbe free (non come gli Ogm, “ tolleranza zero!”, perbacco), soggetta unicamente all’umana compassione, è irruzione di un totalmente altro dall’aborto e affini.
    Esso, logicamente, come ammette con un ultimo e benvenuto “forse” la sua stimata e pragmatica Mary Warnock (che però non cambia il corso della storia), ci porta fino alla clonazione e ha la sua centralità nel dilemma: l’embrione umano è o non è manipolabile? L’embrione umano è o non è passibile di possesso e di decisione fino alle estreme propaggini della sua evoluzione da parte dell’alleanza della potenza tecnica e del potente essereumano-adulto-desiderante?

    Possibilità e possedibilità
    Giustamente lei considera la discussione su questo punto cruciale e dirompente rispetto al problema dell’aborto, che è quisquilia sotto il profilo logico. A ragione. Poiché la questione è: oggi, grazie ai progressi della scienza e della tecnica, c’è gente nei laboratori che ha la possibilità di fabbricare esseri umani con un certo colore degli occhi e un certo calore del cuore. Se il problema è questo (e questo è), cioè la possedibilità e dunque manipolabilità del genoma umano e la possibilità di costruire uomini e donne a dna Doc e Dop, logicamente non ci potete venire a spiegare, “sì, è così, però non lo facciamo oltre un certo limite di compassione alla coppia sterile o gay”; “sì, è così, però l’eugenetica è un disastro”; “sì, è così, però non si potrebbe assecondare una donna che fosse tanto caliente e tanto tifosa di calcio da volere undici figli tutti come Maradona”. Perché?
    Perché, giustamente, Socci vi chiederebbe:
    “perché, perché, perché?”
    Perché non oltre un certo limite, perché non Maradona?.
    Perché, logicamente, il problema è: o la possibilità e possedibilità è tabù, almeno per ciò che riguarda gli esseri umani; o altrimenti non è sopportabile l’ingiunzione secondo cui, dato per acquisito che ciò che è in nostro potere e nel nostro desiderio sono beni che si sposano col Bene per produrre altri beni, non dovrebbe essere accondisceso, secondo il principio che è il Gusto sposato al Potere ciò che decide.
    Per quale strana ragione dovrebbe essere un comitato etico a discernere se il mio desiderio di avere un figlio in un certo modo e secondo certi attributi è morale o immorale?
    E’ infatti quello che dicono i famosi Bioetici Faustiani, quel che si può si deve. Anzi, è un Diritto.

    Il mondo perfetto che Churchill aborriva
    Vede, direttore, è talmente logico quello che stiamo dicendo, che lo sapevano anche certi illustri intellettuali democratici dell’immediato secondo dopoguerra.
    O almeno quel Dottor John Ely Burchard, Decano degli Studi Umanistici del Massachusetts Institute of Technology, che il 31marzo 1949 accolse Wiston Churchill con tutti gli onori dovuti al baluardo anti nazifascista in Europa, spiegando che in futuro non ci sarebbe più stato il rischio del male, “radicale” o “banale”, perché “in futuro la scienza avrà la capacità di controllare con precisione i pensieri dell’uomo”.
    Al che, Churchill rispose “I shall be very content if my task in this world is done before that happens”.
    Il nemico di Dio è la “morale” dice Luigi Giussani.
    Ma dove finisce la tecnica e dove comincia la natura?, o ancora: ma esiste ancora una natura, visto che l’uomo l’ha plasmata e può continuare a farlo modificandola radicalmente a suo piacimento?
    Ora, alle tante obiezioni che si potrebbero avanzare su questo versante quella più decisiva mi sembra la seguente, sempre di Giussani:
    “Non ti stai dando le unghie dei piedi, non ti stai dando niente, niente! Ma guarda che ci sono poche cose così pacificanti come questa: tu sei ‘fatto da’, sei fatto da qualcosa d’altro; tu sei quel livello della natura in cui la natura si accorge di non farsi da sé… Io sono l’autocoscienza del mondo”.
    Vale a dire: ci sono, potrei non esserci adesso – un aneurisma, un infarto, un embolo, dacci sotto con la fantasia, fratello – c’è qualcosa a cui appartengo inesorabilmente, da cui dipendo ontologicamente un quid, un mistero.
    Fratello Kafka direbbe che “le cose comuni sono per se stesse miracoli, il palcoscenico non è affatto buio, è inondato dalla luce del giorno. Perciò gli uomini chiudono gli occhi e vedono così poco”.
    Perfino Sartre, il re del niente, in uno dei suoi rari momenti di assenza di mal di mare, in una osservazione sociologica ma sana (giacché il suo imprinting psicologico fu “la nausea”), ammette sopra a ogni ripiegamento su se stesso in nome della suprema “estraneità” di cui ha lastricato una comoda ideologia borghese, che “tutto ci viene dagli altri” e che “Essere è appartenere a qualcuno”.
    E’ chiaro che quella di Giussani, e in seconda battuta quella di Kafka, in terza quella di Sartre, non sono immediatamente notazioni su creativismo o evoluzionismo. Il fatto che siamo stati fatti come dice la Bibbia (“a immagine e somiglianza di Dio”) o che siamo stati buttati giù da una qualche stella da un Padreterno remoto e capriccioso che si è divertito a prendere in giro creazionisti e darwinisti, non c’entra nulla con un’osservazione che è attuale, lo capisce anche un bambino, non si può non ammettere come self-evident (John Henry Newman).
    E l’osservazione è che“sono fatto adesso, creato istante per istante, non sono io che decido che il mio cuore batta, non sono io che decido di darmi la vita in questo momento”.
    Oggi si può pensare che l’uomo si impossessi anche di questa originaria dipendenza?
    Sì, dobbiamo ammettere che può succedere e può succedere in questo modo: prendete un genoma, manipolatelo come è nella richiesta del soggetto desiderante e prenotante l’essere umano alla carta. Infine, all’uopo di perfezionare il desiderio dominante (perché diteci se non è dominio, il massimo del dominio, poter decidere cosa dovrà esserci e cosa no, naturalmente per il bene suo e la tranquillità nostra, nel dna del nascituro), considerate l’opportunità di inserire nel dna già predefinito un microchip che consenta di bloccare - per il bene suo, della tranquillità nostra e della società borghese - ogni tendenza giudicata “negativa” (cancro, alzheimer, pazzia, pedofilia, aggressività…).
    Dunque, grazie alla decisione in favore del Gusto e del Potere, potremmo avere un bambino a dna predefinito e, via microchip, controllato a distanza come sarà controllata a distanza la futura casa ipertecnologica, nei riscaldamenti, elettrodomestici, posta Internet, eccetera.
    Capiamo la vostra ribellione. Per esempio: “ma va là, adesso non diciamo sciocchezze, noi non stiamo parlando di automi, stiamo semplicemente dicendo che embrione e genoma sono roba nostra e, dunque, roba da gestire senza se e senza ma”.
    Perché, cosa stiamo dicendo, noi?
    Che sì, dato che voi sostenete questo, dovrete per forza ammettere quest’altro, perché è vostra, tutta vostra la logica dell’uomo signore di sé.
    Se l’embrione è mio, se l’embrione è manipolabile, se il dna è sottomissione all’homo faber affinché si possa curare Coscioni e tutti i nostri desideri, voi ci dovete dire perché, logicamente, non si deve anche poter dispiegare, l’embrione, nel desiderio desiderante undici Maradona e un telecomandato a distanza che giochi il massimo del football ed eviti l’overdose di cocaina.
    Perché sarebbe odioso? E perché mai sarebbe odioso?
    No, signori miei, tutto ciò sarebbe bello e buono, come dice la logica che è tutta vostra e di quello scienziato del Mit che dice: “produrremo umanità che rimedia i mali della natura e che non sarà mai più come Hitler, ma buona, bella, pacifica”.

    L’islam potente e misericordioso della tecnica
    Per fortuna, a quel tempo, noi saremo morti e voi verrete ricordati come i fautori della schiavitù totale.
    E il Mistero, quel simpaticone, riderà di voi, divenuti marziani su una terra che sarà il posto non della cura dei Coscioni, non della pace, non della bontà, non della bellezza, ma il posto dove i marziani si scannano tra loro. Un posto dove i nostri pronipoti – quelli rimasti stranamente ragionevoli, realisti andranno in esilio da qualche parte, in qualche deserto e con qualche compagnia comprendente l’ultimo prete filosofo e l’ultimo direttore del Foglio.
    In qualche parte di qualche deserto dove verranno raggiunti, presi in ostaggio e decapitati come tutti coloro che non si sottometteranno all’islam, potente e misericordioso, della tecnica.

    Luigi Amicone
    P. S. Finito di scrivere mi raggiunge una notizia triste, notizia di un amico che semplicemente è morto, semplicemente all’improvviso, semplicemente la mattina presto dopo il festeggiamento del ventesimo di matrimonio, ed era più giovane di noi. Marco Simi, in un appunto dai suoi amici ritrovato, scriveva: “Gli alberi dei boschi sono come gli uomini sulla terra : non ce n’è uno che sia uguale ad un altro. E’ stata una delle mie prime scoperte, quando giocavo a nascondermi e a costruire capanni nelle faggete attorno alla cà. Dev’essere per questo che rifuggo le cose tutte uguali, fatte con lo stampino”.

    ....su il Foglio del 2 luglio

    saluti

 

 
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