Coerenza leghista premiata dalle elezioni
Carroccio baluardo della Padania
DAVIDE GIANETTI
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Quando nei primi anni '90 la Lega Nord esplose elettoralmente attirando su di sé l'attenzione e soprattutto la preoccupazione dell'establishment italiano, politologi, sociologi e osservatori delle cose politiche furono, almeno su una cosa, concordi: ritennero infatti il fenomeno delle leghe autonomiste di sicura breve durata, profetizzandone la scomparsa nel giro di pochissimi anni. Vi era, in altri termini, la convinzione che il sistema partitocratico allora vigente avrebbe ben presto sterilizzato le istanze di libertà e autonomia invocate da questi movimenti, fogocitandone alla lunga il parco elettori dal momento che l'evidente inesperienza politica di simili soggetti e l'assenza di un ben definibile apparato ideologico al loro interno avrebbe alla lunga stancato i cittadini i quali, una volta passata la "buriana"della novità, sarebbero tornati docilmente all'ovile della prima repubblica. Ovviamente questo discorso valeva soprattutto per la Lega, che di quei movimenti autonomisti era il più importante in termini di consensi e di organizzazione. Quando tuttavia ci si accorse che ad ogni tornata elettorale "l'anomalia leghista" (come veniva allora definita), anzichè ridursi e riassorbirsi, si ingrandiva minacciando seriamente gli equilibri politici della partitocrazia, quegli stessi intellettuali che avevano profetizzato la veloce scomparsa leghista iniziarono a prendere maggiormente sul serio il fenomeno azzardando improbabili analisi socio-economico alternate a demonizzanti campagne mass-mediatiche. Da esperienza che avrebbe dovuto rivelarsi effimera e transitoria, l'avventura leghista si trasformò in qualcosa di ben più solido e radicato facendo per la prima volta emergere prepotentemente la cosiddetta "questione settentrionale". E la buona capacità gestionale della cosa pubblica nelle numerose amministrazioni locali diede il colpo definitivo alla semplicistica teoria che voleva la Lega un movimento essenzialmente protestario, incapace di avanzare proposte concrete o di elaborare strategie di lungo periodo. Il perdurare nelle regioni padane di un solido sentimento federalista dimostrò invece quanto fosse lungimirante e corrispondente alle esigenze più profonde di una larga fetta di popolazione il disegno politico approntato dalla Lega. Supponenza, superficialità, pregiudizio, sclerosi ideologica e miopia culturale hanno per anni impedito a studiosi, storici e osservatori della politica di comprendere come il fenomeno leghista fosse in ogni caso la diretta e logica conseguenza del "malessere del nord", un malessere nato nel dopoguerra e cresciuto in coincidenza con lo squilibrio istituzionale di un Paese dove la quasi totalità della classe politica era ed è il garante politico di chi drena risorse alla parte più produttiva e ai danni di quest'ultima vive in modo parassitario. Tale situazione, pur emendata nei suoi aspetti più eclatanti e grossolani, è presente ancora oggi e costituisce sostanzialmente il motivo per cui a distanza di quattordici anni il movimento leghista può ancora fregiarsi di un numero considerevole (e decisivo) di consensi. L'incremento di voti registrato, contro ogni previsione, dalla Lega alle recenti elezioni europee (ma con palese caratterizzazione nazionale) spiega il motivo per cui, nonostante quattro anni consecutivi di alleanza pressochè organica con la Casa delle Libertà, e soprattutto con Forza Italia, il Movimento leghista non sia stata affatto assorbito o colonizzato dalla "balena" forzista laddove la riforma costituzionale sulla devolution, pur essendo un punto qualificante del programma polista, non esaurisce in ogni caso il vero, decisivo problema di fondo, quello cioè di un riequilibrio fiscale fra quella parte del Paese che è capace di produrre-mandando avanti l'intera baracca- e quella viceversa che sa solo consumare. Benchè rivendicate, in accordo con l'esigenza di un'attenuata radicalità nell'esternare i propri messaggi politici vista la coabitazione con altre forze all'interno di una coalizione come quella del Polo, con toni e parole meno choccanti agli occhi e soprattutto alle orecchie dell'opinione pubblica, queste istanze sono tuttora attuali e determinano le fortune elettorali del solo movimento politico che ha la volontà di portarle avanti. È questa differenza che permette alla Lega di sopravvivere ed è il motivo per il quale tutte le previsioni volte a prefigurare l'inevitabile e progressivo fagocitamento leghista da parte di Forza Italia sono state fin qui clamorosamente smentite. La drammatica crisi economica innescata dall'Euro ha fatto riemergere nelle aree economicamente più sviluppate la domanda su "dove vanno a finire i nostri soldi", trovando nella Lega il solo interlocutore politico che "storicamente" ne ha fornito la risposta. Il contestuale aumento di voti in Veneto e in Lombardia dimostra quindi che la questione fiscale, lungi dall'essere l'unica e sola variabile possibile nell'azione programmatica di un partito, è ancora di scottante attualità e reclama di essere risolta in modo definitivo. Su questo punto ci si gioca tutto.
[Data pubblicazione: 24/06/2004]




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