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Discussione: La Pagina delle Idee

  1. #11
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    Coerenza leghista premiata dalle elezioni
    Carroccio baluardo della Padania


    DAVIDE GIANETTI
    --------------------------------------------------------------------------------
    Quando nei primi anni '90 la Lega Nord esplose elettoralmente attirando su di sé l'attenzione e soprattutto la preoccupazione dell'establishment italiano, politologi, sociologi e osservatori delle cose politiche furono, almeno su una cosa, concordi: ritennero infatti il fenomeno delle leghe autonomiste di sicura breve durata, profetizzandone la scomparsa nel giro di pochissimi anni. Vi era, in altri termini, la convinzione che il sistema partitocratico allora vigente avrebbe ben presto sterilizzato le istanze di libertà e autonomia invocate da questi movimenti, fogocitandone alla lunga il parco elettori dal momento che l'evidente inesperienza politica di simili soggetti e l'assenza di un ben definibile apparato ideologico al loro interno avrebbe alla lunga stancato i cittadini i quali, una volta passata la "buriana"della novità, sarebbero tornati docilmente all'ovile della prima repubblica. Ovviamente questo discorso valeva soprattutto per la Lega, che di quei movimenti autonomisti era il più importante in termini di consensi e di organizzazione. Quando tuttavia ci si accorse che ad ogni tornata elettorale "l'anomalia leghista" (come veniva allora definita), anzichè ridursi e riassorbirsi, si ingrandiva minacciando seriamente gli equilibri politici della partitocrazia, quegli stessi intellettuali che avevano profetizzato la veloce scomparsa leghista iniziarono a prendere maggiormente sul serio il fenomeno azzardando improbabili analisi socio-economico alternate a demonizzanti campagne mass-mediatiche. Da esperienza che avrebbe dovuto rivelarsi effimera e transitoria, l'avventura leghista si trasformò in qualcosa di ben più solido e radicato facendo per la prima volta emergere prepotentemente la cosiddetta "questione settentrionale". E la buona capacità gestionale della cosa pubblica nelle numerose amministrazioni locali diede il colpo definitivo alla semplicistica teoria che voleva la Lega un movimento essenzialmente protestario, incapace di avanzare proposte concrete o di elaborare strategie di lungo periodo. Il perdurare nelle regioni padane di un solido sentimento federalista dimostrò invece quanto fosse lungimirante e corrispondente alle esigenze più profonde di una larga fetta di popolazione il disegno politico approntato dalla Lega. Supponenza, superficialità, pregiudizio, sclerosi ideologica e miopia culturale hanno per anni impedito a studiosi, storici e osservatori della politica di comprendere come il fenomeno leghista fosse in ogni caso la diretta e logica conseguenza del "malessere del nord", un malessere nato nel dopoguerra e cresciuto in coincidenza con lo squilibrio istituzionale di un Paese dove la quasi totalità della classe politica era ed è il garante politico di chi drena risorse alla parte più produttiva e ai danni di quest'ultima vive in modo parassitario. Tale situazione, pur emendata nei suoi aspetti più eclatanti e grossolani, è presente ancora oggi e costituisce sostanzialmente il motivo per cui a distanza di quattordici anni il movimento leghista può ancora fregiarsi di un numero considerevole (e decisivo) di consensi. L'incremento di voti registrato, contro ogni previsione, dalla Lega alle recenti elezioni europee (ma con palese caratterizzazione nazionale) spiega il motivo per cui, nonostante quattro anni consecutivi di alleanza pressochè organica con la Casa delle Libertà, e soprattutto con Forza Italia, il Movimento leghista non sia stata affatto assorbito o colonizzato dalla "balena" forzista laddove la riforma costituzionale sulla devolution, pur essendo un punto qualificante del programma polista, non esaurisce in ogni caso il vero, decisivo problema di fondo, quello cioè di un riequilibrio fiscale fra quella parte del Paese che è capace di produrre-mandando avanti l'intera baracca- e quella viceversa che sa solo consumare. Benchè rivendicate, in accordo con l'esigenza di un'attenuata radicalità nell'esternare i propri messaggi politici vista la coabitazione con altre forze all'interno di una coalizione come quella del Polo, con toni e parole meno choccanti agli occhi e soprattutto alle orecchie dell'opinione pubblica, queste istanze sono tuttora attuali e determinano le fortune elettorali del solo movimento politico che ha la volontà di portarle avanti. È questa differenza che permette alla Lega di sopravvivere ed è il motivo per il quale tutte le previsioni volte a prefigurare l'inevitabile e progressivo fagocitamento leghista da parte di Forza Italia sono state fin qui clamorosamente smentite. La drammatica crisi economica innescata dall'Euro ha fatto riemergere nelle aree economicamente più sviluppate la domanda su "dove vanno a finire i nostri soldi", trovando nella Lega il solo interlocutore politico che "storicamente" ne ha fornito la risposta. Il contestuale aumento di voti in Veneto e in Lombardia dimostra quindi che la questione fiscale, lungi dall'essere l'unica e sola variabile possibile nell'azione programmatica di un partito, è ancora di scottante attualità e reclama di essere risolta in modo definitivo. Su questo punto ci si gioca tutto.



    [Data pubblicazione: 24/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #12
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    Troppo agiografico il libro su Mameli. Non è stato chiarito il ruolo delle società segrete nell'unificazione della Penisola
    NELL'INNO FRATELLI D'ITALIA DI QUALI FRATELLI SI PARLA?


    DON UGO CARANDINO
    --------------------------------------------------------------------------------
    E' da quasi 150 anni ( dal risorgimento per passare al fascismo e per finire alla così detta, repubblica democratica) che lo Stato italiano è lo strumento (pensiamo in particolare alla scuola pubblica) tramite il quale elitè massoniche e centraliste (che da sempre detengono il "vero" potere politico-economico) tentano di annientare i simboli, le bandiere e le identità storiche delle nazioni padano-alpine per realizzare (a tavolino) quegli italiani e quella "identità nazionale italiana" mai esistita storicamente. In particolar modo (soprattutto negli ultimi anni grazie al grande architetto delle cerimonie tricolori Ciampi) in tutte le salse ci viene propinato L'Inno di Mameli. Inno di cui tutti conoscono la (noiosa) melodia ma di cui nessuno sa la storia. Visto che in una ottica autonomista è necessario operare una sana opera di revisionismo padano contro la (falsa) storiografia di regime segnalo un'articolo su Mameli e l'inno "Fratelli d'Italia" di don Ugo Carandino, apparso sul n. 55 della rivista Sodalitium (loc. Carbignano 36, 10020 Verrua Savoia - TO; tel. 0161.839335; email: info@sodalitium.it)
    Alberto Tura
    FRATELLI D'ITALIA
    Di Don Ugo Carandino
    Ci sono voluti ben tre autori, Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetta Tricamo e Piero Giordana, per scrivere un libro di 140 pagine dedicato alla figura di Goffredo Mameli e al suo celebre inno. Gli Autori, fin dal I capitolo del libro, non nascondono la loro profonda simpatia per "il poeta con la sciabola" (pag. 14) e attribuiscono a Carlo Azeglio Ciampi il merito di aver rimesso in valore l'opera di Mameli, elogiando la "crociata di Ciampi a favore dell'inno-simbolo del nostro paese" (pag. 12).
    Lasciando il crociato Ciampi, scopriamo quindi la figura del "poeta con la sciabola". Prima di esaminare la vita di Mameli, gli Autori consacrano il II capitolo, "L'inno-simbolo del Risorgimento", per situare l'inno di Mameli nel contesto delle vicende risorgimentali.
    A pag. 17 esaltano la rapidità con cui si diffusero, tra i partigiani dell'unificazione, le strofe dell'inno composto nel 1847 e musicato, successivamente, da Michele Novaro. Sulle ali dell'entusiasmo, gli Autori ipotizzano doti quasi profetiche di Mameli: "l'ultimo periodo [della vita di Mameli] vi appare talmente ricco di avvenimenti da far pensare che Mameli presagisse la scarsità del tempo che il destino gli aveva messo a disposizione e che cercasse di bruciare le tappe" (pag. 19).
    Con indignazione gli Autori riportano poi le critiche di qualche denigratore "che lo giudicò da "fisarmonica", un po' frivolo e paesano" (pag. 20). Per gli Autori "il vero gradimento (...) venne dalla gente della strada che cantava a squarciagola Fratelli d'Italia" (pag. 21), anche se il nome esatto dell'inno è Il canto degli italiani.
    Da quel momento "era venuto il momento in cui la storia d'Italia non si faceva più con le norme giuridiche ma semmai con la poesia" (idem).
    Per suffragare questa tesi, riportano una frase particolarmente ispirata di Giuseppe Garibaldi: "una buona parte di questa Italia si deve ai poeti" (ibidem).
    Nelle pagine che seguono, vengono citati i diversi canti del periodo risorgimentale, tra cui gli eloquenti versi dell'inno garibaldino E a Roma, Roma: "E a Roma a Roma/ ci sta un papa/ che di soprannome/ si chiama Pio nono/ lo butteremo giù dal trono/ dei papi a Roma/ non ne vogliamo più" (pag. 44).
    Il lettore che desidera conoscere la vita di Mameli deve pazientare ancora un po', in quanto il III capitolo è dedicato alla storia dell'inno in questione, dall'unità d'Italia sino ai giorni nostri.
    Gli Autori ricordano che l'opera di Mameli venne scelta come inno nazionale dopo il cambio istituzionale del 1946; l'inno, a differenza della bandiera tricolore, non è citato nella Costituzione, in quanto fu adottato con una decisione di carattere provvisorio che perdura tuttora. Il IV capitolo è finalmente consacrato al "poeta-combattente" (pag. 76).
    Per la verità, in virtù della prima funzione, il Nostro cercò di evitare la seconda, almeno in occasione della chiamata di leva: "Secondo una legge che favoriva le classi ricche, era possibile farsi "sostituire" pagando una somma di danaro, e infatti il suo posto nel 16° reggimento fanteria della brigata Savona era stato preso da un certo Fedele Vitale Scrivante" (pag. 85). Infatti il "poeta con la sciabola" apparteneva a un'altolocata famiglia genovese. Gotifredo (questo era il suo vero nome) nacque a Genova, il 5 settembre 1827, da Giorgio Mameli, alto ufficiale della Marina Sarda e dalla nobildonna Adelaide Zoagli, appartenente a una famiglia aristocratica che aveva dato alla Repubblica di Genova tre dogi e due consoli. Grazie ai suoi illustri natali, Goffredo riesce dunque a evitare la chiamata alla leva per assicurare ai patrioti le sue produzioni poetiche. La sua prima opera, L'alba, è del 1846, e subito dopo, nell'ode Roma mostra i sentimenti di profonda avversione che nutriva per il Papato: "Ove del mondo i Cesari/ ebbero un dì l'impero/ e i sacerdoti tennero/ schiavo l'uman pensiero..." (pag. 81). "Come poeta, aveva decisamente la mano facile" assicurano gli Autori (pag. 81), indicando un lungo elenco di inni, odi, poesie, sonetti composti da Mameli in giovane età. Oltre all'amore per la causa nazionale, il cuore di Mameli conosce l'amore di alcune fanciulle: da qui la stesura di versi che potrebbero rafforzare certi giudizi sulle sue qualità letterarie: "La tua statura è simile alla palma/ e le tue mammelle a dei grappoli d'uva..." (pag. 81).
    Per giustificare l'ardita composizione, gli Autori si affrettano a riferire di una confidenza fatta dal Nostro a un amico: "Temo la caduta nel sentimentale e nel platonico, ì miei eternamente acerrimi nemici" (pag. 82). Nel 1847 Mameli entra a far parte di un club mazziniano, dove inizia la sua amicizia con Nino Bixio. Nel marzo 1848, dopo i fatti di Milano, gli Autori ci informano che per Mameli "giunse il momento di deporre la penna e impugnare la spada" (pag. 84), per mettersi a fare il "combattente in proprio" (pag. 85) agli ordini dell'amico Bixio: ma queste bande rivoluzionarie erano mal viste dallo Stato Maggiore dell'Esercito Sardo (pag. 85).
    Dopo l'umiliante sconfitta di Custoza, Mameli ritorna a Genova e le meraviglie continuano, poiché "il poeta-patriota parve nondimeno possedere il dono dell'ubiquità. Era in movimento perpetuo" (pag. 87). In quel periodo avviene "un incontro entusiasmante, quello con Giuseppe Garibaldi" (pag. 87): tra i due eroi nasce un legane di "ammirazione, fiducia, complicità, amicizia" (pag. 88). Intanto a Roma gli eventi precipitano, la residenza papale del Quirinale è presa d'assalto, il Papa Pio IX (appartenete alla categoria di coloro che, secondo Mameli, "tennero schiavo l'uman pensiero") è costretto a trasferirsi a Gaeta. E' l'inizio della Repubblica Romana, periodo in cui si registrarono ripetuti atti sacrileghi nelle chiese dell'Urbe e numerose violenze contro il clero.
    Il fanatismo mazziniano prende il potere e in questo frangente "Mameli si precipitò a Roma" (pag. 89). Intanto, sottolineano gli Autori, "dal suo rifugio borbonico Pio IX preparava la riscossa e la vendetta" (sic!) (pag. 90). La traballante Repubblica Romana sta per cadere, e Mameli, nella primavera del 1849, partecipa a degli scontri nei dintorni di Roma. E qui si consuma, almeno in parte, la vendetta papalina: "perse il cavallo e una notte gli rubarono il mantello" (pag. 91).
    Sembrerebbe un episodio marginale, in realtà il fisico del poeta-combattente ne soffre: "perché le notte umide trascorse all'addiaccio gli minarono il fisico e lo resero febbricitante" (pag. 91). Bixio, in una lettera riportata dagli Autori, parla di un suo incontro con Mameli il quale, benché sofferente, intende proseguire il suo combattimento contro il Papato. Il 3 giugno partecipa a uno scontro dove è ferito a morte. La ferita fatale non ha risvolti particolarmente eroici, in quanto "Mameli fu raggiunto per sbaglio da una pallottola amica; secondo un'altra [versione], a colpirlo fu invece la baionetta di uno dei suoi, un bersagliere poco pratico di quell'arma" (pag. 91).
    Sulle prime la ferita non sembra preoccupante; viene trasportato all'ospedale della Trinità dei Pellegrini (è da ricordare che la Roma di Pio IX possedeva un ospedale ogni 9.000 abitanti, mentre la Londra antipapista uno ogni 40.000), dove però le condizioni peggiorarono e "Mazzini andava a trovarlo più volte al giorno" (pag. 93).
    Sul suo letto di morte compone i suoi ultimi versi, tristi come il volto del suo Maestro: "Come l'astro morente arde e balena/ ferve l'anima mia rinvigorita/ nel bacio della morte./ Addio, per sempre addio,/ sogni d'amor di gloria./ Addio mio suol natio./ Addio diletta all'anima/ del giovane cantor" (pag. 92), con riferimento a un amore non corrisposto con Adele, una giovane veneziana conosciuta a Roma.
    Il 19 giugno si procede all'amputazione di una gamba: ma l'intervento non è sufficiente per fermare la cancrena e Goffredo entra in agonia. Anche la Repubblica Romana è ormai moribonda: il 3 luglio Mazzini e i suoi discepoli scappano dalla città, che le truppe francesi riconsegnano al legittimo sovrano. Mameli giace in ospedale abbandonato dai suoi, assistito solamente da Adele, che non gli nega l'estremo aiuto.
    Gli Autori non riferiscono se i Padri Barnabiti, che assicuravano l'assistenza nell'ospedale, riuscirono a confessare Mameli e riconciliarlo con Dio. Il Nostro muore il 6 luglio, a ventidue anni non ancora compiuti: nello stesso giorno a Torino, viene pubblicato un decreto che vieta l'ingresso nel Regno di Sardegna ai volontari della Repubblica Romana e in particolare a quattro personaggi: Mazzini, Garibaldi, Bixio e Mameli (pag. 95).
    Il corpo di Mameli viene sepolto provvisoriamente in una chiesa vicina all'ospedale; nel 1872 è riesumato e trasportato al Verano.
    Nel 1940, il governo italiano dell'epoca che intendeva esaltare gli eroi del Risorgimento, lo fa traslare al Vittoriano e l'anno seguente, nel 1941, all'ossario del Gianicolo, dove riposa accanto ad altri protagonisti della Repubblica Romana. Il libro rappresenta un'occasione mancata per contribuire alla rilettura del Risorgimento. Invece di un approfondimento storico serio, scevro da infatuazioni ideologiche, gli Autori hanno optato per un impostazione di stampo agiografico, che ricalca le mediocri produzioni letterarie post-unitarie.
    Da sottolineare il silenzio assoluto sul ruolo della Massoneria nelle vicende risorgimentali.
    Eppure, secondo la rivista il Timone, il testo dell'inno di Mameli "è di chiara ispirazione massonica. I "fratelli" cui si rivolge perché insorgano sono quelli delle logge. La nazione è quasi deificata. (...) Si comprende bene come a Goffredo Mameli siano dedicate, ancora oggi, molte logge massoniche" (il Timone, Anno IV - Settembre/Ottobre 2002, n. 21, pag. 21).
    Attendiamo allora un libro capace di esaminare in modo più scientifico questo argomento e capace di chiarire senza remore il ruolo delle società segrete nell'unificazione della Penisola.


    [Data pubblicazione: 25/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #13
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    Per evitare di essere fagocitati difendiamo le nostre usanze
    Contro la globalizzazione riaffermiamo la nostra identità


    FRANCESCO ROSSI*
    --------------------------------------------------------------------------------
    Si discute un po' ovunque di globalizzazione, alcuni la esaltano, altri la avversano, ma probabilmente la gran parte delle persone non ha in realtà idea di cosa si stia parlando. Credo che la Lega Nord Padania debba porre l'accento su questo argomento, cioè debba spiegare cos'è davvero la globalizzazione, le conseguenze a cui porterà, da chi è guidata: la presa di coscienza da parte del cittadino riguardo a concetti così importanti ed influenti è necessaria al fine di evitare che si realizzi il progetto di chiudere gli occhi alla gente, di impedirgli di ragionare. Ma cos'è attualmente la globalizzazione? Secondo il mio modesto parere, così come si sta delineando, può essere definita come il più pericoloso e sconvolgente progetto di omologazione etno-culturale messo in atto da una serie di apparati che a livello planetario stanno agendo al fine di creare un'unica razza umana standardizzata o in altre parole un unico tipo di consumatore.
    Detta così sembra quasi un'apocalisse: effettivamente credo che sia necessario che le persone si rendano conto di quale sconcertante progetto sia in fase di attuazione per poterne prendere atto e soprattutto per ribellarsi attivamente.
    Oggi la globalizzazione altro non è che un processo di matrice economica guidato dalle multinazionali e dalle grandi banche che le finanziano con la partecipazione delle lobby finanziarie che guidano i flussi monetari a livello mondiale: e tutti noi sappiamo che il denaro guida gran parte delle decisioni assunte dai potenti del mondo.
    Nei paesi più industrializzati il consumismo sfrenato è ormai la quotidianità: la gente deve spendere, comprare, le fabbriche devono ogni anno aumentare il proprio fatturato quasi come se l'idea che ci possa essere un limite di produttività non sia nemmeno presa in considerazione.
    Il business deve aumentare in qualsiasi modo, non importa se per farlo le conseguenze sull'ambiente saranno di una gravità incalcolabile; se si verifica una flessione nella produzione o un segno negativo nel confronto con le altre annate allora è subito allarme perché è inconcepibile la sola prospettiva di registrare un calo di redditività.
    Si potrebbero scrivere libri su tutto questo, ma la riflessione importante che ne scaturisce è una: ormai la nostra tanto celebrata, decantata, glorificata società occidentale altro non è che un sistema guidato dal materialismo e non dai valori, è la società dell'avere più che dell'essere.
    Questo è esattamente ciò a cui punta la globalizzazione: trasformarci in consumatori automi non pensanti, burattini manovrabili a piacimento. E lo strumento fondamentale per la realizzazione e la diffusione del modello sopra descritto è la comunicazione: i mass media sono il canale tramite il quale veicolare subdolamente questo prototipo sociale: la televisione, la pubblicità, i giornali sono gli ingranaggi che fanno procedere il meccanismo: un continuo bombardamento di proposte, di prodotti, di offerte che ci permetteranno una vita migliore sono a portata di mano, basta spendere.
    La felicità è facilmente raggiungibile, basta comprare e poi comprare ancora perché il business non può fermarsi, bisogna aumentare la produzione, la gente deve consumare e poi comprare ancora.
    A questa società materiale, fondata sull'esteriorità possiamo però opporci. Ma la soluzione per reagire non è la protesta violenta e il nichilismo etico dei moderni no-global, che altro non sono che fiancheggiatori nemmeno tanto involontari degli stessi globalizzatori. I no-global, nella loro fin troppo variegata composizione, spaccano vetrine ma non propongono nulla, i loro unici ideali sono il vandalismo, la violenza, l'antiamericanismo; la loro è solo una protesta negativa, cioè una opposizione da cui però non scaturisce un modello alternativo.
    Anche la questione del pacifismo è veramente sconcertante: anch'io sono contro la guerra in Iraq ma sono anche contro alle altre decine di guerre che ci sono nel mondo delle quali i no global sembrano ignorare l'esistenza solo perché non sono coinvolti gli odiati Stati Uniti e poi soprattutto sono fermamente convinto che il teppismo urbano di cui sono alfieri non sia il miglior modo per manifestare la voglia di pace. Credo sia molto grave che questi personaggi, anche in Italia, siano addirittura legittimati da alcune formazioni politiche presenti in parlamento; questo è molto preoccupante poiché si attua una sorta di giustificazione nei confronti delle loro deprecabili azioni. E' invece necessario che a questo impressionante progetto di omologazione venga opposta la forza delle idee, la forza dei valori morali ma anche religiosi. L'unica difesa è la forte riaffermazione delle proprie radici, delle proprie tradizioni. Ogni uomo deve sapere da dove viene per sapere dove andare. I popoli devono difendere le loro specificità etno-culturali, le lingue locali, le tradizioni millenarie perché è ciò da cui provengono, cioè la loro essenza più profonda. Il vero dualismo che va creandosi non è dunque quello tra global e no-global, bensì quello tra global e local: global rappresenta l'omologazione, il progetto multietnico e multiculturale che porterebbe all'annientamento delle diversità che contraddistinguono ogni popolo, al melting pot, ovvero a quella marmellata di culture ed identità che alcuni hanno il coraggio di spacciare come positiva e inevitabile. Local invece significa ribadire le peculiarità, le usanze, l'appartenenza ad un territorio, l'attaccamento alla propria lingua, in una parola riaffermare la propria identità più profonda per evitare di essere fagocitati da un modello di globalizzazione che mira proprio allo sradicamento e all'annullamento dell'eterogeneità, perché pilotare uomini senza identità è molto più facile che farlo con individui fortemente consapevoli del loro passato. Quindi in questo cruciale momento storico la battaglia identitaria perseguita dai movimenti autonomisti come la Lega Nord è l'unico antidoto all' allarmante situazione che si sta creando e per questo i temi dell'appartenenza territoriale e dell'identità etno-culturale devono essere portati avanti e sottolineati con sempre maggior forza.
    Auspico che il nostro quotidiano dia maggior spazio anche alle battaglie intraprese in questo senso dagli altri movimenti autonomisti europei, a cominciare per esempio dal Vlaams Block fiammingo, in modo che esse agiscano da pungolo anche per molte persone che magari fino ad oggi hanno considerato superficialmente queste tematiche di portata epocale.
    *Coordinatore Movimento Universitario Padano di Parma
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    [Data pubblicazione: 25/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #14
    El Criticon
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    Predefinito Certo ...

    Contributi tutti interessanti, questi.

    E' una iniziativa che bisogna proseguire, rafforzare, sostenere con ogni mezzo possibile ...

    ... però, ahinoi, NON basterà per rilanciare la diffusione de la Padania ...

    ELK

  5. #15
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    Prima del 1861 anche il piemontese Durando propose la divisione della Penisola in in uno Stato settentrionale, uno centrale e uno meridionale
    1858: secondo gli accordi di Plombières firmati da Cavour, Italia divisa in tre Stati


    GIULIO NESI
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    "Quel... matto di Bossi vuole dividere l'Italia"! Quest'affermazione, tipica delle "dotte" conversazioni da bar, l'ho sentita pronunciare troppe volte in passato e, ahimè, pure oggi che la Lega Nord è al Governo di questo Paese.
    Ebbene, è vero che nel 1996 Bossi proclamò l'indipendenza della Padania, ma la linea politica secessionista di otto anni fa serviva per dare un'accelerata al federalismo, nel disperato tentativo di salvare uno Stato italiano sempre più impantanato nella palude politica romana. L'Italia è un paese in cui per avere 1 bisogna chiedere 10, e così la Lega Nord, per ottenere il federalismo, è dovuta passare per la secessione. Guarda caso, dopo la minaccia secessionista, tutti i partiti politici hanno abbracciato il federalismo e, anzi, hanno fatto a gara a chi lo realizzava per primo. Risulta evidente, perciò, che se Bossi non avesse dichiarato l'indipendenza della Padania, oggi il federalismo non sarebbe nell'agenda di governo. Chiariti questi concetti, mi pongo però una domanda: supponiamo il caso che Bossi fosse riuscito per davvero a dividere l'Italia; questo fatto sarebbe stato poi così assurdo, o invece esistono degli importanti antecedenti storici?
    Insomma, coloro che ancora oggi, mossi dall'odio preconcetto verso la Lega Nord, sparlano di Bossi come colui che voleva dividere l'Italia, ebbene costoro hanno mai sentito parlare di Gioberti o di Cattaneo o degli Accordi di Plombières?
    Prima di affermare che Bossi è un matto, costoro si sono fatti un esame di coscienza? Hanno una memoria storica, o invece ignorano proprio la Storia d'Italia dell'Ottocento? Inizio a rispondere a questi interrogativi partendo da un dato fondamentale: durante il Risorgimento, alla visione unitaria di Mazzini si anteponeva una corrente politica federalista. Vincenzo Gioberti, ad esempio, non mirava all'unità politica dell'Italia, ma, bensì, egli proponeva una Confederazione fra gli Stati italiani, fondata sull'autorità superiore del Papa.
    Il piemontese Cesare Balbo, uno dei più autorevoli esponenti del liberalismo moderato nel Regno Sabaudo, auspicava la formazione di una lega (doganale e militare) fra gli Stati italiani. Un altro piemontese, Giacomo Durando, sosteneva il progetto monarchico-federalista ipotizzando la divisione dell'Italia in tre Stati, retti da regimi costituzionali: uno settentrionale sotto i Savoia, uno meridionale sotto i Borbone e uno centrale sotto i Lorena.
    Vi era poi una corrente federalista, democratica e repubblicana, il cui più celebre esponente, Carlo Cattaneo, aveva come obiettivo la nascita di una Confederazione repubblicana, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera, che lasciasse ampi spazi di autonomia a tutte le istanze della vita locale. Come si sa, le speranze del Cattaneo andarono disattese, poiché nel 1861 oltre all'unificazione politica che assunse le sembianze del Regno d'Italia, la Destra Storica scelse di governare il paese optando per l'accentramento amministrativo basato sul modello napoleonico, in cui il Prefetto rappresentava il controllo del centro sulla periferia.
    Come si è appena visto, per molti pensatori dell'Ottocento, l'unità d'Italia non era affatto un dogma né il loro scopo ultimo.
    Ma, allora, perché qualche anno fa le anime belle e candide si scandalizzarono così tanto per le idee secessionistiche di Bossi?
    La Padania (intesa come area geografica), in fondo, era già stata ipotizzata dal sullodato Giacomo Durando e non solo da lui! Vi è infatti un personaggio ben più importante, ovverosia Cavour, che ancor prima di divenire l'artefice dell´unità d'Italia, voleva dividerla anch'egli in tre parti!
    Cavour, divenne primo ministro del Regno Sabaudo nel 1852 e sin dai primi anni del suo governo si adoperò per allargare i confini del Piemonte.
    Il suo scopo, appunto, era quello d'ingrandire il Regno di Vittorio Emanuele II, e per far questo doveva trovare un forte alleato in grado di sottrarre il Lombardo-Veneto agli austriaci.
    Questo alleato fu la Francia, che intendeva sostituirsi all'egemonia asburgica sull'Italia. Nel 1858, Cavour e l'imperatore francese, Napoleone III, stipularono un'alleanza militare: gli accordi di Plombières. Tali accordi ipotizzavano anche una nuova sistemazione dell'intera penisola italiana, che avrebbe dovuto essere divisa in tre Stati: un regno dell'Alta Italia, sotto la guida dei Savoia, comprendente, oltre al Piemonte, il Lombardo-Veneto e i territori dell'attuale Emilia-Romagna; un regno dell'Italia centrale formato dalla Toscana e dalle provincie pontificie; un regno meridionale, coincidente con quello delle due Sicilie liberato dalla dinastia borbonica.
    Gli accordi di Plombières, sono la chiara dimostrazione che l'unità d'Italia non rientrava tra gli obiettivi di Cavour che, anzi, intendeva sfruttare l'appoggio della Francia per dar vita ad una sorta di Padania Sabauda.
    Fra il 1859 e il 1860, il primo ministro piemontese dimostrò appieno la sua abilità politica nel saper trarre il massimo profitto da tutta una serie di circostanze, tanto che il Regno Sabaudo s'ingrandì molto di più rispetto a quel Regno dell'Alta Italia ipotizzato a Plombières.
    Fu così che, paradossalmente, anziché dividere l'Italia, Cavour divenne l'artefice dell'unità del paese!
    L'Italia non nacque grazie al nazionalismo romantico del Mazzini (le cui iniziative si risolsero il più delle volte in veri e propri fallimenti), bensì grazie alla politica espansionistica del Piemonte che riuscì ad inglobare nel suo regno gli altri stati italiani.
    Le popolazioni di Emilia, Romagna, Toscana, ecc., attraverso lo strumento dei plebisciti, scelsero l'annessione al Regno Sabaudo.
    Ma il plebiscito altro non è se non la ratifica tramite il consenso popolare di una decisione già presa (il Piemonte, cioè, aveva già comunque deciso che quei territori sarebbero diventati suoi).
    Il Regno d'Italia, proclamato nel 1861, non fu dunque il prodotto del sentimento nazionale unitario: come appena ricordato, nei plebisciti si scelse l'annessione al Piemonte, mica all'Italia!
    Inoltre, segnali di malcontento, come il brigantaggio in meridione (represso crudelmente con la legge Pica del 1863), sono la dimostrazione che una parte cospicua del popolo avrebbe fatto volentieri a meno dell'unità.


    [Data pubblicazione: 26/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #16
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    Il successo elettorale non deve rimanere un fatto episodico
    Rimbocchiamoci le maniche per raggiungere il Federalismo


    FRANCESCO DI LORENZI
    --------------------------------------------------------------------------------
    Mi chiamo Francesco, ho 24 anni e vi scrivo da Roma; appartengo alla folta schiera dei leghisti "critici", di coloro che hanno mal digerito il repentino passaggio dalle battaglie indipendentiste ed identitarie alle piccole beghe quotidiane con i Fini o con i Follini di turno e che, di conseguenza, hanno scelto in questi anni la via dell'attesa, dell'attenzione vigile, aspettando con calma mista a rassegnazione una possibile svolta, un segnale di cambiamento. Ebbene, dopo circa tre anni di magri raccolti e di rare soddisfazioni, ecco il primo timido ma importante segno di risveglio, di vitalità. Intendiamoci, non credo affatto che il positivo risultato elettorale equivalga ad un entusiastico plebiscito del popolo leghista nei confronti dell'azione del governo o delle riforme fin qui ottenute, convinto come sono che l'aspetto emozionale e fideistico nei confronti del nostro segretario sia stata la vera molla capace di calamitare nuovamente consensi e speranze che sembravano definitivamente perse.
    Tuttavia non possiamo non registrare che un'inversione di tendenza c'è e se non vogliamo che rimanga un evento episodico ed irripetibile legato ad una particolare e drammatica contingenza, sarebbe bene iniziare a rimboccarsi le maniche. Cosa fare?
    Pur essendo tra quanti uscirebbero dal governo e dalla maggioranza domani mattina, provo a turarmi il naso e dico: proviamoci. Mancano due anni alla fine della legislatura ed abbiamo il dovere di portare a casa qualcosa di importante, di utile; non perché la devolution sia il paradiso terrestre o il toccasana che esaurisce il compito storico della Lega bensì per porre con forza le fondamenta necessarie allo sviluppo del processo di liberazione della Padania, vero fine e ragion d'essere del movimento!
    Raggiungere le riforme, insomma, per tornare rapidamente in trincea, in prima linea come sempre. C'è bisogno che la Lega abbandoni quanto prima le piccolezze dei palazzi romani per tornare a parlare di tradizione, di identità, di Europa dei popoli, di diritto all'autodeterminazione, di sovranità nazionale (la Lega a fianco del popolo serbo che grida "la Padania non si USA", tanto per essere chiari), di diritti dei lavoratori e dei pensionati, di difesa della piccola e media impresa contro gli attacchi della grande finanza apolide, di protezionismo, di difesa delle specificità culturali ed ambientali e così via.
    Una Lega, insomma, che si libera dall'abbraccio mortale del partito poloulivista per tornare ad essere il grande movimento di liberazione della Padania prima e del resto del Paese poi, punto di riferimento e di approdo per tutti gli uomini e le donne che hanno ancora voglia di combattere! PADANIA LIBERA!


    [Data pubblicazione: 26/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  7. #17
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    Con questo provvedimento i consumi aumenterebbero
    Se dobbiamo tagliare le tasse, cominciamo ad abbassare l'Iva


    FULVIO BESENZON
    --------------------------------------------------------------------------------
    Ministro Tremonti: non ti fermare!
    Chi non vuole abbassare le tasse? Chi ne ha tanti e non ne ha bisogno e protegge e mantiene chi ne ha senza lavorare. La linea di politica economica individuata dal ministro Tremonti è giusta: colpire alcune tasse.
    Se fosse economicamente possibile sarebbe bello colpire l'Iva poiché non risparmia nessuno e l'effetto sarebbe tangibile ed immediato.
    Se fosse ridotta dal 20 al 15% o ancora meno, i consumi aumenterebbero ed ogni settore del lavoro ne sarebbe beneficiato, Stato compreso.
    Molti industriali forse rinuncerebbero a chiudere licenziando per poi riaprire in altri paesi. Questo provvedimento accompagnato dalla riforma della Costituzione in senso federale allontanerebbe la presenza dello Stato in alcuni settori in eterna crisi, e per effetto volano costringerebbe anche chi non lo desidera a responsabilizzarsi e a lavorare.
    Ma forse è proprio questo che qualcuno non vuole! Evitare lo choc da "muro di Berlino" che costrinse le autorità tedesche ad assoldare un esercito di psicologi per riabilitare la gente a "tirarsi su le maniche"?
    D'altra parte la "Scienza dell'Insicurezza" e in questo caso l'eterna crisi economica, è una catena oramai arrugginita ma ancora salda e fatta su misura per milioni di sudditi dello stato protettore fatto di uomini in carne ed ossa che non desidera il vero decentramento e perciò il benessere.
    Così condizionato, il "gregge" voterà per chi li ha convinti a rassegnarsi, con la drammatica certezza di vivere in democrazia, mantenendo invece un esercito di politici e politicizzati.
    Chi non vuole abbassare le tasse è politicamente vecchio e antidemocratico, poiché un potente benessere economico porterebbe alla temuta maturazione e consapevolezza della società. Attaccare Tremonti è un atto cosciente nella sua incoscienza, un messaggio a certi poteri a chi non vuole cambiare nulla in breve tempo facendo sopravvivere i vecchi sistemi da prima repubblica per più di una generazione.
    La nuova borghesia e lo stile di vita creati dalla partitocrazia, dal clientelismo, dal voto di scambio, si sono spartiti il bottino Italia.
    Se vincessero loro la "rivoluzione culturale" federalista iniziata dalla Lega Nord morirebbe sul muro di gomma della politica italiana ed europea di Bruxelles che hanno tanta, troppa fretta di emanare una Costituzione.
    La scossa all'Economia è come il Federalismo, una melodia che fa paura a molti, poiché è destinata a fulminare la partitocrazia e a rilanciare l'economia reale e non quella virtuale.
    Le sorti dell'Europa e del mondo, passano attraverso la Padania e non a caso la Lega Nord è stata premiata da quell'unico "+" (151.533 elettori) della Cdl, che ha capito la guerra, le vere ragioni della politica interventista della Lega Iraq e la posizione apparentemente antieuropeista della Lega che però reclama l'Europa dei Popoli e perciò la vera Democrazia e non quella dei Poteri Forti che desiderano dapprima un superstato centrale, poi la creazione di un governo, un esercito, una banca e una valuta mondiali.
    Perciò il "centralismo" anche quello con "sani principi" nasconde al suo interno un diabolico e raffinato marchingegno che manipola inganna ed incatena prima i popoli, poi le nazioni e a piccoli passi i continenti ed infine il mondo.
    Però non siamo da soli in questo ennesimo scontro che coinvolgerà "volente o nolente" tutti. Una volta che la gente capirà come funziona il trucco, si renderà conto facilmente di come pochi possano controllare la vita di tutti gli altri.
    Per ora il partito inglese Ukip di Robert Kilroy-Silk, il Partito Civico Democratico ceco di Vaclav Klaus, il partito ultracattolico Lega delle Famiglie Polacche (Lpr) e il partito populista Samoobrona (Opposizione), lo svedese Lista di Giugno e il Blocco Fiammingo, senza poi contare tutti i movimenti indipendentisti e chissà chi altri ancora, sono nostri alleati.
    Infine, e non e poco, le vie del Signore sono infinite! Ministro Tremonti, non ti fermare e non dare retta a chi dopo aver già terribilmente sbagliato una volta si traveste da profeta illudendosi di fare patti con il diavolo.
    P.S. Se mi permette eviti anche gli insaccati: in estate sono indigesti.


    [Data pubblicazione: 26/06/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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