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  1. #11
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    Predefinito

    Nubi temporalesche, in apparenza almeno, quelle che minacciano l’annunciata decisione del governo sui provvedimenti economici per correggere gli andamenti della spesa pubblica, e soprattutto dare piena attuazione della riforma fiscale su cui Berlusconi ha impegnato la propria parola e la propria faccia.
    Il Cav. ha nuovamente fatto parlare i sentimenti – delusione per l’ingratitudine – di fronte al testa a testa riservatogli in Consiglio dei ministri da Gianfranco Fini. Non ha gradito molto, che la delegazione di Confindustria che gli illustrava in anteprima le proiezioni del Centro studi di viale dell’Astronomia rese note ieri, si attestasse sulla medesima linea anticipata da An: per gli sgravi Irpef non c’è capienza nell’attuale bilancio pubblico e non si tocca un euro di minori sussidi alle imprese se non in cambio di un euro restituito abbassando l’Irap.
    E si è corrucciato, quando l’hanno informato che il portavoce di An propalavano alla stampa una versione dell’incontro di ieri con Fini nel quale il vicepresidente del Consiglio avrebbe messo il premier innanzi al fatto compiuto che lunedì prossimo, se dovesse cadere la Provincia di Milano, sarebbe direttamente la Lega a risponderne e Giulio Tremonti a non poter più pretendere l’intangibilità delle deleghe accorpate presso il ministero dell’Economia.
    Tremonti, per parte sua, non ha battibeccato con nessuno. Tiene a mantenere un rapporto strettissimo con Berlusconi.
    Oggi lo rivedrà, carte alla mano, sulle proposte di tagli di spesa e di abbattimento delle imposte. E’ il premier che deve decidere, come e se proporre alla sua maggioranza il percorso comune che separa dall’Ecofin del 5 luglio. Per evitare il downgrading del debito pubblico italiano – ché l’early warning della Commissione europea è uno spauracchio che ormai impensierisce poco o punto – è il premier che deve proporre ad An e Udc le forme del confronto su come e dove realizzare i saldi da coprire, diciamo mezzo punto del pil di correzioni di spesa, e un punto di abbattimento dell’Irpef.

    Davvero An e Udc sarebbero pronti alla crisi di governo? E per spuntare che cosa? La fama imperitura di non voler abbassare le tasse? Un conto sono le intemperanze massimaliste di Gianni Alemanno, un conto ancora è sapere che con le parti sociali sul Dpef sarà un confronto duro, perché Confindustria e sindacati oggi sono di molto riavvicinati e la riforma dell’Irpef per una ragione o per l’altra non la vogliono. Tanto che non è certo casuale che ieri Fedele Confalonieri abbia ritenuto di dire che forse davvero “c’è un eccesso di Fiat in Confindustria, nemmeno ai tempi dell’Avvocato Agnelli l’azienda torinese ne esprimeva insieme presidente e direttore generale”. Altro è credere che Berlusconi assisterà fermo e muto alla dilapidazione del residuo capitale personale di credibilità, che va invece difeso e rilanciato.
    Detto questo, mica sarebbe male se invece di lasciar spazio a un’ottusa pulsione suicida si considerassero le cose nella loro oggettiva freddezza. Per esempio, a questo scopo servirebbe che tutti gli attori della commedia dessero una rapida lettura a un paper appena messo in rete, autori tre giovani studiosi che lavorano alla Commissione europea di cui due italiani, Gabriele Giudice e Alessandro Turrini, che lo firmano insieme all’olandese Jan in’t Veld.
    E’ una ricerca che analizza gli effetti non keynesiani delle correzioni attuate negli ultimi trent’anni nella finanza pubblica dei paesi dell’Unione europea.
    Che cosa si intende, per effetti non keynesiani? Tradotta in termini non tecnici, e ce ne scusiamo, l’espressione indica un fenomeno che economisti come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina hanno contribuito più di altri a studiare negli ultimi vent’anni. Diminuzioni della spesa pubblica cui segue non l’effetto di una minor crescita da minor domanda aggregata, ma al contrario maggiore crescita a seguito di maggiori investimenti e diminuzione dei disincentivi a lavorare e produrre.
    E’ un tema direttamente collegato agli effetti di stimolo alla crescita sul versante dell’offerta prodotti da una riforma fiscale che abbatta energicamente il prelievo. E spiega perché abbia assolutamente senso, che il governo si risolva a rischiare la propria faccia – forse persino la propria stessa esistenza abbinando alla piena attuazione della riforma fiscale già disegnata nella delega approvata dal Parlamento – con due sole aliquote del 23 e 33 per cento sotto e sopra i 100 mila euro di reddito – energiche correzioni di spesa.
    Non per rispettare il 3 per cento di deficit imposto da quel violatissimo patto ignorato da Parigi e Berlino, e da tanti altri paesi da comporre l’85 per cento del pil dell’eurozona.
    Quanto perché è la decisione di abbassare anche la spesa ad accrescere gli effetti di crescita sul versante dell’offerta rappresentati dall’abbattimento del prelievo. Ciò che conta non è, come pretendono le vestali tardokeynesiane, che ogni singolo euro di minori introiti fiscali venga parificato da un euro di spesa in meno.
    Non è l’equilibrio formale del bilancio, a rianimare la crescita.
    E’ la credibilità di mettere sotto pressione in prospettiva pluriennale i centri di maggior crescita della spesa, a contare più del saldo parificato con le minori entrate.
    La delusione è che le proposte illustrate ieri dalla nuova Confindustria non facciano propria questa prospettiva, siano ancora prigioniere dell’ortodossia deflazionista –abbinata naturalmente alla difesa della fetta di torta che va alle imprese.
    E che analoga prospettiva sia abbracciata da chi continua a proporre “svolte sociali” che sanno di fanfanismo ridipinto.
    Giudice e Torrini lavorano nel sancta santorum dell’ortodossia maastrichtiana. Ma nel loro paper dati storici alla mano sottolineano che i maggiori impulsi alla crescita sono venuti più spesso da correzioni della finanza pubblica fatti al ribasso di imposte e spesa. E aggiungono che il taglio più incisivo per convincere i mercati allo scatto di reni è il taglio dei dipendenti pubblici.
    “La forza dei governi è inversamente proporzionale al peso delle imposte”, scriveva il grande Emile de Girardin nel suo “Il socialismo e l’imposta”.
    Sarebbe bene lo rileggessero, nella maggioranza e in Confindustria. (ofg)

    su il Foglio del 24 giugno

    saluti

  2. #12
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    Lunedì 28 Giugno 2004, 19:21


    Governo: Berlusconi, Io Unico a Tenere Insieme Cdl

    (AGI) - Istanbul, 28 giu. - "Tutte le forze della maggioranza hanno una indispensabilita' marginale rilevante. Ma io sono l'unico che riesce a tenere insieme una coalizione come la Cdl: la mia indispensabilita' non e' marginale, e' assoluta". All'indomani del deludente risultato dei ballottaggi e in vista del rush conclusivo della verifica che portera' al cambiamento "della squadra di governo", il presidente del Consiglio lancia da Istanbul il suo messaggio agli alleati della Casa delle liberta'. "Bisogna rispettare il programma e il mandato che gli elettori ci hanno affidato - ripete Berlusconi a margine del vertice della Nato - la squadra si potra' rafforzare", ma serve "un rinnovato impegno da parte di tutte le forze della coalizione". Berlusconi fa continuamente la spola dall'hotel Ciragan Palace in riva al Bosforo e il palazzo del blindatissimo centro di Istanbul dove si svolgono gli incontri tra i leader dell'Alleanza Atlantica, e tutte le volte si ferma a parlare con i giornalisti. Per sottolineare che l'esito delle urne "non cambia nulla, anche se sarebbe stato meglio fosse finito in un altro modo" e per chiarire che "non c'e' nessun alleato da strigliare", anche se un po' di litigiosita' in meno nella Cdl avrebbe forse contribuito ad un risultato meno deludente: "Forse questo ha tolto la voglia a qualcuno di andare a votare - ammette il premier - e su questo si potra' anche approfondire, ma bisogna considerare che il tempo era meraviglioso e i nostri elettori, che sono dei liberali individualisti e non irregimentati come quelli della sinistra, hanno preferito andare fuori citta' per il week-end". Ma le divisioni che pure ci sono, non si registrano solo a destra, continua il premier, anzi "se gli italiani guardano ai 'Divisi nell'Ulivo' si rendono conto che questa sinistra oltranzista, massimalista e radicale che e' contro l'Europa e l'occidente non puo' essere governo del paese". Berlusconi ostenta sicurezza anche rispetto agli 'avvertimenti tattici' della Lega che agita lo spettro delle elezioni anticipate nel caso in cui si dovesse arenare la riforma federalista dello Stato. "Non sono per niente preoccupato - afferma, facendo sapere che l'unico ad aver ricevuto una sua telefonata dopo i ballottaggi e' stato proprio il leghista Calderoli - domani ci vedremo per concordare gli emendamenti al provvedimento". -



    GOD SAVE BERLUSKA!

    TEGN DUR, BERLUSCA!!

  3. #13
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    Predefinito Se Alitalia....

    …cade

    Roma. Il punto di vista convenzionale su Alitalia è rassicurare, come ieri facevano Antonio Marzano e Rocco Buttiglione.
    La garanzia data dal governo al prestito-ponte di 400 milioni di euro è la necessaria boccata d’ossigeno per consentire a Giancarlo Cimoli di presentare il nuovo piano industriale, e il modo in cui si è proceduto garantisce che la Commissione di Bruxelles non dovrebbe mettere i bastoni tra le ruote.
    Il punto di vista non convenzionale è un altro.
    Con un patrimonio netto in discesa sotto gli 800 milioni di euro e pari al 45 per cento dell’indebitamento netto della società, Alitalia ha oggi un valore negativo.
    Al contrario, in Borsa capitalizza “ancora” quasi 900 milioni di euro. Il motivo? Perché decenni di salvataggi di Stato fanno ritenere al mercato che la cattiva abitudine non sarà interrotta.
    Lo ha riconosciuto anche il Sole 24 Ore, da quando il neopresidente LCdM ha dichiarato che
    “non troverebbe nulla di stupefacente se lo Stato si adoperasse a salvare le grandi imprese”.
    Ma dopo che dal 1991 aumenti di capitale di Alitalia sono stati
    bruciati quasi 4 miliardi di euro di cui 2,7 a diretto carico dello Stato e il resto da banche e soci privati, è fondato credere che questi 400 milioni di sangue fresco non faranno rapidamente la
    stessa fine?
    Dopo 6 amministratori delegati alternatisi a rodeo, 2 diverse alleanze internazionali saltate o non consumate e 1.360 euro perduti ancor oggi ogni minuto, perché non porsi seriamente il problema di che cosa davvero succederebbe, se l’Alitalia portasse i suoi libri in tribunale?
    Sarebbe la fine del mondo? In Italia si cesserebbe di volare? Cadrebbero tutte le attività collegate al trasporto aereo, da quelle delle società di gestione dei servizi aeroportuali fino a tutto l’indotto turistico, commerciale e logistico?
    La risposta è nota, ed è no.
    C’è una vasta serie di esperienze cui fare riferimento, nei soli Stati Uniti sono stati ben 21 i fallimenti di compagnie di maggior rilievo negli ultimi 20 anni (17 prima dell’11 settembre), e in Europa non mancano esempi come quelli della belga Sabena, che portò i libri in tribunale nel novembre 2001, e di Swissair, nel 2002.
    Se l’azionista pubblico che ancora controlla Alitalia spingesse per una simile soluzione non si troverebbe certo nella condizione più estrema del fallimento, quella per cui il patrimonio viene sottratto alla disponibilità della società e destinato giudizialmente alla soddisfazione paritaria dei creditori nella misura massima possibile.
    Per numero di dipendenti e debiti, Alitalia rientra nella cosiddetta
    “legge Marzano”, varata perché la Parmalat non ricadesse sotto le grinfie della legge Prodi, che comunque sbocca nella liquidazione e per di più sotto le pastoie dei magistrati. Adottando quello strumento e dando a Cimoli la veste di commissario straordinario, a seguito della dichiarazione d’insolvenza del tribunale il mercato avrebbe saputo che entro 180 giorni al massimo il commissario produce il piano di ristrutturazione.

    Le possibilità di un commissario
    Ma in realtà il termine si sarebbe ridotto a poche settimane visto che la società non ha liquidità in cassa per andare avanti, e non si sarebbe potuto procedere al prestito-ponte garantito dallo Stato. In altre parole, saremmo già ora al piano, e alla decisione del ministro, se la ristrutturazione risultasse perseguibile oppure no. Nel secondo caso, il tribunale sancirebbe la conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento.
    Che cosa potrebbe fare in poche settimane, il commissario? Procedere immediatamente a trattare e concludere la cessione con le società interessate a rilevare attività e dipendenti delle attuali Atitech, Alitalia cargo, Alitalia airport e dell’area dell’information technology.
    Oltre 7 mila degli attuali 21 mila dipendenti di Alitalia possono trovare diversa collocazione sotto le varie Fraport, Ibm, e società della Finmeccanica che si sono fatte per ora inutilmente avanti. Poca cosa? Neanche per idea. Il commissario l’avrebbe fatto. L’amministratore delegato Cimoli ha dovuto sottoscrivere coi sindacati una clausola che di fatto gli impedisce di farlo.
    Poniamo che in ogni caso il commissario non riuscisse a convincere a quel punto né Air France-Klm, né altri privati stranieri o italiani a entrare nel capitale e a rilevare la compagnia “solo volo” in cui concentrare parte dei velivoli e un terzo dei dipendent (il resto sarebbe avviato alla riallocazione per via di ammortizzatori sociali e cassa integrazione).
    Anche nel caso di conseguente liquidazione, mai, in nessun paese, si è smesso di volare.
    Altri subentrano, comprando gli slot dalla compagnia liquidata. Con altri vettori subentrati, privati e magari stranieri, lo Stato bandirebbe le gare per le concessioni delle tratte interne su cui gravano residui oneri “di servizio pubblico”.
    Certo, nel breve ci sarebbero costi sociali e temporanei rallentamenti di attività economiche. Ma sarebbe la premessa certa per un ritorno del settore all’efficienza, senza bruciare più risorse pubbliche. Il mercato premia queste scelte, che producono maggior crescita economica.
    Bisognerebbe solo avere il coraggio di farle.

    da il Foglio del 25 giugno

    saluti

  4. #14
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    Predefinito Se Milano...

    …cade

    Roma. A poche ore dai ballottaggi per le amministrative i sondaggi direbbero che la Provincia di Milano va al centrosinistra. Che malgrado il sostegno dell’elettorato leghista la presidente uscente, Ombretta Colli, distanziata di quasi cinque punti al primo turno, non ce la farà a recuperare su Filippo Penati.
    I sondaggi direbbero questo.
    I leader di centrodestra che li sfogliano compulsivamente si preparano alla sconfitta, e magari alcuni di loro la utilizzeranno come una clava per dare addosso agli alleati insolventi.
    An e Udc contro la Lega che si è apparentata tardi e non ha convinto i suoi elettori a mandar giù la consegna (“anche colpa del prestito ponte per Alitalia”, anticipava ieri Roberto Maroni). Oppure il Carroccio e Forza Italia contro An e Udc, tentate dallo scenario catastrofico pur di fiaccare l’asse nordista che li ha costretti all’angolo per mezza legislatura.
    Nel mezzo, Berlusconi e il suo partito e la disaffezione crescente che circonda l’uno e l’altro. E che starebbe per emergere come segnale della disfatta nella più grande area metropolitana nazionale: quasi 4 milioni di abitanti distribuiti tra la seconda città italiana e 188 comuni. Il secondo dei tre anelli concentrici del potere di centrodestra che s’irradia da Palazzo Marino e arriva alla Regione Lombardia.
    Quanto basta per immaginare il dopo catastrofe, se catastrofe sarà.
    “Quando a Milano si decide qualcosa d’importante l’effetto arriva presto a Roma”.
    Non ha dubbi Giorgio Rumi, storico, politologo di area cattolica
    e membro del cda Rai:
    “Dal risorgimento al potere guelfo-democristiano, passando per il fascismo, la liberazione e il rifiuto della monarchia, storicamente i segnali di quel che accadrà a livello nazionale si manifestano a Milano”.
    Non parlerebbe di “effetto domino”, Rumi, ma avverte che “se questa città si stufa, si stufa, e il vento del nord di cui parlò Pietro Nenni periodicamente prende a soffiare.
    L’ultima volta fu con il rifiuto della partitocrazia”.
    Perdere la Provincia di Milano vale allora come “un deficit aggiuntivo, ha il valore simbolico che rivela una crisi profonda, soprattutto in un paese immobile come il nostro”.
    A maggiore ragione di fronte a un dato di partenza non trascurabile – spiega Rumi – e cioè che l’attuale governo “nasce con otto ministri di questa regione, espressione del singolare impegno di persone, i lombardi, tradizionalmente assenteisti: energici nelle iniziative politiche ma pronti a tornare agli affari propri”. Per quanto oggi anche i lombardi radicalizzino i consensi all’interno della stessa area (premiando i partiti identitari come An e Udc), esprimono comunque delusione.
    “Un’insoddisfazione per il partito plebiscitario di Silvio Berlusconi cui non si vuole più accreditare una procura in bianco”.
    I delusi, conclude Rumi, sono per lo più identificabili nei “cattolici abitanti nei borghi, che per anni hanno capovolto il forte elemento di sinistra”, così come nei “cittadini milanesi che appartengono alla categoria delle professioni liberali”.
    Perché “se a Milano il commercialista del piano di sopra cambia intenzione di voto è sempre un dato storico”. E visto che “non esiste più il blocco delle tute blu, è alla delusione dell’esercito dal colletto botton down, quello del commercio e della finanza, che bisogna guardare con apprensione”.

    Le preoccupazioni degli imprenditori
    Per la verità non è detto che il mondo dell’impresa e della finanza, da sempre attento alla continuità di un governo accettabile, possa mortificare Ombretta Colli più dell’astensione o dei litigi fra partiti. Per esempio non ne è convinto Michele Perini, presidente di Assolombarda, una delle più antiche organizzazioni imprenditoriali d’Italia e, per dimensioni, la più rappresentativa dell’universo confindustriale (circa 5.700 imprese associate). “I candidati alla guida della Provincia sono entrambi persone di qualità – dice al Foglio Perini – ma se la Colli non ce la fa, per noi si apre un interrogativo: sappiamo che la presidente ha governato e bene, ma chi ci assicura che il possibile successore farà lo stesso?”.
    Non è una scelta di campo, assicura il leader di Assolombarda, ma un po’ di preoccupazione:
    “Con la Colli c’è stata qualche incomprensione, però anche molti progetti utili andati in porto, penso ai finanziamenti giunti in tempi record per il nuovo polo della Fiera Milano nell’area Rho-Pero. Di Penati invece non mi è piaciuto quando ha annunciato che intende cambiare ‘tutto’ all’interno della società autostradale Serravalle”.
    Perini non si cura tanto di valutare l’impatto politico dell’eventuale cambio alla guida della Provincia, perché dal punto di vista degli industriali occorre più d’ogni altra cosa “salvaguardare gli effetti di una politica liberista, quella più legata al nostro spirito: attenta alla cultura dell’innovazione, ostile alla lentezza burocratica pur con tutti i vincoli che sconta un’istituzione pubblica”.
    Chiunque vinca, la continuità dell’indirizzo andrebbe perseguita. “E comunque bisogna andare a votare in massa, pazienza se bisogna rinunciare a partire per un altro weekend”.

    sempre da il Foglio del 25 giugno

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Meno "ragionieri"....

    ....più politici

    Tre buoni segnali ieri. Il presidente di Confindustria e della Fiat ha ammesso che fu un errore, il protezionismo che indusse lo Stato a impedire che la Ford rilevasse Alfa Romeo.
    Tardivo ma molto apprezzabile, che il capo delle imprese italiane riconosca che non deve essere lo Stato, a farsi carico degli inadeguati investimenti delle imprese. Fa ben sperare, per non contrapporre frontalmente l’abbattimento dell’Irpef, necessario e più volte promesso dal premier, e quello dell’Irap.
    Secondo segnale, da Bruxelles.
    Nei cinque criteri che la Commissione propone per reinterpretare il Patto di stabilità, c’è molta maggior attenzione alle circostanze che consigliano di considerare il 3 per cento non più come una tagliola automatica.
    Meno ragioneria, e più politica.
    Infine, le dichiarazioni del capo dello Stato sulla necessità di misure che accelerino crescita, premiando la famiglia: sembra il suggerimento preciso ad adottare uno dei punti di forza della promessa riduzione dell’Irpef, quello che rimodellerà le deduzioni fiscali sul “quoziente familiare”.
    Il premier, Tremonti e il ministro Moratti proprio su questo hanno affinato il pacchetto di proposte che la prossima settimana diventerà terreno di confronto.
    Si tratta di varare prima dell’Ecofin del 5 luglio correzioni strutturali di spesa per 7 miliardi di euro, e di scrivere nel Dpef la piena attuazione dell’abbattimento dell’Irpef da realizzare in finanziaria per 12 miliardi di euro.
    Non torniamo sul già detto, Berlusconi imposti il via libera alla manovra in cambio di rimodulazioni del potere.
    Aggiungiamo due altre osservazioni.
    Nei materiali all’esame, alcune poste possono essere sostituite da altre, coinvolgendo in pieno la maggioranza.
    Alcuni esempi? Incidere più a fondo sulla programmazione negoziata in cambio di minori riduzioni di altri incentivi alle imprese, collegandoli alla discesa di uno o due punti di Irap l’anno prossimo.
    Nel Dpef, offrire alle forze sociali un ulteriore finanziamento a partire dal 2005 degli ammortizzatori sociali.
    Berlusconi dovrebbe averlo capito, non basterà l’aritmetica. Servono altre scelte significative, per alimentare una forte fiducia nella ripresa della crescita.
    Niente salvataggi di Alitalia, il mercato e non lo Stato che finanzi Ferrovie e Anas, un grande appuntamento con le banche perchè credano e investano nella nuova Cassa depositi e prestiti, per finanziare opere pubbliche e imprese.
    Due anni di intensa cura liberale, possono sconfiggere sia il fantasma del declino, che i vampiri dall’opposizione.

    sempre da il Foglio del 25 giugno

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Le carte truccate...

    ….dell’Irap

    Meno aiuti alle imprese e meno Irap questa richiesta fatta da LCdM a nome della Confindustria, in occasione del confronto sulla prossima Relazione previsionale, ha fatto vibrare di entusiasmo commosso le teste d’uovo dell’Ulivo, che lo hanno applaudito, liete di avere un argomento di polemica con il governo, che punterebbe solo sulla riduzione dell’imposta sul reddito. Due “meno” come quello degli aiuti alle imprese e quello dell’odiosa tassa sull’occupazione che è l’Irap, possono fare un sostanzioso “più” nella crescita economica, soprattutto se il taglio dell’Irap è totalitario sia per il Mezzogiorno e per le spese sia per la ricerca e l’innovazione, come appunto dice LUca Cordero di Montezemolo.
    Ma la proposta di ridurre le sovvenzioni alle imprese e trasformarle in crediti agevolati non è nata presso l’ex ministro dell’Ulivo, Enrico Letta, che sembra essere uno dei guru di LCdM o presso il trust di cervelli di cui si è circondato il neo presidente di Viale Astronomia, ma presso il ministro Giulio Tremonti ed ha trovato il consenso di An, prima che della Confindustria: convinti come sono che in questo modo si rende più serio l’intervento per il Sud.
    Quanto all’Irap, non è una invenzione di Berlusconi o di Tremonti: è stata escogitata da Vincenzo Visco, per conto dei Ds e fatta propria da Prodi che la propagandò nella campagna elettorale del 1996 come il nuovo strumento per ridurre e semplificare il peso fiscale sulle piccole imprese, in sostituzione di imposte come l’Ilor, i contributi sanitari e vari tributi comunali.
    E fu un pilastro della modifica della riforma delle pensioni varata dal governo Dini, con il consenso e la consulenza della Cgil di Cofferati: i quali, aboliti i contributi sanitari, in questo modo poterono aumentare i contributi pensionistici al 32 per cento delle buste paga, per finanziare i costi della mancata riforma.
    La Casa delle libertà criticava l’Irap e spiegava che a guadagnarci erano (e poco) solo Fiat e qualche altra grande impresa.
    Ds e Ulivo la consideravano una tassa meravigliosa, intrinsecamente progressista.
    Ora fa schifo, d’accordo.
    Ma è la Casa delle Libertà che ha nel suo programma la proposta di eliminarla. Do you remember?

    da il Foglio del 25 giugno

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Una idea della Moratti...

    …che piace a Blair (è di sinistra, Blair)

    L’ipotesi di dare agli atenei il carattere giuridico delle fondazioni, e una conseguente accresciuta autonomia, ha suscitato scandalo a sinistra.
    Ma in Gran Bretagna, dove le università hanno già questo carattere, si viene a sapere, dalla fonte assai autorevole del Times, che Tony Blair ha in serbo un piano per le scuole superiori, secondo il quale i 500 migliori istituti del paese assumeranno lo statuto di “fondazione”.
    E ciò per garantire loro un più ampio margine di indipendenza rispetto alle amministrazioni locali. Insomma un governo di sinistra punta a trasformare in fondazioni i licei.
    Sono tante le misure adottate tra grandi polemiche dal governo italiano e che ora trovano imitatori in Europa, anche in esecutivi di sinistra.
    Il governo federale tedesco, da questo punto di vista, appare assai solerte. Ha appena varato un provvedimento che istituisce uno scudo fiscale per chi farà rientrare capitali esportati all’estero, e si appresta a proporre una serie di leggi “una tantum” per attenuare il deficit (che comunque da tre anni è superiore al limite del 3 per cento sancito dal protocollo di Maastricht, per giunta su richiesta ultimativa della Germania). Sottolineare queste coincidenze non significa ripetere il luogo comune secondo cui non c’è più differenza tra destra e sinistra. Serve però a sottolineare che chi governa, in tutta Europa, deve affrontare problemi simili, i quali consistono sostanzialmente in un costo delle protezioni sociali (spesso inefficienti perché tarate su condizioni del passato) che pesa sulla competitività e in una difficoltà ad adeguare sistemi di formazione burocratizzati a esigenze professionali e culturali che si sono modificate rapidamente.
    Una visione un po’ meno provinciale farebbe capire che anche altre innovazioni come quelle promosse dal governo italiano per il mercato del lavoro, le pensioni e la riduzione del peso fiscale, sono al centro del dibattito politico in tutti gli altri grandi paesi europei. Si tratta di riforme che possono essere impostate con un’accentuazione liberale o attraverso forme di pattuizione sociale (che peraltro non hanno dato risultati neppure in Germania), ma che sono comunque necessarie. L’averle anticipate ha permesso all’Italia di attraversare la lunga fase di stagnazione internazionale continuando a far crescere l’occupazione, che invece cala in Germania dove si è atteso inutilmente il consenso sindacale. E’ questa la sinistra?

    Ferrara su il Foglio del 26 giugno

    saluti

  8. #18
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    Predefinito I malpancisti danno...

    …i numeri

    Il Fondo monetario internazionale comunica che in Italia la ripresa si sta rafforzando e corregge al rialzo le previsioni del prodotto interno lordo: non più 1,2 per cento, ma 1,4 per cento: sempre una crescita al piccolo trotto, ma con un segnale di miglioramento.
    Sono passati solo tre giorni da quando, nel convegno annuale in vista del documento di programmazione economica, la Confindustria, sulla base delle stime del suo ufficio studi, con un armamentario di grafici e tabelle, mostrava che vi erano segnali di ripresa ma correggeva la precedente previsione di crescita del Pil dall’1,2 all’1,3 per cento. Veniva spontaneo osservare che un ritocco, così microscopico, corrispondeva più a un atteggiamento critico rispetto all’attuale politica economica, che a una valutazione oggettiva.
    O i miglioramenti non ci sono e allora non si fanno ritocchi; oppure ci sono e allora non ha senso indicare la rettifica di un decimale che, considerando il possibile gioco degli arrotondamenti (le cifre del secondo decimale superiori a 0,5 si ritoccano in aumento, quelle inferiori si trascurano) non vuol dire nulla.
    A Luca Cordero di Montezemolo, uomo abile nelle comunicazioni, non dovrebbe sfuggire che sarebbe bastata una telefonata a Washington per dare, nell’assemblea, una valutazione meno casalinga, comunicando in anteprima quella che, dai medesimi dati, traeva il Fmi.
    E spicca anche la rilevante differenza fra quello che accade in Francia, rispetto all’Italia, in questo gioco, in sé modesto, ma in qualche modo sintomatico, dei dati.
    Si legge su Le Monde che l’Insee, l’istituto francese di previsioni economiche, ha corretto al rialzo le stime dell’economia francese fornite dal governo per il 2004: dall’1,7 per cento addirittura al 2,3. E, per l’Europa, stima un aumento del 2 per contro il consenso degli altri allo 1,7.
    Gli industriali francesi mal sopportano l’ottimismo dell’Insee in quanto, pur con un disavanzo pubblico superiore al 4 per cento e con una stima del Pil in crescita vistosa, l’occupazione ristagna.
    E la colpa sembra ricadere su di loro.
    Ma in Italia l’occupazione cresce e la Confindustria non riesce a dire bene perché.
    Ma è proprio così difficile trovare nei numeri la verità?

    Ferrara su il Foglio del 26 giugno

    ..e così termina la settimana di passione del Cav.

    saluti

 

 
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