Nubi temporalesche, in apparenza almeno, quelle che minacciano l’annunciata decisione del governo sui provvedimenti economici per correggere gli andamenti della spesa pubblica, e soprattutto dare piena attuazione della riforma fiscale su cui Berlusconi ha impegnato la propria parola e la propria faccia.
Il Cav. ha nuovamente fatto parlare i sentimenti – delusione per l’ingratitudine – di fronte al testa a testa riservatogli in Consiglio dei ministri da Gianfranco Fini. Non ha gradito molto, che la delegazione di Confindustria che gli illustrava in anteprima le proiezioni del Centro studi di viale dell’Astronomia rese note ieri, si attestasse sulla medesima linea anticipata da An: per gli sgravi Irpef non c’è capienza nell’attuale bilancio pubblico e non si tocca un euro di minori sussidi alle imprese se non in cambio di un euro restituito abbassando l’Irap.
E si è corrucciato, quando l’hanno informato che il portavoce di An propalavano alla stampa una versione dell’incontro di ieri con Fini nel quale il vicepresidente del Consiglio avrebbe messo il premier innanzi al fatto compiuto che lunedì prossimo, se dovesse cadere la Provincia di Milano, sarebbe direttamente la Lega a risponderne e Giulio Tremonti a non poter più pretendere l’intangibilità delle deleghe accorpate presso il ministero dell’Economia.
Tremonti, per parte sua, non ha battibeccato con nessuno. Tiene a mantenere un rapporto strettissimo con Berlusconi.
Oggi lo rivedrà, carte alla mano, sulle proposte di tagli di spesa e di abbattimento delle imposte. E’ il premier che deve decidere, come e se proporre alla sua maggioranza il percorso comune che separa dall’Ecofin del 5 luglio. Per evitare il downgrading del debito pubblico italiano – ché l’early warning della Commissione europea è uno spauracchio che ormai impensierisce poco o punto – è il premier che deve proporre ad An e Udc le forme del confronto su come e dove realizzare i saldi da coprire, diciamo mezzo punto del pil di correzioni di spesa, e un punto di abbattimento dell’Irpef.
Davvero An e Udc sarebbero pronti alla crisi di governo? E per spuntare che cosa? La fama imperitura di non voler abbassare le tasse? Un conto sono le intemperanze massimaliste di Gianni Alemanno, un conto ancora è sapere che con le parti sociali sul Dpef sarà un confronto duro, perché Confindustria e sindacati oggi sono di molto riavvicinati e la riforma dell’Irpef per una ragione o per l’altra non la vogliono. Tanto che non è certo casuale che ieri Fedele Confalonieri abbia ritenuto di dire che forse davvero “c’è un eccesso di Fiat in Confindustria, nemmeno ai tempi dell’Avvocato Agnelli l’azienda torinese ne esprimeva insieme presidente e direttore generale”. Altro è credere che Berlusconi assisterà fermo e muto alla dilapidazione del residuo capitale personale di credibilità, che va invece difeso e rilanciato.
Detto questo, mica sarebbe male se invece di lasciar spazio a un’ottusa pulsione suicida si considerassero le cose nella loro oggettiva freddezza. Per esempio, a questo scopo servirebbe che tutti gli attori della commedia dessero una rapida lettura a un paper appena messo in rete, autori tre giovani studiosi che lavorano alla Commissione europea di cui due italiani, Gabriele Giudice e Alessandro Turrini, che lo firmano insieme all’olandese Jan in’t Veld.
E’ una ricerca che analizza gli effetti non keynesiani delle correzioni attuate negli ultimi trent’anni nella finanza pubblica dei paesi dell’Unione europea.
Che cosa si intende, per effetti non keynesiani? Tradotta in termini non tecnici, e ce ne scusiamo, l’espressione indica un fenomeno che economisti come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina hanno contribuito più di altri a studiare negli ultimi vent’anni. Diminuzioni della spesa pubblica cui segue non l’effetto di una minor crescita da minor domanda aggregata, ma al contrario maggiore crescita a seguito di maggiori investimenti e diminuzione dei disincentivi a lavorare e produrre.
E’ un tema direttamente collegato agli effetti di stimolo alla crescita sul versante dell’offerta prodotti da una riforma fiscale che abbatta energicamente il prelievo. E spiega perché abbia assolutamente senso, che il governo si risolva a rischiare la propria faccia – forse persino la propria stessa esistenza abbinando alla piena attuazione della riforma fiscale già disegnata nella delega approvata dal Parlamento – con due sole aliquote del 23 e 33 per cento sotto e sopra i 100 mila euro di reddito – energiche correzioni di spesa.
Non per rispettare il 3 per cento di deficit imposto da quel violatissimo patto ignorato da Parigi e Berlino, e da tanti altri paesi da comporre l’85 per cento del pil dell’eurozona.
Quanto perché è la decisione di abbassare anche la spesa ad accrescere gli effetti di crescita sul versante dell’offerta rappresentati dall’abbattimento del prelievo. Ciò che conta non è, come pretendono le vestali tardokeynesiane, che ogni singolo euro di minori introiti fiscali venga parificato da un euro di spesa in meno.
Non è l’equilibrio formale del bilancio, a rianimare la crescita.
E’ la credibilità di mettere sotto pressione in prospettiva pluriennale i centri di maggior crescita della spesa, a contare più del saldo parificato con le minori entrate.
La delusione è che le proposte illustrate ieri dalla nuova Confindustria non facciano propria questa prospettiva, siano ancora prigioniere dell’ortodossia deflazionista –abbinata naturalmente alla difesa della fetta di torta che va alle imprese.
E che analoga prospettiva sia abbracciata da chi continua a proporre “svolte sociali” che sanno di fanfanismo ridipinto.
Giudice e Torrini lavorano nel sancta santorum dell’ortodossia maastrichtiana. Ma nel loro paper dati storici alla mano sottolineano che i maggiori impulsi alla crescita sono venuti più spesso da correzioni della finanza pubblica fatti al ribasso di imposte e spesa. E aggiungono che il taglio più incisivo per convincere i mercati allo scatto di reni è il taglio dei dipendenti pubblici.
“La forza dei governi è inversamente proporzionale al peso delle imposte”, scriveva il grande Emile de Girardin nel suo “Il socialismo e l’imposta”.
Sarebbe bene lo rileggessero, nella maggioranza e in Confindustria. (ofg)
su il Foglio del 24 giugno
saluti




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