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Discussione: Si ricomincia

  1. #11
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    Predefinito Questo si leggeva....

    ...ieri, sul Foglio

    Invece di aprire una crisi di governo in buona e dovuta forma, mettendo se stesso e gli alleati di fronte alla responsabilità di assicurare a un governo fratturato il “nuovo slancio riformatore” di cui ha parlato dopo le elezioni, e promuovendo un nuovo patto e una nuova squadra per vincere nel 2006, assicurandosi che non ci siano altri due anni di verifiche e trabocchetti logoranti, il Cav. sembra aver scelto quel che prevedevamo: durare comechessia attaccandosi come una ventosa alle ideuzze di tutti gli alleati, e tentare di sfangarla con un mezzo riequilibrio di potere concesso a denti stretti e con il rilancio della comunicazione governativa. Puro catenaccio, niente contropiede (a meno che il catenacciaro non abbia in serbo una sorpresona, come si vocifera).
    Risultato prevedibile della mentalità difensiva, a due anni data: la modesta vittoria di un Berlusconi che si è castrato o una sconfitta senza il blasone dell’anima bennata (come dicono gli hidalgo). Saremo con lui for better and for worse, come si dice nei matrimoni americani, ma continueremo a rompergli i coglioni come la più insopportabile delle mogli, troppo avanti con l’età per cercare nuovi mariti e disgustata dai pretendenti eventualmente su piazza.
    E cominciamo subito.
    Ieri ne ha infilate tre di seguito.
    Il suo potere nascosto è la minaccia di elezioni anticipate: se ne è privato dicendo che perderebbe (innovazione bizzarra, un teatrino di tipo nuovo).
    Il suo fascino è che, per aspera ad astra, ha costruito lui lo schema della nuova Repubblica del maggioritario e del bipolarismo: per l’ennesima volta ha rimesso quella carta decisiva nel mazzo, come fa sempre in tempi di crisi di mezza legislatura, e stavolta si è detto incline alla proporzionale, sì-certo-con-correttivi-maggioritari, su richiesta di Marco Follini.
    Il paese che è con lui, quello che si era stancato della concertazione, dei veti corporativi, e che chiedeva una robusta iniezione di crescita e un cambiamento fondato su maggiori libertà e responsabilità per cittadini e imprese, il Cav. lo sta mollando con questa storiella della “tassa etica”: come da contratto, le aliquote saranno due, al 23 e al 33 per cento, però saranno tre o quattro, perché i ricchi, ha confidato a Bruno Vespa il grande pauperista, devono dare un contributo addizionale per la ricerca.
    E bravo. Dice che è Reagan, ammira la Thatcher, ci fa pagare la ricerca con il pretesto etico, quando la ricerca è ricca e avanzata proprio nelle società dove si pagano meno imposte.
    Insomma, se il premier ha una pelle, si è scuoiato da solo con tre dichiarazioni nel momento meno opportuno.
    Non è detto però che la Fortuna non lo assista.
    Pensate a Bill Clinton e alle sue memorie: ha fatto quasi solo cazzate, e ha sbrigato felice due mandati pieni consegnando alla storia il più lungo ciclo di ripresa e di ottimismo della società americana da quarant’anni.
    Eppoi lo ripetiamo: la verità è che l’Italia non ha una missione, gira e deve girare come una trottola ai margini dei fatti.
    A paragone con queste performance di Palazzo, inoltre, la politica estera del Cav. sembra quella di Cavour. Accontentiamoci.
    Se gira bene.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Anche questa è....

    ....sinistra

    Al direttore - Localismo e ribellismo: la rivolta di Montecorvino è stata la metafora del Mezzogiorno contemporaneo?
    Per sociologi come Carlo Trigilia al Sud è stata sempre forte la mobilitazione individualistica, dove le ragioni di campanile sono anteposte all’interesse collettivo.
    Per storici come Franco Cassano la civiltà meridionale è storicamente refrattaria alla sicurezza produttiva e sociale della regola.
    Ma queste sono spiegazioni che in realtà non spiegano niente. Non possono certamente spiegare perché gli amministratori municipali del centrosinistra si sono schierati, nel Salernitano, al fianco di chi ha spaccato il paese in due.
    Non possono certamente spiegare la faida interna alla Quercia campana che si è scatenata intorno all’emergenza rifiuti, con l’intento di destabilizzare la giunta Bassolino (che pure ha le sue responsabilità).
    Non possono certamente spiegare, soprattutto, perché nessuno al sud ha mai fermato treni e stazioni per protestare contro le ecomafie.
    La verità è che l’arretratezza – relativa –del Mezzogiorno non è dovuta alle attitudini antropologiche delle sue genti. In buona parte è dovuta, invece, alla cultura politica e alle scelte delle classi dirigenti nazionali.
    Oggi il chiodo fisso di tutti, da Fini a Fassino, da Confindustria ai sindacati, è il Mezzogiorno.
    Si può immaginare qualcosa di più scontato?
    Fino a quando, del resto, il sud sarà considerato un nord mancato, esso continuerà a campeggiare nei programmi dei governi e delle opposizioni in termini di soldi e provvidenze varie, magari tirate a lucido con la retorica della solidarietà.
    C’è un solo modo per uscire da questo vicolo cieco: abolire il Mezzogiorno.
    Abolire il Mezzogiorno è la proposta di un meridionalista serio, Gianfranco Viesti.
    Significa che occorre discutere non delle politiche straordinarie per il sud, ma delle politiche ordinarie per l’Italia. Chiudendo definitivamente la stagione degli interventi speciali e aprendo quella dei grandi progetti d’investimento utili all’intero paese.
    Ma quali investimenti? Questo è il punto. Non basta arginare la spinta ad una redistribuzione assistenziale delle risorse, legata principalmente alla speculazione fondiaria urbana, alle concessioni e agli appalti pubblici. Né è sufficiente costruire gli acquedotti, se poi l’acqua non arriva nelle case. Una coalizione riformatrice degna di questo nome deve avere il coraggio di toccare il nocciolo duro degli interessi costituiti (gli incentivi alle imprese) a vantaggio di beni collettivi e diffusi (le economie esterne). Lo chiedono ormai anche gli imprenditori meridionali più illuminati. Perché sanno che questa è l’unica politica che può colmare il gap competitivo delle loro aziende, e che può trovare un consenso vero al nord. Più sviluppo e più occupazione, del resto, comportano maggiori introiti fiscali e contributivi, che servono anche per pagare le pensioni dei lavoratori lombardi e veneti. E’ il caso di prendere in parola la disponibilità dei ceti più dinamici della società meridionale. Altrimenti si convinceranno, non a torto, che non è il Mezzogiorno il problema dell’Italia, ma l’Italia il problema del Mezzogiorno.

    Michele Magno, della direzione dei Ds

    saluti

 

 
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