Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Viva...

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Viva...

    ...l'Europa

    Istanbul. La Nato entra in Iraq, ma la Francia se ne tiene fuori, anche se un po’ ipocritamente e a metà: questo è il risultato della prima giornata del vertice di Istanbul dell’Alleanza atlantica.
    Sul tavolo, oltre agli scenari di crisi in cui la Nato già opera, nei Balcani e in Afghanistan, la risposta da dare alla precisa richiesta del premier iracheno Iyyad Allawi di un rapido e consistente intervento dell’Alleanza per l’addestramento dell’esercito e delle forze di sicurezza di Baghdad, cui naturalmente nessun leader può rispondere negativamente.
    Infatti tutti e 26 i capi di governo partecipanti al summit l’hanno accolta: a partire da ieri, l’Iraq potrà contare su un impegno immediato da parte delle strutture atlantiche per l’addestramento delle sue truppe. Ma dentro questo quadro la Francia – e in misura minore, la Germania – ha continuato a praticare una politica di freno.
    Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel corso della sua conferenza stampa ieri pomeriggio nel collegio militare di Istanbul, ha usato toni di piena soddisfazione per la decisione presa e ha anzi indicato la possibilità di un coinvolgimento futuro di maggiore peso, grazie al dispositivo del comunicato ufficiale, che assegna al segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, il compito di valutare possibili, ulteriori impegni in Mesopotamia.
    Secondo il parere della delegazione italiana, insomma, si è raggiunto un onorevole compromesso che porta a un coinvolgimento pieno e immediato dell’organizzazione in Iraq sul terreno dell’addestramento e che rimanda a un futuro, volutamente non determinato, ulteriori passi e ulteriori responsabilità.
    Non quanto avrebbe voluto George W. Bush, che ha chiesto l’assunzione rapida da parte della Nato del comando delle forze della coalizione in Iraq già nel vertice del G8 di Savannah, ma comunque un passo in avanti in quella direzione.
    Ma Jacques Chirac, nella sua conferenza stampa immediatamente successiva a quella di Frattini, ha allontanato queste speranze per il futuro. Il presidente francese ha definito “poco opportuno politicamente un impegno della Nato in Iraq, a causa delle reazioni che potrebbe suscitare” e ha ufficializzato la quasi incredibile posizione assunta dagli ambasciatori di Francia e Germania nella conferenza preparatoria del vertice della settimana scorsa a Bruxelles: addestramento da parte della Nato sì, ma solo fuori dall’Iraq.
    Chirac è stato esplicito:
    “La Francia concorda con il fatto che le forze della coalizione che sono già in Iraq e che fanno parte della Nato addestrino gli iracheni; concorda anche con l’utilizzo di strutture Nato ad alto livello, come il collegio militare di Roma, ma è escluso che la Francia – che già addestra la gendarmeria irachena, fuori dall’Iraq – possa mai inviare nel paese proprie forze militari”, anche soltanto con funzioni di addestramento.

    La dichiarazione sulle riforme mediorientali
    La posizione francese privilegia la volontà di mantenere aperto il contenzioso politico con Washington sull’Iraq, anche rispetto al soddisfacimento delle drammatiche necessità del governo di Baghdad, cui naturalmente è andato il pieno riconoscimento della Nato e dello stesso Chirac. La situazione sul terreno indica chiaramente che le operazioni di contrasto al terrorismo necessitano della rapida, intensiva, massiccia formazione militare di decine di migliaia di quadri e soldati, con centri di addestramento distribuiti capillarmente in tutte le zone del paese, con attenzione specifica alle peculiarità etniche e religiose, e non soltanto, della formazione di quadri dirigenti di alto livello, quale può essere sviluppata con tempi medio-lunghi, a Roma o in altri paesi.
    Ma a Chirac preme di più continuare a marcare la sua posizione di fronda nei confronti di Bush, piuttosto che fare entrare un solo militare con la divisa francese in Iraq, anche soltanto nelle vesti d’istruttore militare.
    Questa linea, ribadita a Istanbul, proprio nel giorno dell’assunzione anticipata dei pieni poteri da parte del governo iracheno e dell’uscita di scena di Paul Bremer e della Coalition Provisional Authority, dimostra che Chirac ha intenzione di “remare contro” perlomeno fino alle elezioni americane, non intende accettare neanche la nuova strategia multilaterale dell’Amministrazione Bush (che ha nell’Alleanza atlantica il suo principale strumento) e soltanto in subordine a questi obiettivi partecipa alla lotta al terrorismo, in Iraq o altrove.
    L’Amministrazione americana, il premier inglese Tony Blair e lo stesso governo italiano, come ha detto il ministro Frattini, hanno ottenuto dal vertice della Nato un buon successo con la “dichiarazione di Istanbul”, che impegna l’organizzazione, assieme al G8 e all’Ue, nella costruzione di un “dialogo per le riforme” con i paesi islamici. Arriva dunque un forte sostegno diretto all’iniziativa per il Grande medio oriente, lanciata da George W. Bush, per favorire sviluppi riformatori nella regione, con la diffusione della cultura, la democratizzazione dei media e delle istituzioni, l’effettiva parità tra uomini e donne. Questo processo, nella strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati, deve affiancare l’impegno militare di contrasto al terrorismo.

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito L'Europa del...

    ...bilancino

    Bruxelles. Con la nomina ormai certa di José Manuel Durao Barroso alla guida della nuova Commissione, il mosaico delle nomine a livello europeo comincia ad assumere sembianze più precise. Con lui, infatti, il Consiglio europeo straordinario di questa sera dovrebbe confermare Javier Solana come alto rappresentante per la Politica estera e, in pectore, futuro “ministro degli Esteri” dell’Unione, come da Costituzione. Resta da vedere che soluzione si darà alla fase transitoria, dato che sembra poco razionale nominare un commissario alle relazioni esterne per soli due/tre anni – se la Costituzione entrerà davvero in vigore nel 2007 – ovvero smentire nei fatti il nuovo Trattato, replicando la divisione fra Solana e Chris Patten (o chi prenderà il suo portafoglio) per altri cinque anni.
    C’è da augurarsi che la coppia iberica che piloterà l’Ue da qui al 2009 sappia trovare un accordo ragionevole e accettabile per tutti. Il president-elect dell’esecutivo – la sua candidatura sarà presentata al Parlamento europeo il 21 luglio e dovrebbe passare senza problemi – dovrà preoccuparsi di mettere assieme la nuova squadra. Se già scegliere 11 titolari su 22 elementi a disposizione è cosa difficile, trovare la migliore collocazione possibile a 24 personaggi in cerca d’autorevolezza è missione quasi impossibile.
    Perché non tutti i 25 paesi membri hanno scelto i loro rappresentanti. Alcuni hanno già proposto non solo nomi ma anche possibili ambizioni “ministeriali”: è il caso della Germania, che vorrebbe l’attuale commissario Günter Verheugen elevato a super commissario all’Industria, accorpando almeno un paio dei portafogli.
    La Gran Bretagna non vede di buon occhio questa mossa, anche per tutelare le ambizioni di Peter Mandelson, ovvero dell’attuale ministro della Difesa, Geoff Hoon, se Tony Blair deciderà di inviare lui a Bruxelles.
    La Francia punta a un portafoglio di peso per Jacques Barrot, soprattutto in termini burocratici e/o finanziari. Potrebbe anzi essere questa una delle chiavi per capire perché Berlino e Parigi hanno accettato l’atlanticista Durao Barroso: oltre a confermare la loro pregiudiziale sulla necessità, per il presidente della Commissione, di appartenere a un paese integrato nell’euro e in Schengen, l’appoggio al premier portoghese potrebbe essere stato scambiato con concessioni sulle future competenze dei rispettivi commissari.
    Probabile che Londra abbia fatto un ragionamento simile.

    Dal totoeuroparlamento scompare D’Alema
    Il ritardo con cui Roma si appresta a dare il fatidico nome per Bruxelles potrebbe costare caro, malgrado la sponsorizzazione
    data a Durao Barroso e il tosto lavorio di mediazione svolto per
    arrivare alla scelta condivisa da tutti del portoghese.
    Per il futuro commissario italiano, infatti, potrebbero restare
    soltanto le briciole, tanto più che altri paesi “grandi” come
    la Polonia hanno già il loro commissario in carica pronto a chiedere per sé un portafoglio di qualche rilievo.
    Molto dipenderà comunque dall’organizzazione interna che Durao Barroso vorrà dare al suo nuovo collegio.
    Non esistono infatti 24 dossier da distribuire equamente e scorporare troppo gli attuali direttorati generali per accontentare tutti potrebbe ridurre ulteriormente (e forse fatalmente) l’efficacia della Commissione.
    Il premier portoghese ha buone doti diplomatiche, ha messo in ordine i conti pubblici del suo paese, ma deve ancora dimostrare di avere polso, inventiva, e autorità politica sufficienti per la sua nuova funzione. Sarà probabilmente questo il gioco europeo dell’estate, il calcio-mercato dei commissari: chi va dove e a che condizioni. Nel frattempo, anche il nuovo Parlamento europeo dovrà nominare i suoi vertici. C’è nell’aria un accordo fra i due gruppi principali, il popolare e il socialista, per dividersi la legislatura. I nomi che circolano sono quelli del tedesco Hans-Gert Pöttering per il primo, del britannico Terry Wynn e del francese Michel Rocard per il secondo.
    E’ evidente che si dovrà tenere conto anche delle realtà geopolitiche, bilanciando un poco l’attuale dominio iberico-latino a livello Ue (la triade Trichet-Durao Barroso- Solana).
    Perché allora non pensare a un nome nuovo ma altamente simbolico – anche se un po’ fuori dai giochi partitici europei –
    come quello dell’ex ministro degli Esteri polacco Bronislaw Geremek? Suggerito dal giscardiano François Bayrou e appoggiato
    dai Verdi (anche per ragioni tattiche), rappresenterebbe
    il messaggio più chiaro che la vecchia Europa può dare oggi ai suoi
    nuovi partner.

    saluti

  3. #3
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    "Dio dopo aver fatto la Francia così bella da suscitare le proteste di tutte le altre nazioni del mondo, per compensare le cose.....creò i francesi" (vecchio detto fiammingo)

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Agli "Europei" Prodi ha....

    ...battuto il Trap.

    Roma. Hai voluto la bicicletta, adesso pedala. Così poteva essere sintetizzato il messaggio dato a Romano Prodi, quando gli fu affidata la Commissione europea, dopo l’attuazione del Trattato di Maastricht sulla moneta unica.
    Prodi aveva guidato l’Italia nell’Unione monetaria, compito difficile, visti i parametri richiesti per l’ingresso.
    Ci era riuscito in tempi brevi, aveva propagandato l’evento come un fatto storico, che avrebbe portato benessere agli europei e agli italiani. Appariva, dunque, qualificato a guidare la “nuova Europa”, che aveva contribuito a creare.
    Fra i cinque grandi che lo sostenevano c’era anche Tony Blair, leader dei laburisti inglesi, che non aveva portato il suo paese nell’euro.
    Il Regno Unito rimaneva alla finestra con Svezia e Danimarca, in attesa che i successi dell’euro creassero le condizioni per il loro ingresso nell’Unione.
    Un compito per Prodi, che presto se ne è scordato. Accanto a ciò gli veniva assegnata un’altra, meno brillante, ma altrettanto indispensabile, missione: quella di mettere ordine nei bilanci della Commissione europea, dopo alcuni oscuri episodi di malgoverno finanziario.
    C’era anche un altro obiettivo, meno urgente, ma sempre complicato, per il bilancio comunitario: quello di prepararlo all’ingresso nell’Unione europea di dieci paesi, in gran parte dell’est, con economie a reddito pro capite minore, che avrebbero generato nuovi costi per l’Unione. Inoltre sarebbe stato necessario prefigurare un esecutivo comunitario dotato di governabilità per 25 anziché 15 paesi.
    Anche di queste missioni di medio termine Prodi si è scordato, assorbito nella quotidianità, secondo il suo tradizionale costume di navigante a vista.
    Il maggior errore di Prodi, però, è stato quello di sottovalutare le conseguenze economiche dell’Unione monetaria, per tutto il tempo del suo mandato.
    Pensava che l’euro fosse una “pacchia”. Ha scoperto che non lo è né per i paesi forti, come la Germania, né per i deboli, come il nostro.
    Credeva che il cambio della moneta, dalle divise nazionali all’euro, fosse un’operazione banale, non comprendendo che invece poteva generare inflazione, come sempre accade, specialmente quando ci sono vasti settori di prezzi cosiddetti di oligopolio, che aspettano soltanto un segnale per crescere in modo concordato. Non si è preoccupato di rafforzare la nuova moneta, esigendo che essa fosse (com’è logico per qualsiasi unità monetaria senza valore intrinseco) una banconota.
    L’idea che quella nell’Unione monetaria fosse una passeggiata e non un percorso di guerra – descritto sul Foglio dal professor Francesco Forte – non era solo sua.
    Molti la condividevano.
    Non si può dire che lo facessero per monetarismo. Infatti, un monetarista doc come il professor Antonio Martino aveva espresso molte cautele al riguardo.
    Ma, anche con queste attenuanti, Prodi è apparso impari rispetto al suo compito.
    L’Unione, anziché crescita, ha generato stagflazione, cioè ristagno e prezzi con tendenza a salire, in modi geograficamente diseguali.
    E lui è stato a guardare, come un ragazzo a bocca spalancata davanti a un evento misterioso.
    L’idea di dare all’Europa una politica per la tecnologia e per le infrastrutture, per contrastare la spinta depressiva del rialzo dell’euro sul dollaro, non è venuta a lui, ma ad altri.
    Qualcuno, su giornali simpatizzanti per la sua linea politica in quanto visceralmente antiberlusconiani, ha scritto che non si capisce come un leader che ha dimostrato così poche capacità a livello europeo possa essere tanto considerato in Italia.

    Non si può liquidare l’argomento sostenendo che Prodi è un cattivo comunicatore.
    Al contrario, il giudizio negativo su di lui è stato dato a livello europeo ed è dipeso dal fatto che aveva la idee confuse sui propri compiti.
    A un certo punto, Prodi ha detto che il Patto di stabilità e crescita è “stupido”, perché si è reso conto che non serve per guidare l’economia, nell’Unione monetaria, in periodo di depressione.
    Ma poi non ha fatto seguire all’affermazione alcun comportamento a essa coerente, come una spinta verso i nuovi compiti della Commissione nel rilancio economico e come una nuova interpretazione dei rapporti fra regole di bilancio e politica monetaria.
    Al contrario, si è affiancato all’allora commissario spagnolo, Pedro Solbes, nella pignolesca richiesta del rispetto del Patto da parte della Francia e della Germania, presentando, assieme a Solbes, un ricorso alla Corte di giustizia contro la decisione del Consiglio europeo che aveva fornito un’interpretazione elastica dei parametri.
    Se fosse stato coerente con la precedente dichiarazione, si sarebbe aggiudicato la primogenitura di tale interpretazione, argomentando che vi era (e vi è) un contrasto fra il testo del Trattato di Maastricht e il Patto di Amsterdam.
    E avrebbe lavorato assieme al Consiglio per una revisione delle regole.
    Forse non ha voluto scegliere questa linea, ovvia in termini economici, perché preferiva infliggere una “lezione” al suo nemico Giulio Tremonti, sostenendo che l’Italia nel 2004 viola questo (stupido) patto. E per farlo si è affidato ai calcoli dell’Ufficio statistico europeo, Eurostat.
    Ed eccoci alla questione degli ammanchi nel bilancio di Eurostat. L’indagine è rimasta in sospeso per tutta la legislatura, come quella complessiva sulla presunta gestione allegra del bilancio comunitario da parte di alti burocrati (forse con la complicità di commissari), una faccenda che aveva portato alle dimissioni della precedente Commissione.
    Questa inazione stava per costare a Prodi un voto di sfiducia del Parlamento europeo, che non è poi arrivato perché l’esecutivo era già in fase di fine mandato.
    Il bilancio europeo del resto non ha subito alcuna riforma sostanziale, al contrario di ciò che sarebbe stato auspicabile per far posto ai costi dei dieci nuovi paesi.
    Così il portoghese Durao Barroso prende il testimone da Prodi nello stesso punto in cui era stato dato all’italiano.

    saluti

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Chirac il...

    ...solitario

    Impagabile Chirac. Ora dice che non nutre animosità per Bush, ma – nonostante la svolta, via de Villepin dal Quai d’Orsay: meglio non litigare più di brutto con Washington, lo consigliano gli imprenditori francesi preoccupati dei buoni rapporti & affari con il mercato americano – continua la politica dei dispetti nei confronti dell’Amministrazione repubblicana.
    C’è da giurarci: andrà avanti fino al mercoledì dopo le elezioni presidenziali americane, con la speranza che a vincere sia Kerry. Impagabile Chirac. Ora dice che vota con piacere il premier portoghese Durão Barroso come presidente della Commissione europea, mentre l’anno scorso, quando lo stesso Barroso firmava con altri sette leader europei la lettera che isolava l’asse franco-tedesco nell’ostinata incomprensione della linea atlantica contro Saddam, gli dedicava poche parole per dire che lui e gli altri avevano perso un’occasione per tacere.
    Tutti vedono nel vertice di Istanbul una novità: la Nato incomincia a occuparsi dell’Iraq, cioè di una questione fondamentale per la stabilità di un’area pericolosa e vicina all’Europa, come il medio oriente, e Chirac si ritrova solo (pardon, Zapatero è con lui) con i suoi distinguo: addestramento delle forze di Baghdad sì, ma soltanto fuori dall’Iraq.
    Bush vede nella Turchia il peso di un paese cardine nella possibile riorganizzazione democratica e stabile della regione, Chirac prova a zittirlo, “non è il tuo territorio”, e si ritrova zittito dal suo bel ami Schröder.
    Molti –compresi l’ex premier palestinese Abu Mazen, l’egiziano Hosni Mubarak e re Abdallah di Giordania – considerano Arafat parte del problema non parte della soluzione della crisi arabo-israeliana, Chirac lo riscopre.
    Glielo ha mandato a dire Tony Blair nel recente vertice di Bruxelles: non esiste un’Europa dei tre, dei due, o di uno solo. Glielo ha suggerito il suo superministro dell’Economia, Nicolas Sarkozy: va bene l’asse con Berlino, ma guardiamoci attorno: c’è un mondo che va avanti.
    Glielo ha scritto l’Economist: “Il presidente francese contempla il suo isolamento”. Lui si bea leggendo il Monde, che prova a spiegare che la Francia un po’ vince con Barroso perché il premier portoghese parla francese.
    Già, come il Cav.

    saluti

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Chirac il Sultano...

    ...solitario dell'Eliseo

    Istanbul. Ieri, durante la seconda conferenza stampa nell’ex collegio militare di Istanbul, il presidente francese Jacques Chirac sembrava in campagna elettorale (non ancora la sua, quella americana) e voler favorire in ogni modo J.F. Kerry. Affaticato, con l’eloquio lento, ma lucido, Chirac ha tirato stoccate a George W. Bush ogni volta che ne ha avuto l’occasione, salvo poi dire che no, lui non nutre alcuna animosità nei confronti del presidente degli Stati Uniti.
    L’altro ieri pomeriggio ha fatto di tutto per minimizzare il secondo successo “multilaterale” dell’Amministrazione americana sull’Iraq,
    dopo il coinvolgimento della Nato nell’addestramento dell’esercito iracheno, inventando l’incredibile formula del training militare
    esogeno, “oltre le frontiere”.
    L’altro ieri sera ha ripetuto – con un po’ più di rispetto- la formula
    brandita nel 2002 contro Vaclav Havel e gli “8” dell’Ue anti
    Saddam, spiegando suppergiù che Bush nell’auspicare l’allargamento dell’Ue alla Turchia “a perdu une bonne occasion pour se taire”.
    Ieri mattina, infine, ha fatto capire di avere ogni intenzione di dare tutto il fastidio possibile a proposito del ritiro israeliano da Gaza, lanciandosi in un panegirico di Arafat.

    Il problema per l’Europa è che questa strategia di Chirac poggia non su una grande potenza, ma su una nazione che ha perso rovinosamente il suo impero 43 anni fa, quindi oggi tenta arbitrariamente di fare sua, di piegare ai propri fini, la forza degli altri partner dell’Ue, con effetti peraltro stravaganti.
    Lo si è visto a Istanbul e proprio a proposito della Turchia e del suo ingresso nell’Ue.
    Fino a pochi mesi fa Chirac era schierato a favore dell’allargamento ad Ankara e sosteneva che “la Turchia per la sua storia e il suo presente fa già parte dell’Europa”.
    Perché, come ha detto ieri il principale alleato europeo dell’Eliseo, il cancelliere Gerhard Schröder, “tutti quelli che pensano di avere una ragione per negare l’adesione della Turchia dovrebbero ripensarci, dovrebbero veramente ripensarci”.
    Il riferimento pare all’amico Chirac, che da alcuni mesi ha capovolto la sua posizione sia per ragioni di politica interna (teme di perdere il bacino dell’elettorato antislamico di destra) sia internazionale (ha compreso il ruolo fondamentale che l’alleanza con la Turchia riveste nei piani per il medio oriente dell’Amministrazione americana, com’è stato ribadito in questi giorni da Bush, Powell e Rumsfeld).
    Ma Chirac, nel momento stesso in cui è stato costretto ad approvare la svolta della Nato e il suo ingresso in Iraq, sia pure attraverso la porta di servizio del training militare, ha fatto una mossa che in realtà esalta ancora di più il ruolo sempre più forte della stessa Turchia nell’area.

    L’abile gioco di Erdogan
    E’ evidente che l’assistenza della Nato all’addestramento dei militari iracheni dovrà fare sempre più perno sul grande partner
    della Alleanza atlantica che confina con l’Iraq: la Turchia, appunto. E’ ancora più evidente che il dialogo politico che il segretario della Nato dovrà instaurare con le istituzioni irachene, come previsto dalla dichiarazione finale del summit, sarà in gran parte
    veicolato attraverso la Turchia, soprattutto in una situazione in cui l’Onu continua a latitare da Baghdad.
    La Turchia di Tayyp Erdoga- lo si è visto in questi giorni di intensi incontri bilaterali con i paesi della Nato, Russia inclusa – gioca ormai un ruolo di potenza regionale crescente, che le è innanzitutto riconosciuto proprio da quelle forze irachene che più avrebbero dovuto essere diffidenti nei suoi confronti: i curdi.
    I leader Jalal Talabani e Massoud Barzani hanno infatti trovato nel premier Erdogan un interlocutore tanto fermo sul negare ogni prospettiva di autonomia del Kurdistan quanto disposto a riconoscere la struttura federale e unitaria dell’Iraq (sui giornali turchi si leggono addirittura auspici perché “sunniti e sciiti sappiano avere la stessa saggia moderazione dimostrata dai curdi di Erbil”).
    Negli ultimi quattordici mesi, Erdogan ha saputo amministrare con abilità la posizione geopolitica del suo paese e ora si pone come elemento di mediazione delle crisi in medio oriente, Palestina inclusa.
    Il prossimo autunno punterà su questa sua nuova forza – corroborata da un robusto risanamento economico e da una seria democratizzazione interna - per ottenere l’ammissione della Turchia nell’Ue. Sulla sua strada troverà molti avversari, Chirac in testa, ma ricondurre alla ragione il gollismo a scoppio ritardato di una Francia incapace di proporre visioni alternative ma decisa a frenare le satrategie altrui è un pedaggio che l'Europa deve pagare alla sua stessa storia.

    saluti

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Quanto pesiamo...

    ...in Europa?

    Quanto pesiamo in Europa? Il pensiero corre alla riunione dei ministri dell’Economia dei 25 prevista per lunedì 5 luglio, ma
    anche alla ben più importante partita per il rinnovo della Commissione Ue. In entrambi i casi il nostro ritardo è abissale, all’interno della maggioranza impera un misto di confusione e di provincialismo che ci fa sottovalutare l’importanza delle vicende
    europee.
    Si comincia dall’Ecofin: l’Italia salirà sul banco degli imputati e il ministro Tremonti spiegherà ai suoi colleghi come il governo riuscirà a tenere sotto controllo la spesa pubblica, a risparmiare almeno sette miliardi di euro e a chiudere anche il 2004 nel pieno rispetto del patto di stabilità a pochi centesimi dalla fatidica soglia del 3 per cento nel rapporto deficit-pil.
    Insomma non c’è nessun motivo per “avvertirci preventivamente” di un pericolo di “sforamento” che già ci impegniamo a evitare.
    Ma pensare che la decisione sarà determinata dalla situazione del bilancio e dalla credibilità delle misure che affannosamente il governo sta mettendo a punto in queste ore, significa peccare d’ingenuità.
    Il responso sarà tutto politico, esattamente come lo fu durante la riunione del novembre scorso (presidente di turno proprio l’Italia) che graziò le superpotenze Francia e Germania, le cui infrazioni erano molto più su del cartellino giallo, anzi rischiavano di essere le prime a sperimentare le sanzioni previste dal patto per chi viola reiteratamente le soglie di deficit.
    Questo precedente si aggiunge ad almeno altre due “anomalie” che dovrebbero pesare sulla decisione.
    La prima: l’Italia sarà giudicata in base a regole di cui tutti chiedono una consistente revisione. Il documento presentato qualche settimana fa dai ministri finanziari di Germania, Francia e Gran Bretagna è di fatto la nuova base di lavoro per un rinnovamento del patto di stabilità (documento che, per il peso dato al debito pubblico, ci penalizza non poco).
    La seconda: i rilievi da cui ci dovremo difendere provengono da una Commissione, quella di Romano Prodi, che è in via di smantellamento da mesi, con largo anticipo rispetto ai tempi istituzionali, e i cui giudizi, vista la scarsa performance in termini di credibilità e consenso di questi quattro anni, sono stati più volte sconfessati dai governi nazionali.
    Eppure, nonostante questa serie di circostanze decisamente favorevoli, il risultato è tutt’altro che scontato.
    Anzi, se dovesse prevalere la linea “intransigente”, a preoccupare non sarebbe tanto l’early warning (privo di conseguenze pratiche, anche nei confronti del rating internazionale sul debito) ma la scelta di Bruxelles in sé.
    La metà dei paesi dell’euro ha procedimenti aperti per deficit eccessivi, e sarebbe molto più utile affiancare al giusto fatalismo per il “cartellino giallo”, un ripensamento di tutta la politica economica del governo guardando già oltre la decisione di lunedì.
    Allora l’Ecofin diventa una cartina di tornasole del nostro peso in Europa, il punto di partenza per riconsiderare l’interrogativo iniziale su dimensione molto più ampia e proiettarlo verso la vera questione che sta agitando le diplomazie continentali (ma non abbastanza la nostra).

    La nuova Commissione sta prendendo forma in questi giorni, in vista del voto che il 22 luglio vedrà il premier portoghese José Barroso affrontare il voto del Parlamento europeo per ottenere la designazione ufficiale.
    Tutti i paesi si stanno dando da fare per affiancargli gli altri 24 commissari. Visto che sarà il primo esecutivo post allargamento, cioè con un solo esponente per paese, la vera corsa sarà ad accaparrarsi i portafogli più importanti come la concorrenza (Francia), le riforme economiche (Germania), e via dicendo. Dall’Italia nulla si muove, nonostante per noi la rincorsa si presenti in salita.
    Molti nostri partner pensano che dopo aver potuto contare su una Commissione molto “italiana” con l’accoppiata presidenza-commissario di serie A, sia naturale un ridimensionamento.

    Che tipo di Europa vogliamo?
    Il problema della nomina del commissario italiano non è mai finito sul tavolo dei vertici di questi giorni, se non come ipotesi di mediazione per qualche ministro da parcheggiare causa-rimpasto. Così la scelta più ovvia, la conferma di Mario Monti, non è stata ancora presa in considerazione. Essa, non fosse altro che per una questione di opportunità politica, ci permetterebbe di continuare ad aspirare a un posto di primo piano, come l’Antitrust o equivalente, anche perché Monti a Bruxelles si è costruito una forte credibilità grazie a due mandati consecutivi e battaglie di alto livello contro le corporation statunitensi.
    Sia chiaro, non sempre le posizioni assunte da Monti sono apparse condivisibili: personalmente, più volte ho sollevato dubbi e avanzato critiche.
    Ma esse non hanno mai messo in discussione il valore dell’uomo. Proprio per questo, oggi mi sento di dire che la sua riconferma sarebbe la scelta migliore.
    Naturalmente non è solo una questione di poltrone, e dunque la scelta del commissario italiano va collegata a una scelta politica di fondo: che Europa vogliamo.
    I dilemmi dell’economia tricolore, le sue difficoltà competitive e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo, sono in gran parte gli stessi del continente.
    E in molti campi gli strumenti giusti possono solo essere di dimensione europea. Una considerazione non così ovvia, se si considera quanto siano distanti i temi e i tempi della politica nostrana da quelli continentali.
    Un gap da cui abbiamo tutto da perdere.

    Enrico Cisnetto su il Foglio di sabato 3 luglio.....
    ....la sera Tremonti si dimise

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. Viva il RE, viva l'Italia, viva Casa SAVOIA !!!
    Di Conterio nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 127
    Ultimo Messaggio: 09-08-08, 19:00
  2. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 22-03-07, 16:20
  3. Risposte: 283
    Ultimo Messaggio: 18-02-07, 16:41
  4. Viva marx, viva Lenin, viva Bush Tse Tung
    Di Iron81 nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 15-06-04, 11:40
  5. Viva marx, viva Lenin, viva Bush Tse Tung
    Di Otto Rahn nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-06-04, 02:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito