...l'Europa
Istanbul. La Nato entra in Iraq, ma la Francia se ne tiene fuori, anche se un po’ ipocritamente e a metà: questo è il risultato della prima giornata del vertice di Istanbul dell’Alleanza atlantica.
Sul tavolo, oltre agli scenari di crisi in cui la Nato già opera, nei Balcani e in Afghanistan, la risposta da dare alla precisa richiesta del premier iracheno Iyyad Allawi di un rapido e consistente intervento dell’Alleanza per l’addestramento dell’esercito e delle forze di sicurezza di Baghdad, cui naturalmente nessun leader può rispondere negativamente.
Infatti tutti e 26 i capi di governo partecipanti al summit l’hanno accolta: a partire da ieri, l’Iraq potrà contare su un impegno immediato da parte delle strutture atlantiche per l’addestramento delle sue truppe. Ma dentro questo quadro la Francia – e in misura minore, la Germania – ha continuato a praticare una politica di freno.
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nel corso della sua conferenza stampa ieri pomeriggio nel collegio militare di Istanbul, ha usato toni di piena soddisfazione per la decisione presa e ha anzi indicato la possibilità di un coinvolgimento futuro di maggiore peso, grazie al dispositivo del comunicato ufficiale, che assegna al segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, il compito di valutare possibili, ulteriori impegni in Mesopotamia.
Secondo il parere della delegazione italiana, insomma, si è raggiunto un onorevole compromesso che porta a un coinvolgimento pieno e immediato dell’organizzazione in Iraq sul terreno dell’addestramento e che rimanda a un futuro, volutamente non determinato, ulteriori passi e ulteriori responsabilità.
Non quanto avrebbe voluto George W. Bush, che ha chiesto l’assunzione rapida da parte della Nato del comando delle forze della coalizione in Iraq già nel vertice del G8 di Savannah, ma comunque un passo in avanti in quella direzione.
Ma Jacques Chirac, nella sua conferenza stampa immediatamente successiva a quella di Frattini, ha allontanato queste speranze per il futuro. Il presidente francese ha definito “poco opportuno politicamente un impegno della Nato in Iraq, a causa delle reazioni che potrebbe suscitare” e ha ufficializzato la quasi incredibile posizione assunta dagli ambasciatori di Francia e Germania nella conferenza preparatoria del vertice della settimana scorsa a Bruxelles: addestramento da parte della Nato sì, ma solo fuori dall’Iraq.
Chirac è stato esplicito:
“La Francia concorda con il fatto che le forze della coalizione che sono già in Iraq e che fanno parte della Nato addestrino gli iracheni; concorda anche con l’utilizzo di strutture Nato ad alto livello, come il collegio militare di Roma, ma è escluso che la Francia – che già addestra la gendarmeria irachena, fuori dall’Iraq – possa mai inviare nel paese proprie forze militari”, anche soltanto con funzioni di addestramento.
La dichiarazione sulle riforme mediorientali
La posizione francese privilegia la volontà di mantenere aperto il contenzioso politico con Washington sull’Iraq, anche rispetto al soddisfacimento delle drammatiche necessità del governo di Baghdad, cui naturalmente è andato il pieno riconoscimento della Nato e dello stesso Chirac. La situazione sul terreno indica chiaramente che le operazioni di contrasto al terrorismo necessitano della rapida, intensiva, massiccia formazione militare di decine di migliaia di quadri e soldati, con centri di addestramento distribuiti capillarmente in tutte le zone del paese, con attenzione specifica alle peculiarità etniche e religiose, e non soltanto, della formazione di quadri dirigenti di alto livello, quale può essere sviluppata con tempi medio-lunghi, a Roma o in altri paesi.
Ma a Chirac preme di più continuare a marcare la sua posizione di fronda nei confronti di Bush, piuttosto che fare entrare un solo militare con la divisa francese in Iraq, anche soltanto nelle vesti d’istruttore militare.
Questa linea, ribadita a Istanbul, proprio nel giorno dell’assunzione anticipata dei pieni poteri da parte del governo iracheno e dell’uscita di scena di Paul Bremer e della Coalition Provisional Authority, dimostra che Chirac ha intenzione di “remare contro” perlomeno fino alle elezioni americane, non intende accettare neanche la nuova strategia multilaterale dell’Amministrazione Bush (che ha nell’Alleanza atlantica il suo principale strumento) e soltanto in subordine a questi obiettivi partecipa alla lotta al terrorismo, in Iraq o altrove.
L’Amministrazione americana, il premier inglese Tony Blair e lo stesso governo italiano, come ha detto il ministro Frattini, hanno ottenuto dal vertice della Nato un buon successo con la “dichiarazione di Istanbul”, che impegna l’organizzazione, assieme al G8 e all’Ue, nella costruzione di un “dialogo per le riforme” con i paesi islamici. Arriva dunque un forte sostegno diretto all’iniziativa per il Grande medio oriente, lanciata da George W. Bush, per favorire sviluppi riformatori nella regione, con la diffusione della cultura, la democratizzazione dei media e delle istituzioni, l’effettiva parità tra uomini e donne. Questo processo, nella strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati, deve affiancare l’impegno militare di contrasto al terrorismo.
saluti




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