EDITORIALE
giovedì 1 luglio 2004
MANOVRA
E’ il grande gioco
del dopo Berlusconi
La minaccia di Maroni: o si chiude la verifica sabato o si va alle elezioni anticipate, non suona tanto come una minaccia, quanto come una previsione. Non solo perché sembra difficile risolvere in tre giorni quello che non si è risolto in 13 mesi, ma perché non è in discussione la manovra di bilancio o la modulazione dei tagli fiscali. Sulle cose concrete, un compromesso si può sempre trovare, concedendo un po’ a questo un po’ a quello. No, è in discussione l’esistenza stessa di una coalizione che non è più tale. Si è sfrangiata un anno fa dopo le prime sconfitte alla provincia di Roma e in Friuli. Si è dissolta dopo la batosta alle provinciali. E’ una questione di stile, che in politica conta: non ci si può trattare ogni giorno a pesci in faccia e poi mettersi a tavola come se nulla fosse. Ma è, soprattutto, una questione di sostanza, perché gli alleati, una volta visto che l’astro Berlusconi è al tramonto, stanno giocando tutti al dopo Berlusconi. Solo che ciascuno di loro gioca in campi diversi.
Più tattica appare finora la posizione di Gianfranco Fini, ancorato alla dottrina riequilibrio all’interno del centro-destra. Se lo spostamento del baricentro avviene adesso, bene, altrimenti perché non puntare già al dopo? Più strategica la posizione di Marco Follini. Lanciando il ritorno al proporzionale, ha in mente un gran rimescolamento di carte con due possibili varianti di medio periodo: un centro-destra sempre più spostato al centro, capitalizzando la crisi di Forza Italia, oppure un centro-sinistra anch’esso più centrista, magari una volta che le contraddizioni interne avranno fatto implodere l’Ulivo. La seconda ipotesi si può realizzare solo dopo che l’opposizione sarà tornata al governo. La prima o si realizza subito o passa anch’essa attraverso una prova elettorale. Quanto alla Lega, ha dimostrato che al Nord è ancora in grado di raccogliere qualcosa come il 17%. Dunque pensa di valere molto più di quel che ha raccolto nel 2001. Un nuovo passaggio alle urne sarebbe, a questo punto, ristoratore.
Ma chi ha più interesse alle elezioni anticipate, oggi come oggi, è proprio Berlusconi. Farsi logorare da un biennio di ingovernabilità sarebbe la peggiore uscita di scena. Il Cavaliere è incoraggiato dal pareggio alle europee e pensa di avere ancora delle chance se riesce a far tagliare le tasse (cosa che gli alleati gli vogliono impedire). Può perdere, anzi, attualmente è più probabile che perda, ma sarà comunque lui a gestire la danza (a cominciare dalla distribuzione dei collegi). Se le cose stanno così, al voto si potrebbe arrivare anche prima delle europee e con questo sistema elettorale, perché è probabile che Berlusconi non ripeta l’errore (per lui) dell’election day. Il capo del governo potrebbe prendere direttamente in mano la situazione, sabato, e chiedere agli alleati il loro assenso su alcune riforme essenziali: fisco, pensioni, risparmio. Se si impegnano a farle passare in parlamento, allora la maggioranza può ripartire. Altrimenti, meglio rivolgersi agli elettori.
L’eclisse del berlusconismo è anche l’eclisse della seconda repubblica, come pensano in molti? Certo, questi dieci anni di bipolarismo imperfetto si sono chiusi male sia nella fase ulivista sia in quella berlusconiana. Se l’uscita di scena è quel distingue un grande attore, allora vuol dire che questo modo di coalizzarsi e di governare contiene in sé gravi difetti da correggere. La proposta di Follini, da questo punto di vista, va discussa senza pregiudizi, se il suo intento è salvare (e rinvigorire) il bipolarismo. Ma i sistemi elettorali rispondono sempre a un disegno politico-istituzionale. Il decennio che ci sta alle spalle non è da cancellare. Non si può gettare la governabilità come valore in un sistema politico ben funzionante. Non si può buttare l’alternanza, né il fatto che i cittadini sono chiamati a scegliere chi li governa (uomini e programmi) per l’intero mandato che il corpo elettorale affida alla maggioranza. Tutto ciò non è berlusconismo, sono i precetti di una democrazia matura.
tratto dal riformista




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