Ma cosa gli danno da bere alla bouvette?
Vegas (sottosegretario - FI) paragona Berlusconi a Gesù Cristo e la sua finanziaria al miracolo dei pesci e dei pani delle nozze di Caana (mi sembra si scriva così).
Se la frase è stata detta nel pomeriggio ci sarebbe da chiedersi cosa si beve alla bouvette di Montecitorio.
Se la frase è stata detta al mattino ed in piena lucidità (.........), ci sarebbe da proporre anche in Italia un meccanismo di valutazione della squadra di governo.
Tex Wille
Nel vuoto, di Davide Giacalone
Nel vuoto
Due cortei attraversano le strade di Roma, due cortei di protesta contro la riforma della scuola e contro la legge finanziaria. I due cortei bloccano il traffico, rendono la vita impossibile a tanta gente, ed una volta conclusi non resterà nulla, perché questo modo rituale e vecchio di protestare non serve a niente. (continua ... sotto)
http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/1360
tratto da L'OPINIONE 17 dicembre 2004
La Finanziaria spiegata agli scettici
di Domenico Siniscalco
Signor Presidente, onorevoli senatori, desidero innanzitutto ringraziare la Commissione bilancio per il lavoro svolto sul testo della legge finanziaria e l’Assemblea del Senato per il dibattito che ha occupato gli ultimi due giorni e che ha offerto elementi di approfondimento, di critica e di suggerimento. La discussione sui cambiamenti che sono stati introdotti in Commissione ha ovviamente attratto l’attenzione degli ultimi giorni; pertanto oggi, prima del voto di fiducia, è doveroso che io replichi ai numerosi interventi, che sono stati tutti interessanti, e, soprattutto, che ricomponga i vari elementi del provvedimento in un quadro d’insieme che ne offra una visione complessiva.
La stabilità dei conti e una minore invasività dello Stato
Permettetemi prima di tutto una premessa. Quella che il Senato si accinge a votare è una legge finanziaria quantitativamente imponente e strutturale per la dimensione dei flussi coinvolti ed è guidata da due princìpi chiave: la stabilità dei conti e una minore invasività dello Stato nell’economia e nella vita dei cittadini.
Per argomentare queste affermazioni di principio mi sia concesso di entrare nel dettaglio e di dividere la mia replica in tre parti legate tra loro: la base di partenza della legge finanziaria, su cui mi soffermerò ovviamente molto in breve, la ricostruzione del quadro d’insieme del provvedimento per come si è andato costituendo fino ad oggi e la ricollocazione di questa legge finanziaria e del bilancio nella politica economica e in generale nella visione che il Governo ha del Paese, che si trova indubbiamente nel mezzo di un processo di transizione.
Ogni legge finanziaria può essere giudicata da più punti di vista; dal punto di vista economico, da quello finanziario, da quello politico e fondamentalmente dal punto di vista del cittadino elettore. Nel replicare io cercherò di analizzare il provvedimento in modo sintetico prendendo di volta in volta in conto questi diversi punti di vista.
Cominciamo dal punto di partenza della legge finanziaria. In una legge finanziaria la costruzione del quadro tendenziale dell’economia, e soprattutto del quadro tendenziale della finanza pubblica - credetemi -, è metà dell’opera.
Se questo quadro è credibile e trasparente, tutto l’esercizio di formazione del bilancio è costruito su una base solida. Al contrario, se non lo è, rischia di avere fondamenta discutibili. La costruzione di un quadro tendenziale trasparente, che abbiamo fatto in luglio e riproposto in settembre, non è stata un’operazione semplice, ma ci ha consentito di disegnare un aggiustamento appunto ingente e credibile: 24 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del PIL, rispetto alle tendenze spontanee che si andavano manifestando in quel momento nel bilancio pubblico.
Attenzione, come abbiamo spesso ripetuto, questo aggiustamento si riferisce al tendenziale: rispetto all’anno 2004, cioè rispetto all’andamento storico dell’economia, è molto più limitato, e vedremo tra breve quanto. Ma sicuramente in assenza di questo intervento il deficit sarebbe salito fino al 4,4 per cento del PIL. Partendo dal tendenziale, la legge finanziaria che avevano presentato in settembre era stata disegnata attraverso un meccanismo trasparente, ma soprattutto semplice da capire nei rapporti tra i Ministeri e con le altre amministrazioni. Per fare questo ci eravamo innanzitutto concentrati esplicitamente sui conti della pubblica amministrazione non soltanto sul bilancio dello Stato, cioè sul perimetro e sul parametro che sono rilevanti per l’Europa e per i mercati.
La regola aurea del bilancio
Partendo da lì abbiamo utilizzato tre strumenti chiave, la cui principale caratteristica - ripeto - era la semplicità. Abbiamo applicato un tetto del 2 per cento all’aumento della spesa, ovviamente con le eccezioni legate ai diritti soggettivi e alle priorità; abbiamo operato una manutenzione della base imponibile in cui alcuni condoni e misure una tantum andavano sostituiti con misure di carattere strutturale; abbiamo introdotto esplicitamente una regola importante per una gestione sana della finanza pubblica, cioè la cosiddetta "regola aurea" o golden rule, in base alla quale il bilancio corrente sia in pareggio e tutto il nuovo debito serva a finanziare unicamente gli investimenti.
Questa parte della legge finanziaria di settembre è la base di partenza su cui poi il Governo ha costruito il taglio fiscale che è coperto non soltanto in base all’articolo 81 della Costituzione italiana, ma anche in base a criteri europei e di mercato. Insieme al programma di privatizzazione degli attivi patrimoniali dello Stato, la riduzione delle tasse è l’aspetto più significativo di natura economica, e aggiungo anche politica, del programma del Governo Berlusconi. La riduzione delle imposte, al di là dei possibili effetti espansivi, rappresenta una visione di politica economica che ha appunto una valenza politica, come fin dall’inizio dell’economia classica i grandi padri della nostra disciplina hanno sempre dimostrato (non a caso erano filosofi ed economisti insieme).
Una legge da riformare
L’emendamento oggi all’esame dell’Aula incorpora anche l’inevitabile pragmatismo che caratterizza tutte le leggi finanziarie, che per un Ministro dell’economia senz’altro non è agevole da sopportare, e che deve far riflettere sulla necessità di riformare questo strumento (non certo di abolirlo!) in linea con le migliori pratiche che prevalgono nei Paesi avanzati. Dall’approvazione del DPEF in estate, alcuni elementi del quadro su cui abbiamo costruito la nostra legge sono migliorati, altri sono invece peggiorati e in maniera anche vistosa. È peggiorato progressivamente il contesto delle variabili economiche esogene, quali il tasso di cambio tra euro e dollaro e il prezzo del petrolio.
A luglio, avevamo un tasso di cambio euro-dollaro dell’1,22, mentre oggi questo è superiore al 3,33-3,34; il petrolio - cito il Brent, che è la qualità più diffusa - era a 37 dollari al barile ed è salito fino a 45 dollari, per poi fortunatamente decrescere fino a 41 dollari. Tutto ciò evidentemente, da un lato, danneggia la competitività della nostra industria e, dall’altro, anche tramite questo canale esercita una pressione al ribasso sulle prospettive di crescita.
Competitività: una buona notizia
Per converso, è migliorata di molto l’inflazione, e non soltanto in termini assoluti, dal momento che per la prima volta è più bassa rispetto all’inflazione europea. Questa per la competitività è una buona notizia. È migliorata la crescita del PIL del 2004 rispetto alla previsione di luglio, che era pari all’1,2 per cento; ritengo di poter dire, con qualche confidenza, che probabilmente salirà intorno all’1,4 per cento per fine anno. Sono decimali, non sono grandi numeri, però ciò significa che la base di partenza per il PIL del 2005 in termini nominali è più elevata di quello che era previsto nel quadro tendenziale.
Nel terzo trimestre 2004, peraltro, il nostro Paese è quello che cresciuto di più nell’Europa dell’euro: confrontando i trimestri e usando un dato destagionalizzato, l’Italia è cresciuta dello 0,4 per cento contro lo 0,1 per cento della Francia e della Germania e lo 0,3 per cento medio dell’Europa a dodici. Questo è un punto importante. Tale aumento di natura congiunturale, che andrà spiegato e che probabilmente verrà riassorbito nel prosieguo del ciclo, è avvenuto nonostante nel terzo trimestre dell’anno ci sia stata (per la prima volta, da quando io ricordi le statistiche) una riduzione della spesa pubblica per acquisto di beni e servizi nella sua componente del PIL: si è avuta una diminuzione del 3 per cento in valori correnti e del 2,6 per cento in valori costanti, secondo i conti trimestrali dell’ISTAT.
Con ciò voglio dire che il controllo della spesa (seppure doloroso e con tutte le imperfezioni che conosciamo e siamo pronti a riconoscere) messo in campo dal luglio di quest’anno in avanti ha prodotto dei risultati che si vedono anche nella contabilità nazionale.
Il miglioramento dei conti pubblici
Sul piano dei conti pubblici, peraltro, si registra - e questo è un dato che al Tesoro interessa molto - un netto miglioramento nel controllo del flusso di cassa; quella di prima era una variabile di competenza, una variabile economica. Si è ridotto infatti in modo vistoso il differenziale nel fabbisogno finanziario del 2004 rispetto al fabbisogno di cassa del 2003 (mi riferisco in poche parole agli esborsi meno gli introiti, mese per mese e settimana per settimana). Pensate che questo cuneo tra il valore del 2004 e quello del 2003 si era allargato fino a raggiungere circa 12 miliardi nel 2004 rispetto al 2003, nel mese di luglio.
Nel mese di novembre, si è ridotto a 2,3 miliardi e immaginiamo che nel mese di dicembre resti pari o continui a ridursi. Si è avuta in sostanza una riduzione di divario (quindi un miglioramento, in parole semplici) di 10 miliardi di euro in sei mesi: lo considero uno sforzo poderoso, di notevoli dimensioni, che non ha ingenerato contrazioni nell’attività economica, quanto meno nel terzo trimestre, a riprova che nell’economia le variabili non si muovono in modo né automatico né idraulico, ma la vita è sempre più complessa di come appare a prima vista.
Infine, per quanto riguarda i conti del mese di dicembre, di cui non disponiamo, il condono edilizio sta producendo il gettito previsto e l’autotassazione - secondo i primi dati - è in linea con le previsioni. Allora, grazie all’andamento del fabbisogno finanziario che ho appena descritto, abbiamo potuto cancellare le emissioni di titoli di Stato di fine anno (altra cosa che non avevamo fatto in precedenza). Inoltre, dovremmo - uso il condizionale - chiudere l’anno con un rapporto tra debito e PIL migliore di quello che avevamo previsto e promesso nel programma di stabilità nazionale approvato dalla Commissione europea in marzo.
Sempre meno tasse: una scelta politica
Così è stato per la riforma fiscale americana operata dai repubblicani o per la riforma fiscale inglese. Si procede per moduli. Nel nostro caso si è iniziato nel 2002 aumentando fino a 516 euro le detrazioni per i figli, con un incremento dell'81 per cento, e ne hanno beneficiato 9,5 milioni di contribuenti con carichi di famiglia, per un beneficio di oltre 2 miliardi di euro.
Nel 2003 si è proseguito con il primo modulo della riforma IRE, l'ex IRPEF per intenderci, che aveva accorpato le due aliquote più basse e introdotto la cosiddetta no tax area. 28,6 milioni di contribuenti con redditi medio-bassi avevano beneficiato di uno sgravio fiscale valutato ex post in 6 miliardi di euro. Il primo modulo aveva portato da 7,1 a 13,2 milioni il numero di contribuenti esenti dal pagamento delle imposte. Nel 2005, sulla base del secondo modulo che viene oggi sottoposto al voto, si riducono ulteriormente le aliquote - 23 , 33 e 39 per cento - con un contributo di solidarietà del 4 per cento per i redditi al di sopra dei 100.000 euro.
Raddoppia la no tax area
Aumenta la no tax area selettivamente laddove è maggiore il bisogno, vale a dire per le famiglie numerose e a basso reddito. Le detrazioni per carichi di famiglia sono infatti trasformate in deduzioni decrescenti al crescere del reddito e sono significativamente potenziate nel loro ammontare. I beneficiari di questa riduzione sono 15,6 milioni, cioè il 62 per cento di tutti coloro che nel 2004 hanno pagato imposte e che non avevano beneficiato del primo modulo. Il secondo modulo di cui si sta parlando ora comporta a sua volta sgravi per 6 miliardi.
Nel complesso, per quanto riguarda l'imposta sul reddito dal 2001, i contribuenti favoriti dall'azione del Governo sono stati 31 milioni e nessuno di essi ha subito aggravi, anche per l'operare delle clausole di salvaguardia. Dal 2001 è raddoppiato il numero dei soggetti che hanno smesso di pagare le imposte da 6,8 milioni a 13,5 milioni e oggi un contribuente su 3 non paga più le imposte sul reddito. L'entità complessiva dei tre sgravi supera un punto del PIL. Passo ora ad analizzare nel dettaglio l'emendamento.
Questa riforma dà alla famiglia, soprattutto a quella monoreddito, e non dimentica la speciale riduzione per le badanti ma soprattutto il forte incremento delle deduzioni per gli altri familiari a carico, in particolare gli anziani che non sono autosufficienti dal punto di vista fisico nel caso della badante, ma anche il cosiddetto "nonno a carico". Per un dipendente con coniuge e due figli a carico la no tax area sale fino a 14.000 euro. Il meccanismo delle deduzioni decrescenti permette di concentrare gli sgravi laddove il bisogno è maggiore e assicura la progressività dell'imposizione. Anzi, in tutti i moduli, per ciò che riguarda l'IRE, l'indice di progressività, anche se non è mia intenzione dilungarmi con tecnicismi, cresce in media dell'1 per cento, e anche in questo cresce.
È più complesso fare un calcolo sull'intero sistema, ma il Governo si sta cimentando anche su tale questione. Per quanto riguarda le politiche relative alla famiglia, sulla base di un articolo molto interessante di uno dei più famosi demografi italiani e mio collega, professor Massimo Livi Bacci che poneva l'accento sulla necessità di fare di più per la famiglia. Sono sicuramente d'accordo con lui in questa valutazione, però rispetto ad incentivi al margine per ogni nuovo nato - il famoso bonus relativo al figlio in più, che lui stesso menzionava ed invocava - una certezza sulla struttura delle deduzioni sui figli a carico non al momento della nascita ma fino a quando restano a carico, è a mio parere uno strumento migliore rispetto a quell'una tantum del neonato, anche perché l'ammontare di questi bonus non mi pareva tale da determinare scelte demografiche così rilevanti.
Una mano alle imprese
Veniamo ora alle imprese. Con l’emendamento è proseguito il progressivo cammino di riduzione dell’IRAP: la no tax area IRAP sale a 8.000 euro; le imprese (cosa molto importante) non pagheranno più l’IRAP sui ricercatori del settore privato, che quindi diventano esenti; il costo del lavoro di ogni assunto incrementale, di ogni assunto in più, a livello di azienda viene sgravato dall’IRAP e questo beneficio diventa doppio se l’assetto incrementale è nelle aree dell’Obiettivo 1 e dell’Obiettivo 2, cioè nel Mezzogiorno e nelle altre aree sottoutilizzate.
Dal 2001 gli interventi di riduzione dell’IRAP hanno comportato sgravi fiscali per 750 milioni di euro, hanno avvantaggiato oltre 3,2 milioni di imprese e di professionisti; 612.000 imprese e professionisti, cioè il 16 per cento del totale, non pagheranno più questa imposta. Una parola su un tema che ha suscitato molto dibattito nella giornata di ieri: le addizionali regionali. Sin dal passaggio parlamentare della legge finanziaria alla Camera era stato introdotto il blocco delle addizionali regionali sulle imposte.
Nel maxiemendamento presentato al Senato viene ribadito quanto già approvato dalla Commissione bilancio di Montecitorio, vale a dire che il blocco delle addizionali c’è, ma che può essere superato dalle Regioni come misura dissuasiva laddove esse sfondano la spesa sanitaria, spesa che comunque, in assenza di questo strumento di carattere di responsabilità politica, lo Stato pagherebbe a piè di lista; quindi, la spesa sarebbe comunque quella, ma c’è in più questo disincentivo a sfondare.
Per il riscatto del Mezzogiorno
Per ciò che riguarda il Mezzogiorno e le aree sottoutilizzate del Paese, è assicurata innanzitutto piena copertura al cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari. Già alla Camera era stato risolto il possibile problema del cofinanziamento degli enti locali quando batteva contro il tetto del 2 per cento; è assicurata assoluta continuità e certezza di medio termine alla politica regionale nazionale aggiungendo 8 miliardi di euro per il quadriennio 2005-2008.
La regola del 2 per cento, che si applicava a tutte le voci, è attuata ma con tutela per le risorse per lo sviluppo. In particolare, c’è una flessibilità per i limiti di spesa posti al Fondo aree utilizzate(FAS), alla legge-obiettivo e agli incentivi, così che se uno di questi tira meno l’altro può tirare di più. Un tetto applicato in maniera flessibile su più voci ovviamente morde meno - mi si passi l’espressione poco tecnica - piuttosto che un tetto disaggregato su ogni singolo capitolo.
C’è una nuova tutela normativa al Sud di ricevere il 30 per cento della spesa in conto capitale per rispettare l’impegno con l’Unione europea. E’ introdotto, e lo riteniamo un segnale molto importante, un primo passo di fiscalità di vantaggio, con la famosa IRAP raddoppiata per gli addetti incrementali nelle aree sottoutilizzate. È introdotto, infine, il fondo rotativo di 6 miliardi di euro per gli investimenti che, come sapete, non è solo per le aree sottoutilizzate ma anche per la ricerca, l’innovazione e la produttività, quindi è uno strumento più generale.
Richiamato per sommi capi questo impianto finanziario della legge nei suoi grandi saldi, vorrei concludere dando un giudizio economico e politico sul provvedimento nel quadro della politica economica del Governo. Per farlo, ovviamente, si richiede un minimo di prognosi condivisa per poter discutere poi di una diagnosi.
Non declino, ma transizione
Con la creazione della moneta unica europea e con la recente accelerazione repentina di alcuni processi di globalizzazione nel mercato dei prodotti, in quello dei capitali e in quello del lavoro (quando dico recente intendo dire post Seattle, post 2000, quando il processo ha ripreso ad accelerare dopo una stasi), l’Italia più che in una fase di declino secondo noi è entrata in una fase di profonda, difficile transizione, in cui si sta liberando delle cattive abitudini o delle tossine economiche accumulate nei precedenti trent’anni.
Per trent’anni il nostro Paese è andato avanti fondandosi su un’alta inflazione, su frequenti svalutazioni della moneta che consentivano una spinta all’export nel breve periodo ma ovviamente determinavano un problema finanziario nel medio, sull’accumulazione del debito pubblico e su un eccesso di protezione su tutti i mercati. È una diagnosi direi condivisa da tutti; è un problema di storia economica, non di un Governo o di un altro.
In sintesi, rispetto a questo regime di politica economica sta cambiando radicalmente il contesto: siamo entrati in un sistema di bassa inflazione e di moneta stabile, un sistema in cui i disavanzi pubblici non sono più ammessi e in cui la globalizzazione e la concorrenza internazionale sta aprendo a ritmo vertiginoso quasi tutti i mercati dei beni e molti mercati dei servizi. Adattarsi da un sistema di regolazione di una società ad un altro è una questione difficile, complessa, dolorosa, ma già oggi la performance economica dell'Italia - crescita-inflazione per intenderci - sta tornando verso la media europea.
C'è un indice economico che si chiama - non facciamo ironia sul nome - indice di miseria, che è semplicemente la somma del tasso di inflazione e del tasso di disoccupazione. Questo indice di miseria, che aveva avuto un massimo sopra il 20 per cento in Italia negli anni in cui l'inflazione era a due cifre, si va riducendo continuamente: ancora nel 2000 era pari a 13, oggi è pari al 10,6 perché è scesa la disoccupazione al livello minimo (8,7), perché è scesa l'inflazione al livello minimo dal 1999 (1,9).
Il processo di adattamento a queste nuove realtà, all'integrazione europea e alla globalizzazione, naturalmente richiede di spingere moltissimo i processi di riforma piuttosto che badare ai sintomi con effimeri aggiustamenti, sussidi o provvidenze, che curano nel breve termine, sono lenitivi nel breve termine, ma non affrontano mai il problema.Credo si debba puntare con decisione alla riduzione strutturale del debito attraverso anzitutto l'avanzo primario, che non basta mai a questi livelli ma va riportato su, attraverso un aumento del potenziale di crescita (investimenti in capitale umano, Agenda di Lisbona), attraverso un recupero di efficienza delle nostre aziende e un aumento di investimenti pubblici.
Questa è la direzione di marcia. Quindi, la stabilità dei conti - come dicevamo prima - è un bene pubblico, in un contesto di globalizzazione finanziaria, perché - ripeto - il 45 per cento del nostro debito sta ai mercati internazionali. Le riforme che impongono la ristrutturazione del sistema industriale alla sua competitività sono ugualmente importanti, il mercato dei capitali va sviluppato e tutelato.
La scommessa dei fondi pensione integrativi
Anche qui ieri c'è stata una polemica sul decollo dei fondi pensione integrativi. Avevamo presentato un emendamento in tal senso, non era coperto per la Commissione in maniera convincente, è stato rinviato ad un successivo provvedimento, ma posso garantirvi che per quel che riguarda il Governo e me in particolare il decollo di una previdenza integrativa di mercato permane una evidente priorità.
In questo contesto abbiamo aperto anche una specie data room - mi si lasci passare questo termine - in cui stiamo mettendo tutte le statistiche disponibili in maniera ordinata, cosicché il Parlamento, le istituzioni internazionali, le agenzie di rating possano avere accesso in tempo reale a tutti i dati che produciamo.
C'è, poi, il problema della competitività. La contrazione della produzione industriale è sotto gli occhi di tutti ed è il vero problema del Paese. per il comparto manifatturiero non esista nessuno a dire che la recessione non è ancora terminata. Il problema è in parte strutturale e in parte legato al tasso di cambio nominale, che ha subito un apprezzamento che il presidente Trichet, pur nella sua prudenza, da definito brutale: pensate che dal 2000 ad oggi il tasso di cambio euro-dollaro si è apprezzato del 63 per cento, con un differenziale di inflazione che non ne spiega neanche una Y, quindi, l'apprezzamento del tasso di cambio reale non è molto distante.
Economisti della Banca d'Italia, di Confindustria, delle Università e così via, riconosco che il problema di competitività della nostra industria esiste da almeno quindici anni. Ricordo, peraltro, che la produzione industriale rappresenta soltanto il 20 per cento del prodotto interno lordo e che non è un indicatore di per sé, di avanzamento di un Paese, anzi più un Paese è avanzato, più magari il settore terziario è avanzato. La questione è che da noi è tutto il sistema ad avere un problema di competitività: ce l'abbiamo nell'industria, ce l'abbiamo nei servizi, ce l'abbiamo nei servizi finanziari, ce l'abbiamo ovviamente nella pubblica amministrazione.
È qui che dobbiamo fare lo sforzo più grande, curando le cause e non i sintomi; lo facciamo avendo alle spalle questa legge finanziaria che, come è ovvio, si occupa di conti, e lo facciamo - mi auguro, mi immagino da subito - occupandoci di quello che è giusto che uno Stato consideri: anzitutto, cambiare il contesto delle regole in cui gli operatori interagiscono, migliorare dove è necessario il processo di integrazione europea, curare il capitale umano per l'innovazione e le infrastrutture materiali e immateriali.
Domenico Siniscalco
tratto da L'OPINIONE 28 dicembre 2004
Non lo dite al Tg3
di Ferruccio Formentini
Berlusconi ce la farà a reggere tutta la legislatura e porterà a compimento una maratona mai tentata prima. Non male per un governo definito dai suoi avversari nei migliori dei casi bugiardo, dannoso e incapace. Un risultato eccezionale ma non tutto farina del sacco della CdL, in buona parte è merito dell’inesistenza, stato confusionale e litigiosità dell’opposizione. Tuttavia qualche benemerenza, proprio in questi giorni, andrebbe riconosciuta anche all’opera del centro destra: la borsa italiana nel 2004 ha ottenuto in Europa i migliori risultati; le guardie di Finanza scovano quasi settemila evasori totali e recuperano parecchi milioni di euro; la disoccupazione cala insistentemente proprio come l’inflazione; eppoi perfino l’impossibile: la Rai riscopre l’utile di bilancio e i siciliani vedono l’insperata congiunzione tra i due tronconi della Palermo-Messina. Con buona pace di Montezemolo godiamoci con serenità il Natale. Non tutti i dati sono disastrosi come lui li racconta per la consolazione del “tg3” e “la Repubblica” che altrimenti non saprebbero più cosa inventare per convincere gli italiani del disastro in cui il Cavaliere li avrebbe precipitati.
Ferruccio Formentini
ferfor@inwind.it