[...] Il Fascismo ha vinto.
Ciò è indubitabile. La confessione è aperta anche da parte degli avversari. Uno di essi, il corrodente e sarcastico Gino Baldesi, che dai fallimenti del suo commercio antico passa al fallimento del suo commercio nuovo, la politica, scriveva in un articolo pubblicato su “L'Epoca” dell'8 corrente: «Certo è che il proletariato è battuto in campo aperto, e si trova in condizioni di attesa».
Confessione preziosa, non tanto per lo sterile compiacimento di veder riconosciuta una forza, la nostra, fino a ieri misconosciuta o erroneamente valutata, quanto perché essa dice ciò che, dagli inizî della battaglia e dai preannunzi della vittoria, ci apparve chiaro: il proletariato è in attesa.
Perché il proletariato è stato battuto, sì, ma non come tale, non “perché” proletariato, ma perché distolto dalla sua funzione nazionale, perché negando la Nazione negava sé con lei.
La nostra vittoria ripone in essere, imposto di nuovo, il problema del proletariato. Il Fascismo ha distrutto l'ostacolo, ha rovesciato la barriera tra sé e il proletariato. Oggi è a fronte a fronte con lui. Il proletariato attende, e non può che attendere dal Fascismo, poiché i vecchi iddii sono stati sfatati.
Qui, il significato della lotta e della vittoria che l'ha coronata. Il terreno è sgombro. La fase negativa del Fascismo è conchiusa, o quasi. Alla sua funzione storica di negazione e di distruzione, contro cui ridicola si rivelò la voce stridula dei pacificatori di ogni sorta, belante gregge che non ha compreso quanto di non volontario, ma di fatale vi sia nella forza fascista, subentra, naturalmente, una funzione di tramite tra il proletariato e la Nazione.
Il Fascismo è portato a compiere l'inserzione immediata dei lavoratori italiani nella compagine formidabile di passioni e di interessi, di tradizioni e di avvenire, di sofferenza e di gioia che è la Nazione.
E diciamo: “è portato”, con intenzione. Perché ciò è inevitabile, perché ciò si deve fare.
Non comprendere questo sarebbe sciupare, negare la vittoria. Ogni vittoria è assunzione di responsabilità. La responsabilità dell'elevazione morale e materiale del proletariato italiano è stata, per trapasso spontaneo, assunta dal Fascismo.
Ma il Fascismo è pronto alla sua missione, secretamente voluta sempre, e non compresa dai suoi denigratori, oggi palesemente denunziabile.
La sua energia è pura, lucida, diritta, senza scorie ideologiche. Il suo contatto col popolo lavoratore sarà immediato e fresco, rapidamente fecondo.
Ne siamo certi.
Noi sentiamo che la vittoria recente, prima ancora di cantare e spumeggiare in gioia giovanile e orgogliosa, si è, nell'anima di ogni fascista, stagliata nella sagoma precisa e dura di un nuovo dovere da compiere.
(Doveri e responsabilità, in “Il Popolo d'Italia”, 13 agosto 1922).


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