La proprietà è, in primo luogo, un concetto legale che definisce il diritto esclusivo a dei beni economici, il diritto di usarli e disporne a volotà. Ma possiede anche una dimensione culturale e psicologica che, per quanto meno evidente, non è meno significativa. Già nel Medioevo si indicava la proprietà con l'espressione suum cuique, cioè quel che appartiene a una persona in virtù della sua umanità. Nell'Inghilterra del diciassettesimo secolo il concetto di proprietà abbracciava tutto ciò che propriamente appartiene all'individuo: non solo i frutti del suo lavoro, ma anche la religione, la famiglia, la libertà. Le idee e le invenzioni furono protette dai diritti d'autore e dai brevetti. Nella lingua inglese il concetto arrivò a comprendere tutto ciò che identificava una persona e, in quanto tale, si legò inestricabilmente a essa.
Il filosofo americano William James aveva in mente questo quando, un secolo fa, scrisse: <<L'Io empirico di ciascuno di noi è tutto ciò che si è tentati di chiamare col nome di "me". Ma è chiaro che tra ciò che un uomo definisce con "me" e ciò che definisce con "mio" è difficile traccire un confine. Ci comportiamo nei confronti di alcune cose che sono nostre come ci comporteremmo con noi stessi. La reputazione, i figli, il lavoro delle nostre mani ci sono tanto cari come il corpo e suscitano in noi gli stessi sentimenti e le stesse reazioni se li sentiamo minacciati... Nel senso più ampio possibile l'Io di un uomo è la somma totale di tutto ciò che questi afferma essere suo, non solo il suo corpo e le sue facoltà intellettive, ma i vestiti e la casa, la moglie e i figli, gli antenati e gli amici, la reputazione e il lavoro, le terre e i cavalli, lo yacht e il conto in banca. Tutte queste cose gli procurano le stesse emozioni. Se aumentano e prosperano, egli si sente trionfante; se diminuiscono e si estinguono, si sente umiliato... Un impulso istintivo lo spinge ad accumulare proprietà: e i beni così raccolti divengono, con gradi diversi di intimità, parte del suo Io empirico... In caso [di perdita di beni] ne deriva un... senso di diminuzione della personalità, una parziale conversione verso il nulla...>>.
In effetti è vero che l'incapacità di una persona di affermare come suo ciò che produce con il proprio lavoro e, per estensione, l'esercizio dei propri diritti umani, ha l'effetto di impoverire lo spirito, diminuire l'iniziativa e indurlo in generale all'apatia.
Quando questa deprivazione viene applicata su scala di massa, porta all'atrofia di un'intera società. Penso che non sia un'esagerazione affermare che la causa finale della caduta del comunismo nell'Unione Sovietica sia stata la letargia sociale determinata dalla prolungata assenza dei diritti di proprietà nel più ampio senso della parola, una letargia che nessuna violenza riuscì a sconfiggere.
Un maggior peso sul fallimento del comunismo lo ha avuto il problema del cosiddetto "cane sciolto", cioè il membro della comunità che si aspetta la sua parte di raccolto senza aver fatto la sua parte di lavoro per produrlo. Pochi sanno che agli inizi della loro storia gli Stati Uniti, che sono considerati da molti come la roccaforte del capitalismo mondiale, fecero degli esperimenti di agricoltura comunista. La colonia di Jamestown come pure quella di Plymouth, i primi insediamenti permanenti di europei nell'America del Nord, furono entrambi fondati intorno al 1620 su principi comunisti ispirati da convinzioni religiose. Ed entrambi furono vicini a fallire perché molti dei membri non eseguivano la loro giusta parte di lavoro. Dopo qualche anno entrambe le colonie passarono alla proprietà privata e ciò permise loro di sopravvivere. Un'esperienza del genere fu comune a tutti gli esperimenti di proprietà comune della terra sia in America del Nord che altrove.
L'obiezione principale al comunismo risiede proprio nella sua promozione dell'uguaglianza, poiché la realizzazione di questa porta inevitabilmente all'ineguaglianza: l'ineguaglianza dei diritti che sostituisce l'ineguaglianza della ricchezza. La ragione è semplice. I proprietari non rinunciano ai propri averi, né la gente rinuncia al diritto di acquisire averi, dopo che esso è stato abolito, senza l'applicazipne costante di coercizione. Lenin comprese appieno questo fatto quando descrisse la dittatura del proletariato come un "potere senza limitazioni, senza leggi, senza regole, che si basa direttamente sulla coercizione". Ciò che queste terribili parole significano è che la distruzione di tutte le leggi e libertà negli stati comunisti non è una reazione spiacevole e inevitabile alla "controrivoluzione" capitalista o all'intervento straniero, come di solito viene sostenuto, ma è inerente all'ideologia stessa del comunismo, perché essa comporta, come riconobbe Lenin, una violenza alla natura umana e ai suoi desideri.
Ma la coercizione richiede qualcuno che la eserciti; richiede, cioè, un apparato di violenza. Un tale apparato è composto di esseri umani, che non sono così diversi dalle loro vittime e sono ugualmente desiderosi di promuovere i propri interessi personali. Questa realtà va in direzione opposta all'ingenuo postulato di Marx secondo il quale lo stato rappresenta esclusivamente gli interessi della classe che controlla i mezzi di produzione e non ha interessi suoi propri. Nell'Unione Sovietica, pochi anni dopo la presa del potere, il partito comunista creò una casta privilegiata di funzionari, noti come nomenklatura, che si impadronì dell'accesso esclusivo a beni e servizi in un paese in cui vi era estrema carenza di entrambi.
Con il tempo quest'elite divenne una sorta di nobiltà, molto simile al dvorianstvo dello zarismo, la cui esistenza di per sé era contraria all'ideale di uguaglianza. Purghe ripetute non riuscirono a distruggerla perché era essenziale alla sopravvivenza del regime comunista, un fatto che Trotzki nei suoi spietati attacchi alla burocrazia sovietica non riuscì a capire. Anche nella Cina di Mao, durante la cosiddetta "rivoluzione culturale", il regime arrivò a limiti estremi di crudeltà per sterminare il corpo privilegiato dei funzionari, ma questi rispuntarono immediatamente perché senza di essi né il sistema politico né quello economico avrebbero funzionato.
Alla stessa delusione andarono incontro le aspettative suscitate da Marx ed Engels che la socializzazione dei mezzi di produzione avrebbe garantito all'individuo una libertà vera diversa dalla libertà falsa (secondo loro) fornita dalla società borghese. Come è noto, i fondatori della moderna teoria comunista pensavano che la vera libertà comportasse l'emancipazione dell'uomo dalla dipendenza dai beni materiali che, a loro parere, era realizzabile solo se la società si fosse fatta carico di mantenere, vestire e sostenere in tutte le altre necessità materiali l'individuo.
In realtà la socializzazione dei beni creò il risultato opposto: l'estinzione di tutte le libertà. Come disse Trotzki nella sua "Rivoluzione tradita", mentre nelle società classiste il principio guida è "Chi non lavora, non mangia", nella società comunista è "Chi non ubbidisce, non mangia". Una delle ragioni per cui il comunismo insiste tanto sulla conformità totale degli individui è che essa rappresenta la sua missione centrale: rimodellare l'uomo e in particolare spogliarlo della tendenza ad accumulare acquisita sotto il capitalismo. In un certo senso ogni regime comunista è una grande istituzione educativa impegnata, usando di nuovo le parole di Trotzki, a "capovolgere il mondo", un compito che richiede "uomini tanto diversi dagli uomini prodotti dalle società classiste quanto il comunismo è diverso dal capitalismo". I tentativi di realizzare il comunismo sono costati, secondo una stima, 100 milioni di vite umane, una cifra che supera quella delle vittime di tutte le guerre del XIX e del XX secolo. I comunisti sono stati indifferenti alla vita umana perché considerano l'uomo com'è al presente un travestimento dell'uomo potenziale e del futuro: l'uomo presente è condannato in ogni caso. In questo grandioso esperimento educativo non c'è posto per la diversità di opinione dal cui fermento emerge la verità, perché la verità è già nota e richiede solo di essere messa in pratica.
Così il comunismo, in definitiva, significa e non può che significare ineguaglianza e assenza di libertà, che è l'antitesi dei suoi conlamati obiettivi.
di Richard Pipes
Pubblicato da Il Corriere della Sera del 17/1/2003
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vi distaccate da questa parte estremista del comunismo?
esiste un "comunismo moderato" modernalista e impregnato di valori come ho sentito, democratici, liberisti che contraddistinguono la nostra epoca?
alcuni vi accusano di contenere delle minoranze con idee filo- marxista leniniste come rispondete?
non c'e dubbio che bisogna distinguere questa parte dai totalitarismi, la situazione in cui si è sviluppato era particolare per varie cause storiche
vorrei discutere seriamente




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