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Discussione: Comprendere L'islam

  1. #11
    L'Inattuale
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    Tipicamente occidentale l'atteggiamento che vorrebbe che i fratelli arabi pensassero a risolvere i nostri problemi...

    Non è certo l'Islam che corrode l'animo europeo, ma sicuramente è il contrario...
    Se solo noi europei avessimo un decimo della fierezza araba ci saremmo già salvati da tempo...
    Entrambi condividiamo un temperamento rajasico, ma mentre il nostro "calore" è ormai strettamente pervaso dal tamas quello musulmano è, ancora, sotto il segno del sattva...

    Siamo noi malati...
    L'Europa è corrotta, avvelenata dal cancro anglosassone...

    Alfine si tratta sempre della solita storia della pagliuzza e della trave...
    Non pensare che la Via del Fuoco si compendi nello studiare la scienza degli astri, della guarigione, della magia e cose di questo genere (per quanto ogni cosa, al proprio livello, trovi il suo giusto posto). La Via dell'Immortalità non si ottiene mendicando qualche briciola di erudizione fenomenica, qualche modesto potere psichico appariscente, qualche medaglia conferita da un'organizzazione "spirituale" o pseudo esoterica, da appendere al muro per inorgoglire l'Io accattone. La Via dell'Immortalità si svela a chi, con Dignità, sa "morire" stando in piedi.

  2. #12
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    Fierezza araba?
    Io li vedo infilati dritti dritti nel vortice dell' economia mondialista...


    Basta rivolgersi altrove!
    L' uomo nuovo nascera' qui in Europa.

  3. #13
    Crocutale
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    Vai un attimo in nordafrica a vedere per le strade la fierezza araba

  4. #14
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    Riporto un interessante articolo-intervista apparso originariamente nella rivista francese "Elements" (.77) e tradotto e pubblicato in italiano dalla rivista "Il Musulmano" (n.7/8 1993) proprio perchè Rachid Benaissa, ricercatore presso l'Unesco a Parigi e noto intellettuale rivoluzionario musulmano algerino, affronta in questa intervista l'argomento dell'immigrazione e della società multirazziale dal punto di vista islamico.


    ISLAM: UNA POSSIBILITA' PER L'EUROPA


    D. In quanto intellettuale algerino che vive nel nostro paese, ritiene che l'immigrazione sia "una possibilità per la Francia"?

    R. L'immigrazione non costituisce un fenomeno unitario. E' evidente ad esempio, che un'immigrazione europea pone meno problemi di un'immigrazione extraeuropea, e ciò per ragioni di distanza culturale tra le popolazioni. Negare questo dato di fatto non servirebbe a nulla.
    Per i Musulmani, l'immigrazione è spesso vissuta come un'esperienza dolorosa, traumatica, di uno sradicamento. E' una delle ragioni per cui non si può parlare, attualmente, di coabitazione armonica tra le diverse comunità. I Musulmani non sono a loro agio. Essi provano un grande malessere e una vera e propria angoscia.
    Detto ciò, l'immigrazione potrebbe essere una possibilità per l'Europa quando l'immigrato non sarà più quello sradicato, quell'apatride spirituale che conosciamo attualmente, ma sarà, al contrario, un uomo radicato nella propria identità culturale e religiosa. Solo allora potrà apportare una differenza, una innegabile ricchezza alla società che lo accoglie. Vivrà l'emigrazione senza tradurli, senza frustrazioni, nella misura in cui sarà riconciliato con se stesso. Non sarà un fattore di perturbazione, se non sarà perturbato lui stesso. E' importante perciò che gli stranieri vengano inseriti al massimo nel loro gruppo naturale d'appartenenza.
    I politici che si occupano del problema dell'immigrazione affrontano la questione in termini diversi, in particolare in nome dell'assimilazione/integrazione. In fondo, essi vogliono dissolvere (ma in che cosa?) l'identità spirituale e culturale dei popoli che vivono in Francia, e vedono la nazionalità francese come uno stampo unificatore che, in fin dei conti, livella le diversità. Forse sarebbe pertinente operare una distinzione tra cittadinanza e nazionalità.


    D. Certe associazioni antirazziste parlano a nome della "comunità immigrata" o, quanto meno, inglobano nel loro discorso gli immigrati come categoria autonoma. A tale nozione corrisponde una realtà? E queste associazioni sono rappresentative?

    R. Io non approvo affatto l'antirazzismo quale esso viene praticato in Francia dall'inizio degli anni ottanta, che ha un carattere essenzialmente spettacolare e mediatico. Questo antirazzismo non è un'atteggiamento culturale ed etico, un'esigenza interiore, ma è un'arma rivolta contro gli altri, un fondo di magazzino. Concepito come istituzione, esso può intimidire, ma non convince affatto. Molto spesso esso manifesta le sue preferenze, che vanno ai delinquenti di periferia e non certo ai fedeli della moschea, alle ragazze drogate e non certo alle ragazze velate.
    L'espressione comunità immigrata non corrisponde alla realtà. Esistono varie comunità immigrate. Il termine "comunità" rimanda a valori essenzialmente culturali e spirituali, mentre l'aggettivo "immigrato" designa semplicemente la condizione di chi ha abbandonato il paese d'origine per raggiungere il paese ospite. Le associazioni antirazziste non sono percepite come rappresentative da parte delle comunità interessate. "SOS-Racisme" o "France Plus", ad esempio, non trovano nessun eco in seno alla comunità musulmana. Alcuni dei loro rappresentanti, che un mio amico, il pastore Mathiot, chiama "musulmani sbiaditi", hanno sempre esibito un atteggiamento antislamico assolutamente intollerabile.
    Slogan come "nero è bello" sono demagogici e privi di senso. Lungi dall'essere "antieuropeo", come troppo spesso si pensa, il musulmano si definisce innanzitutto in maniera affermativa. Evidentemente, nella misura in cui aderisce a valori "vivificanti", egli è ostile alla droga, alla prostituzione, alle bassezze, all'avvilimento dell'uomo. I Musulmani non sono dei "neri", ma degli uomini differenziati.


    D. Alcuni fanno notare che i francesi accusano gli immigrati di distruggere la loro identità, ma questi francesi rimangono incoscienti o impotenti davanti all'americanizzazione della loro società. Le sembra giusta questa analisi? Esiste un modello americano di integrazione che sia universalizzabile?

    R. Si, questa analisi mi sembra giusta. Ma il modello multiconfessionale è dovuto all'economicismo, al consumismo, al permessivismo borghese. E' la società dei consumi che trasforma i popoli in entità, incolori e indolori. Anzichè focalizzarsi sull'Islam che rappresenta una possibilità per l'Europa e per gli Europei desiderosi di radicarsi nuovamente nella loro identità (e ciò per via di una sorta di contagio mimetico), bisognerebbe piuttosto denunciare i misfatti di quella società permissiva che è ben rappresentata dallo slogan "Vietato vietare". Una società non può vivere senza norme. L'anomia è il grande pericolo attuale. I Musulmani, in particolare, possono instaurare nuovamente nella vita un senso, un dover essere.


    D. Si afferma spesso che le società multirazziali sono società multirazziste, e che il loro destino è o la guerra civile o l'apartheid generalizzata. Ai suoi occhi esistono modelli storici di società multirazziali che siano riuscite?

    R. In questa affermazione bisogna introdurre delle sfumature. Nel passato sono esistite numerose società multirazziali, che non erano necessariamente società multirazziste. L'Andalusia, per esempio, quando fu governata dall'Islam non cancellò le differenze culturali. Contrariamente alle società musulmane, che spesso sono multirazziali e sempre multiconfessionali, l'Occidente manifesta una propensione caratteristica per l'uniformizzazione e la conversione forzata.
    Ma per rispondere alla sua domanda, citerò l'opera fondamentale di Julius Evola “Rivolta contro il mondo moderno”, dove viene spiegato il ruolo delle società tradizionali. Evola le definisce come società anagogiche, che si richiamano ad un principio trascendente, verticale, dove nazionalità e nazionalismo non si confondono, perché il nazionalismo rinvia ad una concezione artificiale, contrattualistica e uniformizzante dell’identità, mentre il principio delle nazionalità rinvia alla diversità popolare, alla molteplicità culturale che si integra nell’unità spirituale imperiale.
    In altri termini: volere la multiculturalità, conoscere l’altro, rispettare la vera differenza, significa innanzitutto combattere la logica livellatrice dello Stato moderno, il quale confonde cittadinanza e nazionalità, assimilazione e integrazione.

  5. #15
    Crocutale
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    Ma quale esperienza dolorosa e traumatica, ucciderebbero la nonna per poter venire qua a farsi mantenere. Vai un attimo nei supermercati a guardare chi sono quelli che dopo aver mendicato soldi con la scusa della fame si comprano le latte di birra a dozzine.

  6. #16
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    In Origine Postato da Perseo
    Ma quale esperienza dolorosa e traumatica, ucciderebbero la nonna per poter venire qua a farsi mantenere. Vai un attimo nei supermercati a guardare chi sono quelli che dopo aver mendicato soldi con la scusa della fame si comprano le latte di birra a dozzine.
    Gli slavi.

    Giampaolo Cufino

 

 
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