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Discussione: Medio Oriente: Letture

  1. #1
    Capitan Harlock
    Ospite

    Predefinito Joe Sacco, Palestina

    Compratevi questo fumetto edito da Mondadori, ne vale la pena.



    Joe Sacco, Palestina, una terra occupata
    Mondadori, pag 142, € 17


    CINQUE SENSI
    Daniele Barbieri
    Joe Sacco, fumetto e réportage


    Si inizia a leggerlo come se fosse una normale storia a fumetti; normale, cioè fiction, finzione narrativa. Anche se sappiamo sin dalla copertina che si tratta di un reportage giornalistico, le consuetudini di lettura restano più forti, anche di quello che si sa. E Joe Sacco è perfettamente consapevole dell'atteggiamento che avranno i suoi lettori, e inizia un po' in sordina, lontano dai luoghi di cui andrà a parlare, al Cairo, a conversare del più e del meno con due egiziani. Ma il problema inizia a sorgere sin dalle loro parole, con una qualche aria di inesorabilità...
    E poi ecco: entriamo in Israele anche noi, e i mille piccoli riferimenti a una storia ben nota iniziano a costruire un effetto di concretezza, di realtà.
    Abile, sottilissimo narratore, Sacco sembra raccontarci nelle prime pagine più delle sue sensazioni che della realtà che vede. Si tratta di una presa di contatto con questo mondo, sconosciuto a un americano: ed ecco quanto sono arrapanti le ragazze israeliane in uniforme, e quanto sono fichi i soldati, e cosa sente l'amico ebreo americano, anche lui lì per la prima volta ("Sono a casa. Sono a casa!").
    Osservazioni marginali e contingenti, in contrasto con i primi dialoghi con palestinesi, dai quali emerge anche una realtà molto diversa. Ma queste annotazioni producono un effetto di realtà straordinario – e la presunzione di finzione del lettore svanisce progressivamente, di fronte a questa prosaicissima quotidianità.
    Ancora per un poco il cronista si ritroverà nei panni del turista beffato persino dai bambini palestinesi, dominato, come all'inizio è, dalla consuetudine alla diffidenza per un mondo che ha sempre considerato patria del terrorismo; sino a quando, con una gita a Hebron, inizia davvero il terrore.
    E il terrore, nelle pagine che seguono, avrà sempre una sola matrice, quella israeliana: bambini con fratture multiple da proiettili, che avevano cercato di lanciare un sasso contro i soldati; case distrutte con i bulldozer perché qualcuno in famiglia era sospetto; prigione e torture per persone rilasciate qualche volta dopo mesi, solo perché non era emersa nessuna prova a loro carico.
    Chi legge le mie parole potrà pensare a una visione di parte. Chi legge Palestina, di Joe Sacco, non può fare a meno di condividere quella visione. Quello che viene descritto, con una capacità giornalistica, narrativa e grafica davvero invidiabili, reca un livello di orrore così alto da indurci a pensare che chi venga trattato così abbia ogni diritto di ribellarsi, con qualsiasi mezzo a sua disposizione. Per quanto gli israeliani possano contare incertezze, disagi, e qualche morto, niente è comparabile a quello che viene descritto qui, all'umiliazione continua, allo svilimento della dignità personale e culturale.
    Per fortuna, almeno all'epoca di cui Sacco racconta, i mezzi del dialogo riuscirono a prevalere. Il reportage è infatti del 1991/92, e nel '93 il nuovo premier Rabin strinse la mano ad Arafat, avviando quella che sembrava essere la via del futuro. Altri premier, poi, si sono dati da fare per cancellare quella via.
    Per questo oggi il reportage di Sacco è tornato di attualità, anche se il livello dello scontro, rispetto alla prima Intifada, sembra essersi alzato enormemente, lasciandoci sospettare che non solo quello che Sacco racconta sia nuovamente vero e attuale, ma che anzi la situazione dei palestinesi sia oggi ancora più drammatica di quella da lui descritta.
    Sacco non ha vinto il premio Pulitzer, come hanno erroneamente affermato pressoché tutti gli articoli usciti recentemente nella stampa italiana. Si tratta di una bufala, un errore che qualcuno ha diffuso e nessuno ha controllato. Si tratta però di un errore comprensibile, in primo luogo perché la qualità del testo di Sacco è veramente da premio Pulitzer, e in secondo luogo perché non si può fare a meno di paragonare questo reportage a quello che Art Spiegelman ha realizzato intervistando il proprio padre sull'olocausto e pubblicandolo con il titolo di Maus – e questo sì che ha vinto il Pulitzer nel 1992.
    L'avvicinamento è inevitabile, per il comune livello di qualità e per l'argomento: così che non può non colpire il fatto che almeno una parte di coloro che furono le vittime di quella tragedia siano oggi i carnefici di questa. Come spesso la storia (e anche le storie personali) ci mostra, la vittima impara sempre qualcosa dal suo carnefice – ma sono solo le vittime sopravvissute che possono spezzare questa catena di morte. Certo non coloro che, vittime, lo sono ancora.
    Un premio importante, comunque, con Palestina Joe Sacco lo ha vinto davvero, ed è stato l'American Book Award, ricevuto nel 1996, più o meno nel medesimo periodo in cui realizzava un reportage dello stesso tipo da Gorazde, in Bosnia. Le tavole di Gorazde e di Palestina, sono state esposte sino a qualche giorno fa, presso il Museo d'Arte della Città di Ravenna, a cura di Daniele Brolli. Ed era stata la stessa piccola casa editrice di Brolli, la Phoenix Enterprise, a pubblicare per la prima volta in Italia qualche anno fa il volume di Sacco, riedito proprio in questi giorni da Mondadori.









  2. #2
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    Predefinito

    Ho trovato molto interessante il post di Capitan Harlock (scusa se ho cambiato il titolo)

    Secondo me questo 3D merita rilievo perche consiglia delle letture (anche se fumetti) interessanti su quello che succede in medio-oriente, quindi io lo terrei buono come post dove suggerire letture che ci facciano conoscere di più quello che succede in quella zona.

    Non importa da che parte stia colui che suggerisce queste letture, l'importante e che le suggeriate,
    Cosicche ognuno si possa fare la sua idea sul medio-oriente

    Grazie a tutti

  3. #3
    I amar prestar aen
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    Predefinito

    Bella idea.

    Cordiali Saluti
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    Che il veggendo tornar dalla battaglia
    Dell'armi onusto de' nemici uccisi,
    Dica talun: NON FU SI' FORTE IL PADRE:
    E il cor materno nell'udirlo esulti.

  4. #4
    I amar prestar aen
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    Predefinito Segnalo : Terrore e liberalismo

    Di Paul Berman

    Sto leggendolo in questi giorni. Lo ritengo abbastanza interessante per capire il fenomeno fondamentalismo islamico dall'autore inserito nello stesso alveo dei totalitarismi del xx secolo.
    ...
    Contro i luoghi comuni del pensiero e la Storia ridotta a slogan, uno studioso americano di sinistra spiega un apparente paradosso: perché la «war on terror», nonostante Bush e Rumsfeld, è il proseguimento in altre forme della Seconda guerra mondiale, combattuta per sconfiggere il nazifascismo. Una lucida, serena opposizione a ogni culto moderno della morte.

    Il terrorismo islamico è figlio dei peggiori vizi dell'Occidente, sostiene Berman in questo libro scomodo, che prima di esser tradotto ha già provocato discussioni sulla stampa italiana.
    Al terrorismo Berman, che pur criticando Bush ha appoggiato la guerra in Iraq, oppone il «liberalismo»: e precisa che con tale termine non intende «la filosofia del capitalismo sregolato» ma «la filosofia della libertà, e la pratica della libertà». In questo senso il suo Terrore e liberalismo è il manifesto di una decisa risposta «liberale» al terrorismo. La guerra al terrore secondo Berman non è uno scontro tra civiltà, tra Occidente e islam. L'islam non è la causa del terrorismo, ma l'arena dove continua oggi, in una nuova versione, la guerra che per tutto il secolo scorso ha infiammato l'Europa, provocando milioni di morti: la guerra tra totalitarismo e libertà. Sconfitto in Occidente con la Seconda guerra mondiale, il totalitarismo rimane figlio dell'Occidente e della sua cultura romantica e nichilista, che non disprezza certo il culto del suicidio e di ciò che è «sinistro»- come Berman implacabilmente dimostra, in una serrata, affascinante analisi che arruola Dostoevskij e Baudelaire, Conrad e Camus. E se riemerge oggi a sorpresa sotto la bandiera fondamentalista di Bin Laden, è lo stesso di prima, e merita uguale sconfitta.


    «Siamo in una situazione assurda, in uno di quei tipi di confusione oscura che in passato hanno permesso a regimi e movimenti totalitari di svilupparsi. L'èra totalitaria è stata anche l'èra della cecità liberale. Era il passato in cui stiamo vivendo ancora oggi, e non solo quando i disastri ci capitano davanti agli occhi».

    Paul Berman

    Paul Berman, saggista brillante considerato uno dei piú acuti analisti di sinistra negli Usa, è un osservatore politico e un critico culturale che scrive su «The New Republic», «The New York Times Magazine», «The New York Review of Books».
    Fa parte della redazione di «Dissent», principale rivista della Sinistra Usa. Ha pubblicato il saggio A Tale of Two Utopias. The Political Journey of the Generation of 1968.

    http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5-677.jsp

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  5. #5
    I amar prestar aen
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    Predefinito PROGETTO JIHAD

    Vi segnalo il penultimo numero di Limes, presumo che sia difficile trovarlo in edicola ma forse sarà più facile trovarlo in libreria. E' comunque possibile acquistare gli arretrati.
    http://www.limesonline.com/doc/navigation/

    Come molti numeri di Limes, questo è una miniera di informazioni, di non semplice lettura, ma di qualità notevole.

    Sommario:

    EDITORIALE
    Il sogno di Osama




    Osama's dream
    Editorial
    The full text in english


    Pakistan e Arabia Saudita, la confederazione jihadista
    Ajai SAHNI
    Islamabad e Riyad cooperano da molti anni nella diffusione del radicalismo islamico e nel sostegno diretto o indiretto al terrorismo. I pakistani usano al-Qaida come strumento dei loro interessi nazionali. I riflessi della guerra in Iraq.


    La guerra d'Algeria
    Nabil SAHRAWI
    Conversazione con Nabil SAHRAWI, leader salafita


    PARTE I
    L'INTERNAZIONALE JIHADISTA E I SUOI NEMICI



    Jihad o non jihad? A domanda Dio risponde
    Marco HAMAM
    Le autorità religiose replicano con una fatwà alle domande di credenti musulmani intorno alla liceità di alcuni atti di guerra. Il richiamo al Corano serve a rigettare o legittimare azioni anche minute, come bere la Mecca Cola. (in appendice Abdallah al-BADRANI - Questa guerra è crociata!)


    Glossario ragionato dei termini islamici
    a cura di Andrea CHIOVENDA, Enrico GALOPPINI, Marco HAMAM e Lorenzo TROMBETTA



    Il jihad elettronico
    Lorenzo TROMBETTA
    Un'antologia dei dibattiti che si svolgono nei 'siti islamici', compresi quelli più militanti. Saddam è un traditore o un combattente jihadista? Apologie di Osama e qualche accento critico. L'odio per gli americani come matrice unificante.


    Anatomia di Ansar al-Islam
    Marco LOMBARDI
    L'organizzazione terroristica che fa riferimento al mullah Krekar, rifugiato in Norvegia, è una costola di al-Qaida in terra curda. Le sue basi sono anche in territorio iraniano. I metodi di reclutamento. Alcune interviste sul campo.


    L'America impari da Lawrence d'Arabia
    John HULSMAN
    Un'analisi bilanciata degli effetti che la campagna di Mesopotamia ha avuto sulla posizione statunitense nel mondo. L'importante è che l'occupazione dell'Iraq non finisca per facilitare il gioco di Osama. Quello che gli europei non capiscono.


    Dollari e terrore
    Marco SAVINA e Rodolfo VISSER
    Canali e metodi di finanziamento dell'estremismo musulmano alla luce dell'11 settembre. Il proficuo sistema degli hawaladar. Ma il terrorismo è anche una forma particolarmente vantaggiosa di insider trading.


    Le vie della 'bomba sporca'
    Charles D. FERGUSON e Alessandro ANDREONI
    La minaccia del terrorismo radiologico ed il traffico di fonti radioattive. Al-Qaida e altri gruppi islamisti stanno cercando di procurarsi tali ordigni, intesi soprattutto come strumenti di devastazione psicologica. Le strategie di interdizione.


    Brigatisti, nazisti e islamisti, tutti insieme contro l'impero Usa
    Franz GUSTINCICH
    La nuova stagione del terrorismo internazionale aperta l'11 settembre 2001 provoca nuovi, curiosi allineamenti in nome del comune odio antiamericano. La lunga storia dei contatti fra Br e Arafat. Il caso Mutti.


    Infowar, la conquista dell'anima
    Francesco VITALI
    Le nuove sfide della geoinformazione nella guerra globale al terrorismo. Gli strumenti di Bush per il 'controllo dei cuori e delle menti'. I centri di influenza strategica americana e le frontiere della public diplomacy.


    PARTE II
    GLI USI DEL TERRORE



    Il giallo dell'11 settembre saudita
    Marco HAMAM
    La strage di musulmani compiuta a Riyad nella notte fra l'8 e il 9 novembre 2003 resta avvolta nel mistero. Le accuse del governo al terrorismo islamista e l'abiura di alcuni 'ulama' non convincono tutti. La causa di bin Laden ne esce comunque indebolita.


    Lo Yemen fugge l'ombra di Osama
    Pier Vittorio BUFFA
    Il regime del presidente Saleh cerca di emanciparsi dalla cattiva fama procurata dal sostegno ai taliban e a Saddam, schierandosi contro il terrorismo. Le macroregioni e le divisioni tribali. Qualche apertura all'Occidente.


    Jihadisti e modernisti: due islam confliggono nel cuore della Turchia
    Marco ANSALDO
    I recenti attentati di Istanbul hanno rivelato la pericolosità delle migliaia di terroristi radicati in territorio turco, decisi a rovesciare la repubblica laica. La vicenda di Hizbullah e i rapporti con Osama. Visita a Bingöl, epicentro dell'estremismo islamico.


    Tra Usa e Osama Teheran gioca la partita decisiva
    Bijan ZARMANDILI
    Fino a che punto il regime iraniano ha coperto al-Qaida, e soprattutto che cosa farà dei terroristi che ha in mano? Una delicatissima contesa interna e internazionale, nella quale emerge il ruolo di Rasfangiani e Rohani.


    Hizbullah ora teme i suoi stessi amici
    Ely KARMON
    L'organizzazione terroristica sciita che si gloria di aver costretto Israele al ritiro dal Libano meridionale è obbligata a rivedere priorità e tattiche. La pressione americana potrebbe infatti indurre Siria e Iran a sacrificare il 'partito di Dio', che minaccia ritorsioni.


    Hamas alla conquista dei Territori
    Umberto DE GIOVANNANGELI
    L'organizzazione dello sceicco Yasin vuole convertire i ribelli palestinesi all'islamismo radicale. Ci sta già riuscendo, soprattutto fra i giovani. La rivalità fra gruppi terroristici alla radice degli ultimi attentati. Mentre Fath perde terreno.


    Ginevra: la pace possibile che Sharon e Arafat non firmeranno mai
    Mattia TOALDO
    Il dettagliato accordo raggiunto da esponenti israeliani e palestinesi ha smosso le acque del dibattito mediorientale e dimostrato che nelle due società c'è ancora voglia di pace. Ma i leader attuali pensano ad altro.


    Il Marocco dopo Casablanca
    Zouhir LOUASSINI
    Nel regno nordafricano germogliano le formazioni radicali, alcune delle quali legate all'ideologia di Osama bin Laden. Ma l'islam militante assume anche forme legali, come il sempre più forte Partito della giustizia e dello sviluppo. Il ruolo degli 'afghani'.


    I cinque volti del jihadismo in Pakistan
    Sergio TRIPPODO
    Dai seguaci di Osama ai taliban, dal deobandismo delle madrase ai jihadisti kashmiri e al radicalismo ortodosso, i nemici del regime di Musharraf appaiono più vitali che mai. Molte ombre sugli attentati al generale-padrone. E sullo sfondo, i servizi segreti.


    Il declino dell'islamismo indonesiano
    Emanuele GIORDANA
    Alle radici della crisi dei progetti geopolitici dell'islam radicale nel più popoloso fra i paesi musulmani. Gli errori degli islamisti, il ruolo dei moderati e le manipolazioni dei servizi di sicurezza. Il fattore politico-elettorale.


    Il secessionismo islamico minaccia le Filippine
    Paolo AFFATATO
    Nelle regioni meridionali del vasto arcipelago asiatico alcuni gruppi musulmani, forti soprattutto a Mindanao, mirano a costituirsi in repubblica indipendente governata dalla saria. Le strategie del governo di Manila e degli Stati Uniti.


    Terrorismo e manipolazione: le lezioni di Mindanao
    Carlo BELLINZONA
    I separatisti musulmani attivi nelle Filippine meridionali fanno parte della rete di al-Qaida? Fra indizi, smentite e disinformazioni, i retroscena di un importante teatro della guerra al terrore islamista.


    La Germania nel mirino del terrorismo
    Giovanni del RE
    Gruppi dell'internazionale islamista hanno affondato le loro radici nel suolo tedesco. Il timore delle autorità di Berlino è che, oltre ad usarlo come base logistica, possano compiervi attentati. Gli adepti di Ansar al-Islam e i legami con l'Italia.


    La Russia terra di conquista
    Aleksej MALASENKO
    Nelle repubbliche caucasiche l'estremismo islamico cerca di costruire propri santuari. Il caso del Daghestan e gli effetti della guerra in Cecenia. Ma la predicazione wahhabita non sembra guadagnare molti proseliti.


    PARTE III
    GLI IRAQ E NOI



    La resistenza senza volto rivela i limiti della potenza americana
    Antonio SEMA
    Gli Stati Uniti sono costretti a impegnare buona parte delle loro truppe migliori contro i guerriglieri e i terroristi in Iraq. Sicché oggi Bush non potrebbe aprire un altro importante fronte di guerra, anche se lo volesse. Gli effetti della cattura di Saddam.


    Ora il rischio è la guerra civile
    Andrea CHIOVENDA
    Gli sciiti vogliono sanzionare al più presto la loro prevalenza, i sunniti cercano un nuovo capo, i curdi sono sempre più lontani da Baghdad: se non fosse per la presenza degli americani, in Iraq il conflitto 'fratricida' sarebbe forse già esploso.


    Iraq all'italiana
    Alfonso DESIDERIO
    I ritorni politici ed economici della missione italiana in Iraq. La scarsa capitalizzazione della nostra politica estera e di sicurezza. L'Eni e le altre aziende italiane nella ricostruzione. La missione militare, l'attentato di Nasiriyya e i media internazionali.


    Limes in più




    La Russia che pensa se stessa
    Viatcheslav AVIOUTSKII
    Nella Russia postsovietica si confrontano diverse scuole geopolitiche, tutte segnate dallo shock del dopo-guerra fredda. Come fronteggiare i rischi di frammentazione. L''Oriente interno' e l''Estero interno'. Kaliningrad si distaccherà dalla Federazione?


    La Georgia fra Mosca e Washington
    Piero SINATTI
    Il paese ex sovietico inizia il dopo-Shevardnadze stretto fra le pressioni russe e quelle americane. Le poste in gioco, dalla lotta al terrorismo al petrolio. La questione delle regioni ribelli. Il disastro economico e i piani di Saakashvili.


    Il ritorno della Francia
    Norma POLLUCE
    Piaccia o no, Parigi sta agendo come attore globale. Velleitarismo o razionale analisi dei rapporti di potenza? 'Framania' e proiezione europea. La sponda verso Blair. È ora di stabilire da che parte sta l'Italia.


    Storie di Limes




    Tresigallo, l'anti-Ferrara del compagno Rossoni
    Antonio PENNACCHI
    (Viaggio per le città del Duce - 22)


    Commento alla carta a colori
    Pier Francesco BELLINELLO


    Cordiali Saluti
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  6. #6
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    Predefinito Sul terrorismo israeliano

    A giorni l’uscita di un volume, già ordinabile, intitolato


    SUL TERRORISMO ISRAELIANO
    Documentazione raccolta da Serge Thion

    Scritti di N.H. Aruri, R. Atelier, U. Avneri, P. Barnard, R. Bleier, N. Chomsky,

    N. Giladi, O. Yinon, L. Rokach, I. Shahak, A. Weinstein

    Euro 22,00 Edizioni Graphos, Genova, 2004





    Di seguito riproduciamo la nota editoriale.





    A proposito di antisemitismo




    È difficile che passi giorno senza che si sia invitati a ricordare che, oltre all'America di Bush, di Cheney, di Rumsfeld, di Abu Ghraib e di Guantanamo, delle multinazionali vampiresche, delle mille e mille nefandezze perpetrate in ogni angolo della terra, c'è un'altra America che non si rassegna, che protesta, che si oppone.

    È vero. è altrettanto vero che lo stesso non si può dire di Israele, se non con molte riserve.

    Si obietterà: ma come, non c'è anche là gente che non si rassegna, che protesta, che si oppone? Forse che per popolare il paese sono stati clonati in milioni di esemplari quei figuri con il loro grifo immondo, perfetta incarnazione della politica che perseguono?

    No, non sono certo cloni quelli che adesso abitano la Palestina. E quei dissenzienti, quelle coscienze che si rivoltano, anche se in numero limitatissimo, salvano l'onore del loro popolo. Sappiamo perfettamente che tra il refusenik e Ariel Sharon passa un'incommensurabile differenza. Il punto, tuttavia, non è questo.

    Il punto è che, almeno da un punto di vista, il refusenik e Sharon sono sul medesimo piano: l'uno e l'altro stanno là dove non dovrebbero stare.

    Tutto considerato, questo non si può dire della popolazione statunitense. L'estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto, nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu l'irreparabile rovina di un'etnia cui possiamo, sì, guardare con ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale, rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il carattere di progressività storica.

    Se il refusenik israeliano e Sharon stanno là dove non dovrebbero stare, ciò accade invece come risultato di una politica che era, nonostante il suo mascheramento in senso socialista, storicamente reazionaria nella premessa da cui partiva – l'inconsistente interpretazione dell'ebraismo come nazionalità. L'attuazione di tale politica – perseguita per decenni, molto prima di Sharon, con l'inganno, il ricatto, la prepotenza, la violenza, l'oppressione, e sempre in un'atmosfera di intollerabile ipocrisia – ha implicato come conseguenza necessaria e puntualmente prevista una guerra di stampo razziale e la catastrofe di quella che era, e in qualche misura rimane ancora oggi, la frazione del popolo arabo più laica, dunque più refrattaria alle suggestioni del fondamentalismo religioso.

    Il perseguimento della linea suddetta è stato reso possibile, specialmente dopo la guerra del 1967, solo dalla capacità dell'ebraismo americano, il più numeroso del mondo, di condizionare, grazie al proprio ingentissimo peso economico e sociale, la politica di Washington. Altrettanto efficaci sono state la multiforme rete protettiva stesa intorno allo Stato sionista dalle comunità ebraiche del mondo intero. e – elemento essenziale, ieri e oggi, di manipolazione dell'opinione pubblica – l'aureola di intoccabilità creata intorno all'ebraismo dall'imposizione come indiscutibile verità storica (con la complicità, per quanto riguarda il proletariato, delle socialdemocrazie e dallo stalinismo) di una visione radicalmente falsata dei fini, delle modalità e dei costi umani dell'infame persecuzione di cui si macchiò l'antisemitismo hitleriano.

    Oggi, in Europa e fuori d'Europa, un'opinione pubblica esente nella sua grande maggioranza da ogni preconcetta ostilità al sionismo è, giorno dopo giorno, indotta a chiedersi in che cosa la condizione del popolo palestinese sia diversa da quella dei polacchi sotto il tallone di ferro del nazismo.

    E, allora, per difendere l'indifendibile, per far sì che l'evidenza non sia tale, ecco i continui rilanci del cosiddetto olocausto, ecco la caccia agli ultimi cascami umani processabili, pretesi «responsabili nazisti», dei quali i più giovani stanno tra gli ottantacinque e i novant'anni: il che basta a lasciar pensare che, durante la seconda guerra mondiale, di ben poco potessero essere «responsabili», se si prescinde dal dovere dei militari di non obbedire a ordini palesemente ingiusti. Questo principio è applicato retroattivamente ai tedeschi vinti, ma non si dovrebbe, chissà perché, applicare ad americani e israeliani, destinatari per definizione di quegli ordini palesemente giusti in conseguenza dei quali i secondi – per non parlare di ciò che fanno gli americani in Iraq – uccidono terroristi di 4, di 5, di 6 anni, lasciano morire ai posti di blocco malati bisognosi di urgenti cure ospedaliere, massacrano gente che difende la poca terra che le rimane, demoliscono migliaia di case palestinesi, tolgono ogni libertà di movimento al presidente, internazionalmente riconosciuto, dell'Autorità Nazionale Palestinese. Ecco, soprattutto, levarsi alte strida per l'antisemitismo che starebbe dilagando.

    A meno di considerare antisemitismo la valutazione oggettiva espressa dalla maggioranza degli europei secondo la quale lo Stato di Israele costituirebbe il maggior pericolo per la pace mondiale, l'antisemitismo non dilaga affatto, oggi, e di questo siamo i primi a rallegrarci. Ma, se qualcosa gli può aprire la strada, è precisamente l'atteggiamento dei dirigenti delle comunità ebraiche (e, per la verità, non solo loro) di identificazione con lo Stato sionista: identificazione magari anche critica – cosa ben possibile, quando c'è di mezzo uno Sharon –, ma non perciò meno totale.

    A seguito del venir meno del movimento rivoluzionario proletario per tutta una fase storica della quale sappiamo con certezza che finirà, senza però poter ancora prevedere quando, le condizioni odierne nelle metropoli non meno che nelle aree marginali sono tali da non permettere, considerando questioni come quella del Vicino e Medio Oriente, di adottare un'ottica socialista e di indicare, conformemente a quest'ultima, strade che sarebbero proponibili solo in una situazione contraddistinta dalla presenza effettiva, qui e ora, di quel movimento rivoluzionario. Siamo perciò obbligati a non andare al di là di un'ottica di democrazia conseguente: non è l'ottica socialista, ma non comporta nulla che non sia contemplato in quest'ultima.

    In questa sede ci limitiamo a sottolineare che per la soluzione democratica della questione palestinese, ammesso che tale soluzione sia possibile prima della ripresa di un movimento rivoluzionario di classe, l'esistenza del sionismo costituisce un ostacolo non aggirabile e che esso sarebbe un impedimento anche all'accoglimento della minoranza nazionale israeliana (dato che una nazionalità israeliana, oggi, volere o volare, esiste) all'interno di un autentico Stato di Palestina.

    Nell'ottica di democrazia conseguente di cui abbiamo parlato, ai vertici ebraici fuori di Israele e alle loro comunità devono essere ricordate cose molto semplici. Per esempio, che il Portico di Ottavia non fa ancora parte dei Territori occupati e che dunque non può venirne estromesso a calci e spintoni un cittadino che si è reso sgradito per ciò che pensa e dice della politica israeliana (ci riferiamo alla disavventrura occorsa tempo addietro a Vittorio Agnoletto, anche se il personaggio non suscita certo le nostre simpatie politiche).

    Va ricordato che l'occupazione di un'aula di tribunale a seguito di una sentenza – quella del primo processo Priebke – che non è quella desiderata è un atto sedizioso, anche se un ministro della giustizia inammissibilmente servizievole arriva trafelato ad accomodare tutto. Che quando si appoggia una politica come quella sionista non ci si può permettere di porre sotto accusa il mondo intero per aver consentito che negli anni Trenta la Germania al proprio interno desse corso a un'odiosa discriminazione razziale (e, del resto, che cosa avrebbe dovuto fare il mondo? dichiarare guerra alla Germania nel 1935?). Infine, che il problema della «doppia fedeltà», a Israele e al paese di residenza, sarà vecchio quanto si vuole, ma non ha ancora ricevuto da parte ebraica neppure un principio di risposta.

    Si finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare da chi, per ragioni non confessabili senza imbarazzo, trova opportuno ergersi a paladino dell'«unica democrazia del Vicino Oriente», ci si compiaccia magari del fatto che qualcuno – l'onorevole Gianfranco Fini – spinga il proprio occhiuto servilismo fino a coniare la formula dell'«Europa delle cattedrali e delle sinagoghe», mirabile sintesi in chiave di fantastoria; si continui così, e prima o poi, per nostra comune disgrazia, l'antisemitismo dilagherà per davvero.



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    Ho unito il 3D sopra, visto che inerente alle letture sul medio-oriente, in futuro chiunque posti qualcosa sulle libri et simila inerenti al titolo del 3D le posti quì.

    Grazie a tutti

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    Redatto dalla coraggiosa casa editrice genovese Effepi esce questo prezioso quaderno dedicato alla questione medio-orientale. Lo scritto ripercorre le tappe della nascita dello stato sionista prendendo spunto da una frase di Golda Meir “Israele esiste come la realizzazione di una promessa fatta da Dio. Sarebbe ridicolo chiedergli conto della sua legittimità.”. In relazione a quest’assunto sono messe a confronto altre mirabili perle dei vari Aldo Chiarle (Shalom), A. Piperno (Shalom), Deborah Fait (Morashà), Claudio Vercelli (Shalom), Fiamma Nirenstein ( Shalom ma praticamente omnipresente), Ruth Lapidoth (Ambasciata d’Israele), Carlo Pelanda (Il Foglio), e last but not least, il pezzo di Elie Wiesel. A questi interventi, perfettamente in linea con il Meir-pensiero, fa da contro canto l’antologia di articoli “AIPAC: come lavora la lobby sionista negli USA” (pubblicati sul sito dell’Associazione Limes), “La lobby israeliana” di M. Massing su The Nation 24/5/2002, “Aspettando la giovenca rossa sulla via di Armageddon” di R. Giammanco su Hortus Musicus, 11, 2002, F. Fusco su Il Nuovo del 8/3/2003, la Dichiarazione congiunta delle Iniziative Palestinesi per il Diritto al Ritorno ed il paradossale ma acuto pezzo “Gli USA vogliono bombardare Israele” dal sito “Caverna” del Social Forum di Torino. Oltre a ciò il testo della Risoluzione 181 del 29/11/1947 e la lista delle delibere del Consiglio di Sicurezza in cui si condanna in comportamento d’Israele.



    “Palestina: mezzo secolo d’ingiustizia. Israele, l’ONU e le risoluzioni disattese” serie Quaderni n. 20, Genova, 2004, Euro 8.50 può essere richiesto a:

    Edizioni Effepi Via Balbi Piovera 7 - 16149 Genova E-mail: effepiedizioni@hotmail.com http://www.angelfire.com/rnb/effepi/catalogo.htm Telefono: 010-642 3334 - 338-9195220

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    R.Garaudy I miti fondatori della politica israeliana ed. Graphos
    SAINT-LOUP Il sangue di Israele EDITRICE CIVILTA'
    Sella Piero PRIMA DI ISRAELE ed Uomo libero
    Curzio Nitoglia Sionismo e Fondamentalismo ed. sodalitium


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    Titolo: Geopolitica dell'acqua
    Autori:Anzera Giuseppe; Marniga Barbara
    Prezzo: EURO 16,50
    Pagine: 174
    Editore: Guerini e Associati

    L'acqua sta diventando una risorsa sempre più strategica per lo sviluppo degli Stati e il benessere dei popoli. In questi ultimi decenni, proprio a causa dello sfruttamento delle acque, si stanno registrando sempre maggiori tensioni e più frequenti micro-conflitti interstatali. Aree percorse da conflitti, a bassa o alta intensità, vedono nell'oro blu uno dei motivi più validi per cui combattere (Nilo, Giordano, Tigri, Eufrate, Mekong, Gange...). Un libro che apre una finestra sugli scenari futuri delle relazioni internazionali proponendo un'analisi e una visuale inedite da parte di esperti del settore.

 

 
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