Compratevi questo fumetto edito da Mondadori, ne vale la pena.
Joe Sacco, Palestina, una terra occupata
Mondadori, pag 142, € 17
CINQUE SENSI
Daniele Barbieri
Joe Sacco, fumetto e réportage
Si inizia a leggerlo come se fosse una normale storia a fumetti; normale, cioè fiction, finzione narrativa. Anche se sappiamo sin dalla copertina che si tratta di un reportage giornalistico, le consuetudini di lettura restano più forti, anche di quello che si sa. E Joe Sacco è perfettamente consapevole dell'atteggiamento che avranno i suoi lettori, e inizia un po' in sordina, lontano dai luoghi di cui andrà a parlare, al Cairo, a conversare del più e del meno con due egiziani. Ma il problema inizia a sorgere sin dalle loro parole, con una qualche aria di inesorabilità...
E poi ecco: entriamo in Israele anche noi, e i mille piccoli riferimenti a una storia ben nota iniziano a costruire un effetto di concretezza, di realtà.
Abile, sottilissimo narratore, Sacco sembra raccontarci nelle prime pagine più delle sue sensazioni che della realtà che vede. Si tratta di una presa di contatto con questo mondo, sconosciuto a un americano: ed ecco quanto sono arrapanti le ragazze israeliane in uniforme, e quanto sono fichi i soldati, e cosa sente l'amico ebreo americano, anche lui lì per la prima volta ("Sono a casa. Sono a casa!").
Osservazioni marginali e contingenti, in contrasto con i primi dialoghi con palestinesi, dai quali emerge anche una realtà molto diversa. Ma queste annotazioni producono un effetto di realtà straordinario – e la presunzione di finzione del lettore svanisce progressivamente, di fronte a questa prosaicissima quotidianità.
Ancora per un poco il cronista si ritroverà nei panni del turista beffato persino dai bambini palestinesi, dominato, come all'inizio è, dalla consuetudine alla diffidenza per un mondo che ha sempre considerato patria del terrorismo; sino a quando, con una gita a Hebron, inizia davvero il terrore.
E il terrore, nelle pagine che seguono, avrà sempre una sola matrice, quella israeliana: bambini con fratture multiple da proiettili, che avevano cercato di lanciare un sasso contro i soldati; case distrutte con i bulldozer perché qualcuno in famiglia era sospetto; prigione e torture per persone rilasciate qualche volta dopo mesi, solo perché non era emersa nessuna prova a loro carico.
Chi legge le mie parole potrà pensare a una visione di parte. Chi legge Palestina, di Joe Sacco, non può fare a meno di condividere quella visione. Quello che viene descritto, con una capacità giornalistica, narrativa e grafica davvero invidiabili, reca un livello di orrore così alto da indurci a pensare che chi venga trattato così abbia ogni diritto di ribellarsi, con qualsiasi mezzo a sua disposizione. Per quanto gli israeliani possano contare incertezze, disagi, e qualche morto, niente è comparabile a quello che viene descritto qui, all'umiliazione continua, allo svilimento della dignità personale e culturale.
Per fortuna, almeno all'epoca di cui Sacco racconta, i mezzi del dialogo riuscirono a prevalere. Il reportage è infatti del 1991/92, e nel '93 il nuovo premier Rabin strinse la mano ad Arafat, avviando quella che sembrava essere la via del futuro. Altri premier, poi, si sono dati da fare per cancellare quella via.
Per questo oggi il reportage di Sacco è tornato di attualità, anche se il livello dello scontro, rispetto alla prima Intifada, sembra essersi alzato enormemente, lasciandoci sospettare che non solo quello che Sacco racconta sia nuovamente vero e attuale, ma che anzi la situazione dei palestinesi sia oggi ancora più drammatica di quella da lui descritta.
Sacco non ha vinto il premio Pulitzer, come hanno erroneamente affermato pressoché tutti gli articoli usciti recentemente nella stampa italiana. Si tratta di una bufala, un errore che qualcuno ha diffuso e nessuno ha controllato. Si tratta però di un errore comprensibile, in primo luogo perché la qualità del testo di Sacco è veramente da premio Pulitzer, e in secondo luogo perché non si può fare a meno di paragonare questo reportage a quello che Art Spiegelman ha realizzato intervistando il proprio padre sull'olocausto e pubblicandolo con il titolo di Maus – e questo sì che ha vinto il Pulitzer nel 1992.
L'avvicinamento è inevitabile, per il comune livello di qualità e per l'argomento: così che non può non colpire il fatto che almeno una parte di coloro che furono le vittime di quella tragedia siano oggi i carnefici di questa. Come spesso la storia (e anche le storie personali) ci mostra, la vittima impara sempre qualcosa dal suo carnefice – ma sono solo le vittime sopravvissute che possono spezzare questa catena di morte. Certo non coloro che, vittime, lo sono ancora.
Un premio importante, comunque, con Palestina Joe Sacco lo ha vinto davvero, ed è stato l'American Book Award, ricevuto nel 1996, più o meno nel medesimo periodo in cui realizzava un reportage dello stesso tipo da Gorazde, in Bosnia. Le tavole di Gorazde e di Palestina, sono state esposte sino a qualche giorno fa, presso il Museo d'Arte della Città di Ravenna, a cura di Daniele Brolli. Ed era stata la stessa piccola casa editrice di Brolli, la Phoenix Enterprise, a pubblicare per la prima volta in Italia qualche anno fa il volume di Sacco, riedito proprio in questi giorni da Mondadori.
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