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Discussione: Medio oriente

  1. #1
    Tringeadeuroppa
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    Exclamation Medio oriente

    Ankara e Mosca: nuovi sbocchi internazionali per Hamas.

    Scritto il 2010-05-13 in News

    Ankara – Pic. Bisogna cominciare subito a trattare il movimento di Hamas come un partito politico eletto tramite votazioni democratiche: lo hanno affermato ieri Turchia e Russia, negando che il processo di pace possa avere successo senza la sua partecipazione.

    “Sfortuna vuole che i palestinesi siano divisi – ha dichiarato il presidente turco Abdullah Gul in una conferenza stampa tenuta insieme al presidente russo Dmitry Medvedev – ma occorre che si riunifichino, e per farlo è necessaria la disponibilità al dialogo da entrambe le parti. Uno dei partiti coinvolti è Hamas, che ha vinto le elezioni, e per questo non può essere ignorato.”

    “Quando la Turchia parlò con Hamas, ricevette delle minacce - ha poi sottolineato Gul – ma più tardi si rivelò essere la scelta giusta: la pace non si può raggiungere eliminando gli altri.”

    Medvedev, a sua volta, ha ribadito le affermazioni di Gul, aggiungendo il bisogno urgente di trovare una soluzione alla tragedia umanitaria della Striscia di Gaza.

    Il giorno prima, il presidente russo aveva incontrato a Damasco il suo omologo siriano Bashar al-Assad insieme al capo dell'ufficio politico di Hamas Khaled Mishaal, con i quali aveva discusso diverse questioni importanti, in particolare l'assedio di Gaza, la riconciliazione nazionale e l'accordo sullo scambio di prigionieri.

    A questo proposito, Yusuf Rizqa, consigliere politico del leader palestinese, ha commentato ieri in un comunicato stampa che l'incontro di Medvedev con Mishaal rappresenta un passo avanti nelle relazioni internazionali di Hamas, che è riuscito finalmente a costruire rapporti strategici nello scenario politico mondiale.

    Riferendosi poi ai negoziati di pace, ha evidenziato come l'insistenza israeliana nelle attività d'insediamento e di ebraicizzazione nella Gerusalemme occupata confermino la loro inutilità, e come essi contribuiscano anzi a giustificare simili pratiche.

    Ha quindi chiesto all'Autorità nazionale palestinese (Anp) a Ramallah di riconsiderare le sue posizioni devianti riguardo alle trattative con Israele, e di rispondere all'opinione pubblica palestinese quando chiede d'interrompere i negoziati e di appoggiare l'opzione della resistenza.

    L'analista politico e scrittore Shaker al-Jawhari ha descritto l'incontro tra Medvedev, al-Assad e Mishaal come un avvenimento “senza precedenti”, ponendo l'accento sull'accresciuta importanza internazionale di Hamas.

    Al-Jawhari ha inoltre ricordato che Mishaal ha visitato la Russia due volte senza mai incontrare Medvedev, e l'aspetto notevole dell'evento di martedì è che sia stato il presidente russo a voler vedere il leader palestinese.

    L'esperto ha persino lasciato trasparire che questo potrebbe aprire la strada a un rimpiazzo della sponsorizzazione egiziana, soprattutto nell'ambito della riconciliazione interna palestinese, e alla luce del fatto che il comitato del Quartetto internazionale ha dato il via libera al ruolo della Russia nella regione.

    Al centro degli sforzi politici russi, suggerisce al-Jawhari, potrebbe tuttavia presentarsi il problema del riconoscimento d'Israele, un punto che Mosca ha intenzione di oltrepassare.

    http://www.infopal.it/leggi.php?id=14561

  2. #2
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    Predefinito Rif: Ankara e Mosca: nuovi sbocchi internazionali per Hamas.

    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio

    Al centro degli sforzi politici russi, suggerisce al-Jawhari, potrebbe tuttavia presentarsi il problema del riconoscimento d'Israele, un punto che Mosca ha intenzione di oltrepassare.

    http://www.infopal.it/leggi.php?id=14561
    Questo punto che Mosca vuole oltrepassare per sdoganare anche quelli di Hamas in un reale processo di pacificazione mediorientale può pregiudicare tutto, se Hamas, come crediamo, non rinuncerà al punto fermo della riconquista islamica di tutta la cosiddetta "Filastìn".

    E' evidente, d'altro canto, che Mosca e Ankara non sono del tutto omologabili nella loro politica estera:
    • mentre tra Mosca e Gerusalemme i rapporti, nonostante le critiche alle nuove costruzioni, sono migliorati, quelli di Ankara con Gerusalemme sono peggiorati,


    • mentre Mosca punta principalmente a coinvolgere l'OSCE (nella quale è recentemente entrata a far parte anche Israele grazie soprattutto all'appoggio italiano) e la NATO in un nuovo sistema multipolare di sicurezza che sia delineato sull'asse Nord-Sud, e non più sull'asse Est-Ovest, Ankara punta a tornare il faro-guida del mondo islamico, criticando Israele ad esempio,


    • Mosca e Ankara hanno notevole interesse a lavorare insieme ma in molti casi divergono in modo decisivo (ad esempio per il Kosovo o il Nagorno-Karaback).


    Comunque qui si parla sostanzialmente del "piano Berlusconi", appoggiato sia dai russi che da Netanyahu, colla sola differenza che l'Italia è d'accordo con Israele su Hamas mentre Mosca è più realista (= Hamas l'hanno votata gli abitanti della Striscia in massa, non puoi escluderla), ma è evidente che Ankara agisce per motivi propagandistici filo-islamici senza rompere con Israele e addirittura Teheran per motivi d'influenza regionale appoggiando la guerra di Hamas e Jihad islamica contro lo Stato ebraico, quindi non illudiamoci di fantomatici assi eurasiatici pro Hamas.

    Ad ogni modo la visione di Lieberman (scambio di popolazioni e di territori tra Stato ebraico e Anp), non fosse per le ambizioni espansive di Israele (che d'altronde vuole uno spazio vitale minimo per dare un senso al progetto sionista che rischia di essere un flop) sarebbe la più auspicabile.

    Quello che invece ci preme sottolineare, riguardo Russia e Turchia, tema che ci sta ben più a cuore, è che non condividiamo gli entusiasmi eurasiatisti su Ankara, la quale continua ad avere come priorità l'Unione europea e assume un comportamento spiccatamente pericoloso sui temi affini alla faccenda del suo ingresso come l'immigrazione, il "pericolo" di un 'club cristiano' e il Nabucco usati come deterrenti per irrompere a Bruxelles, francamente riteniamo che solo la cecità di chi osserva i fatti con lenti fortemente ideologiche può ignorare quanto questo comportamento irritante sfiguri decisamente anche quello peggiore di Israele, tra le minacce all'Europa.


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 13-05-10 alle 20:29

  3. #3
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    Predefinito Rif: Ankara e Mosca: nuovi sbocchi internazionali per Hamas.

    La Russia di Vladimir Putin in Medio Oriente attua una politica realista senza alcun apriorismo ideologico che invece caratterizza sia gli occidentalisti che sperano in un fronte unico USA-Russia in funzione anti-islamica, con la seconda appiattita sui primi, che i sognatori di assi terzomondisti fra la Russia e i 'diseredati' del Terzo Mondo.
    La Russia appoggia Lieberman in Israele e dialoga con Hamas.
    Putin non vuole che uno degli attori politici in gioco abbia un predominio netto sull'altro.
    La Federazione Russa ha ottimi motivi per mantenere buoni rapporti sia con Israele che con l'ANP e con Hamas.
    La soluzione alla questione israelo-palestinese per la Russia dev'essere una sola: due popoli-due stati.
    Pertanto, inutile credere che con queste mosse la Russia voglia la "distruzione dell'entità sionista". Al contrario, vuole un riavvicinamento delle parti in causa, nell'ottica di far superare loro l'ostilità attuale.
    Che sia facile è lecito dubitarlo.
    Non si creda però che la linea di Mosca sia tanto differente.
    Riguardo ad Ankara, la questione è molto semplice: la Turchia rimane un paese NATO che è tutt'ora in attesa di aderire all'Unione Europea.
    Fra Turchia e Stati Uniti d'America i rapporti non sono peggiorati, anzi, Obama e la Clinton hanno fatto di tutto e fanno di tutto per migliorare ulteriormente i rapporti.
    Motivo per cui l'attuale Amministrazione USA ha avuto dei forti dissensi con il governo israeliano, che, invece, a dispetto della tradizionale amicizia turco-israeliana, in questo periodo guarda in cagnesco Erdogan.
    Va riconosciuto ad Erdogan l'attuazione di una politica estera tesa a fare della Turchia un paese non prono ad interessi stranieri e 'libero' di agire sullo scenario politico internazionale.
    Ma questo 'realismo erdoganiano' - fondato su una forma di pan-turchismo islamofilo - si caratterizza per una versatilità che molti eurasiatisti sembrano dimenticare con evidenza.
    La Turchia fa giustamente i suoi interessi. Pertanto, fa accordi energetici con la Russia, l'UE, l'Italia in particolare, e sta cercando di attuare una politica estera di amicizia coi paesi dell'area euro-russa.
    E - sempre giustamente - i paesi europei e la Russia hanno colto la palla al balzo.
    Ciò che invece va evitato è l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea per i motivi summentovati.
    Un altro punto interrogativo sulla Turchia di Erdogan è dato dalla sua adesione entusiastica al progetto Nabucco, "cavallo vincente" del blocco anglo-americano teso ad applicare il solito 'divide et impera' fra gli Europei.
    Merkel e Sarkozy si oppongono all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea non per 'atlantismo' - gli USA sono ancora 'sponsor' dell'ingresso turco in UE - ma perchè sono consapevoli dei problemi che potrebbe creare una cosa del genere.
    Non parlo di una loro presunta 'affezione' per i destini dei popoli europei di razza bianca e di derivazione indoeuropea - magari! - nonchè di religione cristiana, ma quanto meno di una consapevolezza dei possibili squilibri - economici, sociali e politici - che l'ingresso turco in U.E. potrebbe comportare.
    De facto, la Russia si vuole rapportare alla Turchia ma non gradirebbe troppo un suo ingresso in U.E. perchè sa perfettamente che questo non farebbe altro che accelerare il progetto Nabucco.
    Ipotesi di accordo fra il progetto South Stream e il progetto Nabucco sono state avanzate sia da parte russa che da parte europea, ma più per dichiarazioni di principio con fini diplomatici che con il reale intento di fare un compromesso che annulli qualsiasi possibile conflittualità.

    Il vero problema dei principali governi europei occidentali, in primis Francia e Germania, è la loro sostanziale schizofrenia: al loro oggettivo interesse alla creazione di un blocco geopolitico euro-russo (Roma-Parigi-Berlino-Mosca) non sanno far corrispondere nè una politica interna che annulli la conflittualità sociale e risolva l'annosa questione migratoria superando le logiche fallimentari del politicamente correto nè un effettivo affrancamento dalle pretese egemoniche britanniche e statunitensi, per non parlare poi del fatto che nulla fanno nè hanno intenzione di fare per cambiare quel colosso burocratico e tecnocratico che stritola i popoli detto Unione Europea, che, finchè non si trasformerà in un 'qualcosa di più e di migliore', finirà per essere un anonimo attore sul palcoscenico della politica internazionale.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Ankara e Mosca: nuovi sbocchi internazionali per Hamas.

    D'accordo con Giò sulla Turchia, Francia e Germania frenano Ankara nella sua frenetica corsa all'Europa fondamentalmente per tre motivi,

    • se Ankara aderisse, oltre a ritrovarsi una maggioranza assoluta o relativa nelle istituzioni europee, minerebbe la storica predominanza franco-tedesca in Europa che risale praticamente alle sue stesse origini, con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio,


    • se la Turchia entrasse, ci sarebbe una maggiore concorrenza sul mercato del lavoro e su quello delle merci da parte dei turchi, non per niente la Turchia è stata paragonata alla Cina da questo punto di vista,


    • se i turchi diventassero cittadini europei a pieno titolo, sarebbe un problema per la Germania che ne ha parecchi, impiegati per certi lavori.


    Quindi, come fa notare Giò, posizioni dettate da tutt'altro che da ordine identitario, piuttosto d'ordine utilitario, che tuttavia andrebbero sostenute pur di evitare le conseguenze identitarie, politiche, giuridiche, culturali e demografiche di un paese per la stragrande maggioranza asiatico ed islamico in seno alla Comunità europea.

    Tuttavia il nostro Paese sostiene Ankara, in una ottica geopolitica non sbagliata ma pericolosa, che illustra lo stesso Alexandre Del Valle (proprio lui!) tra gli 'aspetti positivi' dell'ingresso nel suo libro contro la Turchia in Europa:

    Argomenti di significativa levatura geopolitica

    E difficile negare che altri argomenti più pertinenti e ragionati a sostegno di questa eventualità debbono comunque essere presi in considerazione. Sotto il profilo dell’”alta geopolitica”, molti sostenitori di una Turchia “europea” sembrano persuasi del fatto che un’entrata di questo Paese nell’Unione conferirebbe a quest’ultima un notevole potenziale geostrategico. Politicamente parlando, attualmente la penisola anatolica appartiene infatti a cinque sotto-sistemi regionali: il Mediterraneo orientale, il Medio Oriente, i Balcani, il Caucaso e l'Asia centrale. La Turchia è poi l’anello di congiunzione primario tra Vecchio Continente e Asia, e quello marittimo tra Mediterraneo e Russia. Non solo. La Turchia irriga buona parte del Medio Oriente grazie al possesso delle fonti di due grandi fiumi: il Tigri e l'Eufrate. L'integrazione della Turchia garantirebbe anche il controllo dei Paesi del Golfo e dei suoi giacimenti petroliferi. Senza considerare che, grazie ad una comunione con Ankara, l'Unione potrebbe di controllare le ricchezze di petrolio e di gas del Caspio e dell'Asia centrale. Oltre a ciò, l’Europa potrebbe dominare completamente il Mediterraneo e il Mar Nero, ed ottenere un notevole quantitativo di mano d'opera a buon mercato ed un incremento demografico globale utile a combattere il problema dell'invecchiamento progressivo della sua popolazione. Alcuni sono poi sinceramente convinti della necessità di fare entrare la Turchia in Europa per incrementarne la potenza militare per bilanciare la superpotenza americana. In effetti, nella misura in cui l’Unione europea fosse in grado di concepire una politica estera comune (eventualità a tutt’oggi ancora remota) l’apporto della Turchia potrebbe rivelarsi effettivamente considerevole. L’Europa potrebbe diventare, almeno in teoria, la grande potenza euro asiatica tanto temuta da tutti gli strateghi anglosassoni, da Mackinder a Zbigniew Brzezinski, sfuggendo così al controllo della potenza marittima americana.
    Tuttavia egli prosegue elencando come l'Europa - divisa e debole politicamente - non sia attualmente in grado di gestire l'ingresso turco nella direzione di cui sopra, come la situazione politica della Turchia stia mutando in senso filo-islamico e neo-ottomano - quindi piuttosto ostile all'Europa - e come Ankara faccia leva sui più pericolosi 'sensi di colpa' dell'Europa, auspicandono un ulteriore scalfitura della sua identità cristiana, infine, come ben difficilmente un Paese nazionalista e militarizzato come la Turchia accetterebbe di rinunciare alla sua attuale sovranità (derin devlet) per consentire all'occidente europeo di diventare una potenza globale.

    Per come la vediamo noi, una Turchia che fa leva sugli immigrati come 'quinte colonne' con il compito di influenzare la politica dei vari Stati europei, che vuole usare Nabucco per ricattare con l'energia l'Europa, è una bella gatta da pelare per non dire di peggio.

    Molto meglio - e l'hanno capito francesi e tedeschi svincolatisi dagli americani - dare priorità alla Russia, anche perché non vuole infilarsi nell'Unione europea ma ben gradirebbe un partenariato euro-russo.

    Per quanto riguarda l'Europa, già un'Europa come quella che ci ha indicato l'allora cardinale Joseph Ratzinger, che riconosca cioè le proprie radici cristiane ed identitarie, che in nome del "Continente culturale" si estenda alla Russia ma non alla culturalmente ormai non più europea Turchia, con la quale avere rapporti privilegiati a vantaggio di un islam 'tradizionalista' meno fondamentalista di quello dei paesi arabi, sarebbe un progetto per l'Unione europea già largamente auspicabile, anche perché concreto.

    Tocca però notare che la rapida reislamizzazione in Turchia ha permesso un'infiltrazione da parte delle monarchie fondamentaliste del Golfo persico nel Paese (Erdogan ha ricevuto perfino a Ryadh il Premio Re Faysal, il 'Nobel' islamico), quindi anche l'idea di un islam turco non fondamentalista e amico dell'Europa non va sopravvalutata.

    Certo a Erdogan va riconosciuto il merito di aver - come Berlusconi - aggirato la sudditanza del suo Paese alle cosiddette 'superpotenze', ciò non toglie che l'Akp non intende affatto rivedere il suo impegno atlantico (per questo dovete sapere che ha trovato una certa opposizione in Turchia!), pur guardando anche al pan-turchismo e al pan-islamismo oltre che alla mera Real-politik, e che le politiche turche a nostro avviso sono ben lungi dall'essere positive per l'Europa, a cui Erdogan da continue lezioni di 'multiculturalismo' tutt'altro che gradite, si spera.


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 13-05-10 alle 22:12

  5. #5
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    Predefinito Rif: Ankara e Mosca: nuovi sbocchi internazionali per Hamas.

    Christian Bouchet: Una questione sensibile in Europa: quella dell’integrazione della Turchia nell’Unione europea. Che cosa ne pensano al Cremino e che cosa ne pensa un teorico di geopolitica come lei?

    Aleksandr Dugin: Il Cremino è assolutamente contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione europea perché la Russia vuole sviluppare delle relazioni strategiche con una Turchia che si allontani sempre di più dagli Stati Uniti. I patrioti turchi stessi sono contrari a che il loro Paese si integri nell’Unione europea. Quanto a me, condivido la posizione del Cremino e delle masse patriottiche turche che credono di perdere la loro identità nazionale e culturale con un ingresso nell’Ue.

  6. #6
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Parla il presidente siriano

    Assad: "Vedo un nuovo Medio Oriente. Siria pronta a trattare sul Golan".

    Parla il presidente siriano: "E' in atto un cambiamento epocale non solo nella regione. Ci sono Paesi, come Cina e Brasile, che non aspettano più che sia Washington ad assegnare le parti".

    Dai nostri inviati Andrea Bonanni e Alix Van Buuren

    DAMASCO - "Non possiamo più aspettare", dice Bashar al Assad, il presidente siriano. "L'America di Obama aveva suscitato speranze riguardo a una nuova politica mediorientale. Però, adesso è scoccata una nuova ora. Un'intesa fra le potenze del Medio Oriente sta ridisegnando l'assetto della regione". Seduto su un divano in pelle nera nel suo studio presidenziale, Bashar al Assad traccia quelli che definisce i contorni di un nuovo quadro geopolitico. Avverte: "Questa non è una inversione di rotta: noi vogliamo buoni rapporti con Washington. È, piuttosto, la presa di coscienza di una realtà: del fallimento di America ed Europa nel risolvere i problemi del mondo, nella nostra regione. Da questo fallimento affiorano necessariamente altre alternative: una mappa geostrategica che allinea Siria, Turchia, Iran, Russia, accomunate da politica, interessi, infrastrutture. Prende forma un unico spazio che unisce cinque mari: Mediterraneo, Mar Caspio, Mar Nero, Golfo Arabo e Mar Rosso. E cioè, il centro del mondo", spiega. E poi: "Non si tratta di rinunciare alla pace: se Israele ci restituirà il Golan, noi non potremo dire di no. Ma solo un accordo complessivo, che includa i palestinesi, garantirà la pace vera. E la pace, prima o poi, arriverà".

    Signor presidente, lei sta delineando un nuovo fronte strategico come alternativa a un Occidente di cui lei vede declinare l'influenza?
    "Io ricavo una lezione dagli errori del passato. L'America e l'Europa avevano detto risolveremo noi i problemi. E noi abbiamo aspettato. Ora non crediamo più nel ruolo di altri Paesi. Se qualcuno vuole aiutare, benvenga. Però, la soluzione spetta a noi".

    Se Israele fosse disposta a concludere un trattato con la Siria, lei accetterebbe? O pretende un accordo allargato al mondo arabo?
    "Molti, in Occidente, non capiscono la differenza. Se Israele è pronta a restituirci il Golan, noi non possiamo dire di no a un trattato di pace. Ma solo una soluzione complessiva garantisce la pace, quella vera. Un accordo limitato a Siria e Israele lascerà irrisolta la questione palestinese. Più che una pace, sarà una tregua. Infatti, con cinque milioni di profughi palestinesi sparsi nel mondo arabo, la tensione resterà alta".

    Israele le chiede di interrompere i rapporti con l'Iran, in cambio di un'intesa. Lei parla di nuove alleanze con Teheran. Non è una contraddizione?
    "Premettiamo questo: la pace riguarda la Siria e nessun altro. Questa è la mia terra, il mio problema. L'Iran non c'entra niente con il mio negoziato e né lo intralcia. Perché dovrei allontanarmi da Teheran, finché appoggia la pace? Israele conosce le condizioni dell'accordo. Lo hanno detto a Moratinos, il ministro degli Esteri spagnolo".

    Cosa gli hanno detto?
    "Queste parole testuali: Sappiamo che la pace con la Siria non avverrà senza la restituzione del Golan, fino all'ultimo centimetro".

    Ma la troppa intransigenza, presidente, non stroppia?
    "Mettiamola così: se vi rubassero qualcosa, voi la vorreste indietro tutta, o solo in parte? Possiamo accettare molti compromessi: sulla sicurezza, sui rapporti. Però sulla terra, no: su quella non si tratta".

    E l'America? Lei ha rinunciato alla speranza di una sua mediazione?
    "L'America ora non ha influenza, perché non sta facendo niente. Però, resta l'unica grande potenza. Se vorrà avere una parte nei negoziati, sarà determinante nella fase finale, quando servirà la garanzia della comunità internazionale".

    Ma una fase dei negoziati è partita con i colloqui indiretti fra Israele e l'Autorità palestinese, mediati da Mitchell, l'inviato speciale Usa. È un passo importante?
    "Tutti sanno che porterà a niente. Lo sanno gli arabi, i palestinesi, persino gli americani. A Washington lo ammettono in privato: non si fidano di questo governo israeliano".

    Che segnali le arrivano dalla Casa Bianca di Obama?
    "Io vorrei distinguere fra la persona di Obama e l'America in quanto Stato. Il presidente ha buone intenzioni. L'atmosfera è decisamente migliorata: è stato tolto il veto al nostro accesso all'Organizzazione mondiale del commercio. Ma poi ci sono il Congresso, le lobby, che intervengono nel nostro rapporto in modo a volte positivo, altre negativo. E alla fine, contano i risultati".

    Già, ma Stati Uniti e Israele vi accusano d'avere consegnato missili Scud al vostro alleato Hezbollah in Libano. È così?
    "Ma no che non è così. Chi prende queste accuse sul serio? Nemmeno gli americani. È propaganda d'Israele, che non ha fornito la minima prova. Israele ha un problema d'immagine, offuscata per il trattamento inflitto ai palestinesi, per l'offensiva e l'embargo contro Gaza, per il rifiuto di congelare le colonie, di aderire alle iniziative di pace americane e arabe. Le accuse sono un diversivo per frenare l'intesa fra America e Siria. Ma intanto, noi continuiamo a lavorare per la pace. Prima o poi, arriverà".

    Da cosa ricava questa convinzione?
    "Ascoltate, non accadrà nel prossimo futuro. Israele adesso non è pronto a un'intesa. Non può farlo. La società israeliana s'è spostata troppo a destra. È un processo iniziato nel '67, si è approfondito con l'avvento di due destre al potere in America e in Israele: Bush e Sharon. E poi, serve un leader vero, che guidi la società. Non un impiegato, che bada soltanto a farsi riconfermare ogni quattro anni".

    E allora perché lei è ottimista?
    "Perché Israele ha perso uno dei suoi principali deterrenti. Finora contava sul potere delle armi. Ripeteva "non m'importa che m'amino, l'essenziale è che mi temano". Ora, malgrado la forza militare d'Israele, gli arabi non lo temono più".

    Presidente, il quadro che lei va dipingendo giustifica un ripensamento della sua scelta strategica di allinearsi con Washington?
    "Se vogliamo parlare di strategie, il fatto è che l'America adotta l'approccio empirico del "trial and error". Io invece ho una strategia, ed è guidata dai nostri interessi. Il mio rapporto con gli Stati Uniti passa attraverso questa lente".

    E che aspetto ha il suo mondo, visto attraverso quella lente?
    "Vedo un cambiamento epocale, non solo in Medio Oriente: Paesi, come anche Cina e Brasile, che non aspettano più che sia l'America ad assegnare le parti. Quanto alla nostra regione, vedo quel che molti non vogliono cogliere: la nascita di un'alleanza dettata da interessi comuni; di uno spazio nel quale coincidono politica, interessi e infrastrutture. È una nuova mappa saldata anche da una contiguità territoriale. Su questa si muovono potenze regionali ed emergenti".

    Quali?
    "La Siria, l'Iran, la Turchia. Ma anche la Russia. Sono tutti Paesi che stanno collegandosi l'un l'altro, anche fisicamente, attraverso gasdotti e oleodotti, ferrovie, reti stradali, sistemi per la conduzione dell'energia elettrica. Un unico, grande perimetro unisce cinque mari: il Mediterraneo, il Mar Caspio, il Mar Nero, il Golfo Arabo e il Mar Rosso. Stiamo parlando del centro del mondo. Da Sud a Nord, da Est a Ovest, chiunque si muova, deve percorrere questa regione. Ecco perché è stata flagellata da guerre per migliaia di anni".

    Quindi ora in Medio Oriente bisognerà fare i conti con una triplice alleanza: Siria, Iran e Turchia?
    "Esatto. Tra di noi, Paesi confinanti, debbono esserci buoni rapporti. Ce lo insegna il passato: a cosa sono serviti, infatti, 80 anni di conflitti con la Turchia? A niente. E invece, guardate i risultati: senza l'intesa fra Siria, Iran e Turchia, quale sarebbe oggi la situazione in Iraq, e più in generale nella regione? Molto peggiore, ve lo assicuro".

    Ma la prima prova del fronte che lei descrive, cioè il blitz diplomatico di Turchia e Brasile sul nucleare iraniano, ha lasciato scettici americani ed europei. Secondo lei, perché?
    "È uno scetticismo che mi lascia scettico. Non sembra che l'Occidente voglia risolvere il problema. Nella regione siamo preoccupati, perché quel che sarà imposto all'Iran, varrà anche per gli altri. Infatti il futuro dell'energia è il nucleare, oltre alle fonti rinnovabili. Anche io lo avrò, almeno per la produzione di elettricità. È un mio diritto, garantito dal Trattato di non proliferazione".

    L'Iran oggi è considerato un grave pericolo dalla comunità internazionale. E la dura repressione contro l'opposizione interna dopo il voto dello scorso giugno non ha certo fatto cambiare idea. Non crede che l'allarme dell'Occidente sia giustificato?
    "Qualcuno mi accusa d'avere stretto un patto col diavolo. Non è così. La mia è un'alleanza con un Paese importante nella regione, ed è questo che vale. È un vicino. E occorre avere buoni rapporti con i vicini, se vuoi risolvere un problema".

    Ma si può collaborare con chi mette in dubbio l'esistenza stessa di Israele e ne invoca ogni volta la sua distruzione?
    "In politica si dicono tante cose, ma contano le azioni. Se l'Iran vuole davvero la distruzione di Israele, perché ha appoggiato il nostro negoziato di pace? A Teheran sono più moderati di quanto si voglia dire".

    E la Russia, che parte ha? Il presidente Medvedev è appena venuto da lei: la prima visita di un capo di Stato russo a Damasco dai tempi dei bolscevichi. Sono in arrivo altre novità?
    "La visita di Medvedev vi fa capire la portata del cambiamento. Tutti vogliono avere un ruolo in questa regione. Anche la Russia ha i suoi interessi. Seguite i suoi movimenti e capirete il messaggio. Dopo Damasco, Medvedev è andato in Turchia dove ha firmato contratti per miliardi di dollari, ha eliminato i visti tra i due Paesi. Lo stesso abbiamo fatto noi con i turchi".

    Mosca però vi fornirà anche armi, mentre l'America dà a Israele un nuovo sistema anti-missilistico. Stiamo tornando alla Guerra fredda?
    "I russi non hanno mai creduto che la Guerra fredda fosse finita. E neppure noi. Ha soltanto cambiato forma, s'è evoluta col tempo. La Russia sta riaffermandosi. E la Guerra fredda è la normale reazione al tentativo americano di dominare il mondo".

    Lei ha sfidato l'America a Beirut? Crede d'aver vinto la battaglia del Libano?
    "I termini che voi usate non sono i miei, né rispecchiano il mio pensiero. Altri parlano di sfide e battaglie, perché il Libano era diviso in due campi: uno sostenuto dall'America, l'altro a favore di una diversa opzione, contraria a Israele. La vera vittoria sarebbe il riuscire ad avere buoni rapporti con tutti i libanesi. Come vedete, non è una guerra d'influenza fra Siria e Stati Uniti".

    Presidente, ha ricevuto il premier libanese Sa'ad al-Hariri. Avete parlato a quattr'occhi dell'omicidio del padre, l'ex premier Rafiq al-Hariri, di cui voi siete accusati?
    "Io sono una persona franca. Gli ho detto: sii sincero con me. Se credi che lo abbiamo ucciso noi, o che siamo coinvolti, devi dirmelo".

    E lui?
    "Era in visita come primo ministro; in quella veste ufficiale, non può esprimere un giudizio privato. Diventa affare di Stato. Deve aspettare le prove del Tribunale".

    E come si pronuncerà, a suo avviso, il Tribunale?
    "La nostra migliore difesa è collaborare. Io sono convinto della nostra innocenza".

  7. #7
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    Predefinito Rif: Parla il presidente siriano

    Facciamo una discussione unica sul Medio Oriente che altrimenti perdiamo la linea del Forum che non è né POLitica Internazionale né Eurasiatisti.

    carlomartello

  8. #8
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: Parla il presidente siriano

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Facciamo una discussione unica sul Medio Oriente che altrimenti perdiamo la linea del Forum che non è né POLitica Internazionale né Eurasiatisti.

    carlomartello
    Boh.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Medio oriente

    Una nota sulle dichiarazioni di Assad circa la Russia (che sicuramente interessano maggiormente): Assad ha già tentato (fallendo) di fare della disputa israelo-siriana un teatro locale del risiko globale tra America e Russia, infatti tempo fa propose a Putin di installare in Siria lo scudo missilistico russo in risposta a quello americano nel Baltico. Purtroppo Assad si è beccato il niet di Putin sull'istallazione di missili in Siria inquadrata in questa più grande disputa, che solo in parte è stata risolta dallo START2 come ha precisato Lavrov. Fondamentalmente perché Israele non è il Baltico: i rapporti bilaterali tra Mosca e Gerusalemme li ha lanciati Putin stesso e sono sempre rimasti stabili a patto che i russi non fornissero agli arabi e ai mussulmani armamenti offensivi (diverso il discorso per quelli difensivi, cioè non in grado di colpire lo Stato ebraico), Medvedev più recentemente si è detto preoccupato per le sorti dei connazionali russi che vivono in Israele (terzo paese al mondo per cittadini russi residenti dopo il Kazakistan), in effetti Mosca non trascura i rapporti bilaterali con nessuno stato del Medio oriente e vuole proporsi come una credibile potenza regista della pacificazione della turbolenta regione.

    Sulla Siria c'è da dire che per i migliori analisti di politica internazionale è la chiave di questa pacificazione, lo sanno tutti, Kissinger, Berlusconi, la nuova amministrazione USA, i Russi, meno vogliono saperne siriani e soprattutto israeliani. Ma c'è anche da dire che tra gli Assad (di confessione alawita, shiita d'adozione) e l'Iran è sorto un legame più forte che con i paesi tradizionalmente vicini a Damasco come la Francia e la Russia. Ora Assad è strattonato da una parte da chi, come ad esempio il presidente francese, lo vuole un 'vero interlocutore' degli europei, e dall'altra da chi, come il presidente iraniano o Hizbollah, lo vuole una quinta colonna contro Israele e forte in Libano.

    E' chiaro che per quanto concerne la politica italiana, noi ora vogliamo a tutti i costi far ritirare gli israeliani dal Golan per realizzare il piano di Berlusconi per il M.O. Inoltre più di qualcuno guarda ai partiti nazionali arabi, come quello al potere in Siria, come le forze adatte a contenere la spinta del fondamentalismo dilagante. In realtà sia in Egitto che in Siria le autorità sono da tempo scese a patti con l'islam istituzionalizzandolo, a scapito dei cristiani (in Egitto i copti, in Siria i caldeo-siriaci dei quali il ricordo del genocidio subito sotto gli ottomani è stato stranamente abolito, nonostante le vecchie ruggini turco-arabe e la cristianità del fondatore del ba'as siriano Michel Aflaq!).


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 25-05-10 alle 22:16

  10. #10
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    Predefinito Rif: Medio oriente

    A parte l'accostamento del nome "Berlusconi" a "migliori analisti di politica internazionale" quoto sostanzialmente Carlomartello !!

 

 
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