...è un'opinione

Sosteneva Pitagora che la proprietà dei numeri è la giustizia: e ciò significava che il risultato di operazione di matematica non può che essere giusto: 4 diviso 2, non può che dare 2, in quanto moltiplicando due per due si ottiene 4. Ma, se la matematica non è una opinione, si può sostenere che le pagelle delle società di rating, espresse in forma matematica, siano oggettivamente giuste?

Mentre Standard & Poor’s, una delle due maggiori società di rating, ha ridotto la valutazione dei titoli pubblici italiani, inserendo
dopo le due AA un ”meno”, Moody’s che è l’altra grande agenzia di valutazione ha invece lasciato invariato il proprio giudizio.
Chi ha ragione? A quale delle due valutazioni bisogna credere?
A differenza che nella matematica pitagorica, qui ci sono due diversi risultati.
Dunque siamo di fronte a giudizi soggettivi, non a calcoli oggettivi.
Il “meno” di Moody’s accanto alla doppia A vale un terzo di punto, lo 0,33 per cento, in quanto ogni lettera può avere, a fianco, un più, un niente o un meno.
Ma il segnale che S&P voleva dare, con questo -0,33 non sembra sia stato percepito dal mercato internazionale. Dopo una breve fluttuazione, la quotazione della rendita italiana è tornata al precedente livello.
Il mercato rimane fiducioso nella capacità del nostro paese di onorare il suo debito.
La quotazione della nostra rendita potrà variare, ma non per le ragioni utilizzate da S&P, che sono di tipo politico.
I fattori che possono abbassare le quotazioni (e quindi far aumentare il tasso di interesse effettivo, rispetto al nominale) sono altri.
Non contano più il tasso di inflazione italiano e il cambio della lira, ma il tasso di inflazione medio dell’euro e il suo cambio. Conterebbe invece il fatto che l’Italia superi il parametro del 3 per cento sul prodotto interno lordo (pil) in modo effettivo, in misura sensibile.
Quando il mercato azionario va molto bene, la gente è meno interessata ai titoli a reddito fisso. E quando le obbligazioni private, che offrono tassi più alti della rendita pubblica, appaiono appetibili, la rendita pubblica ne soffre.
Il rischio delle obbligazioni, comprese le euro obbligazioni del mercato di Londra, che il Financial Times ama e tutela come un figlio prediletto, è ancora elevato perché le società di rating sono state indulgenti con i bond privati.
E quindi anche se essi hanno un buon rating, vengono percepiti come rischiosi.
I bond Parmalat, emessi in Lussemburgo per sfuggire alle norme italiane, avevano un ottimo rating di S&P, nonostante che il loro importo totale superasse il capitale sociale (cosa vietata dal nostro codice civile per le obbligazioni delle società per azioni in Italia) e non si capisce come l’utile sul latte potesse bastare a pagare gli elevati interessi su tali bond.
Anche per i “bond-tango” argentini e i “bond-pelati” Cirio, il rating è stato abbassato in ritardo come per i bond-Calisto (in greco
“bellissimo”) della Parmalat.
Le società di rating erano state malcaute anche con le azioni di Enron: il crack societario maggiore del ‘900, dovuto al fatto che questa compagnia da utility del gas e dell’elettricità s’era trasformata in casinò per il gioco su derivati.
Ora sui mercati internazionali si avverte un certo ritorno alle
obbligazioni con rating B, a rischio palesemente elevato.
I risparmiatori italiani di provincia (che hanno soldi veri da investire) comunque, dopo esser stati scottati dai bond privati, preferiscono la rendita pubblica, come in passato.
E i giudizi delle società di rating, comunque, non godono di molto credito. La gente ha percepito che in essi vi sono fattori non pitagorici.

Insieme con le società di rating, hanno perso credito anche le società di revisione dei bilanci.
Anzi di loro ci si fida ancora di meno, dopo che s’è scoperto che, usufruendo di grosse parcelle, per i bilanci a cui dovevano consegnare la pagella, esitavano a dare giudizi negativi perché temevano di perdere clienti.
Per il vero anche le società di rating non sono caste.
Basta aprire il sito internet di S&P per scoprire che essa offre consulenze sugli investimenti e persino sui rischi finanziari. L’annuncio dice proprio che S&P “offre strumenti e servizi integrati per aiutare le istituzioni finanziarie a rafforzare il loro sistema interno di rating. Essa aiuta i clienti, a livello mondiale, a sviluppare, aumentare e validare i loro processi di valutazione del proprio credito”.
Si suppone che chi si è servito di tali consulenze possa migliorare il suo rating. E’ un po’ come un professore di scuole medie che dà lezioni private agli studenti, per aiutarli a migliorare la loro matematica. Ed è particolarmente richiesto se i suoi alunni sanno per certo che, a fine anno, se lo ritroveranno alla maturità nella commissione d’esame.

Francesco Forte su il Foglio del 10 luglio

saluti