Il 9 luglio scorso Paul Khlebnikov, direttore dell'edizione russa di Forbes Magazine e autore di un libro sul magnate Boris Berezovsky, è stato ucciso a Mosca da quattro colpi d'arma da fuoco.
Forbes aveva dato il via alla sua edizione in lingua russa nel mese di aprile. A maggio il magazine aveva attirato l'attenzione dell'opinione pubblica per la pubblicazione della lista degli uomini più ricchi di Russia. La rivista, in particolare, aveva messo in evidenza la grande concentrazione di miliardari a Mosca. "Qui le persone decollano e falliscono con stupefacente rapidità" aveva detto Klebnikov durante la conferenza stampa di presentazione della lista.
di Giulietto Chiesa
Quanti sono stati i giornalisti uccisi in Russia a partire dal 1991? Fatti tutti i conti, se la memoria non m'inganna, dovrebbero essere non meno di 35 (sempre che non si dimentichino i giornalisti della lontana periferia, lontani, con le loro povere vite e le loro povere morti, dagli occhi del mondo, negletti da tutti anche se cercavano di fare il loro mestiere)...
Interessi potenti e selvaggi li hanno uccisi, a riprova del fatto che il mercato non si costruisce in qualche mese, e nemmeno in pochi anni. A dimostrazione (ma Jeffrey Sachs e Anders Aslund, e parecchi altri professorini di Harvard non avevano letto le opere di Fernand Braudel) che le correnti che lasciano il segno nella storia sono soltanto quelle profonde, anzi profondissime, mentre le schiume di superficie passano e scompaiono senza nulla mutare
Per costruire la societa' borghese ci sono voluti quattrocento anni di sviluppo del capitalismo, la maturazione di un cultura del diritto che trasformo' i rapinatori dell'accumulazione primitiva in rispettabili proprietari e diede vita allo Stato, come l’abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli e mezzo. Si potrebbe dire che i veri responsabili di quelle morti sono stati coloro che vollero accelerare, a tutti i costi, senza minimamente calcolare le conseguenze che avrebbe prodotto una tale accelerazione. Ben piu' gravi, naturalmente, delle morti di un certo numero di giornalisti russi. Perche' se la "transizione" non finisce mai, la ragione va ricercata proprio in quell'accelerazione insensata.
Quanti assassini sono stati scoperti? Quanti mandanti sono in galera? Direi nessuno, se non ho perso qualche puntata di questa storia. Ricordo quello, altisonante, di Vlad Listev. Se ne parlo' per qualche settimana, sembrava che i detentori del potere, arroccati nel Cremlino, avrebbero tentato ogni strada per scoprire il colpevole. Ma ai tempi di Boris Eltsin tutto affondava nella palude dell'omerta'. Non se ne seppe piu' nulla. Era faccenda interna a quel ristretto nucleo di persone che aveva privatizzato perfino la politica.
E adesso? Adesso e' un giornalista straniero, anche se il suo nome e' russo, a cadere sotto il piombo. Il tempo e' passato. Sembrava che la spartizione del bottino fosse ormai finita. Ma pare che non lo sia ancora. Sembrava che la "transizione" (quante volte ho sentito ripetere questa parola!) fosse finita. Ma, poi, transizione verso che cosa? Non certo verso lo stato di diritto, che invece di avvicinarsi sembra che si allontani in una giungla intricata, popolata di belve.
Il fatto e' che questa volta, questa morte, ha portato un danno tremendo all'immagine della Russia nel mondo. Chi l'ha organizato, questo assassinio, non poteva non saperlo. Non credo si possa pensare semplicemente a qualcuno che ha perso le staffe, a qualcuno che si e' sentito offeso, a qualcuno di coloro - come ha scritto Serge Shmemann sul New York Times - che "avrebbe seri problemi a spiegare come e dove ha messo insieme i miliardi".
E' una morte che sembra costruita appositamente per far pensare, e scrivere - com'e' in effetti avvenuto sui giornali di tutto il mondo - che e' il prodotto "di quella banda ristretta e stravagante della societa' russa che e' emersa durante il periodo delle privatizzazioni, dopo il collasso del comunismo".
Mikhail Khodorkovskij ne ha tratto una lezione che a me pare molto discutibile. Ha detto che la morte di Klebnikov e' "un altro orribile simbolo della impreparazione della societa' russa alla trasparenza" . Mi domando se sia davvero la societa' russa nel suo complesso ad essere impreparata, oppure le sue élites. Ma trovo anche troppo facile (oltraggioso, direi) presentarla come l'ha descritta Boris Berezovskij, secondo cui "Klebnikov conosceva poco la realta'. Nell'occidente i ricchi sono felici di essere citati pubblicamente, mentre in Russia dove si e' assistito alla piu' colossal redistribuzione della proprieta' di tutta la storia e senza leggi, questa e' una faccenda molto sensibile".
Senza dubbio e' una faccenda sensibile. Ma Klebnikov non era cosi' sprovveduto come Berezovskij vorrebbe farci credere. E neppure e' credibile l'idea che noi viviamo in un mondo popolato da ingenui, magari anche un po' nervosi. Ci vedo un calcolo politico molto preciso. Quello di chi ha voluto mandare un segnale. Perdonate a un osservatore italiano questo piccolo saggio di dietrologia. Hanno usato la vita di Klebnikov per mandare un segnale. Che non e' una vendetta perche' i conti di qualcuno sono stati dati in pasto alla pubblica attenzione. Il segnale e' quello che precede una grande battaglia, non e' un fuoco d'artificio.
Giulietto Chiesa
Fonte:www.giuliettochiesa.it
15.07.04




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