Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 20

Discussione: Governo

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Governo

    Roma. Nella sua prima audizione al Senato da ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco ha ammesso che l’adozione del Dpef prima della pausa estiva lui la vorrebbe, ma non dipende da lui e dunque chissà.
    Innocenzo Cipolletta, presidente di Ubs Warburg e soprattutto voce molto ascoltata in Confindustria, ha aspramente commentato che, per scriverlo a settembre, tanto vale del Dpef farne a meno e aspettare la legge finanziaria.
    Enrico Morando, liberal diessino, ha pacatamente risposto in punta di diritto anche a Cipolletta, dimostrando che chi parla di Dpef inutile non sa che cosa dice.
    Ma vogliamo metterle in fila, le nondecisioni che il governo inanella per veti, diffidenze reciproche, eclissi di leadership?
    In materia economica, la lista comprende la riforma delle pensioni, su cui la Lega “slitta” in attesa del federalismo.
    Poi la riforma del risparmio, di cui entro luglio verrà adottato il solo articolo 13, in attuazione della direttiva europea sul
    “market abuse” e l’insider trading, mentre l’intero impianto della nuova architettura della vigilanza sui mercati riprenderà a
    settembre, senza che i contrasti su Bankitalia siano superati.
    Si aggiunge il maxi emendamento al disegno di legge sull’energia necessario a sbloccare le nuove centrali, da tre anni impantanato. In forse anche il decreto Alitalia, ieri Rocco Buttiglione ha implorato di far presto col nuovo piano industriale, perché il rischio – viva la consapevolezza – è di “sparire dal mercato”.
    Le conseguenze? Senza Dpef e senza riforma previdenziale, le due agenzie di rating che non hanno seguito Standard & Poor’s nel downgrading giungerebbero al giudizio autunnale con un outlook ancora più negativo.
    Effetto dell’autolesionismo che sui conti pubblici l’Italia sembra essersi data come copione: per tre anni siamo arrivati all’ultima settimana di dicembre con un deficit tendenziale in realtà ben superiore al dichiarato, e nell’ultima settimana Giulio Tremonti rimediava con la famosa “finanza creativa” e faceva bene, senza alimentare l’autopessimismo che oggi impera e senza pescare nelle tasche gli italiani.
    Quanto al rinvio della riforma fiscale, significa rinunciare sin d’ora all’effetto di stimolo che essa eserciterebbe sulla propensione alla formazione del reddito per l’anno in corso.
    Mentre si tende a correggere di qualche punto verso l’alto la crescita del pil 2004 per effetto del traino mondiale, bisognerebbe puntare su questo effetto stimolo sin d’ora.
    Ma chi a Palazzo Chigi consiglia il Cav. di adottare la riforma fiscale per decreto e da subito resta inascoltato. Tra il mezzo punto percentuale di crescita in meno per via della mancata riforma fiscale, lo 0,5 per cento di bollette energetiche pagate in più in questi anni per effetto del mancato sblocco della legge Marzano, il punto di pil di bond ballerini che le imprese italiane si trovano a dover rinegoziare o ricomprare per effetto del perdurante pregiudizio sfavorevole dopo Cirio e Parmalat e senza riforma approvata, il conto rozzo della spesa supera i due punti di pil, nell’ordine dei 25-30 miliardi di euro.

    Quando il tempo non è galantuomo
    Ma c’è anche un aspetto “di sistema”.
    La letteratura economica inquadra il rinvio nelle cosiddette “Time Inconsistency”, le incongruenze temporali che rendono un sistema meno efficiente.
    E’ un classico non solo della teoria monetaria, per misurare l’efficienza del modus operandi delle banche centrali, ma anche l’efficacia degli stessi sistemi politici.
    Robert Fleck e Andrew Hanssen dell’Università del Montana hanno ridotto la stessa storia della democrazia a un problema di efficace soluzione dell’incongruenza temporale delle decisioni: dove l’equilibrio tra decisioni forti di consenso e rinvii in loro assenza salta ogni qualvolta il bene privato prevalente nella stima dei più è insidiato dal bene pubblico trascurato dal politico inefficiente.
    Altri, come Francesco Magris (Università di Evry) e Toke Skovsgaard (Cambridge) hanno studiato l’effetto del rinvio proprio in relazione alle aspettative di tassazione: naturalmente, il consenso crolla quanto più forte è stato l’annuncio di riforme non mantenute. Non manca chi sul rinvio fonda la distinzione tra la convenienza ad affidarsi alla politica e quella di tornare ai tecnici e burocrati, come nel loro ultimo saggio Alberto Alesina (Harvard) e Guido Tabellini (Bocconi).
    Se i ministri vogliono approfittare di ferragosto per qualche lettura utile a capire che cosa li attende, dopo il rinvio, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
    Ma devono amare l’horror, per non mettersi paura.

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Sulle tasse

    D’accordo, la crescita americana del pil attesa nel 2004 forse non sarà proprio del 5 per cento secco, come aveva fatto intendere fino a qualche settimana fa, ma si attesterà magari “solo” sul 4,5. Raggiungere il 5 avrebbe la sua importanza anche scaramantica, visto che era la cifra nei trimestri precedenti alla trionfale rielezione di Ronald Reagan. E comunque non è detto che non ci si arrivi, poiché per restare sul 5 per cento nei 12 mesi precedenti le elezioni basterebbe che il trimestre che si chiude al 30 settembre si limiti a segnare un più 3,8 per cento.
    Ma il grande guru della politica monetaria mondiale, il presidente della Fed Alan Greenspan, martedì sera al Congresso ha preferito tenersi basso, e dare assicurazioni molto più sostanziali.
    Ha garantito che allo stato attuale delle cose l’allarme inflazionistico, che si temeva per effetto della recrudescenza del barile petrolifero e per il rallentamento della produttività americana – rallentamento relativo, se misurato col metro italiano o europeo, visto che passa nell’ultimo mese da 10 a “solo” 8 volte l’attuale nostro trend – è invece del tutto sotto controllo. L’inflazione “core”, depurata dai prezzi energetici, resta compatibile con una politica monetaria che non avrà bisogno di accelerare il primo gradualissimo innalzamento dei tassi d’interesse già attuato.
    Dunque da questo punto di vista George Bush può contare su una Fed “cooperativa”. Quando il CPI – l’indice dei prezzi al netto degli effetti delle importazioni –salirà davvero, allora ci penseremo tempestivamente, ha detto Greenspan: ma non sarà prima del 2005, quindi con un presidente confermato o neoeletto, rispetto al quale la Fed potrà fare i conti degli effetti delle politiche di bilancio attese per gli anni a venire.
    E’ degno di nota che a criticare Greenspan per l’approccio troppo “morbido”, in materia di stima dell’inflazione, erano ieri proprio tribune moderate e conservatrici come il Washington Times, che tifano Bush ma preferiscono un innalzamento di un altro quarto di punto nei tassi ad agosto, piuttosto che un’accelerazione troppo improvvisa dopo.
    La seconda assicurazione data da Greenspan riguarda la sostenibilità del deficit della bilancia dei pagamenti americani.
    Il deficit delle partite correnti supera ormai il 5,4 per cento del pil e andrà sicuramente ridotto, “ma in futuro”, ha detto Greenspan. Che ha autorevolmente interpretato i dati secondo i quali attualmente non si vedono segni “preoccupanti” di indebolimento dell’azione di massiccio sostegno agli Usa garantita dalle banche centrali del secondo polo della crescita mondiale: sono infatti i paesi asiatici i maggiori acquirenti sui mercati finanziari dei titoli del debito pubblico e privato americano.
    In effetti, ci si poteva attendere qualche cautela in più, da parte del presidente della Fed, perché sono sette settimane che Cina e Giappone hanno rallentato gli acquisti.
    E se per la Cina ciò è apparso collegato al raffreddamento del cambio fisso sul dollaro attuato da Pechino per non accrescere eccessivamente i mostruosi squilibri del sistema finanziario interno, per il Giappone il segnale è invece politico, visto che nel frattempo la crescita giapponese si è vigorosamente irrobustita. Ma Greenspan ha preferito fare il diplomatico, e non complicare troppo la vita a Bush, assicurandogli una immutata e generosa copertura della liquidità monetaria interna.

    Per effetto di questo approccio, Bush ha subito potuto rinnovare al Congresso il suo appello a estendere i tagli alle tasse.
    Per effetto delle cosiddette “sunset clauses” poste dal Congresso nel recepire i tagli proposti dalla Casa Bianca, a cominciare dall’anno prossimo le aliquote inizierebbero a tornare dov’erano prima dell’elezione di Bush.
    In questi giorni, per esempio, il Congresso deve pronunciarsi se rendere o meno permanente il pacchetto di abbattimenti fiscali che riguarda i redditi più bassi e l’estensione delle deduzioni di 1.000 dollari per ogni figlio di coppie sposate di reddito medio, fino a 110 mila dollari l’anno.
    E’ stata astuzia dei repubblicani far andare in scadenza ora il pacchetto dei redditi più bassi, per imbarazzare i democratici e indurli a votare a favore. Ma questa sola misura, per avere un’idea del ridicolo dei toni che si usano in Italia contro la riforma fiscale promessa e non mantenuta, costerebbe al Tesoro ben 130 miliardi di dollari. E i repubblicani, coerentemente al proprio disegno, si battono perché la deduzione sui figli sia estesa anche ai redditi alti, fino a 309 mila dollari l’anno.
    Molte sono le lezioni da trarre, valide anche per noi.
    Non deriva affatto dalle simpatie personali di Greenspan il carattere cooperativo della politica monetaria americana nei confronti della politica fiscale e di bilancio.
    Da una parte, lo abbiamo scritto tante volte, è frutto dello statuto della Fed, che a differenza di quello della Bce la vincola non alla rigida ortodossia monetarista della pura lotta all’inflazione, ma a una politica monetaria il cui fine sia quello della massima crescita non inflazionistica dell’economia reale.
    In più, a spingere la Fed a esercitare questo ruolo, ci sono le regole di trasparenza, pubblicità e responsabilità, che
    “ingabbiano” chi la guida in un mandato a tempo, indicato dalla politica, esercitato collegialmente insieme agli altri governatori delle diverse articolazioni statali della Fed, e con la pubblicità delle minute dell’organo che assume le decisioni sui tassi dell’interesse.
    Tutto ciò che in Europa non c’è, e che sembra un attentato chiedere, una lesa maestà del feticcio intoccabile dell’indipendenza del banchiere centrale.
    C’è una lezione anche per quel tormentato disegno di legge di riforma della vigilanza sui mercati, che la maggioranza ha rinviato a settembre.
    Ai molti partigiani dell’intoccabilità delle norme antidiluviane, opache e irresponsabili che presiedono oggi al funzionamento della Banca d’Italia, si consiglia caldamente la lettura dell’ultimo saggio di tre validissimi economisti, Sylvester Eijffinger e Mewael Tesfaselassie dell’Università di Tilburg, e Marco Hoeberichts della Banca centrale olandese. “Central Bank Communication and Output Stabilization”, il titolo.
    Quanto più una banca centrale è trasparente e “accountable” – responsabile – verso il circuito della decisione e della rappresentanza politica – tanto più risulta efficace non solo nella sua funzione primaria di regolatrice monetaria, ma altresì nelle eventuali funzioni concorrenti, le uniche rimaste alla Banca d’Italia.
    Questo è ciò che la dottrina dimostra per tabulas.
    Il resto è politichetta, fatta di alleanze da Rotary di provincia, e di banchieri padroni che ridono di politici e industriali prigioneri della propria ombra.
    (ofg) su il Foglio del 22 luglio

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Roma. Per qualche giorno l’attenzione sul tavolo neoconcertativo (già incrinato) è destinata a scemare.
    La settimana prossima sarà il consiglio d’amministrazione della Fiat con l’esordio di Sergio Marchionne a concentrare l’attenzione dei sindacati.
    Da questo punto di vista, il doppio cappello di Luca Cordero di Montezemolo potrebbe rivelarsi più stretto del previsto.
    Se la semestrale Fiat sarà peggiore del previsto, come molti indizi lasciano credere, bisognerà mettere in conto tensioni aggiuntive col sindacato. In primis con la Fiom, l’ala dura con cui il segretario della Cgil deve confrontarsi, prima di tornare a un tavolo in sui si affronti anche il tema dei nuovi assetti contrattuali. Di fatto, tutti sembrano aver accettato in pochi giorni che per mesi con Confindustria di questo tema non si parlerà più, lasciando spazio alla commissione interconfederale Cgil-Cisl-Uil.
    Sarebbe una sconfitta per tutti.
    Perché i primi timidi segni di ripresa italiana, a partire dal confortante dato dell’export nell’ultimo mese, imporrebbero uno scatto di reni congiunto.
    Montezemolo ha in corso una fitta diplomazia riservata.
    C’è da augurarsi che ne approfitti chi in Cgil articola riflessioni nuove. Ieri Agostino Megale, il presidente dell’Ires-Cgil, ha avanzato una proposta concreta che non chiude ai contratti di produttività e al doppio livello negoziale, con clausole discutibili finché si vuole per distinguere gli aumenti retributivi a recupero dell’inflazione da quelli di produttività, ma insomma clausole concrete, non veti.
    Il problema di Epifani è di darsi una maggioranza interna diversa da quella “a geometria variabile” ereditata da Sergio Cofferati, dice Megale.
    E lo stesso segretario ds ha un’interesse a convincere la Cgil a non lasciar cadere la disponibilità nuova offerta da LCdM, destinata altrimenti a una ritirata strategica.
    Un ministro del Welfare che volesse svolgere un ruolo utile al confronto, senza per questo proporsi impossibili miracoli visti i rapporti tra Cgil e governo, potrebbe organizzare un confronto riservato tra Confindustria e sindacati intorno a un saggio appena uscito in rete, a firma non di un pericoloso hayekiano ma del francese Olivier Blanchard, da qualche anno trasferitosi nel tempio neokeynesiano del Mit, nella Cambridge americana.
    Lo ha coadiuvato Thomas Philippon, altro francese in forza alla Stern School of Business di New York.
    “The Quality of Labor Relations And Unemployment”, è il titolo (NBER Working Paper 10590).
    Dimostra con una ricca analisi comparata che i paesi in cui i salari sono determinati da contratti collettivi centralizzati conoscono conseguenze occupazionali e di sviluppo diverse, in relazione alla “velocità di adattamento” delle confederazioni. E che ciò dipende proprio dal tipo di relazioni stabilite con la controparte imprenditoriale.
    Sono i paesi che hanno migliorato le relazioni industriali, come l’Olanda, ad aver preso a registrare aumenti del pil e della produttività e a veder diminuire le ore perse per conflittualità. L’eccezione britannica vede comunque i sindacati “aver cambiato mentalità”, per il colpo inferto da Lady Thatcher.
    Dopo un abbassamento della conflittualità nell’85-99, l’Italia ha ripreso a peggiorare i rapporti sindacali, e la produttività riperde più colpi che in altri paesi europei.
    Quella di Montezemolo è un’offerta che Blanchard appoggerebbe,
    “ma il sindacato deve fare la sua parte, che non significa arrendersi ma adattarsi a nuove richieste per più salario”, scrive. Invitatelo quanto meno al comitato scientifico di viale dell’Astronomia, se non ci pensa Roberto Maroni.

    da il Foglio del 23 luglio

    saluti

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Ed ora al lavoro

    Roma. Per Giancarlo Cimoli, sono arrivati i giorni decisivi della graticola. Come capoazienda di Alitalia è stato scelto per l’ennesima volta da un governo che ha preferito prender tempo, far finta occorresse un nuovo piano industriale per affrontare guai e perdite che tutti conoscono da tempo.
    Ora che l’ok di Bruxelles al prestito ponte da 400 milioni di euro è arrivato, in cambio del risanamento e della privatizzazione, viene però il peggio.
    Si fosse seguita la via dell’amministrazione controllata, il capoazienda straordinario avrebbe avuto mano libera nel ridisegnare la società “solo volo”, coi conti in equilibro e da cedere a francesi o eventuali altri.
    Ma poiché ci si è mossi seguendo la via di una “finta normalità”, ecco che ora Cimoli entro il 28 luglio deve convincere i sindacati ad accettare tagli, dismissioni e spacchettamenti aziendali.
    “Non lo invidio”, dice da Londra un analista del comparto aereo per Credit Suisse First Boston.
    “Finora, tutti i predecessori di Cimoli sono caduti proprio nel confronto coi sindacati. Ci vorrebbe un governo molto forte, a sostenerlo. Altra condizione che manca”.
    Non stupitevi, se per giorni il titolo Alitalia cadrà inevitabilmente verso il basso.
    Pessimismo fuori luogo? Macché. Basta leggere il verbale dell’assemblea ordinaria e straordinaria di Alitalia tenuta il 28 giugno scorso, per capire quanto motivata sia la sfiducia. L’assemblea aveva all’ordine del giorno il travagliato consuntivo 2003, con la perdita record di 518 milioni di euro, e la nomina del nuovo consiglio di amministrazione presieduto da Giancarlo Cimoli.
    I piccoli azionisti intervenuti parlano una lingua più chiara di molti analisti. Il primo a chiedere e ottenere la parola è l’azionista Silvio Forti. All’inizio denuncia gli affossatori dell’Alitalia e chiede l’azione della magistratura, ma poi aggiunge che lui, piccolo azionista della compagnia di bandiera, per raggiungere Roma dalla Sicilia e partecipare all’assemblea ha volato con Air One, risparmiando un bel po’ di euro rispetto al biglietto Alitalia.
    E sentite Alvaro Giglioli:
    “I governi hanno latitato, non hanno verificato i bilanci neanche come soci di maggioranza, e hanno elargito contributi di capitalizzazione. E gli altri, politici e giornalisti, erano più attenti alla quadratura dei bilanci o a quella dei punti Millemiglia?”.

    Parla l’ex direttore finanziario
    Altri azionisti entrano nel merito. Orazio Cancila paragona il margine operativo lordo (Mol) del triennio 1998-2000, col Mol del triennio successivo. Risultato: “Nel primo caso c’è stato un totale di 813,5 milioni, nei successivi tre anni questo margine si restringe a 143,7 milioni”. All’origine, dice, “ci saranno stati mille motivi, la Sars, l’11 settembre, la guerra. Ma li hanno affrontati tutte le compagnie: British, Lufthansa, Klm, Air France”.
    Fatto è che a differenza delle concorrenti a fronte della riduzione di attività i costi non hanno seguito l’andamento dei ricavi, ed ecco i 518 milioni di euro di perdite del 2003. Con pugnalata finale, su un aspetto poco noto, la vendita della sede della compagnia di bandiera.
    “L’ex amministratore Cempella, nel 1996, ne aveva ipotizzata la cessione a 350 milioni di euro, ma 7 anni dopo poi è stata venduta a 140 milioni”.
    Per tornare ai bilanci: “Siamo di fronte a una situazione nella quale il gruppo dirigente di questa azienda ha gravemente impedito al risparmiatore italiano di capire come stessero le cose. Siamo al punto in cui 2.750 miliardi di azioni e obbligazioni sottoscritte non sono stati finalizzati ad acquistare nuove macchine e nuovi impianti, ma sono finiti nella gestione”.
    Si dirà, critiche da non addetti ai lavori, di chi non ha mai gestito un’azienda. Epperò a seguire ecco Roberto Lenci, “il quale - si legge dal verbale della riunione – in Alitalia ha ricoperto per 5 anni la carica di direttore finanziario”. E che cosa sostiene Lenci? Ecco il passo clou del suo intervento:
    “L’Alitalia va male da più di vent’anni; ha avuto sempre dei pessimi bilanci, che avrebbero dovuto essere bocciati dal padrone di casa, che allora era l’Iri”.
    In verità, e con tutta la solidarietà che Cimoli merita per i prossimi giorni di graticola, l’Alitalia aveva e ha piccoli azionisti più saggi dell’azionista Stato.

    saluti

  5. #5
    Enciclopedista
    Data Registrazione
    18 Apr 2004
    Località
    Milano
    Messaggi
    1,627
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Interni
    Il sopravvissuto

    “Silvio Berlusconi è un sopravvissuto, ma forse non per molto tempo ancora”. Secondo El País la sconfitta subìta dal premier alle elezioni europee e amministrative “potrebbe essere fatale” per una coalizione di governo fragile e litigiosa che forse neppure il sacrificio di Tremonti riuscirà a salvare: “l’Italia spende come se, invece di essere il paese più indebitato d’Europa, fosse uno dei più benestanti del mondo”. E dopo l’avvertimento lanciato da Standard & Poor’s, che ha ribassato il rating sul debito pubblico italiano, “appare improbabile che il presidente del consiglio più duraturo della storia repubblicana riesca a portare a termine il suo mandato”.

    Una previsione largamente condivisa dai commentatori stranieri. Il Wall Street Journal, che giudica la riforma fiscale proposta da Berlusconi “la più sensata e ambiziosa dai tempi di Margaret Thatcher”, lo rimprovera di aver aspettato di trovarsi davanti a una crisi per decidere di imboccare con decisione la strada delle riforme. La Frankfurter Allgemeine Zietung, invece, accusa Tremonti che, “con la sua arroganza, ha ritenuto praticamente superfluo enunciare la filosofia di fondo dei suoi progetti di riforme”.

    Mentre l’Economist fa notare che il passaggio del dicastero dell’economia nella mani di Berlusconi non è servito né a far calare le tensioni tra gli alleati né a evitare il giudizio negativo di Standard & Poor’s, il Chicago Tribune spiega che “al cuore della crisi c’è una contraddizione apparentemente inconciliabile tra la realtà di un’economia debole e la promessa non mantenuta di abbassare le tasse”.

    Le questioni economiche sono al centro del lungo articolo apparso sul settimanale francese Le Point, dall’eloquente titolo : “Berlusconi: un cattivo manager per l’Italia”.Il naufragio di Alitalia, gli scandali Parmalat e Cirio, il declino della Fiat, la perdita di credibilità di Bankitalia e Capitalia, le dimissioni di Tremonti: “sono lontani i tempi in cui Silvio Berlusconi prometteva ‘un nuovo miracolo economico italiano’. L’economia italiana è in panne”. Anche “quella formidabile rete di piccoli imprenditori del Nordest, dinamici e geniali”, che hanno “fatto da locomotiva dell’industria italiana nell’ultimo decennio”, soffre: le esportazioni sono in calo, il made in Italy perde terreno e la concorrenza cinese incombe.

    “Berlusconi non ha saputo approfittare della luna di miele postelettorale”, scrive ancora Le Point. “Invece di realizzare le grandi riforme quando aveva i mezzi politici per farlo, ha ingaggiato una battaglia tutta ideologica sull’articolo 18 con l’unico scopo di spaccare i sindacati, mentre un po’ di pace sociale sarebbe stata utile per oliare i meccanismi delle riforme. Il clima si è scaldato a tal punto che sono ricominciati gli scioperi generali”. D’altro canto, fa notare il settimanale, “il premier ha fatto approvare una serie di provvedimenti che lo interessavano in prima persona”, dalla legge sul falso in bilancio a quella sul rientro dei capitali, dal decreto per salvare Retequattro a quello per salvare le società calcistiche, passando per la soppressione delle tasse di successione. C’era da aspettarsi il rimprovero di Confindustria. “Il paladino del liberalismo sconfessato dal padronato: un bel paradosso”, commenta Dominique Dunglas, che conclude: “Il Cavaliere però ha di che consolarsi: l’azienda più fiorente del paese è la sua”.
    Diderot

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Le banche dopo...

    ...Tremonti

    Il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, intervistato da Repubblica, ha ammesso che gli equilibri nel mondo dell’alta finanza, con Tremonti, erano saltati, in parte per colpa di qualche mossa azzardata dei banchieri, in parte per la linea seguita dal ministro.
    E che l’uscita di Tremonti ha pesato, tanto che “adesso c’è la restaurazione”.
    Per essere ancora più chiaro, Palenzona ha usato una espressione inequivocabile: siamo al Congresso di Vienna. Dunque, su Tremonti non c’è stata solo una questione di rigore dei conti anziché di taglio delle tasse, di sgravi alla famiglia piuttosto che ai redditi alti, come sembrava dal dibattito coi centristi cattolici in veste di tutori del bilancio e delle famiglie numerose, specie monoreddito.
    La vera famiglia che occorreva tutelare dal ministro metà reaganiano e metà colbertista, era quella bancaria.
    Anche l’urgenza, che il presidente della Camera ha posto, di una grande riforma del risparmio, probabilmente rientra fra i temi del nuovo Congresso di Vienna.
    Tremonti voleva che Bankitalia fosse obbligata a trasmettere al Comitato interministeriale del credito e del risparmio (Cicr) le sue informazioni riservate sulle banche, ove il ministro presidente del Cicr lo chiedesse.

    Le banche s’oppongono, in nome di un’autonomia che ha consentito di tenere il Cicr all’oscuro della situazione di pre dissesto di Cirio e Parmalat, mentre i loro bond venivano venduti ai risparmiatori come buoni.
    C’è poi la questione del mandato a termine del governatore della Banca d’Italia, che i congressisti di Vienna considerano come il loro feld maresciallo.
    Ora Tremonti non è più ministro.
    Non si sa che posizione prenderà il successore, suo ex aiutante di campo, a cui Palenzona ha voluto far sapere che la restaurazione si è aperta.
    Se l’idea è che le banche debbano prendersi la Cassa depositi e prestiti per poco e mantenersi in regime di privilegio, allora non ci può essere la pace di Vienna.
    Se il banchiere dice che la guerra fra banche e governo non fa bene a nessuno, ha ragione.
    Ma intanto dice anche che la grande alleanza unitaria tra banche non c’è più.
    Che Unicredit, Intesa e Capitalia la pensano diversamente.
    E questo farà bene al mercato.

    saluti

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Era ora! Un po' di decisionismo...

    ...non guasta

    La riforma delle pensioni è legge dello Stato. È stata approvata dal Parlamento con voto di fiducia e, piaccia o no ai sindacati e alla sinistra, dovrà essere rispettata. L'accelerazione, improvvisa quanto necessaria, all'attività di governo è stata impressa da Berlusconi il quale ha trovato collaborazione in un Bossi risorto e pieno di energia. È bastato che i due leader si chiarissero al telefono e gli ostacoli sono stati superati. Davanti alla ritrovata voglia di fare del premier proviamo sollievo. E ci auguriamo non si tratti di fuoco di paglia. La modifica del sistema pensionistico, al di là dei vantaggi finanziari che comporterà per la previdenza, aveva assunto una connotazione simbolica, era diventata una specie di barricata: da una parte la maggioranza che spingeva allo scopo di dare un segno di forte cambiamento, dall'altra l'opposizione che resisteva in difesa di privilegi anacronistici.
    La contrapposizione pareva aver fiaccato soprattutto la Casa delle Libertà, incapace di imporsi, titubante, forse timorosa di una rivolta sociale, nonostante Cgil, Cisl e Uil non fossero aggressive, tanto è vero che si limitarono a indire uno scioperino generale di qualche ora. Berlusconi (si ricorderà) parlò agli italiani dalla tivù e spiegò lo spirito e gli aspetti tecnici della riforma, però al momento di vararla chissà perché lasciò perdere e si dedicò ad altro.
    Incomprensibile. Si ebbe la sensazione che il governo fosse bollito. D'altronde per un certo periodo il Cavaliere e i suoi alleati anziché lavorare alla realizzazione del programma hanno litigato, dando l'impressione di aver finito la benzina.
    Evidentemente qualcosa è mutato in meglio nell'ultima settimana durante la quale è stato fatto di più che in tre anni di legislatura, in cui ci si è dedicati non al Paese bensì alla Cirami, al Lodo Schifani, alle rogatorie, alle regole televisive, a tutto insomma tranne che ai problemi degli italiani.
    Se questa è una svolta ne siamo soddisfatti.
    Intendiamoci, l'approvazione del provvedimento non è una passeggiata. Però le proteste, le esplosioni di rabbia, gli ostruzionismi e i dispetti in casi così sono scontati.
    ( si sa, più l'opposizione attuale strilla più la legge approvata è buona)
    Poi il voto di fiducia soffoca tutto.
    Archiviata la pratica Inps, toccherà alla manovra finanziaria, indispensabile per raggiungere due obiettivi: contenimento del deficit e riduzione delle tasse.
    Il Cavaliere quindi farà presto, questione di ore, lo storico annuncio: cari connazionali, voilà, da gennaio dell'anno venturo le trattenute fiscali incideranno meno sulle buste paga.
    Mi rendo conto, non è facile crederci, però se al proclama seguiranno i fatti senza incidenti né ripensamenti, bisognerà ammettere che, tra errori e lungaggini, il governo mezzo morto ha saputo rialzare la testa.
    Proprio quando sembrava spacciato il premier ha dimostrato di avere una riserva di risorse. Ha ripreso in pugno la situazione e va diritto sulla sua strada evitando di piegarsi alle intimidazioni, alle minacce dell'opposizione, a chi invoca dialoghi, concertazioni e mediazioni che l'esperienza insegna essere soltanto sabbie mobili.
    La fase decisionista è appena iniziata. Tuttavia se la buona giornata si vede dal mattino, siamo autorizzati ad essere ottimisti.

    Vittorio Feltri su Libero

    saluti

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Roma. A dodici giorni dal suo insediamento, ieri per la prima volta il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, ha avvertito la necessità di dirlo, che “non siamo con l’acqua alla gola”.
    Era ora, ma il danno è fatto.
    Al premier, qualcuno inizia riservatamente a sussurrare che non va proprio, tutta questa sinfonia di paginate dei grandi giornaloni borghesi, ogni giorno pronti a bruciare incenso al neoministro come novello Giuliano Amato, intento a ripulire le stalle di Augia della finanza pubblica.
    Stangando gli italiani per miliardi di euro invece che abbassando le tasse, il favore di cui gode il neoministro potrebbe essere
    l’albero cui Berlusconi rischia di finire impiccato.
    Nell’assemblea dei deputati forzaitalioti svoltasi due sere fa alla presenza del premier, qualche timida vocina si è levata.
    Il Cav. non ha risposto, limitandosi ad ascoltare tutti.
    Ieri, è tornato a spendere dopo giorni parole per la “genialità”
    di Giulio Tremonti, ma ribadendo che “con Siniscalco il problema
    caratteriale è superato, si dialoga con tutti”.
    E’ questa la forza del neoministro.
    Per quelle proiezioni di deficit tendenziale pluriennali messe al centro del tavolo ed esposte come una ferita in cancrena a lungo nascosta, l’ondata di delegittimazione è tutta riservata al predecessore.
    Ma quegli schizzi colpiscono anche il premier.
    Quanto poi al merito dei provvedimenti che ci si riserva di assumere sul serio, di qui alla prossima finanziaria sarà Siniscalco a tessere personalmente per tutto il mese di agosto, con negoziati bilaterali con le parti sociali e con le delegazioni degli enti locali, oltre che con i diversi partiti della maggioranza.
    Il mix che sembrerà meglio in grado di ottenere una correzione a saldo di 24 miliardi di euro non è quello sin qui apparso sui giornali, ha detto ieri Siniscalco.
    Ci penserà lui, ad agosto, sentendo tutti.
    E anche nel dialogo agostano, la parte di Berlusconi sarà limitata e quella del Siniscalco crescente. Affidata a quella diplomazia dei contatti trasversali e personali in cui l’economista torinese eccelle, esattamente come il predecessore preferiva evitarli.

    E’ un ministro dell’Armonia, più che dell’Economia, quello il cui profilo si staglia con volpina sagacia a via XX settembre.
    In soli dodici giorni, veramente non è poco.
    Potrebbe anzi essere la premessa di un capolavoro. Prendete per esempio quella paginata affidata alla penna del prodianissimo Edmondo Berselli su Repubblica, ieri.
    Quel far dire – interpretando così la citazione di Francesco Giavazzi—che non è colpa del ministro dell’Armonia se Berlusconi non ha abbassato le tasse il primo giorno del governo, e non può certo pretendere di farlo ora. Quella discreta ma faticosa guardia quotidiana, prestata dal ministro come direttore del Tesoro al terzo debito pubblico del mondo, mentre altri non decideva di mettere sotto controllo la spesa.
    Quel triplice suo scandito “Tranquillità, sobrietà, credibilità”, che sembra ed è il voluto ribaltamento del “caratteraccio” lamentato dal premier in Tremonti.
    E infine, quella chiusa echeggiante la prima Repubblica, quell’
    “occorre prendere i problemi e tagliarli a fettine, e poi risolvere una questione alla volta”.
    Andreottiana, quasi. Un capolavoro di finezza, disponibilità, educazione, rispetto. L’esatto opposto di quell’energico e maleducato effetto-frusta sull’economia, che per anni si è raccontato di voler esercitare con l’abbattimento generalizzato delle aliquote sul reddito personale.

    Il sorriso che accompagna la sconfitta
    Certo, trovare 24 miliardi solo con le parole non sarà facile, perché delle misure sin qui conosciute, se si sottraggono i 7 miliardi di una tantum e si dimezza la sovrastima del giro di vite promesso con troppa generosità per ministeri ed enti pubblici, l’effetto più probabile che si veda al momento all’orizzonte è di tasse e balzelli aggiuntivi per miliardi.
    Quindi, al ministro dell’Armonia nei sui dialoghi agostani spetterà convincere che non è stato azzardato, indicare nel Dpef 24 miliardi di euro di correzione, se poi l’esito dovesse essere quello di una manovra deflazionistica invece che volta alla crescita. Certo è che per il ministro del dialogo agostano è finito il tempo delle riunioni in inglese con William Megginson, l’accademico della Oklahoma University da lui fortemente voluto al comitato per le privatizzazioni, motivo per cui le riunioni si tenevano più in inglese che in italiano.
    Si tratterà ora di farle, cessioni per 25 miliardi l’anno. Dovrà emergere più la decisione imparata a di Cambridge, che la rotonda disponibilità praticata all’Università Cattolica di Lovanio.
    Il cinquantenne accademico torinese preferisce confronti felpati a quello “spirito Aspen” che a Berlusconi iniziò a far sospettare di Tremonti.
    Il ministro dell’Armonia si guarderebbe bene dal celebrare dietro la fragile ombra di un istituto di studi convergenze senza il premier e con l’opposizione, sulla riforma dei mercati e della Banca d’Italia.
    E su quello che forse gli storici ricorderanno come il peggior errore di Tremonti - la battaglia persa su Mediobanca e lo scontro frontale con le fondazioni bancarie - il ministro dell’Armonia la pensava e la pensa in maniera molto diversa dal combattente disarcionato.
    Anche su questo, il premier fa conto. Guerre con impresa e banche non ne vuole più, mentre fa i conti con i consensi persi in vista delle prossime regionali e politiche.
    Ed è proprio per questo che di Siniscalco diffida invece uno dei più guardinghi oppositori, in questi primi giorni, Eugenio Scalfari.
    Pare lo abbia ad alcuni amici paragonato addirittura al controllore generale delle Finanze Terray, cui Luigi XV, in preda a una tardiva reazione autoritaria, affidò nel 1770 l’estremo tentativo di riguadagnare il controllo del regno, a fianco all’odiato cancelliere Maupeou e sopprimendo il parlamento di Parigi.
    Ma Scalfari esagera, il ministro dell’Armonia non indosserebbe mai la livrea dell’aspro dispotismo finanziario e del dirigismo economico di Terray.

    Siniscalco ieri prometteva interventi sui prezzi praticati al
    commercio, ma sa bene che al suo collega francese Nikolas
    Sarkozy la mossa è riuscita perché in quel paese la grande
    distribuzione pesa nella catena commerciale il doppio rispetto a quanto avvenga da noi. Mentre da noi la liberalizzazione si è
    fermata. E chissà se davvero il ministro dell’Armonia darà ragione all’amico Francesco Giavazzi, che invoca almeno le liberalizzazioni visto che di meno tasse non se parla.
    Chissà se qualcuno ricorderà che il demerito per non aver fatto in Alitalia un anno fa ciò che ancora oggi aspetta di essere fatto, è innanzitutto di chi al ministero seguiva direttamente le società controllate dalla mano pubblica.
    Paradossalmente, è di titoli di merito come questi – di rinvii in attesa dei consensi sindacali e delle parti politiche, delle imprese e delle banche – che si costruisce l’identikit e la rispettabilità ideale di un ottimo ministro dell’Armonia.
    Ma di rinvii né l’economia, né la politica possono avvantaggiarsi. Quanto al premier, rischia di essersi liberato della padella di
    un caratteraccio. Per finire nella brace di un carattere così buono che potrebbe anche accompagnare un’eventuale sconfitta del Cav. col sorriso sulle labbra

    La trattatica per un Dpef snello è partita, per appesantirlo c'è tutto agosto.
    Ma ha proprio torto, Paolo Cirino Pomicino, a dire che per il momento e da quanto si è confusamente visto, Dpef e finanziaria 2005 sembrano nascere sotto una stella infausta?
    Innanzittutto, le premesse.
    In queste ultime due settimane, è avvenuto qualcosa che ha in effetti del clamoroso. Del tutto paragonabile alla situazione di un’azienda che, di fronte alla previsione di peggioramento dei propri conti di esercizio, convocasse una conference call degli analisti finanziari che la seguono. Per consegnare loro una bella serie di proiezioni annuali e pluriennali delle perdite previste e cumulate. Con tante scuse, e la promessa di rivedersi di qui a mesi, forse tre, meglio sei, per eventuali aggiustamenti di strategia.
    L’amministratore delegato di un’azienda simile verrebbe messo alla porta.
    E’ esattamente quanto avvenuto di fronte a un tendenziale di crescita del deficit nel 2005 quantitativamente non molto maggiore di quello che negli anni precedenti è stato “sanato” con le misure assunte nelle sessioni di bilancio, e col ricorso alle “straordinarie” nelle ultime settimane o addirittura negli ultimi giorni di dicembre. Senza mai apparire “cavalli scossi”, come l’Italia sta facendo da due settimane.
    Senza alcun autodafé di fronte a Unione Europea, banche e mercati internazionali, valutatori del debito pubblico.
    Senza dar l’idea che il governo sin qui abbia barato, e che ormai ci si debba rassegnare a nuove tasse.
    Per rafforzare lo sviluppo occorre puntare alla crescita del denominatore, cioè del pil, non a quella del numeratore, cioè del peso della manovra.
    Perché il contenimento del debito pubblico va fatto sul lato patrimoniale dello Stato, con privatizzazioni classiche o “innovative”, non sul lato delle entrate correnti.
    Sotto questo profilo, Pomicino ha ragione. E c’è da scommettere che inizierà a vedersela sempre più attribuire, quando, dopo il Dpef “snello” varato oggi, riprenderanno i tavoli bilaterali, e via via assumeranno chiarezza le misure della prossima Finanziaria. C’è da dire che se in tutti i paesi maggiori dell’Europa l’Economia è diventato un superministero centralizzato, affidato a una personalità che non deve prendere cappello in mano a passare mesi a confrontarsi con partiti e partitini, una ragione c’è.
    Quando si è sottoposti al vincolo esterno di bilancio – il Patto di stabilità – e allo scrutinio quotidiano dei mercati, chi si autosbudella in pubblico si candida alla rottamazione.

    da il Foglio del 29 luglio

    saluti

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Intanto l'Italia va...

    …(all’estero)

    Il commercio estero italiano in giugno ha ripreso a correre.
    Le esportazioni fuori dall’area euro, registrano, sul giugno 2003, un aumento del 17 per cento. Le importazioni, che si espandono in parte notevole in rapporto al fabbisogno di scorte per l’export, sono aumentate del 27.
    Con alcuni paesi il boom è mirabolante: più 55 con la Turchia e con la Russia, più 45 per cento con i paesi europei dell’area di libero scambio (ubicati nel Nord ), più 37 con la Cina, più 18,5 con i paesi del cartello degli esportatori di petrolio.
    Verso gli Usa l’aumento è del 13 per cento. Il cambio col dollaro non agevola le vendite italiane negli Usa, nonostante la popolarità del made in Italy in America.
    Il sensazionale incremento delle nostre esportazioni verso paesi come Cina e Russia dimostra la capacità delle nostre imprese esportatrici, in gran parte medie e piccole aziende, di farsi
    avanti in mercati nuovi.
    L’espansione delle vendite nei paesi europei extra euro e in Turchia e Medio Oriente rivela la capacità di affermasi su mercati
    lontani o difficili. Si sfata così la leggenda che occorrano grandi imprese, di cui noi siamo carenti, per sfondare nei mercati globali. E viene smentita anche l’altra leggenda, quella dell’Italia in declino.
    La nostra struttura produttiva, in quanto concentrata in settori
    cosiddetti maturi, non sarebbe adatta - dicono i catastrofisti - all’espansione mondiale. Infatti il maggior incremento del nostro export riguarda le lavorazioni petrolifere (62 per cento), i prodotti in metallo (36 per cento), gli alimentari (34), la meccanica e il tessile abbigliamento (entrambi 18).
    Un mix di settori tradizionali e non.
    Il solo decremento riguarda i mezzi di trasporto, che registrano una perdita del 30 per cento, per mancanza di competitività. Dunque, il declino italiano è smentito dai dati.
    Il merito è delle imprese, non di Berlusconi.
    A cui per altro si attribuiva un declino, che, data la sua natura strutturale, se c’era, dipendeva dai governi passati, perché neanche un Nerone potrebbe far declinare un’economia in tre anni.
    Si trattava di una flessione congiunturale, le economie hanno i cicli. Pare che nei manuali della nostra sinistra questo capitolo tradizionale manchi.

    forse brunik avrà cose da dire, sull'argomento.

    saluti

  10. #10
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Giù le tasse, in alto i cuori e...

    ...al diavolo Ulivo e ulivisti

    La notizia è che l'abbassamento delle tasse non è più solamente una promessa. È qualcosa di più: un progetto contenuto nel Dpef, sigla respingente per "documento di programmazione economica e finanziaria", approvato ieri dal Consiglio dei ministri.
    Il Dpef è la base su cui verrà studiata e incardinata lamanovra di fine anno, ossia la legge attraverso la quale si stabilisce quanti soldi si hanno a disposizione, quanti se ne intende spendere e come, quanti risparmiarne e così via.
    Il Dpef contiene il progetto per l'abbassamento di Irpef e Irap entro due anni. I dettagli li illustriamo nelle cronache interne; qui possiamo permetterci di sventolare le bandiere dell'esultanza.
    Se davvero Silvio Berlusconi riuscirà a mettere in pratica il proponimento, noi risparmieremo del denaro, e lui risparmierà a noi il centrosinistra guadagnandosi la rielezione. Sappiamo che il governo sta inventandosi qualsiasi stratagemma pur di alleggerirci il 740: ritocchi alle tasse locali, bolli più cari, imposte di registro e sul mutuo della seconda casa incrementate.
    Al momento giusto ognuno di noi si farà in conti in tasca e prenderà le decisioni conseguenti.
    Ora il saldo attivo, però, diventa più probabile di quello negativo. Anche per la squadra di Berlusconi.
    A sinistra infatti ridono e alternativamente si indignano per lo slogan «meno tasse per tutti» e i convulsi tentativi di tradurlo in realtà. Così come hanno riso e si sono indignati per la riforma delle pensioni, per la riforma della giustizia, quella dell'istruzione, la legge sul conflitto d'interessi, sul riassetto televisivo, le grandi opere.
    Hanno detto che una è dannosa, l'altra incostituzionale, l'altra ancora spacca il Paese, uccide la democrazia, affama i poveri, strangola i bambini nella culla e via di questo passo.
    A furia di sentirselo dire, il rischio è di crederci. O di annoiarci e annoiarsi tra loro.
    Ma si torna al solito punto: il centrodestra avrà fatto riforme brutte, ma l'Ulivo in cinque anni (e tre premier) a Palazzo Chigi che riforme ha fatto?
    Un mezzo federalismo nell'ultimo quarto d'ora di legislatura e basta.
    Raramente s'era vista un'opposizione più deprimente e vuota. Ieri, per esempio, è stato votato l'anticipo al primo gennaio 2005 della leva obbligatoria.
    Il governo risparmierà parecchio:vitto , alloggio, armamenti, vestiario e diaria per i soldati. Parecchi milioni di euro.
    Chi si è opposto? I partiti dell'estrema sinistra, soprattutto. I pacifisti, insomma.
    Possibile? Possibile. Hanno detto che si è dimostrata poca attenzione per il mondo del volontariato, poca lungimiranza nel valutare l'impatto sul servizio civile, tanto utile e tanto bello eccetera.
    Tutti noi abbiamo avuto un amico obiettore di coscienza che è andato a lavorare alla Cgil o all'Arci o alle associazioni collegate ai partiti progressisti.
    Fra cinque mesi sarà tutta manovalanza gratis in meno.
    E gli tocca pure di vedere Berlusconi che mette fiori nei nostri cannoni.

    Mattia Feltri su Libero

    saluti

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 19-01-09, 10:45
  2. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 01-11-07, 15:25
  3. Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 22-02-07, 14:48
  4. Scusate, ma il governo Prodi non doveva essere un governo di centro-sinistra?
    Di last.archangel nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 31-07-06, 23:25
  5. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 15-06-06, 11:08

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito