Roma. Nella sua prima audizione al Senato da ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco ha ammesso che l’adozione del Dpef prima della pausa estiva lui la vorrebbe, ma non dipende da lui e dunque chissà.
Innocenzo Cipolletta, presidente di Ubs Warburg e soprattutto voce molto ascoltata in Confindustria, ha aspramente commentato che, per scriverlo a settembre, tanto vale del Dpef farne a meno e aspettare la legge finanziaria.
Enrico Morando, liberal diessino, ha pacatamente risposto in punta di diritto anche a Cipolletta, dimostrando che chi parla di Dpef inutile non sa che cosa dice.
Ma vogliamo metterle in fila, le nondecisioni che il governo inanella per veti, diffidenze reciproche, eclissi di leadership?
In materia economica, la lista comprende la riforma delle pensioni, su cui la Lega “slitta” in attesa del federalismo.
Poi la riforma del risparmio, di cui entro luglio verrà adottato il solo articolo 13, in attuazione della direttiva europea sul
“market abuse” e l’insider trading, mentre l’intero impianto della nuova architettura della vigilanza sui mercati riprenderà a
settembre, senza che i contrasti su Bankitalia siano superati.
Si aggiunge il maxi emendamento al disegno di legge sull’energia necessario a sbloccare le nuove centrali, da tre anni impantanato. In forse anche il decreto Alitalia, ieri Rocco Buttiglione ha implorato di far presto col nuovo piano industriale, perché il rischio – viva la consapevolezza – è di “sparire dal mercato”.
Le conseguenze? Senza Dpef e senza riforma previdenziale, le due agenzie di rating che non hanno seguito Standard & Poor’s nel downgrading giungerebbero al giudizio autunnale con un outlook ancora più negativo.
Effetto dell’autolesionismo che sui conti pubblici l’Italia sembra essersi data come copione: per tre anni siamo arrivati all’ultima settimana di dicembre con un deficit tendenziale in realtà ben superiore al dichiarato, e nell’ultima settimana Giulio Tremonti rimediava con la famosa “finanza creativa” e faceva bene, senza alimentare l’autopessimismo che oggi impera e senza pescare nelle tasche gli italiani.
Quanto al rinvio della riforma fiscale, significa rinunciare sin d’ora all’effetto di stimolo che essa eserciterebbe sulla propensione alla formazione del reddito per l’anno in corso.
Mentre si tende a correggere di qualche punto verso l’alto la crescita del pil 2004 per effetto del traino mondiale, bisognerebbe puntare su questo effetto stimolo sin d’ora.
Ma chi a Palazzo Chigi consiglia il Cav. di adottare la riforma fiscale per decreto e da subito resta inascoltato. Tra il mezzo punto percentuale di crescita in meno per via della mancata riforma fiscale, lo 0,5 per cento di bollette energetiche pagate in più in questi anni per effetto del mancato sblocco della legge Marzano, il punto di pil di bond ballerini che le imprese italiane si trovano a dover rinegoziare o ricomprare per effetto del perdurante pregiudizio sfavorevole dopo Cirio e Parmalat e senza riforma approvata, il conto rozzo della spesa supera i due punti di pil, nell’ordine dei 25-30 miliardi di euro.
Quando il tempo non è galantuomo
Ma c’è anche un aspetto “di sistema”.
La letteratura economica inquadra il rinvio nelle cosiddette “Time Inconsistency”, le incongruenze temporali che rendono un sistema meno efficiente.
E’ un classico non solo della teoria monetaria, per misurare l’efficienza del modus operandi delle banche centrali, ma anche l’efficacia degli stessi sistemi politici.
Robert Fleck e Andrew Hanssen dell’Università del Montana hanno ridotto la stessa storia della democrazia a un problema di efficace soluzione dell’incongruenza temporale delle decisioni: dove l’equilibrio tra decisioni forti di consenso e rinvii in loro assenza salta ogni qualvolta il bene privato prevalente nella stima dei più è insidiato dal bene pubblico trascurato dal politico inefficiente.
Altri, come Francesco Magris (Università di Evry) e Toke Skovsgaard (Cambridge) hanno studiato l’effetto del rinvio proprio in relazione alle aspettative di tassazione: naturalmente, il consenso crolla quanto più forte è stato l’annuncio di riforme non mantenute. Non manca chi sul rinvio fonda la distinzione tra la convenienza ad affidarsi alla politica e quella di tornare ai tecnici e burocrati, come nel loro ultimo saggio Alberto Alesina (Harvard) e Guido Tabellini (Bocconi).
Se i ministri vogliono approfittare di ferragosto per qualche lettura utile a capire che cosa li attende, dopo il rinvio, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Ma devono amare l’horror, per non mettersi paura.
saluti




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