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Discussione: Governo

  1. #11
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    Predefinito

    Ma se ora fanno una manovra per coprire un buco; e ne devono fare una pesantissima nella nuova finanziaria, la riduzione delle tasse sarà una presa in giro.

    Ci sarà s' una riduzione di aliquote Irpef, ma quei soldi saranno
    presi da un'altra parte.

    Si riduce una tassa, ma se ne aumentano cento.

    Si riduce l'Irpef, non la pressione fiscale.

    E così saremo contenti e gabbati.
    Diderot

  2. #12
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    Predefinito Ridurre le tasse...

    ....si deve

    SCRITTO IL DPEF, RESTA DA AGGANCIARE LA RIPRESA

    Lo dichiariamo per coerenza. Del Dpef ciò che meno dispiace è a pagina 32.
    Laddove si ribadisce l’intenzione di abbassare Irpef e Irap per un punto di pil, purtroppo “spalmandolo” in due anni.
    E quel bel grafico in cui si dà icasticamente l’idea che i paesi a maggior prelievo sono quelli che crescono di meno, mentre quelli a prelievo minore – storicamente come gli Usa, o perché hanno avuto la forza di abbassarlo con svolte politiche energiche, come la Gran Bretagna – sono quelli che crescono di più.
    Quel grafico è la chiave di volta, per capire che cosa avviene nel mondo.
    Per esempio, scrive il professor Mario Deaglio sulla Stampa di ieri, è proprio vero che Domenico Siniscalco si trova ad aver ereditato una situazione così compromessa, dal dover solo sperare nell’intervento in suo soccorso del cavaliere bianco di una forte ripresa internazionale, che venga a dar solievo al suo fortino assediato?
    E’ vero il contrario. La forte ripresa internazionale c’è, con Usa, Cina e Giappone a tirare.
    Il problema è tutto nostro, accelerare per non perdere ulteriormente il traino di un commercio internazionale che nel 2004 torna a crescere dell’8,6 per cento.
    Ma a questo fine qui si è convinti dell’opposto di ciò che scrive Deaglio, cioè della ricetta “meno tasse e meno tagli se la ripresa è più forte”.
    Meno tagli e razionalizzazioni invece della spesa pubblica sì, per non deprimere ancor più l’economia.
    Ma quanto alle imposte, è proprio quando le cose vanno meno bene che occorre la frustata di un energico abbattimento fiscale. E non solo perché si debba mirare coi tagli fiscali a effetti sulla domanda, cioè a lasciare risorse nelle tasche dei cittadini nella speranza che accrescano i consumi.
    Non è questo l’effetto prevalente cui mirare, perché maggiore sarà l’incertezza come nell’Italia di oggi, minore sarà la traduzione in consumi del maggior reddito disponibile.
    E’ sull’offerta, che occorre mirare l’abbattimento del prelievo.
    Per modificare e innalzare la convenienza a impiegarsi e impiegare, a lavorare e produrre reddito.
    Perciò abbiamo battagliato per tagli assai più cospicui, anche per i redditi alti, e concentrati nel tempo.
    Ma c’è anche un’altra ragione, che si coglie bene nella misurata intervista al Corriere del professor Mario Monti, il quale anche nel momento della delusione personale per il suo mancato rinnovo a Bruxelles si distingue dal gran numero di accademici italiani che confondono serietà degli argomenti e polemica pregiudiziale (sul Wall Street Journal di ieri, per esempio, il professor Tito Boeri definiva “mission impossible” quella di Siniscalco: stroncato sulla stampa estera e lodato su quella italiana).
    Monti ha sostenuto che i tagli alle tasse non possono andare senza accompagnarsi a decise liberalizzazioni (lui dice
    “accompagnarsi”, chi lo intervista invece dice “solo dopo”, come fosse la stessa cosa).
    Ma in Italia, è proprio così?
    O non è piuttosto vero che proprio la presa asfissiante dei grandi interessi – dell’impresa per contributi a pioggia o dei sindacati
    per contratti centralizzati, del piccolo commercio contro la grande distribuzione o delle professioni contro la riforma degli ordini
    – è stata sin qui vittoriosa nel bloccare le liberalizzazioni, tanto sotto la sinistra che ora con la destra?
    E’ solo abbassando l’intermediazione pubblica sul reddito nazionale, “affamando la bestia”, abbattendo il prelievo come vogliono gli offertisti à la Laffer – che alla fine si è obbligati a fare delle scelte.
    A destinare del meno che resta il più ad ammortizzatori sociali e assistenza e meno a previdenza.
    Al sostegno mirato alle imprese in cambio di maggior produttività, non più agli incentivi a pioggia.
    Al venire meno del sussidio garantito attraverso tutte le logiche di concessione a numero chiuso, come avviene per le professioni. Nella realtà italiana, è l’abbattimento del prelievo il prius, dopo il quale la grande alleanza corporativa si spacca, e le liberalizzazioni diventano meno improbe. Altrimenti, saranno leste a metter sotto scacco la politica, a proclamare periodici ritorni all’emergenza e all’union sacrée, come avviene oggi. L’emergenzialismo italiano chiede, in nome di un preteso rigore, stangate e stangatine che paga il singolo contribuente.
    Ma vuole l’intangibilità della spesa pubblica.
    Quando leggiamo – ieri Massimo Riva – che persone stimabilissime attaccano a testa bassa chi parla
    “compulsivamente” di abbattere le tasse, ci chiediamo se l’odio per Berlusconi e la sua condanna valga davvero la pena, di una difesa davvero sì “compulsiva”, di tutto ciò che rende l’Italia lenta, tardigrada e asfittica.

    (ofg) su il Foglio del 31 luglio

    saluti

  3. #13
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    Predefinito

    Roma. Al povero Vincenzo Visco, non glie ne va bene una.
    Il giorno prima si era trovato isolato a sinistra nel dire “bravo” a Domenico Siniscalco, e aveva poi dovuto correggere di corsa la sua dichiarazione con un’interpretazione autentica.
    Ieri aveva appena finito di dettare alle agenzie la sua esternazione di giornata, “non c’è nessun riavvicinamento tra il governatore della Banca d’Italia e il governo”, ed ecco che zacchete, di nuovo platealmente smentito.
    Il ministro dell’Economia, anzi dell’Armonia, lo ha messo nel sacco. Perché nel frattempo proprio Antonio Fazio usciva da palazzo
    Grazioli dopo aver consumato una colazione di lavoro con il premier, insieme a Gianni Letta, al ministro dell’Economia medesimo, e a quell’onorevole Luigi Grillo da sempre vicino al governatore, un vero cavaliere di gran croce, per così dire, della
    lunga guerra contro Giulio Tremonti quando questi scudisciava via
    Nazionale.
    L’incontro di ieri segna una svolta, nelle intenzioni del premier. Non è avvenuto per una precipitazione dell’ultim’ora, dopo aver ascoltato con attenzione quanto Antonio Fazio ha detto sul Dpef alla Camera lunedì sera.
    Era stato fissato da tempo.
    Appena il premier si è deciso a chiudere l’interim e a nominare Siniscalco.
    Chi ha assistito all’intervento del Cav. all’assemblea annuale dell’Abi, l’8 luglio scorso, ricorda con quanta insistenza Berlusconi avesse sottolineato l’intenzione di un riavvicinamento con il governatore. Fazio ha subito detto sì all’incontro ma per la data ha voluto che il ministro prima presentasse il Dpef e lo illustrasse in parlamento.
    Al ministro e all’instancabile tessitore del riavvicinamento, Gianni Letta, ha fatto osservare che correttezza istituzionale pretendeva che l’incontro avvenisse solo una volta che anche il governatore avesse già reso al parlamento la propria opinione, sul Dpef.
    E così è stato.
    Il governatore, che con uno strappo alla regola si è recato presso l’abitazione privata del premier – in Banca c’è chi ha storto il naso per ragioni protocollari – la sera prima si era preso la soddisfazione di mettere a verbale che “ora c’è un quadro di politica economica che prima mancava”. Di aggiungere che negli anni di Tremonti “all’abbattimento del prelievo per 1,5 punti del pil ha fatto riscontro un aumento della spesa primaria per 2,4”. Pur riconoscendo che ciò è avvenuto in periodi di bassa congiuntura.

    Il futuro della Cassa depositi e prestiti
    Berlusconi lo aveva messo in conto. Ma è stato considerato un prezzo da pagare, per tornare a poter dire, come il premier ha fatto ieri, che “riprende una calda, calda collaborazione tra il governo e la Banca d’Italia”.
    La linea cui attenersi è di tentare di coinvolgere il più possibile anche la Banca d’Italia, nel disegno di quelle misure che dovranno tradurre le mere cifre del Dpef in interventi concreti.
    Ma Fazio non farà sconti. “Ho detto no”, ha risposto ai deputati che gli chiedevano se fosse vera l’offerta di entrare al governo. Ed è un no che si riserva di opporre anche ad altro.
    A una Cassa depositi e prestiti che diventasse davvero motore della trasformazione degli incentivi alle imprese, ma restasse sottoposta al ministero dell’Economia, come l’aveva disegnata Tremonti.
    “Come soggetto pienamente bancario, deve essere sottoposto alla nostra vigilanza”, è la tesi di Bankitalia.
    Se poi il governo vorrà accrescere la quota nella Cassa di banche e privati, è la Banca d’Italia e non l’Economia, che deve presiedere all’operazione.
    E’ la Banca d’Italia ancora, che si riserva di dare il parere che conta sui regolamenti attuativi e le modalità di rilascio dei nuovi crediti agevolati, che dovrebbero sostituire gli incentivi a pioggia. In altre parole è Fazio, a porsi al crocevia di ogni iniziativa tra governo e imprese che passi per l’interfaccia del credito.
    Un ribaltamento netto, rispetto alle ipotesi sin qui perseguite.
    Ma se è il prezzo per porle in opera, che si paghi, sostengono premier e ministro.
    Fazio però ha anche altre frecce.
    Boccerà abbattimenti fiscali a partire dal 2005 che non siano integralmente finanziati da tagli alla spesa, sapendo in questo di poter contare su almeno metà della maggioranza.
    E allo stesso Siniscalco, ha riservato un mezzo chi va là.
    Ne ha apprezzato la volontà di mettere sotto controllo la spesa, ma ammonendo che gli effetti devono essere i meno depressivi possibili: mica facile.
    Senza contare che, tolta sanità, scuola, sicurezza e sviluppo,
    “non ho capito i tagli dove saranno”, ha sospirato il governatore. Che a settembre, anche sui tagli, potrà dire la sua.
    Del resto, un’amarezza covata per anni difficilmente sparisce da un giorno all’altro.

    da il Foglio

    saluti

  4. #14
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    Predefinito

    Roma. Il fisco non è cosa per aridi contabili, ha a che vedere con la filosofia, coi fondamenti della libertà individuale.
    Non è un caso, che i padri fondatori della democrazia americana avessero escluso dalla Costituzione l’imposizione sui redditi, che Thomas Jefferson si producesse in arringhe contro “la tassazione diretta della ricchezza, che ha segnato il declino di ogni grande esperienza statale nella storia, alzando il prelievo progressivamente al declino che avanzava”.
    Si dovettero aspettare 124 anni, e il sedicesimo emendamento alla Costituzione approvato nel 1913, per introdurre negli Stati Uniti la tassazione progressiva dei redditi.
    L’attuale amministrazione ha ripreso con energia la strada dei massicci tagli fiscali, sulla scorta di quelli di Ronald Reagan, John Kennedy e Calvin Coolidge.
    Gli effetti ci sono stati, nel rafforzare la ripresa americana, con la puntuale conferma che abbassando radicalmente le aliquote i ricchi pagano di più – attualmente il 2 per cento dei contribuenti più agiati versa il 42 per cento dell’imposta federale sui redditi, pur rappresentando essi solo il 23 per cento del reddito nazionale.
    Eppure, c’è chi non è contento. E propone una rivoluzione più radicale. Il ritorno ai padri fondatori. L’abolizione, in tutto e per tutto, dell’imposta sui redditi.

    A farsene portabandiera è una figura di riferimento della dirigenza repubblicana, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, Dennis Hastert.
    Un solido sessantaduenne che da 18 anni in Congresso anima battaglie contro la burocrazia dello Stato.
    Nella gestione dei lavori parlamentari, è rigorosamente bipartisan come il nostro amato Pierferdinando Casini.
    Ben più deciso, invece, quanto a proposte politiche.
    Insegnava storia in una high school del profondo Illinois, a Yorkville, di Jefferson contro il fisco progressivo nutriva i suoi allievi. Quanto a galvanizzare la squadra repubblicana – mestiere non facile, dopo un tosto come Newt Gingrich – lo aiutano i lunghi anni in cui era allenatore di football e di wrestling.
    Ma ha anche una solida laurea in economia, e la mette a profitto. Il 2 agosto è uscito un suo libro, “Speaker,: Lessons from Forty Years of Coaching and Politics”.
    E, nel libro, la bomba. I poveri ne sarebbero esentati
    L’obiettivo è radicale: l’e-li-mi-na-zio-ne dell’IRS, l’Internal Revenue Service, l’equivalente della nostra Agenzia delle Entrate, del suo mostruoso Codice da 2 milione e 800 mila parole, dei suoi 144 mila dipendenti, dei suoi 8 miliardi di dollari di costo, e dei 150-200 miliardi di dollari che nelle diverse stime costa ai contribuenti americani l’adempimento burocratico del proprio dovere fiscale.
    Ullallà, direte. E con quale bacchetta magica?
    Già avvertiamo le grida, contro “la solita ricetta a favore dei ricchi e che taglia servizi pubblici”.
    Neanche per sogno. La proposta è rigorosamente tarata per assicurare parità di gettito, rispetto all’attuale.
    Hastert si tiene all’inizio neutrale, fra tre strade che contano autorevoli sostenitori nel mondo liberista:
    la “flat tax”, l’aliquota unica sul reddito odiata dai liberal in quanto fortemente regressiva;
    l’introduzione generalizzata di un’imposta sul valore aggiunto di tipo europeo, da far convivere gradualmente con un’attenuazione dell’imposta sul reddito;
    e infine la granata esplosiva, la morte del leviatano fiscale, la National Sales Tax.
    Mira a sostituire ogni tassazione sul reddito personale e d’impresa, sui capital gain, sugli immobili e di successione con un prelievo fisso percentuale su ogni acquisto finale di beni e servizi, pari al 15 per cento se si intende mantenere la contribuzione sociale al sistema sanitaro attraverso il 15 per cento prelevato dalle buste paga dei lavoratori dipendenti (la “payroll”), oppure al 23 per cento, nel caso auspicabile in cui si volesse abolire anche questa.
    Fior di economisti come Dale Jorgenson e Laurence Kotlikoff ne hanno studiato pregi e benefici. La versione più aggiornata,
    “Emancipating America from the Income Tax: How a National Sales Tax Would Work”, è di David Burton e Dan Mastromarco, i campioni di American for Fair Taxation, think tank cui si ispirano proposte avanzate da congressmen repubblicani come Richard Lugar e Dan Schaefer.
    I poveri ne sarebbero esentati, i primi 18 mila dollari annui di acquisti per famiglia di 4 componenti non pagherebbero un cent. Ma la sola abolizione dell’IRS metterebe in tasca a ogni contribuente da 1.000 a 2.500 dollari.
    Sarebbe volontaria, visto che solo i consumi sarebbero tassati. Investimenti e profitti schizzerebbero verso l’alto.
    Aumenterebbe radicalmente la convenienza a impiegarsi e la produttività.
    Il pil Usa, secondo Kotlikoff, aumenterebbe tra il 7 e il 14 per cento in 20 anni, più rapidamente con quanta maggior decisione la riforma venisse attuata.
    Vero, i prezzi salirebbero e toccherebbe al commercio, essere sostituto d’imposta.
    Ma la maggior produttività compenserebbe in parte gli aumenti, e tutti avrebbero evidente la propria quota di imposte versate. L’uovo di Colombo.
    “L’ho detto a Bush, ci penserà”, dice Hastert.
    Che Dio benedica lui e l’America.

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Bondi: vogliamp Pannella...

    ...con noi di RENATO FARINA su Libero del 15 agosto

    Sta su un'isoletta greca con la moglie. Legge libri di filosofia e teologia. Naturalmente, come tutti gli intellettuali candidi, si è scottato. Ma resta sereno.
    Sandro Bondi si prepara alla battaglia dell'autunno. Mi affida un pacco di appunti mirabili su Edith Stein (pensatrice ebrea, convertita al cattolicesimo, uccisa ad Auschwitz, fatta santa da papa Wojtyla) e su Vittorio Sgarbi.
    Una strana coppia, gli dico.
    «Non tanto. Legga il libro "Dell'anima" di Sgarbi: è magnifico, alta spiritualità».
    Libero ha scoperchiato un pentolone poco spirituale, ma di certo altissimo quanto a costi: ha seguito l'inchiesta detta "Stipendiopoli"?
    «Certo. E la mia riflessione è questa: che in Italia la cosa pubblica è sempre quella degli altri. Da noi fare il proprio dovere di cittadini e praticare una amministrazione rigorosa ed efficiente è rivoluzionario. L'inchiesta che da voi - si da Libero, bisogna riconoscerlo lealmente - ha avuto avvio segnala una necessità morale generale. E si iscrive immediatamente nell'agenda politica ».
    Sta proponendo una Commissione d'indagine parlamentare ?
    «Per carità. Mi hanno deluso tutte. Guardi Telekom Serbia…. Avete dimostrato come gli enti locali sperperino denari senza controlli. Questo ci impone di riflettere sul federalismo. Noi l'abbiamo tutti esaltato, come l'Europa, in astratto, mitologicamente. Senza capirne le conseguenze concrete».
    La nostra inchiesta è una bocciatura del federalismo?
    «Boccia il federalismo fideistico. Invece promuove quello vero e responsabile. Su questo anche la Lega dovrà essere d'accordo. Il centralismo con appendici regionali abbiamo visto che raddoppia ruoli, consulenti, dipendenti, e moltiplica centri di spesa. Guai se si avviasse un federalismo connotato da questi vizi. Io credo nella devolution autentica. Adesso il presidente di Regione è visto come uno che usa soldi romani, statali, lontani. Non si percepisce che traffica con denari presi dalle nostre tasche. Si guarda persino con favore alle elargizioni sul territorio locale, lo si assolve addirittura quando favorisce gli amici degli amici. Cambierà tutto con il federalismo fiscale. Con esso, io cittadino posso controllare da vicino come spendi le mie tasse. Guai a te se le getti via. Impossibile evitare controllo e trasparenza, se ci saranno giornali attenti... Ecco: un federalismo virtuoso può essere frutto della vostra inchiesta. Implica rigore e responsabilità ».
    A settembre questo tema entra in gioco…
    «Certo».
    La verifica continua ?
    «Si è conclusa, ma continua il confronto » .
    Non è un po' democristiano questo discorso?
    «Proprio no, se intende con questa formula una furba ipocrisia. Guardi Berlusconi: è fermo sui principi, ma è disposto alle mediazioni senza timori. Ci sono stati problemi nella maggioranza. E in troppi non capiscono il ruolo di Berlusconi. Ma non sono le difficoltà nella maggioranza le questioni gravi del Paese. Tra l'altro assai più profondi sono i contrasti a sinistra. Ma non voglio giocare a chi sta peggio (loro!). Vorrei mettere in luce il problema decisivo, speculare a destra e sinistra».
    Dica.
    «E' urgente spingere insieme il sistema politico in quanto tale verso la normalità. Occorre trovare luoghi di dialogo per uscire da questo bipolarismo armato, selvaggio. Bisogna arrivare a una democrazia normale. A questo osta il residuo di comunismo che è ancora forte nel centrosinistra, e che trasforma in odio per l'avversario la differenza di idee. Ma dobbiamo renderci conto che in tutto il mondo destra e sinistra praticano gli stessi valori: una miscela di libertà e solidarietà. In certi momenti si sottolinea di più un aspetto, in altri il contrario. E non è detto che sia per forza prerogativa della sinistra premere più efficacemente della destra sulla componente di giustizia sociale. Ho lavorato a questo con Enzo Bianco Mi è piaciuta per molti versi l'intervista di Francesco Rutelli dove metteva in luce una verità praticata in qualsiasi Paese occidentale: che non si buttano via le riforme fatte dallo schieramento alternativo. Ma poi Rutelli è scivolato nell'ambiguità».
    Quale?
    «La tentazione di uscire dal bipolarismo per approdare ad un neocentrismo buono per alleanze varie».
    E sul proporzionale?
    «Tenuto fermo il bipolarismo, con la possibilità di scegliere per l'elettore tra coalizione chiare e distinte, con programmi espressi senza nebbie, allora va bene anche discutere la legge elettorale e introdurre il proporzionalismo. Se però è strumento dell'alternanza, e cioè di una normale democrazia. Se no si torna a prima, ed è un disastro».
    Quanto a ritorno al passato da prima repubblica in Forza Italia non scherzate, ci sono fazioni come in Iraq.
    «Non esageri, l'Iraq è una faccenda troppo seria. Lei allude al documento degli 80? Pensi: lo condivido in parte anch'io, e Berlusconi stesso l'ha giudicato costruttivo».
    Poi però lei ha licenziato due coordinatori che l'avevano firmato.
    «In questo copio Berlusconi, mai licenziato nessuno. Ho fatto presente l'incoerenza di sottoscrivere un testo dove si mette in questione il lavoro che tu stai guidando come dirigente regionale. Forza Italia ha ideali forti, essi devono permeare di più il suo corpo organizzativo. Io credo sia un ottimo punto di partenza la riflessione di Sgarbi nel libro che ho citato. Occorre uscire dal nichilismo che accomuna terrorismo islamico e la cultura senza speranza che domina molto Occidente. Io credo sia decisivo il riferimento al patrimonio della Chiesa cattolica».
    Parla di bioetica?
    «Anche. Si può dialogare, senza rinunciare ai propri principi, attingendo ad un pensiero politico alto».
    Scendendo più in basso. E' valida la proposta ai radicali perché entrino in maggioranza?
    «Sì, assolutamente sì. Quanto all'economia, alla politica internazionale, ai diritti umani le loro posizioni sono coincidenti con quelle di Forza Italia. Su altre questioni (fecondazione assistita ad esempio) resta l'autonomia e il diritto di fare battaglie coerenti con il proprio campo di pensiero » . Pannella ministro?
    «Io credo sia giusto che la carriera di Marco Pannella sia coronata con un alto incarico rappresentativo al servizio del nostro Paese. Ministro o una missione di rango internazionale».
    E' impossibile non chiedere a Bondi di Berlusconi.
    «E' l'uomo politico - ma è riduttivo utilizzare questa definizione -che ha saputo nel tempo in cui viviamo interpretare uno scopo dell'agire svincolato da ogni tipo di ideologia e volto unicamente al raggiungimento del bene attraverso la libertà. La sua leadership non ha nulla di titanico, se non per il coraggio, e ancor meno di monarchico o peggio di autoritario. La sua leadership si fonda unicamente su uno straripante vitalismo. Il potere non lo interessa».
    Bondi, Bondi…
    «Giuro».

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Il governo e le....

    ...brigate rosse

    Giorgio Napolitano, Rosa Russo Jervolino ed Enzo Bianco hanno guidato il ministero dell’Interno nell’epoca dell’Ulivo, con scarsi risultati nella lotta al terrorismo.
    In due anni, sotto la direzione di Beppe Pisanu, la rete delle Br sopravvissuta alla plumbea stagione degli anni Settanta e Ottanta è stata smantellata. Coloro che avevano ucciso il professor D’Antona e il professor Biagi, due riformisti al servizio di governi di differente colore politico con le loro idee sul mercato del lavoro, sono ora sotto processo.
    La dissociazione e collaborazione di una bierre dell’ultima generazione consente di pensare che la riuscita del lavoro investigativo stia producendo anche una sconfitta politica e ideologica delle organizzazioni armate, con riflessi prevedibilmente positivi sulla residua capacità di inquinamento e reclutamento ideologico dei figli dell’epoca in cui il piombo alimentava i sogni e i sogni alimentavano il piombo.
    Gli strepiti e i lamenti da sinistra contro le goffe ed esagerate dichiarazioni di Roberto Castelli non cancellano questa realtà, questi fatti.
    Nella battaglia per garantire sicurezza e giustizia, la sinistra perse tempo e fece molti pasticci; il governo di centrodestra si è dato da fare e ha portato a casa risultati rilevanti, perfino decisivi. E lo ha fatto senza boria, senza fanfara, senza ambigue retoriche di pronto uso politico, com’è nello stile del titolare del Viminale, un vecchio e onesto democristiano che ha stipulato il suo patto leale con la Seconda Repubblica e i suoi uomini, e lo onora con il lavoro quotidiano.

    La sinistra e i suoi uomini di punta dovrebbero smetterla, anche nel loro interesse, di considerarsi superiori all’avversario sempre e in tutto, e di parlare con inaudita boria dall’alto di un evidente fallimento.
    Dovrebbero riconoscere al governo i suoi risultati, che sono stati ottenuti nell’interesse di tutti e con una gestione imparziale del diritto, e domandarsi invece quali remore abbiano fatto e facciano da blocco alla capacità del centrosinistra di combattere seriamente questa battaglia sacrosanta.
    Dalle confessioni della Banelli emerge il carattere ordinario e addirittura routinier della vita di una giovane terrorista comunista nell’Italia di questi anni, e il solito elemento di contiguità con numerose manifestazioni di estremismo e di violenza urbana che a sinistra non si vuole riconoscere da circa trent’anni.
    C’è un momento per dare lezioni e un momento per imparare.

    saluti

  7. #17
    Me, Myself, I
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    Predefinito Re: Il governo e le....

    In origine postato da mustang
    ...brigate rosse

    Giorgio Napolitano, Rosa Russo Jervolino ed Enzo Bianco hanno guidato il ministero dell’Interno nell’epoca dell’Ulivo, con scarsi risultati nella lotta al terrorismo.
    In due anni, sotto la direzione di Beppe Pisanu, la rete delle Br sopravvissuta alla plumbea stagione degli anni Settanta e Ottanta è stata smantellata. Coloro che avevano ucciso il professor D’Antona e il professor Biagi, due riformisti al servizio di governi di differente colore politico con le loro idee sul mercato del lavoro, sono ora sotto processo.
    La dissociazione e collaborazione di una bierre dell’ultima generazione consente di pensare che la riuscita del lavoro investigativo stia producendo anche una sconfitta politica e ideologica delle organizzazioni armate, con riflessi prevedibilmente positivi sulla residua capacità di inquinamento e reclutamento ideologico dei figli dell’epoca in cui il piombo alimentava i sogni e i sogni alimentavano il piombo.
    Gli strepiti e i lamenti da sinistra contro le goffe ed esagerate dichiarazioni di Roberto Castelli non cancellano questa realtà, questi fatti.
    Nella battaglia per garantire sicurezza e giustizia, la sinistra perse tempo e fece molti pasticci; il governo di centrodestra si è dato da fare e ha portato a casa risultati rilevanti, perfino decisivi. E lo ha fatto senza boria, senza fanfara, senza ambigue retoriche di pronto uso politico, com’è nello stile del titolare del Viminale, un vecchio e onesto democristiano che ha stipulato il suo patto leale con la Seconda Repubblica e i suoi uomini, e lo onora con il lavoro quotidiano.

    La sinistra e i suoi uomini di punta dovrebbero smetterla, anche nel loro interesse, di considerarsi superiori all’avversario sempre e in tutto, e di parlare con inaudita boria dall’alto di un evidente fallimento.
    Dovrebbero riconoscere al governo i suoi risultati, che sono stati ottenuti nell’interesse di tutti e con una gestione imparziale del diritto, e domandarsi invece quali remore abbiano fatto e facciano da blocco alla capacità del centrosinistra di combattere seriamente questa battaglia sacrosanta.
    Dalle confessioni della Banelli emerge il carattere ordinario e addirittura routinier della vita di una giovane terrorista comunista nell’Italia di questi anni, e il solito elemento di contiguità con numerose manifestazioni di estremismo e di violenza urbana che a sinistra non si vuole riconoscere da circa trent’anni.
    C’è un momento per dare lezioni e un momento per imparare.

    saluti
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare il grande successo dell'uccisione di Biagi; con tutti gli altri "successi" d'immagine che ne sono conseguiti.
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare che la plumbea stagione degli anni settanta e ottanta è finita PRIMA dei governi bananas.
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare che l'arresto della Lioce fu una pura casualità; e tutti i "successi" che ne sono conseguiti dipendono da questo. Non dall'efficenza investigativa della quale i governucoli bananas non se ne potevano frega' dde meno.

  8. #18
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    Predefinito Re: Re: Il governo e le....

    In origine postato da MrBojangles
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare il grande successo dell'uccisione di Biagi; con tutti gli altri "successi" d'immagine che ne sono conseguiti.
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare che la plumbea stagione degli anni settanta e ottanta è finita PRIMA dei governi bananas.
    L'ignoto scrivente si dimentica di ricordare che l'arresto della Lioce fu una pura casualità; e tutti i "successi" che ne sono conseguiti dipendono da questo. Non dall'efficenza investigativa della quale i governucoli bananas non se ne potevano frega' dde meno.
    ----------------------
    Anche tu, come me, sei frutto di una pura casualità.
    Io ne sono felice.

  9. #19
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    Predefinito Re: Re: Re: Il governo e le....

    In origine postato da mustang
    ----------------------
    Anche tu, come me, sei frutto di una pura casualità.
    Io ne sono felice.
    Vorresti dire che Petri è morto per una scopata di Pisanu? Ed è per QUESTO che il governo ha dei meriti?

    (Sono Pazzi Questi Bananas)

  10. #20
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    Predefinito

    Questo è proprio fuori di melone

    Cordiali saluti

 

 
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