Il nuovo Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Londra. Di riforma del Consiglio di Sicurezza si parla da anni. Diversi segretari generali dell’Onu se ne sono occupati, ma, fino a oggi, nessuno è riuscito a concludere molto.
Ci sta provando anche Kofi Annan, che l’autunno scorso ha istituito un comitato di “personalità eminenti” con il compito di esaminare “minacce, sfide e cambiamenti” della nostra era. Il comitato, che ha appena concluso un periodo di lavoro a porte chiuse in Austria, sembra stia approntando alcune proposte.
Il problema della riforma del Consiglio di Sicurezza, l’organo politico più importante delle Nazioni Unite e l’unico che può autorizzare l’uso della forza militare per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, è in sostanza di essere rimasto fermo al 1945: i cinque paesi vincitori della Seconda guerra mondiale – Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina –hanno un seggio permanente e godono di un diritto di veto, mentre altri dieci mem bri del Consiglio vengono eletti periodicamente dall’Assemblea generale.
Lo status privilegiato delle cinque potenze, per quanto iniquo possa apparire a prima vista, ha una giustificazione pragmatica. Se l’Onu non tenesse conto dei rapporti di forza esistenti tra gli Stati sarebbe condannata al fallimento, come la Società delle Nazioni che l’aveva preceduta.
Meglio, dunque, accettare che alcuni Stati, in virtù della loro potenza economica e militare e di altre ragioni geopolitiche, abbiano un peso particolare nelle relazioni globali. Di solito il diritto e le istituzioni internazionali vengono ridisegnati alla fine di conflitti egemonici, in cui è in gioco la leadership politica internazionale, come durante le guerre napoleoniche nell’Ottocento e le due guerre mondiali nel Novecento. Tuttavia, la conclusione della Guerra fredda non è stata contrassegnata da una rinconfigurazione giuridico-istituzionale.
Sono aumentati i tribunali internazionali e sono stati firmati più trattati, ma in sostanza l’assetto post-bellico è rimasto immutato e la composizione del Consiglio invariata, nonostante alcuni anacronismi determinati da fattori come: la fine degli imperi coloniali e il ridimensionamento di Francia e Gran Bretagna; l’incongruenza della posizione di Giappone e Germania, nani politici e giganti economici; e l’accresciuto status internazionale di potenze emergenti come Brasile, India, Pakistan, Sud Africa, Nigeria.
Nell’ultimo decennio la realtà è ulteriormente mutata: Giappone e Germania si sono indeboliti sul piano economico; l’interventismo del governo Blair ha rilanciato il ruolo internazionale della Gran Bretagna, e la Francia è riuscita a fare altrettanto assumendo la leadership del fronte contrario alla guerra in Iraq.
Ridisegnare la mappa del Consiglio di Sicurezza tenendo conto di una sottostante realtà politico-economica in continuo movimento non è facile. La proposta che sembra emergere dal lavoro del comitato nominato da Annan e presieduto dall’ex primo ministro thailandese, Anand Panyarachun, vedrebbe confermato lo status dei cinque membri permanenti e il loro diritto di veto.
I cinque sarebbero però affiancati da diversi membri semi-permanenti, tra cui Giappone, Germania e potenze emergenti, a cui non sarebbe tuttavia conferito alcun potere di veto; i restanti membri del Consiglio di Sicurezza continuerebbero a essere eletti dall’Assemblea generale.
Per fare tutto questo sarebbe necessario allargare il numero dei componenti del Consiglio oltre i quindici attuali. Il comitato si starebbe occupando anche di regole sull’uso della forza e di difesa preventiva. Le due questioni – riforma del Consiglio di Sicurezza e uso della forza – sono infatti connesse: più efficace è il sistema di sicurezza collettiva imperniato sul Consiglio di Sicurezza, minore è l’incentivo per gli Stati, esposti al rischio di attacchi con armi di distruzione di massa, di far ricorso ad azioni unilaterali di tipo preventivo.

saluti