Una storia di prevaricazioni in nome di non si sa bene quale diritto originario. Le tappe di una guerra spacciata di liberazione anziché di annessione, come in realtà è stata

«Mi rattrista sempre che venga persa una lingua, perché le lingue sono il pedigree delle nazioni». È quasi impossibile non trovarsi d’accordo con questa massima di Samuel Johnson. Forse colpito dai suoni gaelici ascoltati durante il suo A journey to the western islands of Scotland, il letterato inglese con poche parole coglie il nesso intimo e profondo che passa fra lingua e popolo: la prima è il dna di una nazione, il codice genetico dove sono conservate le informazioni fondamentali di un popolo. Se si smarrisce, si perde un elemento indispensabile della propria identità e delle proprie radici. Ma non sempre, anzi assai di rado per essere sinceri, i popoli abdicano al proprio passato. Più spesso, ahinoi, sono costretti dalla forza, militare o politica che sia, a farlo. I conflitti, non avvengono solo sui campi di battaglia, ma anche in quelli culturali ed educativi. E spesso, è proprio su questi ultimi che si conta il maggior numero di vittime. Ma i popoli, per citare Umberto Bossi, «fanno respiri che durano milioni di anni». E per quanto un potere possa mettercela tutta, spesso la storia sembra prendersi le sue rivincite.
La nemesi del nostro discorso, potrebbe trovarsi nella nomina fatta il mese scorso dal ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia, di un comitato tecnico paritetico per la toponomastica in provincia di Bolzano. L’organismo, composto da due rappresentanti di lingua tedesca nominati dalla Provincia autonoma e da due di lingua italiana scelti dal ministro, è deputato a presentare le proposte di merito per l’emanazione delle norme di attuazione dello Statuto in tema di toponomastica (si allargherà anche a due rappresentanti della minoranza Ladina per l’esame di certe località). Anche se le decisioni verranno tecnicamente assunte da un altro organo Stato-Regione, la notizia riporta l’attenzione su un conflitto mai davvero risolto. In forza dello Statuto speciale, che le riconosce il potere di farlo, le due Province autonome, si sono sempre avvalse della possibilità di poter decidere in materia di toponomastica, ma secondo quanto denunciano alcuni, negli ultimi anni in molte zone sono avvenuti ripetuti eccessi a favore della popolazione tedesca e a danno di quella italiana. In certe località, sarebbe avvenuta persino una sorta di secessione dei cartelli stradali, che ora danno indicazioni solo nella lingua di Goethe e non più anche in quella del Manzoni. Un deputato di An (ma dai, che caso…) ci ha dedicato persino un libro dal roboante titolo “Golpe in Alto-Adige”.
Incastonata fra le Alpi, vicino al centro nevralgico della vecchia Mitteleuropea, questa terra sta vivendo da secoli una storia fatta di soprusi e prevaricazioni di chi in nome di non si sa bene quale diritto originario, continua ad impedire che sia il popolo ad esprimersi liberamente sul suo futuro. Facciamo un passo indietro nel tempo. Un piccolo salto alla fine del 1800, quando i cittadini di Bolzano eleggevano i deputati al Parlamento di Vienna e alla Dieta del Tirolo, non immaginando che di li a qualche anno avrebbero subito una divisione, la cui ferita sanguina ancora oggi.
Corre l’anno 1902 all’assise di Innsbruck siedono quattro rappresentanti di lingua italiana eletti nelle valli trentine. Sono pochi ma molto determinati a chiedere maggiori spazi di autonomia per il loro territorio. Il luogotenente della Dieta, Erwin von Schwartzenau, non si tira indietro ed elabora un progetto di risoluzione del problema, che contempla la creazione di una Giunta provinciale di Trento con il compito di investire in opere pubbliche e sanità quanto incassato con il pagamento delle imposte. Gli italiani però, rispediscono al mittente l’offerta giudicandola troppo imitata rispetto alle aspettative. Il dibattito parlamentare vede fra i protagonisti un personaggio emblematico di questa pagina della storia tirolese: Julius Perathoner, brillante giurista, esponente del partito liberal-nazionale tirolese, borgomastro bolzanino dal 1895 (sempre riconfermato fino al 1922, all’epoca le legislature duravano tre anni, ndr) e deputato al Reichsrat. Egli difende a spada i diritti dei ladini e della loro chiara diversità etnica rispetto ai trentini. Perathoner del resto, è uno abituato a trattare con le diversità: governa una città dove risiede una chiara minoranza italiana (il 5/10% della popolazione) e fin dal suo primo mandato ha esplicitamente ammonito i suoi concittadini che le due comunità «devono vivere in pace e in buoni rapporti». Un proposito che non si rimangia nemmeno allo scoppio della prima guerra mondiale, quando l’Italia tradisce la Triplice alleanza, si schiera con l’Intesa e muove battaglia agli eserciti dell’Aquila bicipite. I muri di Bolzano, come ricorda Stefano B. Galli in un suo studio di qualche anno fa pubblicato dalla rivista “Etnie”, sono ricoperti con manifesti di alto e nobile senso civico: «La nostra patria - scrisse Perathoner alla popolazione - da ieri è in guerra con i nostri vicini a Sud, con i quali da 40 anni viviamo in indisturbata pace e da oltre 30 abbiamo tranquille relazioni di amicizia (…). Condivido con tutti i miei concittadini i sentimenti che essi nutrono contro i responsabili di questa violazione della pace. Ciò che non potrei mai condividere e dovrei biasimare senza riserve, sarebbe però il trasferimento di tali sentimenti sui pochi abitanti di lingua e di origine italiana che come noi sono cittadini di questo Stato o più semplicemente vi risiedono per esercitare pacificamente la loro professione…».
I fatti che seguono raccontano come questa cortesia non sia stata restituita. Per il duplice impero nella primavera del 1918 la fine è segnata. Presagendo nubi oscure all’orizzonte, si forma una Lega Tirolese, che oltre ogni ideologia, riunisce tutti i rappresentanti politici che vogliono difendere l’indissolubilità e le prerogative del Tirolo. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno le truppe italiane sono a Trento e occupano Bolzano. Il 10 novembre 1918 il tricolore sventola sul Brennero. Ma già da qualche giorno a Roma si stavano studiando i passi da compiere per ufficializzare l’annessione delle “terre redente”. Per farsi carico dell'incombenza, viene scelto il nazionalista Ettore Tolomei, nominato “Commissario alla Lingua e alla Cultura per l’Alto Adige”. Tolomei parte per Bolzano con già in valigia le liste dei toponimi tedeschi da sostituire con quelli italiani e ha già pronto un elenco di insegnanti italiani da inserire nelle scuole altoatesine. Come segno di massimo disprezzo verso la realtà locale, Tolomei decide di stabilire il suo ufficio nel palazzo che ospita il Museo civico dove sono raccolte le testimonianze dell'identità tirolese.
Intanto le truppe italiane continuano ad avanzare e il 10 giugno 1919 il terzo corpo d’armata di sua maestà Vittorio Emanuele di Savoia, si insedia a Innsbruck palesando come quella che la storiografia ha consacrato come guerra di liberazione, sia invece un atto di annessione. Persino nella capitale qualcuno inizia a nutrire dubbi sull’opportunità di certe manovre che non tengono in considerazione gli aspetti etnici della vicenda. Ma il governo Orlando ha altro per la testa e reputa «l’elemento etnico secondario rispetto all’esigenza di garantire all’Italia la sicurezza delle sue frontiere». Forse, più probabilmente, si tratta di una mossa per mostrare i muscoli e ottenere quello che infatti arriva da Saint Germain en Lay, dove si tratta per la distribuzione delle terre dell’Impero e dove viene assegnato all’Italia il Sud-Tirolo, spezzando l’unità di una terra che fino a quel momento non aveva mai subito divisioni.
Nasce la “Deutscher Verband”, rassemblement di tutte le forze politiche contrarie all'occupazione italiana. La nuova formazione alla conferenza di pace di Parigi si limita a rivendicare per le province tirolesi la stessa autonomia di cui godeva sotto la corona d’Austria. Una richiesta sulla quale si aprono degli spazi di trattativa, ma che rimase nei fatti lettera morta.
Intanto gli anni passano e il calendario non depone a favore. L’accresciuta forza dei nazionalisti a Roma spezza le flebili possibilità di trovare dei punti di mediazione. L’11 gennaio 1921 si costituiscono a Trento i Fasci di combattimento agli ordini di Achille Storace. Pochi giorni dopo la stessa cosa avviene anche a Bolzano. I fascisti devastano piazze, strade e persino cimiteri pur di cancellare ogni residuo dell’identità locale. Numerose, naturalmente, le provocazioni, fatte ad arte per suscitare le reazioni da parte dei tedeschi e motivare così nuove azioni repressive.
La democrazia però, se così si può dire, vige ancora e alle elezioni del maggio 1921 (politiche) e del gennaio 1922 (comunali), la Deutscher Verband fa il pieno di voti aggiudicandosi tutti e quattro i seggi in palio per la Camera e rieleggendo Perathoner primo cittadino. Sarà l’ultimo successo e l’ultimo anno di mandato per il borgomastro. Di lì a poco i tirolesi saranno costretti a fare il militare indossando una divisa e giurando davanti ad una bandiera che non riconoscono; a parlare una lingua che non è la loro; a dover fare i conti con l’immigrazione forzata decisa da Mussolini per mescolare le etnie e de-tedeschizzare l’Alto Adige.
Da quei tristi giorni, per fortuna, molte cose sono cambiate. Quella tirolese è una realtà complessa, e non si può certo con un solo articolo fotografarne tutta l’evoluzione storica. Eppure, i fatti di allora e quelli di oggi sembrano in qualche modo collegati.

Paolo Bassi