Il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli: i nodi venuti al pettine punto di arrivo di una crisi iniziata lo scorso anno.
Chi presenta emendamenti al Federalismo finge di non sapere che è già stata prevista una soluzione
La strada per me è ancora percorribile, in termini di contenuti e in merito al prosieguo della maggioranza. Non mi riferisco al passaggio in aula di settembre bensì all’approvazione finale

Da Palazzo Madama a Palazzo Chigi c’è poca strada. Di più ce n’è da Bergamo a Roma, dalle piazze e dal verde della Padania alle stanze ovattate e dorate del potere capitolino. Roberto Calderoli, questi due passaggi li ha compiuti entrambi: quello breve, per quanto importante, che lo ha visto traslocare dalla vicepresidenza del Senato alla poltrona più prestigiosa del ministero delle Riforme. E quello più lungo, dalla politica sul territorio a quella dei tavoli, delle mediazioni, delle trattative con gli altri partiti.
In molti, di fronte ad una simile ascesa, proverebbero vertigini o un’ebrezza tale da far perdere la giusta percezione delle cose. Un rischio che Calderoli ha scongiurato. Del resto, chi è stato abituato a gestire un reparto ospedaliero e in seguito ha saldamente timonato per otto anni il Carroccio nella regione dove raccoglie il maggior numero di consensi elettorali, non può che avere i nervi saldi.
«L’esperienza professionale e quella alla segreteria della Lega Lombarda - ci racconta il neo ministro - sono state entrambe molto importanti. Ho trasferito nella politica quanto imparato in ospedale (Roberto Calderoli è chirurgo maxillo facciale e non semplicemente dentista come riportato da alcuni giornali, ndr). Ci arrivai molto giovane e come tutti quelli che si affacciano per la prima volta ad una professione ho dovuto fare la mia “gavetta”. Ma con tanta buona volontà e con quello che dalle mie parti si chiama “olio di gomito”, non ho dovuto aspettare molto per avere le prime soddisfazioni. Ho sempre avuto una certa predisposizione per l’organizzazione e la programmazione delle cose».
Uno “schema mentale” che Calderoli ha portato con sé nel suo modo di fare politica, tanto nel Movimento quanto nelle istituzioni. Non a caso, Bossi scelse lui come rappresentante della Lega Nord allo storico vertice dei “saggi” a Lorenzago di Cadore che scrisse la “road map” delle riforme istituzionali. Una scelta riconfermata solo qualche giorno fa, quando il leader del Carroccio, ha indicato Calderoli come suo sostituto al ministero delle Riforme. «Quando Umberto mi ha detto di salire un po’ prima - ci racconta riferendosi alla riunione che i vertici leghisti hanno avuto con Bossi domenica 18 a Lugano - ho capito che si trattava di una cosa seria. Prendere il suo posto è un grandissimo onore. Ho la consapevolezza che non sarà una passeggiata, che si dovrà lottare senza riserve. Dovremo prepararci a riempire di sudore parecchie delle camicie verdi che ci siamo portati a Roma».
In effetti, il clima politico di questi giorni di mezza estate, è persino più caldo e afoso di quello atmosferico.
«Purtroppo le riforme hanno avuto la disgrazia di capitare nel peggior periodo politico per questo governo e per questa maggioranza. Sono state trasformate in una sorta di catalizzatore di tutti i problemi che la Cdl covava sotto le ceneri, dai discorsi economici, alle poltrone per questo e per quello, passando per la difesa di certi vetusti assitenzialismi per i quali qualcuno è ancora disposto a salire sulle barricate. I nodi venuti al pettine dopo le Europee e dopo i ballottaggi delle amministrative non sono una conseguenza delle elezioni, ma sono il punto di arrivo di una crisi che si è aperta nel maggio dell’anno scorso e che non è mai stata chiusa. È stata fittiziamente risolta giusto per un mese e mezzo in maniera da non gravare sulla campagna elettorale, ma poi di fatto, chiuse le urne, i problemi sono riemersi come un fiume carsico».
Lei quindi aveva già previsto degli ostacoli lungo il percorso?
«Sono un realista e per quanto conosco la politica italiana, so che ci deve sempre mettere in budget di trovare qualcuno che ti fa lo sgambetto. Nel metodo, fin dai tempi di Lorenzago, noi avevamo tratteggiato il punto di approdo del progetto di riforma. Tenendo già conto di alcune ipotesi di correzione al testo attuale utili a trovare una soluzione di equilibrio sulla quale potessero convergere tutte le forze politiche di maggioranza. Se si riescono a togliere di mezzo gli “altri problemi” cui prima ho fatto accenno, la strada per me è ancora percorribile, sia in termini di contenuti, sia in merito al prosieguo della maggioranza. E non mi riferisco semplicemente al passaggio in aula di settembre, ma all’obiettivo prioritario: l’approvazione finale. Siamo di fronte ad un passaggio strettissimo al quale è legata la sopravvivenza stessa della Casa delle libertà».
I veri nodi da sciogliere quali sono?
«Ci sono cose che sapevamo sarebbero avvenute in occasione dell’ultimo passaggio in aula, quando si discute il testo che poi sarà quello definitivo e non più modificabile. Lo so io e lo sa chiunque abbia partecipato ai vari tavoli di lavoro. Perciò, se oggi qualcuno presenta degli emendamenti ponendo un problema, finge di non sapere che è già stata prevista una soluzione. È evidente che se viene proposto un correttivo che pur lasciando la devoluzione la svuota completamente, ci troviamo di fronte ad una palese provocazione, ad un ricatto nel vero senso della parola».
Qualcuno allora, sta giocando una “partita truccata”? «Purtroppo la tanto auspicata “seconda Repubblica” è stata confinata, non certo per colpa nostra, in una sorta di iperuranio di platoniana memoria. Non so se quella attuale sia ancora la “prima” o una fantomatica “terza”. So solo che questo, è un modo di fare politica che vedevo nel ’92 e che speravo di poter dimenticare».
Come non bastasse, ora è arrivata la manovra correttiva. Il Carroccio ha espresso tutte le sue perplessità.
«Che ci fosse la necessità della manovra è assolutamente evidente. Non si poteva fare altrimenti per rispettare le indicazioni dell’Ecofin. Però anche in questo frangente, si sono visti i retaggi della prima Repubblica, che non hanno avuto il coraggio di fare una vera operazione “taglia-spese”, ma sono ricaduti sul solito assistenzialismo che aumenta le tasse per non toccare certi privilegi. L’esatto contrario di quanto ci chiede l’Europa. Teniamo poi in considerazione che abbiamo di fronte solo un piccolo “assaggio” di quello di cui si dovrà affrontare in autunno. Se non si è disponibili e compatti nel tagliare certi sprechi, sarà del tutto impossibile raggiungere l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale».
Ministro Calderoli, l’Udc vuole legare le riforme ad una revisione della legge elettorale. Perché i centristi stanno così accelerando sul proporzionale?
«Ecco, vede perché parlo di argomenti che alle volte vengono usati in maniera strumentale? Di legge elettorale si è parlato fin dai tempi dell’Officina (il Think tank politico fondato da Umberto Bossi e Giulio Tremonti, ndr). In quelle riunioni a Milano e a Roma, cui hanno partecipato esponenti di tutta la nascente Cdl, se ne è parlato a lungo, individuando un modello che ricalca quello usato per l’elezione dei governatori e dei Consigli regionali, che garantisce governabilità, indicazione diretta del capo dell’esecutivo, rappresentatività di ogni singola forza politica e così via. Il fatto che sia stato momentaneamente messo da parte questo capitolo era nei patti: prima approviamo i due passaggi della riforma alle Camere così sarà chiaro per chi e per cosa andremo a votare nella nuova Italia. Poi, esauriti i quattro passaggi parlamentari, prima del referendum confermativo, si procederà a cambiare il sistema elettorale con una semplice legge ordinaria».
Gli emendamenti anti Federalismo e anti presidenzialismo dei centristi, sono riusciti a mettere in crisi persino l’asse privilegiato che il partito di Follini aveva stabilito con An. Ora anche i luogotenenti di Fini non risparmiano bordate contri i democristiani.
«Il programma elettorale della Cdl parlava anche di presidenzialismo. In sede di discussione a Lorenzago abbiamo individuato un modello che assomiglia più al cosidetto “premierato”, che ad un presidenzialismo vero e proprio. Anche in questo caso abbiamo trovato un accordo di sintesi che tenesse conto delle varie sensibilità. Se ora mi trovo a dover discutere di un emendamento che indietreggia persino sul dispositivo “anti-ribaltoni”, non posso che ripetere quanto ho detto a proposito della Devolution: si tratta di provocazioni da usare come strumento di ricatto».
Ai più sfugge il motivo ultimo di queste provocazioni dell’Udc, che agitano le acque all’interno del governo.
«Evidentemente qualcuno ha interesse ad ottenere risultati su altri fronti...».
Fronti ancora tutti aperti...
«Esatto. Quando saranno chiusi, anche le riforme potranno essere realizzate. Ribadisco, vale la pena di chiuderli non solo per le riforme, ma anche perché questa è la conditio sine qua non per andare avanti con questa maggioranza».
Lei pochi minuti dopo aver giurato al Quirinale, ha addirittura detto che se le riforme non arriveranno in aula entro fine mese, non esiterà a rassegnare le dimissioni.
«Certo. L’ho detto non per spirito di polemica, ma per massimo pragmatismo leghista: se non ci sono più i tempi tecnici per approvare le riforme, cosa ci sta a fare il ministro delle riforme?».
Il presidente del Lazio Francesco Storace ha dichiarato: “Senza le Regioni non si va da nessuna parte”.
In che modo ha intenzione di interfacciarsi il nuovo ministro delle Riforme con i governatori?
«Proseguirò il lavoro impostato da Umberto Bossi che ha sempre tenuto in considerazione il ruolo e l’opinione delle Regioni. Abbiamo coinvolto e ascoltato i governatori in ogni fase dell’iter di riforma, continueremo a farlo. Devo rilevare che chi spesso si è mostrato critico, non è stato altrettanto vivace nell’avanzare proposte concrete che potessero inserirsi nel progetto di Lorenzago e nel lavoro del governo e della maggioranza».
L’Ulivo intanto minaccia ritorsioni di piazza. Per il prossimo 2 ottobre è già stata convocata una manifestazioni degli amministratori locali contro il vostro progetto di riforma.
«Mah, se devo essere onesto, penso che dormirò bene lo stesso. Dovrebbero imparare a stare un po’ attenti con la minaccia di agitare la piazza. Mi risulta che la loro ultima manifestazione sia stata un clamoroso buco nell’acqua».
Insomma, il solito atteggiamento strumentale.
«Vedo più che altro molta confusione. In sede di commissione la sinistra ha presentato una montagna di emendamenti, molti dei quali in contraddizione fra loro. Ce ne sono alcuni che spingono per un federalismo alla tedesca e altri che vorrebbero un centralismo assoluto. Manca la cosa più importante: una proposta concreta.
Un’ultima cosa. Oggi la Cdl può ancora riuscire a ritrovare lo “spirito del 2001”, che ha consentito l’alleanza e il programma elettorale?
«No, questo penso non sia possibile. Con l’estromissione di Tremonti e le dimissioni di Bossi, quello spirito non può tornare. Però credo rimanga l’obbligo morale davanti ai cittadini, di portare a termine quel pezzo di programma che è ancora possibile realizzare. È il minimo per poter di nuovo guardare in faccia gli elettori. Nessuno si può permettere di prendere in giro la gente. Per chi non lavorerà in questo senso la condanna è già scritta, a comminarla sarà il popolo con la sua arma più letale: il voto».

Paolo Bassi