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Riapre Lady Liberty una dea contro la paura
NEW YORK - «Il futuro non può appartenere alla paura, il futuro è della libertà». Le parole di Kerry davanti alla convenzione democratica di Boston - quattro giorni di discorsi nei quali la parola freedom è stata ripetuta con una insistenza ossessiva - illustrano bene la determinazione degli americani a non cedere al terrorismo, a reagire alle minacce senza panico, aggrappandosi alla dea della libertà. La dea è lì, in mezzo alla baia di New York. Quarantasei metri di acciaio su un piedistallo di granito alto altrettanto, la più grande statua metallica del mondo. Chiusa dopo l’attacco alle Torri Gemelle per timore di altri attentati, da stamani è di nuovo aperta al pubblico, proprio mentre a New York scatta un altro allarme-terrorismo che sicuramente durerà fino alla «convention» repubblicana di fine agosto. In mezzo tre anni di timori e polemiche, indagini sull’uso dei fondi raccolti per finanziare i restauri e la creazione di sistemi di sicurezza degni dell’aeroporto più «blindato».
Gesti di generosità - lo stesso sindaco, il miliardario Bloomberg, ha contribuito con una donazione di 100 mila dollari - e storie di dissipazione: manager della Fondazione che si sono assegnati stipendi da favola e vicende curiose come quella dei 45 mila dollari spesi ogni anno per mantenere un cane che gira per l’isola cacciando via le oche di Long Island. Anni in cui non è mancata nemmeno una spruzzata di revisionismo storico: le ultime ricerche fatte nell’archivio creato a Ellis Island, l’altra isola davanti a Manhattan dove sbarcavano e venivano tenuti in quarantena gli immigrati giunti via mare dall’Europa, dicono che la statua non fu semplicemente «un regalo del popolo francese al popolo americano», ma piuttosto uno strumento pensato per promuovere il commercio tra i due Paesi e per attrarre l’attenzione dell’America sulla tecnologia francese.
Scolpita a partire dal 1875 da Auguste Bartholdi, la statua fu inviata negli Stati Uniti e montata dieci anni più tardi. Sono gli anni della costruzione della Torre Eiffel, nuova meraviglia della vecchia Europa.
E Gustave Eiffel è anche l’ingegnere strutturale della statua della libertà. Neanche la scelta di ispirarsi alla dea Libertas dell’antica Roma può essere considerato un omaggio alla democrazia americana: il soggetto era stato scelto intorno al 1865 con l’idea di sollecitare i francesi ad opporsi con vigore al governo autocratico di Napoleone III.
Ma, come nota Wilton Dillon, studioso della Smithsonian Institution, le statue hanno una tale potenza espressiva da provocare una totale amnesia sulla loro origine. E la statua della Libertà è stata per oltre un secolo un simbolo di enorme senso e suggestione non solo per l’America, ma anche per i Paesi che guardavano con speranza al nuovo mondo. Statua della Libertà, ma anche della Speranza. E «hope» (speranza) è l’altra parola ripetuta con maggior insistenza alla «convention» di Boston. Col reverendo nero Al Sharpton - personaggio assai controverso ma rivalutato da Kerry - che ne ha spiegato il valore con parole di grande efficacia nel discorso più applaudito dai delegati: «Mia madre mi manteneva facendo uno sporco lavoro nei sotterranei della città, ma non me l’ha mai fatto pesare. Il significato della vita - mi diceva - non te lo dà il luogo in cui stai ma quello in cui pensi di arrivare».
In una nazione che venera i suoi simboli e non ha paura delle affermazioni che grondano retorica, Mario Cuomo, da governatore di New York, spiegò con parole ispirate il significato che quella statua aveva per tutti gli immigrati che, assiepati sui bastimenti ancora in Oceano, vedevano per la prima volta la luce della sua fiaccola: ecco Manhattan, la città del potere e dei sogni, Manhattan la città imperiale, cancello di una terra ormai alla nostra portata, la terra delle università, delle case spaziose e pulite, dei giardini, del successo. Per tutti loro lei è «The Lady», la Signora che ha illuminato con la sua lampada generazioni di immigrati e di esuli. Una statua venerata da molti come quella dei santi nelle chiese.
Storie di un’altra epoca: e non solo perché da generazioni, ormai, gli immigrati non arrivano più via mare. Nell’America assediata di oggi il sogno si è appannato: un’economia in difficoltà offre ancora opportunità ma non a tutti, mentre l’incombente minaccia del terrorismo rende le frontiere sempre più impenetrabili. Cordialità e disponibilità della gente sono sempre più infiltrate dalla diffidenza. Un malessere finito ieri sulla copertina del New York Magazine che, provocatoriamente, propone una scissione della «Grande Mela» dagli Stati Uniti: «La nostra città rassomiglia più all’Europa che a queste orde di delegati repubblicani che stanno per invaderci».
Più ancora del terrore e dei danni all'economia, è questo il vero bottino di Al Qaeda: il Patriot Act di Ashcroft che trasforma un Paese abituato a vivere quasi senza documenti in un incubo di bolli e codici di riconoscimento; il crollo verticale (-30 per cento) degli studenti stranieri - i cervelli del futuro - stufi di essere guardati con sospetto.
Con tutto questo, la statua è ancora un simbolo è potente e venerato.
In fondo ne sono suggestionati anche i turisti che si metteranno in fila di buon mattino davanti ai metal detector del molo di Battery Park per salire sui traghetti dell’Isola della Libertà (già riaperta da tempo ma senza dare accesso alla statua). Certamente nessuno proverà, però, l’emozione di Mario Cuomo: «Se salite una volta la scala dentro la nostra Lady, se avete visto il mondo attraverso le finestre della sua corona, la meraviglia di quel momento non vi abbandonerà mai più».
Nessuno potrà più salire su quella scala: i visitatori dovranno accontentarsi di osservare l’interno del corpo di acciaio attraverso una scura vetrata.
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da:corriere.it




NEW YORK - «Il futuro non può appartenere alla paura, il futuro è della libertà». Le parole di Kerry davanti alla convenzione democratica di Boston - quattro giorni di discorsi nei quali la parola freedom è stata ripetuta con una insistenza ossessiva - illustrano bene la determinazione degli americani a non cedere al terrorismo, a reagire alle minacce senza panico, aggrappandosi alla dea della libertà. La dea è lì, in mezzo alla baia di New York. Quarantasei metri di acciaio su un piedistallo di granito alto altrettanto, la più grande statua metallica del mondo. Chiusa dopo l’attacco alle Torri Gemelle per timore di altri attentati, da stamani è di nuovo aperta al pubblico, proprio mentre a New York scatta un altro allarme-terrorismo che sicuramente durerà fino alla «convention» repubblicana di fine agosto. In mezzo tre anni di timori e polemiche, indagini sull’uso dei fondi raccolti per finanziare i restauri e la creazione di sistemi di sicurezza degni dell’aeroporto più «blindato».
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