Tempo fa assistevo ad un’interessante discussione al Cutty in cui veniva riproposta la fatidica Domanda: perché facciamo militanza? E, complici gli alcolici del perfido birraio e del suo apprendista, subito comincia il botta-risposta delle due fazioni: chi si è formato leggendo Ricci, Corridoni e Pavolini, chi ha passato tutta la vita studiando la Socializzazione risponde: “Agisco nel sociale, per occupare spazi, per radicarsi e per preparare la Rivoluzione”.
Chi si è bruciato il cervello con Evola, Guenon ecc. ribatte “No. La Rivoluzione ora è impossibile, io faccio l’azione per l’azione, senza occuparmi del risultato: la mia battaglia è spirituale, poiché la Grande Guerra Santa è più importante della Piccola Guerra Santa (1)”.
E il primo ancora: “Ma chi se ne frega della Guerra Santa, io mi occupo della realtà”.
E con il primo che accusa il secondo di stare troppo con la testa fra le nuvole e con il secondo che accusa il primo di essere materialista, non si giunge a nessuna soluzione.
Ma allora qual è il nostro obiettivo principale? Quello politico o quello spirituale? Non c’è via di scampo, ognuno risponderà in modo differente a seconda della propria formazione, di vita o culturale.
Ma cercando di analizzare le due posizioni nel modo più distaccato possibile, ci si accorge che entrambe hanno delle falle e che entrambe sono incomplete.
Perché effettivamente senza una spinta verso l’alto, che sia essa etica, spirituale o religiosa poco importa, l’azione non ha senso e si perde in un inutile meccanicismo.
Ma d’altra parte se uno si occupa solo della propria autoelevazione fregandosene del mondo che lo circonda, tanto vale che faccia l’eremita o l’asceta su una montagna del Tibet. È vero che la Grande Guerra Santa è ritenuta più importante della Piccola Guerra Santa, ma una non ha senso senza l’altra e una non si può vincere senza l’altra; cercare di vincere la prima senza occuparsi della seconda (e lo dice lo stesso Evola) vuol dire solo perdersi nel vuoto. Esse sono inscindibili. E la scissione di queste due battaglie è stata l’opera di mistificazione spirituale più grave che sia mai stata compiuta negli ultimi duemila anni, cominciata con la lotta per le Investiture con il partito guelfo dei papi che sosteneva la divisione del potere spirituale da quello temporale e la superiorità del primo rispetto al secondo ai danni della visione Imperiale e Sacra della vita in cui tale scissione era impensabile, e terminata con la polemica del Vaticano con il Fascismo e la sua visione mistica dell’esistenza e l’accusa di voler “idolatrare ciò che è umano e umanizzare ciò che è divino”.
Una volta un professore pazzo di filosofia e profondo conoscitore del mondo ellenico mi disse che in greco antico non esiste un termine per esprimere la parola “religione” poiché tale concetto era del tutto estraneo ai greci: per essi infatti tutta la loro vita era “religione”, ovvero ogni azione era volta alla sfera del divino, non perché lo cercassero loro ma perché era per essi del tutto naturale. Non poteva essere altrimenti. E sia la via guerriera della mistica ghibellina che la mistica fascista non hanno fatto altro che cercare di ristabilire questa inscindibilità tra vita quotidiana e vita spirituale.
È cio che dice Tom Cruise ne “L’Ultimo Samurai” quando descrive che i guerrieri nipponici cercano la perfezione in ogni gesto della loro vita, attraverso il silenzio della mente e tramite la spada.
È l’insegnamento del Mito della Caverna: lo schiavo che si rende libero ed esce dalla prigione non resta fuori. Egli torna nella prigione perché la sua missione è lì dentro. Mito ripreso magistralmente nella trilogia di Matrix, in cui l’eletto pur essendo libero dalla realtà virtuale torna dentro Matrix poiché la vera battaglia va combattuta lì.
È ciò che ci dice l’Alchimia, che non è una buffonata da maghetti come qualcuno vorrebbe farci credere bensì l’Arte Regale la cui lezione finale ci insegna che senza il Piombo non si fa l’Oro perché sono inscindibili, poiché nel primo si nasconde il secondo che a sua volta si trova solo e soltanto nel primo.
E senza perdersi troppo in citazioni astruse e tornando a chi ci è più vicino storicamente e politicamente, è ciò che dicevano gli eroi della Scuola di Mistica Fascista:
“Mistica per noi fascisti è anelito verso una vita alta e piena, vissuta per sé ma soprattutto per gli altri. Mistica per gli individui è aspirazione a migliorarsi, a progredire, ad avanzare; e per i popoli è ambizione di martellare i segni inconfondibili della propria civiltà sulle tavole immortali della storia. Mistica è la stessa forza della giovinezza fascista, espressione di vita in cammino, ansia di rinnovamento, febbre delle altezze spirituali, impazienza di seminare per raccogliere, gioia di vivere e, quando sarà necessario, gioia di morire. Per noi fascisti quello che importa non è vivere a lungo ma vivere degnamente. Questa è la mistica fascista. Ma allora, si obietterà, tutto è mistica. Proprio così. Nel fascismo tutto è mistica. Mistica e fascismo sono i termini di un binomio indissolubile. Tutto è inteso dal fascismo in senso mistico, perché mistico è il suo modo di concepire la vita” (2).
“Vita est militia super Terram” diceva qualcuno. E il miles non è né un semplice soldato politico né tantomeno un monaco che ricerca lo spirito. Il miles è entrambi: egli è un Guerriero e per un Guerriero la Guerra è l’essenza della vita e si combatte su tutti i piani. Insieme.
Note
(1) La Grande Guerra Santa è la guerra interiore contro le parti “oscure” di se stessi. La Piccola Guerra Santa è la guerra contro i nemici esterni. Cfr “Dottrina Aria di lotta e vittoria”, J. Evola
(2) “Libro e Moschetto”, 25 febbraio 1940
Carlomanno Adinolfi




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