
Originariamente Scritto da
MrBojangles
Max, pietà di noi
- Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano 29/8/ 2015
Siccome la guerra si fa ai vivi, Massimo D’Alema cominciava quasi a diventarci simpatico.
Come Wile Coyote, che passa la vita a tendere trappole in cui poi casca lui e a fabbricare ordigni che poi regolarmente gli esplodono in mano. Le sconfitte, specie quando sono così scientificamente pianificate e pervicacemente perseguite, hanno un loro fascino e fanno tenerezza. Ma a una condizione: che non vengano gabellate per vittorie. L’altroieri, alla festa dell’Unità, il Conte Max ha risposto a Renzi, che al Meeting di Rimini aveva liquidato gli ultimi vent’anni come una lunga e inconcludente rissa fra berlusconiani e antiberlsconiani.
E Dio sa quanto quella corbelleria meritasse una stroncatura.
Ma se D’Alema difende i presunti successi del centrosinistra, ne dipinge i governi come l’età dell’oro, rivendica di aver “combattuto Berlusconi” e addirittura sventola la bandiera dell’Ulivo, beh, vien quasi voglia di dare ragione a Renzi: perché nessuno – a parte B. – ha combattuto l’Ulivo più di D’Alema.
Il quale, onore al merito, nel 1995 aveva inizialmente capito che la sua faccia da ex comunista mai e poi mai avrebbe convinto gli italiani a votare a sinistra, così si era inventato la candidatura di Romano Prodi, su consiglio di Nino Andreatta.
E infatti il Professore fu il solo leader di centrosinistra che riuscì a scaldare i cuori di quella metà abbondante dell’Italia che detestava B.: prima con i Circoli dell’Ulivo nel 1995-’96, poi col plebiscito delle prime primarie del 2005 (4,3 milioni di persone ai gazebo, 3,1 milioni di voti al Prof).
E non a caso fu l’unico a sconfiggere B., non una ma due volte, (NdiMrBj: avvisate brunik) grazie al valore aggiunto “ulivista” che si aggiungeva alla somma dei partiti.
Purtroppo, nel 1998, D’Alema gli diede una bella mano a cadere: prima gli tagliò l’erba sotto i piedi con la Bicamerale e l’inciucio con B., poi garantì la copertura a Rifondazione quando quell’altro genio di Bertinotti sfiduciò il governo Prodi, avendo la garanzia che non si sarebbe andati al voto.
Infatti Max andò a Palazzo Chigi con un’ammucchiata di trasformisti eletti con B. pronti a intrupparsi con lui al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione a una condizione: che l’Ulivo fosse dichiarato morto e sepolto.
Cosa che D’Alema si affrettò a fare, replicando l’atto di decesso già anticipato un anno prima al castello di Gargonza (località dalla rima evocativa): “Siamo seri, non conosco questa politica fatta dai cittadini e non dai partiti”.
E dire che aveva giurato che mai e poi mai sarebbe andato al governo senza passare per le urne.
“Di un nuovo premier si parlerà quando ci saranno le elezioni” (13.12.97).
“Io a Palazzo Chigi al posto di Prodi? Veleni messi in giro ad arte. La mia candidatura non è mai esistita” (13.10.98, tre giorni prima di formare il governo).
Quello fu il peccato originale che, a valanga, portò l’Italia alla rovina negli ultimi 17 anni: D’Alema considerava il Prof un usurpatore e una bestemmia il fatto che uno senza partiti alle spalle sedesse a Palazzo Chigi al posto suo.
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