...siciliani

Il povero Totò lo vogliono proprio fritto o cotto o cucinato a fuoco lento, ma lui oddio se si scompone: ogni volta che esce una notizia sull’inchiesta che lo riguarda, quella sulle talpe in Procura, il governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, detto Totò Vasa-vasa per la sua mania di baciare chiunque gli capiti a tiro, invoca la Madonna, spiega che chiarirà tutto e tira avanti, non mollando il suo scranno di presidente della Regione nemmeno di fronte alla comoda prospettiva di volare a Strasburgo, dove lo avevano mandato 160 mila elettori.
No, tra il Parlamento europeo e Palazzo d’Orleans, Totò Cuffaro preferisce la seconda che hai letto.
Non si scompone per nulla, di fronte all’indagine che lo vede indagato di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio, aggravati dall’aver voluto agevolare Cosa Nostra: accuse da far rizzare le carni, come si dice a Palermo, ma evidentemente non a Raffadali, paese dell’inossidabile Totò.
E in realtà non ha tutti i torti, nell’essere ottimista, Cuffaro: i numerosi tentativi di accerchiamento operati nei suoi confronti negli ultimi tre anni non sembrano destinati a ottenere risultati, perché i principali nemici dell’inchiesta su di lui sono all’interno della stessa Procura di Palermo, fanno parte del vecchio gruppo degli immarcescibili caselliani di ferro, che non vedono affatto di buon occhio gli eventuali successi del gruppo guidato dall’asse formato dal procuratore Piero Grasso e dal suo fidato aggiunto Giuseppe Pignatone.
Contro Cuffaro l’indagine va avanti dal 2001, da quando i carabinieri del Ros cominciarono ad ascoltare le conversazioni che si svolgevano nel salotto del dottor Giuseppe Guttadauro, il medico-boss del quartiere di Brancaccio.
A un tratto, però, una fuga di notizie – pilotata, secondo la Procura, proprio da Cuffaro e dal maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale del Biancofiore – fece scoprire le microspie e gli ascolti si interruppero.
Oggi Borzacchelli è in galera, con l’accusa di concussione nei confronti di un facoltoso imprenditore bagherese, Michele Aiello. Cuffaro è invece imputato a piede libero.
Il presidente della Regione, nonostante la fine delle intercettazioni, era comunque nei guai e contro di lui i pubblici ministeri - all’epoca, nella Direzione antimafia, come coordinatori, c’erano Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato – andarono a sentire fior di collaboratori di giustizia, alla ricerca di prove per dimostrare la mafiosità – sia pure “esterna” – dell’esponente dell’Udc.
E’ il vecchio metodo caselliano del “giro dei pentiti”, visitati uno dopo l’altro, con domande della serie: “Ma lei cosa sa di Andreotti? Le risulta che abbia mai mafiato? Ma non lo sa o lo esclude?”.
Per quel che riguarda Cuffaro, tra gli ascoltati l’unico che abbia offerto elementi considerati di un certo spessore è stato Angelo Siino, che ha parlato della visita – da lui ricevuta nel 1991 – di un Cuffaro a caccia di voti per le elezioni regionali di quell’anno, celebrate in piena Prima Repubblica. “Voti no, non gliene diedi – ha detto il pentito – perché ero impegnato con Salvo Lima e con i suoi candidati”. Ma allora, ‘stà mafiosità?, gli hanno chiesto impazienti i pubblici ministeri. “Béh, Cuffaro sapeva che ero vicino a Cosa Nostra”, ha sentenziato Siino. E come faceva a saperlo, l’allora giovanissimo Totò? “Perché lo accompagnava un altro politico, Saverio Romano, che sapeva che ero mafioso”. E Romano come faceva a saperlo…? Insomma, un giochetto di domande infinite, di risposte basate su deduzioni, su fatti difficili da dimostrare.
Basandosi su dichiarazioni fumose come queste e su poco altro, una parte della Procura avrebbe voluto contestare a Totò il “concorso esterno”.
Contro Cuffaro, invece, la Procura di Grasso e Pignatone ha scelto di contestare i “reati specifici” (quelli, appunto, di rivelazione di segreto e di favoreggiamento aggravato).
Di fronte a questa strategia, apparsa minimalista agli estremisti della Procura, ma che finora, nell’inchiesta sulle talpe, è risultata efficace (chi indaga giura di avere una montagna di prove a carico del governatore e degli altri diciotto imputati), la dissociazione palese di uno dei quattro pubblici ministeri, Gaetano Paci, ha incrinato non poco la compattezza degli inquirenti.
A Paci, Grasso ha subito revocato la delega, ma lui – ex segretario distrettuale di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei giudici, e molto vicino a Roberto Scarpinato – non si è arreso e ha presentato delle “osservazioni”: il caso così va avanti e proseguirà di fronte al Consiglio superiore della magistratura.
Ci saranno audizioni e non è difficile immaginare l’apertura di un “caso Palermo” di cui Grasso avrebbe volentieri fatto a meno, in questo momento in cui la sua Procura si accinge a chiedere il processo per il presidente della Regione.
Il caso Paci, per il procuratore antimafia, è l’unica nota stonata, in un momento che per lui sembrava essere favorevole: il Csm ha infatti nominato presidenti di sezione del tribunale di Palermo due degli oppositori interni più accaniti di Grasso e Pignatone, il procuratore aggiunto Lo Forte e il sostituto Gioacchino Natoli, entrambi, come Scarpinato, ex pm del processo Andreotti.
Per Natoli, ex componente dello stesso Csm, la strada è apparsa in discesa e l’unico problema è stato convincerlo ad accettare il nuovo incarico; per Lo Forte, invece, il Consiglio superiore ha dovuto forzare le proprie regole, dato che l’ex pm, nella sua lunga carriera, non ha mai fatto il giudice (dal ’76 è stato ininterrottamente in Procura, a Palermo).
Eppure è prevalsa la “ragion di Stato” e per i due, col consenso del Polo, è stata applicata la regola non scritta del promoveatur ut amoveatur.
La possibilità di contestare l’accusa di mafia a Cuffaro non è stata comunque del tutto abbandonata, nemmeno dal pool, coordinato dall’aggiunto Pignatone e di cui fanno parte tre pm certo non sospettabili di essere “morbidi” col governatore: Michele Prestipino, Nino Di Matteo e Maurizio De Lucia.
C’è una variabile, nell’inchiesta, che potrebbe costituire l’extrema ratio del tentativo di accerchiamento di Totò Vasa-vasa.
E’ una variabile che ha un nome e cognome: Mimmo Miceli.
Si tratta di un ex assessore del Comune di Palermo, esponente del partito di Cuffaro, nonché assiduo frequentatore del salotto del dottor Guttadauro. Miceli, pluriascoltato nelle intercettazioni svolte a casa del capomafia, è ritenuto il trait d’union fra il boss e il politico, la cerniera tra la cosca di Brancaccio e Cuffaro.
Lui, l’esponente dell’Udc, nega tutto. Ha avuto un solo momento di tentennamento, in uno dei tanti interrogatori cui è stato sottoposto. Poi si è ripreso, ha cambiato il difensore e ha ricominciato a negare.
Miceli è in carcere dal 26 giugno dell’anno scorso e la sua custodia cautelare, fra i politici siciliani finiti in galera per mafia, è già la terza, per durata, dopo quelle dell’ex senatore Enzo Inzerillo (34 mesi) e dell’ex ministro Lillo Mannino (22 mesi, 13 dei quali, però, trascorsi agli arresti domiciliari).
Quanto resisterà, Miceli, che, per uscire dal carcere, ha provato di tutto?
Qualche giorno fa la moglie, Nadia Faldetta, si è stufata e, per la prima volta in tredici mesi, ha scritto ai giornali locali, affermando senza mezzi termini che contro il marito c’è una sorta di persecuzione, il cui fine ultimo è quello di costringerlo a parlare di Cuffaro:
“Nel processo contro Mimmo – ha detto la donna – finora è stato sentito un solo teste, che ha parlato solamente del presidente della Regione…”.
Miceli si sente una sorta di ostaggio e teme che gli venga applicato il vecchio adagio borrelliano (“Non li arrestiamo perché parlino, ma li liberiamo dopo che hanno parlato”). Il problema è però che a tenerlo dentro non è la Procura, ma prima erano i giudici delle indagini e delle udienze preliminari, il riesame e la Cassazione e ora è il tribunale che lo sta processando. Per lui, tra l’altro, gli auspici non sono certo dei migliori: qualche giorno fa un altro frequentatore di casa Guttadauro, il cognato del boss, Vincenzo Greco, è stato condannato, col rito abbreviato, da un altro giudice, a sei anni.
La strategia di accerchiamento nei confronti del povero Totò, dunque, va avanti.
Ma fino a quando sarà una strategia solo della Procura, il presidente potrà continuare a dormire sonni tranquilli.
I problemi per lui sorgeranno se e quando cominceranno a condividerla pure i giudici.

Riccardo Arena su il Foglio del 4 agosto

saluti