di Giulietto Chiesa
Ha cambiato il corso della storia. Lo si intuì fin dal primo momento: stavamo assistendo a una grande svolta, di quelle che restano nei libri. Ma molti si chiesero anche se avremmo avuto il tempo di leggerli, quei libri, anzi di scriverli. Perché tutto apparve come se fossimo saliti su un Ottovolante. Era un’accelerazione improvvisa, violentissima. Imprevista. Imprevista? In verità di segni premonitori erano stati pieni gli anni che precedettero l’11/9. L’ultimo decennio soprattutto, aveva mostrato un orizzonte colorato di viola, di nubi che si accalcavano minacciose, ma nessuno aveva voluto farci caso. Quasi nessuno. Accadde - accade anche adesso, mentre scrivo queste righe - che l’umanità si comporti come quel padrone di un cane che non dà retta ai suoi mugolii, che strattona il guinzaglio per richiamarlo all’ordine. Ma il cane “sente” che sta arrivando il temporale e si dovrebbe dargli retta.
Mi viene sempre in mente, quando torno a riflettere sull’11/9, alla vicenda di Karl Kraus. Si aggirava per Vienna, mugolando anche lui, come un cane inquieto. Teneva conferenze affollatissime in cui “raccontava” cose atroci. Sì, proprio le raccontava, come se fossero già avvenute, mentre stavano per avvenire. Abbaiava il pericolo che aveva fiutato. Qualcuno lo capiva. Per questo andavano a sentirlo. Grandi folle inquiete.
Lui era come un’antenna ricevente. Riceveva e trasmetteva i segnali sempre più burrascosi che arrivavano. Diceva che ci sarebbe stata una guerra, una immensa guerra, grande come mai nella storia degli uomini era accaduto prima d’allora. Sarebbero morti milioni di uomini, donne e bambini. Sarebbero accadute atrocità mai viste e la ferocia belluina degli uomini si sarebbe scatenata.
I giornalisti andavano a sentirlo, rimanevano impressionati anch’essi dalla sua straordinaria lucidità, dalla sua eloquenza, ma poi, tornati nelle redazioni, irridevano alle sue “profezie”. Un pazzo, un esaltato. Tutto era tranquillo. L’Imperatore era saggio. Nulla avrebbe potuto accadere. Erano invece gli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale e Karl Kraus scrisse “Gli ultimi giorni dell’Umanità”. Si sbagliò, perche adesso noi sappiamo che non furono gli ultimi. Ma non si sbagliò, nel senso che dopo di allora tutto cambiò. Ci fu la guerra, ci furono milioni di morti, crollarono imperi, tutto quello che lui solo aveva previsto.
Ma Kraus non era un indovino, e nemmeno un profeta. Era uno che sapeva leggere i segnali, e poi sapeva metterli assieme, cucirli in un tessuto.E solo allora, dalla tela che emergeva, si poteva vedere il disegno terribile che si stava preparando. Kraus non era nemmeno uno scienziato. Era un letterato, un poeta. Era – se volessimo tentare un’analogia - come Pier Paolo Pasolini. Intuiva e anticipava i tempi. E poteva farlo solo perché era capace di leggere i segnali che gli si presentavano ogni giorno.
Ma noi non vogliamo leggere i segnali. E perfino quando essi sono chiari a chiunque, quando non occorre essere né scienziati, né letterati, né poeti per vederli, noi chiudiamo gli occhi, ci voltiamo dall’altra parte. Perché vedere ci fa paura, e allora preferiamo non sapere. E adesso è di gran lunga più difficile di allora voltarsi dall’altra parte. Adesso non c’è più soltanto un Karl Kraus isolato a lanciare allarmi. Dico adesso, non prima dell’11/9. Sottolineo adesso, perché molti pensano già che la tempesta sia finita, e non vogliono capire che l’11/9, per quanto grande e terribile, fu anch’esso solo un sintomo, un segnale. Adesso ci sono intere schiere di scienziati a fornirci i dati. La tela è già stata tessuta tutta e il disegno si vede: basta aprire gli occhi.
Noi viviamo su un vulcano che sta per esplodere. C’è chi cerca di dirci che si tratta del frutto della malvagità di altri uomini. Chi addita l’Islam come nostro nemico. In realtà, se aprissimo gli occhi, scopriremmo che c’è sempre una causa, anche nella eventuale malvagità degli altri. Peggio: scopriremmo che siamo noi i malvagi, anzi gli sciocchi. Perché ci illudiamo di poter vivere tranquilli, come nella Vienna del 1913, mentre tutto attorno a noi miliardi di persone vivono con un dollaro virtuale al giorno. Anzi muoiono. E, per giunta, ci vedono, ci osservano, ci invidiano, e quindi ci odiano.
E poi, se aprissimo gli occhi, scopriremmo che stiamo distrugendo la natura nella quale viviamo. E questo è molto peggio che essere circondati dall’odio. Significa organizzare, standocene a occhi chiusi, il nostro suicidio collettivo. Non c’è bisogno di profeti, adesso, per capirlo. Basta guardarsi attorno e leggere nella tela che è già stata preparata.
Giulietto Chiesa
dal mensile Photo di Agosto 2004
Fonte:www.giuliettochiesa.it
5.08.04




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