....Berlusconi

Maramaldo per i vocabolari è chi infierisce sugli inermi, e per la storia il capitano di ventura che poco meno di cinquecento anni fa ebbe l'ardore tutto suo di ammazzare il condottiero fiorentino Francesco Ferrucci, già moribondo e ridotto in catene. Rantolando, Ferrucci disse: «Maramaldo, tu hai ucciso un uomo morto», e coniò un detto di cui si è fatto un certo uso, nei secoli seguenti. Li ricorda Oriana Fallaci - il detto e l'episodio - nell'intervista che si è fatta da sé, uscita ieri in abbinamento con il Corriere della Sera. Si chiama «Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci», centoventisei pagine di domande che sono il tocco giudizioso della mezzapunta perché il centravanti possa calciare a rete, e a botta sicura, come si dice nelle radiocronache. Nel caso, la mezzapunta e il centravanti sono il medesimo giocatore, cioè Oriana Fallaci, e per questo motivo gli avversari della scrittrice avranno buon materiale per esercitare la loro ironia e prodursi nell'analisi psicologica e pazienza, il libro venderà centinaia di migliaia di copie, come centinaia di migliaia ne hanno vendute «La rabbia e l'orgoglio» (un milione) e «La forza della ragione» (ottocentomila). Forse dovrebbero bastare anche soltanto questi numeri per giustificare l'autointervista e l'interesse che suscita. È l'autointervista di «una donna che ha il coraggio di scrivere la verità sugli altri e su sé stessa», come si legge nella quarta di copertina. La verità su di sé è il cancro, contratto undici anni fa, combattuto, quasi sconfitto, trascurato, tornato e ormai quasi vincente. La verità sugli altri è pure un cancro, «il cancro morale che divora l'Occidente». Oriana Fallaci parla dell'uno e dell'altro, soprattutto dell'altro, nei sintomi e negli effetti collaterali, che hanno le facce di George Bush, di John Kerry, di Kofi Annan, di Silvio Berlusconi, di Osama bin Laden, di Saddam Hussein, di tutti gli altri protagonisti e di tutte le altre comparse di questi nostri giorni. Lei non è mai Maramaldo. Impugna la spada e sa colpire, ma l'obbiettivo deve essere saldo sulle gambe e armato fino ai denti. Se Berlusconi lo fosse, rischierebbe la ghirba. Ma non c'è gusto a unirsi ai «vignettisti che lo sansebastianizzano», né tantomeno all'esercito ringhioso di magistrati, di pacifisti, di «comunisti», alla feroce e scombinata alleanza che ci terrebbe ad appendere il presidente del consiglio a un gancio in piazzale Loreto. «Io non sono mai stata una sostenitrice di Berlusconi», scrive Oriana. Non lo ha mai votato. E scrive: «Berlusconi è ferito, gravemente ferito, e in catene. Prigioniero di sé stesso, anzitutto, dei suoi errori, dei suoi difetti».
L'errore è di non aver capito la disperazione, più che la speranza, da cui gli italiani sono stati indotti a votarlo. Il difetto è la «desolante mancanza di umiltà». Si reputa un genio capace di arrivare dapperutto prima e meglio di chiunque altro, e dunque si circonda di scalzacani da cui ricevere molti elogi e nessuna rottura di scatole. Però non è un farabutto, non è un tiranno, specialmente «non è un uomo stupido: sono stupidi quelli che lo trovano stupido.
Berlusconi è un uomo intelligente». Poi ha delle ingenuità, scrive Oriana, è deliziato e stupefatto quando s'accompagna coi grandi della terra, probabilmente non sa di storia e di filosofia, nella politica italiana «è una parentesi bizzarra», ma «qualcosa di buono in fondo l'ha fatto. Non ha imitato Zapatero, ad esempio. In politica estera ha dimostrato d'aver più coraggio di quanto credessi».
Su Berlusconi è quanto, più o meno.
Nessuna stravaganza sulla mafia, sulle tangenti, sulla repressione, sulla censura. Casomai, «il novanta per cento dei giornalisti e quindi dei conduttori televisivi giocano la partita nella squadra con le mutande e le magliette rosse. Tutti. Inclusi quelli delle reti che appartengono a Berlusconi». E infine una previsione: saranno i suoi - i succhiaruote dalla crestina rialzata per una mezza affermazione elettorale - a spedirlo a Sant'Elena, come ci fu spedito Napoleone (e il parallelo si ferma lì), per poi mettere in piedi una specie di Congresso di Vienna, un festival della restaurazione, «e cadremo tutti dalla padella alla brace».
Il cuore del libro non è certo Berlusconi, e non lo è nemmeno la nostra misera politica italiana, quella per esempio del segretario dei Ds, Piero Fassino, che va a trovare Oriana Fallaci, e lei non lo dice, ma pare di vederlo con i capelli governati da una scriminatura particolarmente severa, e la riga dei pantaloni secchissima, soddisfatto di sé per il prestigiose rendez vous, tanto è vero che trascorrono forse cinque minuti e avanza la proposta conciliatoria: «Perché non ci diamo del tu?».
E perché dovrebbero? Dalle dei lei, che è tanto più nobile. E infatti Oriana dice no, non diamoci del tu, io do del tu a quelli con cui sono andata in guerra, agli amanti e ai bambini. Non sono categorie in cui ci si figura Fassino. Oriana Fallaci ne ha per il comunista Rizzo, per il verde Pecoraro Scanio, per il Mortadella, per il «borioso» D'Alema, persino per Roberto Calderoli («sembra il jolly interpretato da Jack Nicholson nel film Batman»)e fa piacere che lei si sia «divertita tanto» quando Libero pubblicò una foto di Calderoli in prima pagina e la titolò «Siamo nelle mani di questo qui».
I nostri signori del Palazzo ci sono, vanno e vengono, le buscano di frequente, ma non sono il sugo. Il sugo è una civiltà, la civiltà occidentale, piegata da una sfida che non vede perché gira la testa dall'altra parte, perché ne ha paura o perché non ne ha consapevolezza. Una civiltà malata e destinata a cedere al morbo se non elaborerà presto una diagnosi e poi una terapia. Non è roba nuova: «Sono troppi quelli che tacciono. Che la pensano come me ma hanno paura di dire ciò che dico io. Che per convenienza o viltà fanno i furbi, fingono di non vedere ciò che vedono come me. Sicché il loro silenzio è lo stesso silenzio, la loro paura è la stessa paura, la loro furbizia è la stessa furbizia con cui negli anni Venti poi negli anni Trenta del Novecento i loro nonni accolsero il fascismo e il nazionalismo e il bolscevismo», scrive Oriana. Facciamo di tutto pur di passare oltre, lasciamo che sia, scrive Oriana, i primi morti sgozzati avevano la dignità della prima pagina - sebbene nelle polemiche nelle quali rimase impastoiato anche il nostro giornale ai tempi di Nicholas Berg. Ora non più. Le brigate di Maometto, verdi e altre, rapiscono e decapitano con accanimento, ma ne abbiamo notizia col risalto inferiore di quello dedicato all'esodo estivo. Neghiamo per viltà e calcolo buono per un rimpasto i funerali di Stato a Quattrocchi. Invochiamo dieci, cento e mille Nassiryia. Non altro, scrive Oriana, potremmo aspettarci da un'Europa («Eurasia») molto presa nel condannare il muro israeliano, impegnata da decenni a costruire il mito sciocco e orrendo di Arafat, illusa di poter affrontare la furia cruenta dell'Islam coi «baci e gli abbracci».
Niente possiamo aspettarci dall'Onu, e non soltanto per averne affidato la guida a un uomo ambiguo e inconcludente come Annan, ma soprattutto perché la storia dell'Onu è un marcia infinita nel fallimento. Che cosa seppero fare le Nazioni unite, si chiede Oriana, contro i lager di Hitler, contro i gulag di Stalin, contro la macelleria di Pol Pot, contro il terrore di Mao, contro il cannibalismo di Bokassa, contro il regime dei talebani in Afghanistan, contro il genocida Saddam, contro, lo sterminatore bin Laden?
Di Bush, ammette Oriana, si può dire molto. Si può fare l'elenco vivace delle minchionerie.
Lei, per esempio, non ama la democrazia d'esportazione inventata dai neoconservatori («la democrazia non si può regalare come una scatoletta di cioccolata»).
Bush, scrive, «non è un'aquila», e anche «antipatichino, e temo ignorantello».
Ma è «abbastanza coraggioso», è «coerente», è «una persona dignitosa», «non si lascia intimidire dai ricatti». E ha cercato di fare qualcosa contro il terrorismo.
E questo è più di un po', dice Oriana. Le dispiace non gli venga riconosciuto. Le dispiace di tutte queste cose e di molte altre. Non lo mette nero su bianco, ma le dispiace di non poter vedere come andrà a finire. È il dispiacere di tutti noi. Il giorno dopo il nostro ultimo giorno, il mondo sarà in cammino e non sapremo verso quale direzione.
La conosciamo, la morte. Oriana dice di conoscerla bene. La odia ma non la teme: «Sul serio, non dico bugie». Le dispiace morire, ma è un'ingiustizia toccata a miliardi di uomini e che ne attende altri miliardi. Una brutta ingiustizia, perché «sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta».

Mattia Feltri su Libero

saluti

RITRATTI IN DUE RIGHE
Così Oriana Fallaci nell'autointervista dipinge alcuni dei leader della terra e d'Italia
GEORGE BUSH ' non è un'acquila, è antipatichino e ignorantello. Ma è coraggioso, coerente e dignitoso'
WOJTYLA E BIN LADEN ' gli unici due leader partoriti dalla nostra epoca, ahimè'
GIULIANO FERRARA 'è cattivo e ancora bolscevico. Ma è colto e intelligente'
KOFI ANNAN ' insincero e infido'
AL GORE ' una patata lessa'
PIERO FASSINO 'incerto e titubante'
PRODI E D'ALEMA ' uno sgomentevole, l'altro borioso'
JOHN KERRY 'un piccolo opportumista e niente altro'