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Discussione: Terrorismo

  1. #1
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    Predefinito Terrorismo

    Teheran destabilizza l’Iraq e si ritrova destabilizzata

    Roma. Il ministro della Difesa iracheno, Hazim al Shalaan, ieri ha volutamente aperto una crisi formale con l’Iran, affermando, prima al Washington Post in inglese, poi in arabo alla televisione al Arabiya:
    “Ciò che sta accadendo al popolo iracheno arriva dal suo nemico numero uno: l’Iran. Gli iraniani hanno lasciato un’altra impronta a Najaf, nelle mani dei criminali sono state trovate armi fabbricate in Iran”.
    La Repubblica islamica di Teheran è dunque il “nemico pubblico numero uno” del governo provvisorio di Iyyad Allawi e questo spiega, fa sapere il premier iracheno, perché è l’unico Stato a non
    averlo invitato per una visita ufficiale.
    Questa grave accusa giunge nelle stesse ore in cui il premier Allawi impone il coprifuoco a Sadr City, quartiere sciita di Baghdad, base storica di Moqtada al Sadr e mentre a Najaf la battaglia continua e i miliziani ribelli caduti – secondo l’esercito americano – sono ormai 360.
    Da cinque giorni, su richiesta del governatore iracheno, Adnan al Zorfi, 3.800 soldati statunitensi e iracheni combattono, con carri armati, elicotteri, razzi, ma anche in scontri ravvicinati, i miliziani di Moqtada al Sadr nell’immenso cimitero della città.
    Verso sera si è consolidata una tregua nei combattimenti, che è comunque più che precaria. In questo contesto, arrivano anche i mandati di cattura emessi dal giudice iracheno Zuhair al Maliky a carico di Ahmed Chalabi, leader dell’Inc, Iraqi National Congress, accusato di reati finanziari, e a carico di suo cugino Salem Chalabi, 41 anni, che ha diretto l’istruttoria del processo contro Saddam Hussein e ora è accusato di aver fatto uccidere Haithen Fadhil, ex direttore generale del ministero delle Finanze.
    La contemporaneità dell’emissione dei due mandati di cattura, a opera dello stesso magistrato, per reati così disomogenei, è il segno di una possibile volontà politica – più che giudiziaria – di eliminare dalla scena il candidato preferito, fino a pochi mesi fa, dal dipartimento della Difesa americano per esercitare la leadership nel nuovo Iraq.
    Chalabi, poche settimane fa, aveva subito una clamorosa perquisizione domiciliare a Baghdad (da cui sarebbero emersi i documenti alla base del mandato di cattura), nel momento stesso in cui la Cia lo accusava chiaramente di essere stato in realtà un agente provocatore degli ayatollah iraniani e di avere fornito informazioni errate sulle armi di distruzioni di massa di Saddam. L’accusa chiude una partita pro e anti Chalabi in corso da anni a Washington con Donald Rumsfeld che sino a pochi mesi fa lo appoggiava e Colin Powell e la Cia che lo hanno sempre considerato un leader per nulla affidabile.
    Chalabi, da Teheran, dice di voler tornare al più presto a Baghdad per discolparsi e che le accuse contro di lui sono una vendetta ordita dall’ex direttore della Cia, George Tenet, e da elementi del regime baathista.
    Il cugino Salem si trova invece a Londra e il Foreign Office inglese comunica che non concederà mai l’estradizione.
    Ma la vicenda dell’uno e dell’altro, ormai, trascende ampiamente l’ambito personale. Sia o non sia un agente provocatore degli ayatollah iraniani, come la Cia sostiene, Chalabi è ormai soltanto una pedina nella tensione irano-irachena che si fa sempre più rovente.

    “Quindicimila volontari martiri assassini”
    Nello stesso giorno in cui il ministro della Difesa iracheno accusa l’Iran di essere il nemico numero uno dell’Iraq, da Teheran il portavoce del Quartier Generale per la Gloria dei Martiri del Movimento islamico internazionale, Mohammad Ali Samadi, infatti, conferma indirettamente questa tesi:
    “Sono oltre 15 mila i volontari che hanno firmato per partire quanto prima per l’Iraq o la Palestina per difendere con azioni di martirio la Terra Santa e i luoghi sacri di Kerbala e Najaf”.
    La tensione irano-irachena ha infine una ricaduta nella situazione interna di Teheran, come dimostra l’ambiguo episodio del rapimento – senza richiesta di riscatto – del diplomatico iraniano, avvenuto due giorni fa.
    L’interferenza militare in Iraq e il padrinato nei confronti di Moqtada nascono e si sviluppano negli ambienti più estremisti dell’establishment iraniano, e godono dell’appoggio autorevole delle più alte cariche teocratiche dello Stato: l’ayatollah Hashemi Rafsanjani e l’ayatollah Ali Khamenei.
    Ma questa dinamica eversiva accende anche il clima interno, ripropone rilanci rivoluzionari, toglie spazi all’iniziativa dei moderati e dei pragmatici, accelera e incentiva un nuovo inasprimento da parte di un regime che da anni è in crisi di consenso, con conseguenze, di nuovo, destabilizzanti.

    da notare: molti dei personaggi citati sono "religiosi", coloro che parlano direttamente con Dio.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Teheran destabilizzata?

    Ma se è il terzo produttore di petrolio al mondo! Con l'Irak fermo

    1) Il petrolio va a 45$ al barile = molti più soldi in tasca agli ayatollah per armi o per consenso

    2) Se Teheran chiude i pozzi, andiamo diretti a 60$ al barile. Morale: gli Iraniani ci tengono per le palle. Scusate la finezza. Tantevero che hanno riaperto i loro impianti nucleari, consci che al momento nessuno può attaccarli.

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da thematrix
    fai discorsi troppo difficili per i bananas...
    --------------------------
    Bravi: ci tengono per le palle e voi ridete.
    Ci tengono per le palle minacciandoci e voi tifate per loro.
    Ci tengono per le palle ordinandoci di mandare a casa il nostro premier e voi applaudite.

    Siete bamboccetti, è vero, ma tanto stupidi che date del bananas a destra e manca.

  4. #4
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    Predefinito Allawi va alla battaglia finale con....

    ....Sadr, il clero sciita tace e acconsente

    Roma. Tutto indica che in queste ore si sta svolgendo la battaglia finale per il controllo di Najaf; ma quello che più stupisce è che la novità più rilevante non viene dal fronte dei combattimenti – che sono durissimi, sconvolgono la città e fanno centinaia di morti – né da quello delle dichiarazioni politiche del governo iracheno o di Moqtada Sadr e dei suoi luogotenenti.
    Quello che stupisce è l’assoluto silenzio della Marjia, il vertice della gerarchia sciita che ha sede proprio a Najaf.
    Il silenzio ha soltanto una spiegazione: l’assenso dei vertici religiosi sciiti alla decisione del governo Allawi di sradicare manu militari Moqtada da Najaf.
    E’ vero che il grande ayatollah Ali al Sistani è a Londra per farsi operare al cuore, e che quindi non è in condizione di prendere
    posizione, ma è altrettanto vero che questa sua assenza, pur motivata da cardiopatie non secondarie, appare ogni giorno di più anche una scelta essenzialmente politica, che favorisce le operazioni militari contro Moqtada, impedendo ritorsioni con attacchi alla sua vita, più volte tentati nel recente passato.
    Non basta infatti l’assenza di al Sistani a giustificare lo strano silenzio nei confronti delle decise iniziative militari americane e irachene: il vertice religioso sciita non è piramidale, al Sistani è
    soltanto il “primus inter pares” tra i quattro grandi ayatollah della Marjia, la somma autorità religiosa, ma ora anche gli altri tre grandi ayatollah tacciono.
    Così non era stato ad aprile e a maggio, quando Moqtada era riuscito a portare il nerbo delle sue milizie a Najaf.
    Allora le iniziative militari americane erano state accompagnate ogni giorno da dure prese di posizione della Marjia, che intimava ai combattenti dei due campi di lasciare la città.
    Nulla di simile accade oggi.
    A maggio poi i primi combattimenti tra carri armati ed elicotteri americani e miliziani di Moqtada nell’immenso cimitero della città – in cui si fanno seppellire gli sciiti di tutto il mondo – erano stati duramente condannati dalla Marjia e da ayatollah. Oggi quello stesso cimitero è ridotto a un immenso campo di battaglia, sorvolato da elicotteri, percorso da carri armati che divelgono le lapidi, ma non si leva nessuna protesta.
    A maggio da Qom e da Teheran erano arrivate parole dure contro la violazione da parte americana del carattere sacro della città; i danni che aveva subito la copertura del mausoleo di Ali, colpito peraltro da mortai di Moqtada, erano stati occasione di incitamento allo scontro armato contro le truppe americane da parte dei vertici religiosi iraniani, l’hojatoleslam Hashemi Rafsanjani e l’ayatollah Ali Khamenei in testa.

    Se anche l’Iran abbandona Moqtada
    Oggi, all’opposto, in risposta all’accusa rivolta due giorni fa dal ministro della Difesa iracheno all’Iran di essere “il mandante di Moqtada, il nemico numero uno dell’Iraq”, il governo di Teheran reagisce con un gesto di amicizia e si premura di invitare formalmente il premier di Baghdad, Iyyad Allawi, in visita di Stato in Iran, per un viaggio finora rimasto in sospeso.
    Anche l’Iran, dunque, pare essere sul punto di abbandonare Moqtada alla sua probabile sconfitta sul campo.
    Emerge così il cambiamento radicale della situazione interna e internazionale dell’Iraq da quando, il 1° luglio scorso, l’esecutivo di Allawi ha assunto i pieni poteri e il governatore americano, Paul Bremer, ha cessato le sue funzioni.
    Oggi, anche dal punto di vista formale, l’iniziativa militare contro le milizie di Moqtada è nelle mani del governatore iracheno di Najaf, Adnan al Zorfi, il quale ha intimato ai miliziani di lasciare la città senza condizioni e ha addirittura autorizzato formalmente le truppe americane e irachene a portare i combattimenti nella zona sacra del mausoleo di Ali, per impedire che i ribelli vi si arrocchino. Lo stesso tentativo effettuato quattro giorni fa da Allawi, che si è recato a Najaf per un’estrema mediazione con Moqtada, naturalmente rifiutata dal mullah, appare oggi come il preludio non a una pacificazione, ma a una resa dei conti definitiva.
    La prospettiva di scontro finale, con piena assunzione di responsabilità politica e militare da parte del governo iracheno, risalta ben chiara anche dalle parole dello sceicco Qays al Khazali, stretto collaboratore di Moqtada, che ha chiesto ai soldati dell’esercito e agli agenti della polizia di cessare i combattimenti, mentre lo stesso mullah ribelle s’impegna ormai soltanto “a combattere fino all’ultima goccia di sangue”.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Anche in Turchia attentati, con....

    ...la firma peggiore di tutte

    Roma. Le Brigate Abu Hafs al Masri hanno rivendicato le
    bombe che ieri hanno fatto due vittime e molti feriti in due alberghi di Istanbul e colpito un deposito di gas.
    La rivendicazione è più preoccupante dell’analoga assunzione di responsabilità giunta in serata da parte di un gruppo curdo, finora sconosciuto, legato al Pkk perché le Brigate appaiono ora essere l’ala più marciante di al Qaida.
    Anche il nome dell’organizzazione è indicativo: Abu Hafs al Masri è infatti Mohammed Atef, il braccio militare, “l’artificiere” di Osama bin Laden, ucciso in Afghanistan nel novembre 2001 dai bombardamenti aerei americani.
    Le Brigate rivendicarono l’attentato che il 19 agosto 2003 devastò la sede dell’Onu di Baghdad, uccidendo l’inviato del Palazzo di Vetro, Sergio Viera de Mello; poi si sono attribuite le responsabilità per gli attacchi del 15 novembre 2003 a due sinagoghe di Istanbul e per quelli dell’11 marzo 2004 a Madrid; da mesi infine inseriscono su Internet minacce sempre più dure e ultimative all’Italia, ripetute nella stessa rivendicazione di ieri:
    “Lo scossone che ha colpito Istanbul non è che il primo che ha colpito l’Europa; come abbiamo già detto segneremo l’Europa che segue lo sciocco Bush”.
    La notizia di questa specifica rivendicazione è pessima, anche perché dopo gli attentati di novembre, in Turchia, era seguito un periodo di calma che pareva prodotto dai successi degli investigatori e dai molti arresti effettuati a dicembre a Istanbul e in Anatolia.
    Gli attentati che si sono verificati nelle ultime settimane parevano così essere opera non di fanatici islamici – che sembravano se non debellati, almeno infiacchiti dalla repressione – ma del Pkk, il movimento curdo fondato da Abdullah Ocalàn, che il 1° giugno ha denunciato la tregua proclamata nel 1999.
    Sempre gravi fatti di sangue, naturalmente, ma di rilievo politico meno pesante di quelli provocati dai terroristi islamici: il 26 giugno a Istanbul, prima del vertice della Nato, due bombe su autobus fanno quattro morti; il 2 luglio, un attentato contro il governatore della città di Van, nel Kurdistan turco, fa cinque morti (il governatore rimane illeso); sempre a Van, l’8 agosto, un attentatore rimane ucciso nell’esplosione del suo stesso ordigno; il 9 agosto due sono i feriti di un’esplosione in una base militare in Anatolia.
    Sono iniziative di un movimento politicamente già sconfitto, lacerato dalle scissioni, senza sbocchi politici, contrastato duramente dalle stesse organizzazioni curde al governo in Iraq. Persino il fratello di Ocalàn, che ne aveva ereditato la leadership, ne ha preso atto e alla testa di una delle componenti scissioniste del Pkk si è consegnato alla protezione delle truppe americane in Iraq. Ieri, invece, si è compreso che la capacità di iniziativa terroristica dei gruppi più pericolosi legati ad al Qaida è immutata e che la forza destabilizzante della loro attività sull’intero quadro politico turco è sempre viva.
    La Turchia sta vivendo un ritorno all’islamismo fondamentalista così diffuso che vi si verificano episodi agghiaccianti, come quello delle ragazzine lasciate affogare giorni fa vicino a Trebisonda perché non potevano liberarsi del pesante chadòr che le ha portate a picco.
    Il governo islamico moderato di Tayyp Erdogan sta dimostrando un notevole equilibrio nel tentare d’incanalare questa straordinaria ripresa dell’islamismo in un paese che pure per 80 anni era stato sottoposto a una fortissima iniziativa laica, proprio mirata a estirparlo dalla vita politica. Ma non è detto che questa moderazione riesca a resistere di fronte all’ampiezza delle scosse destabilizzanti dell’islamismo, scosse non soltanto terroristiche, e appare quindi sempre più sconcertante l’incoscienza dell’Europa al riguardo.
    L’Unione sta infatti imponendo alla Turchia di espellere completamente i militari dai centri di controllo politico del paese (recentemente sono entrati due civili nel Consiglio per la sicurezza nazionale), senza rendersi minimamente conto che proprio e soltanto in questo controllo politico dei militari risiede il segreto di una vicenda che ha fatto della Turchia l’unico, assolutamente unico, paese musulmano del mondo a democrazia matura.

    saluti

  6. #6
    Betelgeuse
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    Se non fosse incoscienza ma volontà ben precisa di complicare l'ingresso in Europa della Turchia facendone per così dire *esplodere* tutte le contraddizioni al suo interno, sociali e no? In fondo una Turchia pienamente europea è un'eventualità che in pochissimi finora, non senza qualche buona ragione, vedono positivamente.

  7. #7
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    Predefinito

    In origine postato da mustang
    --------------------------
    Bravi: ci tengono per le palle e voi ridete.
    Ci tengono per le palle minacciandoci e voi tifate per loro.
    Ci tengono per le palle ordinandoci di mandare a casa il nostro premier e voi applaudite.

    Siete bamboccetti, è vero, ma tanto stupidi che date del bananas a destra e manca.
    No, gli iraniani hanno un grande potere di ricatto su di noi (torno a un lessico più civile) perchè qualche furbone ha fatto a pezzi l'Irak grande fornitore di petrolio, perchè lo stesso furbone ha organizzato la serrata del petrolio in Venezuela per fare fuori il legittimo Presidente, e perchè lo stesso furbone continua ad incensare il leader autoritario Putin nei suoi giochi di potere hce hanno quasi bloccaot il petrolio russo.

    Non c'è nulla da ridere, solo da trarre le dovute conseguenze.

  8. #8
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    Predefinito Re: Anche in Turchia attentati, con....

    In origine postato da mustang
    ...la firma peggiore di tutte
    L’Unione sta infatti imponendo alla Turchia di espellere completamente i militari dai centri di controllo politico del paese (recentemente sono entrati due civili nel Consiglio per la sicurezza nazionale), senza rendersi minimamente conto che proprio e soltanto in questo controllo politico dei militari risiede il segreto di una vicenda che ha fatto della Turchia l’unico, assolutamente unico, paese musulmano del mondo a democrazia matura.

    saluti
    Inizio a capire cosa intendono i bananas per democrazia matura: un Posto in cui se il popolo vota qualcosa che non piace agli USA, i militari intervengono e annullano tutto.

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: Anche in Turchia attentati, con....

    In origine postato da Ragioniamo!
    Inizio a capire cosa intendono i bananas per democrazia matura: un Posto in cui se il popolo vota qualcosa che non piace agli USA, i militari intervengono e annullano tutto.
    -------------------------------
    Errore! Democrazia intende governo della maggioranza e rispetto della minoranza.
    Se questa non è fatta di stupidi bamboccetti che seguitano a dare del bananas a chi non la pensa come loro.
    E a chi si "permette" di criticarli.

    Bamboccetto di mammà, dicci quando i militari Usa sono intervenuti per annullare decisioni prese con voto popolare.
    Intendi qulle prese dal fascismo, o dal nazismo, o ancora dal comunismo?.
    Per non parlare di quelle prese a Cuba e in Iraq e via discorrendo.

    Ti facilito il compito: mi piacciono le banane e mi annoiano i bamboccetti che frignano.

  10. #10
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    Predefinito Uribe come Sharon. Non piace...

    ...in Europa (ma va là!!)

    Bogotà. Álvaro Uribe Vélez come Ariel Sharon?
    Anche il presidente colombiano ha deciso di rispondere con la linea dura al fallimento di un processo di pace.
    Anche lui è appoggiato dal popolo: se Sharon è l’unico leader del medio oriente a essere stato eletto in base a un processo veramente democratico, Uribe resta l’unico presidente del Sud America a mantenere indici di popolarità vicini al 70 per cento a due anni dall’insediamento.
    Anche lui è riuscito a ridurre le vittime della violenza.
    Ma anche lui, sebbene la Colombia non abbia nelle cronache internazionali la stessa assidua presenza d’Israele, non ha un’ottima immagine mediatica.
    Lo hanno infatti contestato al Parlamento europeo.
    Lo ha criticato il commissario per le Relazioni esterne dell’Ue, Chris Patten, per le sue leggi antiterrorismo.
    I Verdi di tutto il mondo, quando hanno manifestato nell’anniversario del sequestro di Ingrid Betancourt, se la sono presa più con lui per non voler trattare, che non con le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) che l’avevano presa in ostaggio.
    Il nuovo Congresso spagnolo sta cercando di bloccare una vendita di carri armati a Bogotá, già decisa da José Maria Aznar, e che i vertici militari colombiani sostengono essere soltanto la logica risposta ai massicci acquisti di carri armati disposti a sua volta da Hugo Chávez in Francia, senza che nessuno vi abbia trovato di che ridire.
    E anche alla Camera dei Comuni di Londra ci sono 200 deputati che si stanno agitando per chiedere il taglio degli aiuti militari britannici alla Colombia, come rappresaglia per i 184 sindacalisti uccisi nel 2002 da forze paramilitari di estrema destra: secondo questi deputati, “in evidenti contatti con i militari colombiani”.

    Prima di Uribe c’era Andrés Pastrana, il conservatore fotogenico che piaceva alla sinistra, sponsorizzato da Gabriel García Márquez. Aveva riscosso un ampio appoggio internazionale per il dialogo di pace da lui avviato con le Farc, finito anche peggio del processo di pace di Oslo: contro gli israeliani, erano quelli di Hamas e Jihad islamico a fare attentati suicidi per screditare Yasser Arafat; in Colombia, invece, erano gli uomini delle stesse Farc a sequestrare i membri del Congresso e a uccidere stranieri, mentre i loro leader negoziavano come se nulla fosse.
    Nel respingere la richiesta dei 200 deputati, Bill Rammell, il sottosegretario del governo Blair incaricato per l’America Latina, ha riconosciuto che la situazione sta migliorando, che i vecchi legami tra forze armate e paramilitari sono stati ormai quasi recisi, e che gran parte dell’aiuto militare britannico consiste nella rimozione di mine, di cui le Farc restano tra i principali disseminatori mondiali.
    E’ nel quadro del “miglioramento” che il parallelo tra la linea dura di Sharon e quella di Uribe trova la maggior convergenza.
    Uno studio fatto ad aprile da due ricercatori dell’università di Londra ha dimostrato che il numero di vittime civili sotto Uribe si è dimezzato: dai 114 al mese nel periodo del “negoziato”, tra ottobre 1998 e febbraio 2002, a 54. La cifra più bassa degli ultimi 16 anni. Gli attacchi della guerriglia sono calati: dai 65 al mese dal 1996 all’agosto 2002, a 54.
    Secondo il Wall Street Journal gli aiuti economici americani per combattere il narcotraffico (3,3 miliardi di dollari) hanno aiutato il presidente a “rendere più efficiente un esercito demoralizzato”, a distruggere piantagioni di coca e a ridurre quindi i proventi delle Farc.
    Il flusso di rifugiati interni si è dimezzato, i rapimenti sono scesi del 40 per cento e gli omicidi del 20.

    saluti

 

 
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