Il vento del Nord alla fine soffierà
Giancarlo Rovati: «Il futuro della maggioranza dipende dalle mosse cha ciascun partito farà al tavolo dove si gioca la partita più importante, quella sul Federalismo. Ma credo che il progetto di Bossi andrà a buon fine»
Il mese di agosto si lascia alle spalle alcune settimane politicamente molto movimentate ma che, alla fine, hanno dimostrato la compattezza della maggioranza e l’obiettivo comune di dare un nuovo volto al Paese. «La riforma federalista - ricorda il professor Giancarlo Riovati - è, ad oggi, il nodo politico per eccellenza, quello attorno a cui ruotano i diversi interessi della coalizione i cui destini dipendono proprio dall’atteggiamento che ciascun componente della maggioranza assumerà al riguardo».
Cosa dire allora: una pace apparente o una quiete reale?
«Direi che è stata raggiunta una tregua, un equilibrio. Quanto questo possa durare dipenderà da una serie di comportamenti che ciascuna delle forze della coalizione decideranno di tenere sulla prossima più importante scadenza, cioè quella della riforma federalista».
Uno dei nodi del contendere è proprio il Federalismo, cosa pensa della proposta del ministro Calderoli di aprire un tavolo tecnico?
«Tenuto conto che una proposta era stata già approvata al Senato, la proposta di un tavolo tecnico può essere letta anche come il riconoscimento della necessità di modificare una serie di aspetti, o almeno di approfondirli. Quindi, da un certo punto di vista, mi sembra che dia ragione ha chi ha manifestato qualche perplessità».
Ma chi manifesta perplessità, l’Udc soprattutto, al suo interno, nonostante l’apparente compattezza uscita dal congresso, ha più anime che non sono poi così perplesse...
«Questo ha a che fare, secondo me, con un problema più generale, ovvero il metodo degli strappi che, in qualche modo, è connaturata alla coalizione di Governo. Siccome c’è un partito dominante che è Forza Italia e gli altri alleati sono numericamente più deboli in Parlamento e quindi anche politicamente, ho l’impressione che questo metodo continuerà perché è l’unico modo per far sentire la propria voce nei momenti decisivi, salvo poi ritrovare punti di accordo, di equilibrio, di armonia... Penso che dichiarazioni di ostilità continueranno a susseguirsi, più che per un segno di forza per un segno di debolezza delle componenti più piccole. Però proprio perché troppo piccole alla resa dei conti non hanno né la possibilità, né la convenienza a strappare davvero».
Fra le proposte di Calderoli c’è anche quella di valutare l’ipotesi proporzionale. La ritiene un’ipotesi possibile o uno zuccherino per placare le acque?
«Prima delle elezioni del 2001 la Casa delle Libertà aveva messo a punto la cosiddetta “proposta Urbani” di ritorno al sistema proporzionale con clausole di sbarramento superiore al 4% attuale. Questa è stata dagli anni Ottanta in poi il vero ostacolo per i partiti minori perché sappiamo bene quanta difficoltà abbiano i più piccoli a superarlo. Perciò penso che un sistema proporzionale puro possa essere gradito solo ai più piccoli, ma questo ci riporterebbe a una maggior difficoltà nel formare le coalizioni politiche che personalmente non auspico. Credo che l’attuale sistema maggioritario sia da conservare, anche perché è relativamente giovane. Caso mai dovrebbero essere creati una serie di contrappesi sia istituzionali che interni alle coalizioni che garantiscano maggiore equilibrio fra le forze. Ma un ritorno al proporzionale puro, stante la situazione italiana, ci potrebbe portare come per le europee a 22 partiti che si candidano. Non mi sembra una soluzione auspicabile».
Ma la riforma federalista andrà in porto, oppure no?
«Io penso di sì. Perché non dobbiamo dimenticare che la Lombardia da sola rappresenta il 20% dell’economia nazionale e che da un Federalismo possibile a velocità variabile avrebbe tutto da guadagnare. L’anno venturo ci sono le elezioni regionali e il Federalismo può diventare un importante cavallo di battaglia per le regioni più forti. Tenuto conto che il centro destra in regioni di questo tipo è molto importante credo che finirà per dare ascolto più al vento del Nord che al vento del Sud».
Pensa che il Federalismo metta davvero a repentaglio l’unità nazionale come qualcuno afferma?
«Dipende da come si fanno le cose. Ogni sistema federalista dà più autonomie, ma nello stesso tempo rafforza alcuni poteri di garanzia centrali. Se non c’è questo si crea una forza centrifuga molto pericolosa. Quello di cui in effetti si discute, in particolare nell’Udc, è proprio il rafforzamento del potere centrale basato sul premierato oppure sul semipresidenzialismo che potrebbero diventare dei contrappesi importanti in una situazione federale. Sulle materie di esclusiva competenza nazionale i poteri decisionali vanno rafforzati. Anche perché oggi siamo in una situazione paradossale: i presidenti delle Regioni hanno una legittimazione elettorale diretta, invece i capi dei Governi sono nominati attraverso l’iter parlamentare. Un presidente della Regione ha una legittimazione più diretta di quanto abbia il Presidente del Consiglio o il Presidente della Repubblica. Sono fattori di squilibrio che vanno messi a tema. Poi la soluzione che verrà trovata è ancora abbastanza in fieri».
Come giudica le recenti entrate sulla scena politica di Bossi?
«Sicuramente Bossi è il leader indiscusso della Lega e la sua assenza ha in effetti segnato la sua importanza. Non è facile ovviamente passare da una gestione molto accentrata di tipo carismatico, a una fatta di collaboratori di pari grado. In ogni caso il suo intervento è stato importante per risolvere una questione di grosso calibro come quella del varo della riforma previdenziale. Quindi direi che la politica italiana ne potrebbe guadagnare da un ristabilimento pieno di Bossi, più che esserne danneggiata».
Rutelli si dichiara pronto a tenere in piedi alcune delle riforme siglate dal centro destra. Una provocazione per una sinistra solo distruttiva, uno sbilanciamento al centro o solo un po’ di sano buon senso?
«L’ipotesi di un ritorno del Centro mi sembra un po’ avventata. Credo infatti che il nodo del contendere sia la riforma previdenziale su cui del resto si è creata più discussione all’interno della sinistra. Cioè che Rutelli non intenda minimamente rimettere in discussione questo passo fatto perché è uno scoglio politico molto delicato, forse ancor più per la sinistra che per la destra. In ogni caso, e in questo tutti gli analisti concordano, la riforma previdenziale è uno dei nodi della sostenibilità della spesa pubblica, questo Governo ha in qualche modo anticipato e quindi tolto dall’imbarazzo una parte della sinistra che sa di dover intervenire sull’argomento e dall’altro avrebbe molte difficoltà a farlo».
Come giudica la riforma di Maroni?
«È una riforma importante perché non si poteva continuare a far finta che l’età media sia ferma ai 70 anni, visto che è agli 80 per gli uomini e agli 82 per le donne. Il che vuol dire che la durata media della pensione è di circa 20 anni, se si smette di lavorare a 60. Con queste caratteristiche la spesa pensionistica non è sostenibile, perciò bisognerebbe portare l’età a 65 anni, il più velocemente possibile, e per tutti. Questo è impopolare, molto difficile da far accettare socialmente e quindi si adotta la politica dei piccoli passi. In questo senso quello che è stato introdotto per le donne, cioè la possibilità di andare in pensione di anzianità con le vecchie regole ma con l’applicazione per intero del sistema di calcolo contributivo, anziché retributivo, è un segnale forte, perché ci sono orientamenti che suggerirebbero, per aver grossi vantaggi finanziari, di introdurre per tutti un metodo diverso di calcolo. Per le donne questo è già stato avviato. Sarebbe soltanto meglio che le scelte impopolari fossero fatte all’inizio della legislatura piuttosto che alla fine, ma forse c’è stata un’eccessiva titubanza al riguardo».
Berlusconi ha parlato anche di aggiustamenti della squadra di Governo. Si riferiva solo alla sostituzione di Buttiglione in partenza per l’Europa, oppure...
«A me sembra una battuta tranquillizzante più che un enunciato politico. È pacifico che l’onorevole Buttiglione non può più fare il ministro per cui penso che si riferisse solo a questa sostituzione. Se il Premier sta alla logica di forza attuali toccherà a un nuovo uomo dell’Udc subentrare a Buttiglione. Chi poi sia è una questione di cucina interna al partito che dovrà designare il suo uomo».
Se tanto si sta parlando di Udc, che fine ha fatto An dopo aver chiesto la testa di Tremonti?
«Si, effettivamente ci si sarebbe aspettati un maggior protagonismo di An dopo un’iniziativa tanto clamorosa, quanto politicamente pesante. Verosimilmente in An ci sono degli equilibri che si stanno ridisegnando. Non dobbiamo però dimenticare che dalle elezioni europee è risultato più forte il gruppo di Alemanno che non quello di Gasparri-La Russa, quindi probabilmente la componente finora maggioritaria ha ritenuto di non dover creare ulteriori strappi, altrimenti avrebbe dato più spazio ai suoi competitori interni».
L’ex ministro Tremonti sembra pronto a tornare alla carica e a dare battaglia dal suo seggio in Parlamento. Darà vita a un nuovo soggetto politico?
«Sicuramente Tremonti ha avuto un ruolo determinante nel costruire l’asse del Nord, penso quindi che possa aver un ruolo dentro Forza Italia, ma non credo possa diventare un leader alternativo a Berlusconi anche perché “Forza Italia ” il partito azzurro” è molto gerarchizzato Anche se non è l’unico».
A chi si riferisce?
«Un po’ a tutti, anche alla Lega che indubbiamente si incarna in Bossi».
Alessia Quiriconi
IL FEDERALISMO - 09/08/2004 Sole delle Alpi




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