...di Sindaco

Roma. Può darsi che abbia ragione il parroco di Roccaraso quando, celebrandone il funerale, dice che il sindaco Camillo Valentini è stato “ucciso dalle incomprensibili alchimie della cosiddetta società civile”.
Può darsi anche che abbia ragione Marco Pannella quando azzarda che “nelle carceri italiane si sia ormai affinata la tecnica di assassinare per suicidio”.
Ipotesi “gravissima” a cui Ottaviano Del Turco, europarlamentare dell’Ulivo, non vorrebbe nemmeno pensare.
Però lui qualche dubbio ce l’ha come ce l’hanno tanti altri.
E ora in molti vogliono sapere quanto sia fondata l’inchiesta che ha condotto Valentini nel carcere di Sulmona due giorni dopo il suo compleanno.
Quanto fosse necessario arrestarlo mentre nella sua città si svolgeva la festa patronale in onore della Madonna, dopo che lui
stesso si era autosospeso, aveva chiesto di essere ascoltato dai pm e quindi alla fuga non sembrava pensarci.
Il giudice Ferdinando Imposimato, “da storico combattente di tangestisti veri”, dice al Foglio che
“il caso di Valentini grida vendetta: quel poveraccio ha soltanto cercato di eliminare un mostro e ripristinare la legalità”.
Secondo Imposimato, “Valentini ha reclamato il consolidamento del suolo su cui sorge una costruzione abusiva, non abbattibile per il Consiglio di Stato, e una certa somma da versare al comune come onere per il terreno”.
Risultato: “Un’accusa di concussione che non sta né in cielo né in terra. Il primo caso di presunta tangente che va a beneficio del comune pittosto che a un pubblico ufficiale”, trasecola Imposimato, convinto che l’origine di certe mostruosità risieda
“nella giungla di leggi che sommergono il sindaco senza garantirlo.
Qualunque cosa faccia può essere accusato di abuso o concussione.
E a volte i giudici penali non ne rispettano l’autonomia amministrativa, diventando uno strumento nelle mani di chi ha perso un ricorso davanti al Tar”.

Mennitti e Poli Bortone, le colpe della politica
Allora vale anche la pena di domandarsi cosa significhi amministrare un comune, soprattutto in quel mezzogiorno d’Italia che invoca lo sviluppo e quando poi ne intravede il profilo finisce per riprodurre gli automatismi malmostosi che attivano le procure e a volte lasciano cadaveri in giro.
Francesco Merlo, su Repubblica, ha già risposto che “sono a rischio suicidio tutti i sindaci del sud che hanno in mano quella strana e ultima risorsa che si chiama territorio”.
Ex presidente dell’Antimafia, Del Turco non si fa illusioni: “Da quando viene eletto direttamente dai cittadini, un sindaco sa che nel suo incarico è compreso almeno un avviso di garanzia. Alcuni di loro a ventiquattr’ore dall’elezione ne hanno già collezionato uno, magari per una fogna ereditata che sfocia nel mare o una discarica abusiva”.
Quanto ai condizionamenti esterni, Del Turco considera sacrosanta la limitazione a due mandati per la carica di sindaco, ma si chiede “perché altri rappresentanti delle istituzioni, comprese le forze dell’ordine, restino per decenni negli stessi luoghi”.
Quanto alla maledizione meridionale, l’invito è a “dare un’occhiata alla carta topografica delle iniziative giudiziarie: nessun problema nei comuni che amministrano la disoccupazione dei propri cittadini. Ma il privilegio svanisce se arriva un po’ di sviluppo e il boccone si fa prelibato”.
Domenico Mennitti, neosindaco di centrodestra a Brindisi, ce l’ha con “la spettacolarizzazione dell’attività dei magistrati quando sono nella fase inquirente,” e con “la lentezza che invece caratterizza i processi”. Biasima la paralisi delle amministrazioni locali che, da Tangentopoli in poi, interviene ogni volta che si respira aria di gogna:
“C’è il terrore di firmare qualsiasi documento perché si teme che produca un illecito anche lì dove se ne conosce la trasparenza”. Eppure Mennitti non fa sconti nemmeno alla politica che sbanda,
“temporeggia invece di selezionare uomini e concede alla società civile d’improvvisarsi classe dirigente. Così accade evidentemente al sud, dove forte è la presenza della criminalità e la solitudine delle istituzioni, e scarsi sono i controlli sulla correttezza dell’amministrazione”.
Il primo cittadino di Lecce, Adriana Poli Bortone, rifiuta lo stereotipo del mezzogiorno vittima dell’affarismo e privo di cultura politica. E’ convinta che l’amministratore locale viva “sotto scacco: perché le opposizioni assecondano la cattiva lezione ‘dipietrista’, appellandosi regolarmente alle procure o alla guardia di finanza. Basta consegnare un faldone di documenti, l’indagine parte e viene comunicata ai giornali”. Ciononostante, avverte Poli Bortone, “spesso il sindaco non ha la forza di resistere all’importanza della sua funzione, si rifiuta di delegare, diventa ricattabile dalla struttura che gestisce”.

saluti