«Arresti e retate nel deserto»La linea dura di Gheddafi
Lettera-diario di un gruppo di profughi: «Siamo costretti a nasconderci»
Sono giorni di terrore per due milioni e mezzo di immigrati africani. La Libia non li vuole più. E loro, da lavoratori tuttofare nelle città, nei pozzi di petrolio e nelle oasi agricole della Jamahiria, sono passati dalla parte dei ricercati. Tutto questo in meno di un mese. La polizia e le forze armate di Tripoli hanno dato il via a una massiccia caccia al nero. Con i metodi tipici di quelle parti. Retate di massa. Arresti. Torture in cella per chi protesta. Diciotto persone, espulse verso Sud al confine con il Niger, sono state ritrovate da una pattuglia militare libica dopo pochi giorni. Erano ancora da quelle parti: tutte morte di sete, in mezzo al Sahara.
È un resoconto drammatico, quello raccontato in una lettera-diario inviata al Corriere della Sera da alcuni immigrati di Nigeria e Ghana arrivati in Libia con la speranza, un giorno, di trovare lavoro in Europa. Evidentemente l’agenda dell’incontro dell’altra sera, tra il premier italiano Silvio Berlusconi e il Colonnello Muhammar Gheddafi, non prevedeva un accordo sul rispetto dei diritti umani.
«Ci sono arresti in massa di immigrati neri - raccontano nella lettera - e deportazioni in tutto il Paese. Ma noi abbiamo speranza e preghiamo Dio. La cosa peggiore è che, se ti prendono, ti rimpatriano oppure rimani in prigione fino a 6 mesi. E qui hanno l’abitudine di torturare gli stranieri: bastonate sotto la pianta dei piedi, come fanno a Katib Rashia, una prigione nel deserto. Comunque noi restiamo nascosti in casa. I nostri vicini sono stati catturati ieri». Nel 1999 Gheddafi aveva aperto i confini ai cittadini africani proponendosi come leader dell’Unione Africana. Ma in luglio le pressioni italiane hanno convinto il Colonnello a cambiare politica. Un annuncio improvviso: un mese di tempo agli immigrati illegali per andarsene.
L’ultimatum è già scaduto. «Noi - continua la lettera-diario - siamo molto preoccupati dall’ipotesi di dover attraversare di nuovo il deserto del Niger. La situazione economica qui peggiora di giorno in giorno. Non si trova lavoro, manca da mangiare perché non ci sono soldi. E la xenofobia e i sentimenti di sospetto nei confronti dei neri sono al loro massimo. La polizia continua a fare retate, arresti e deportazioni nelle comunità di Nigeria, Ghana, Eritrea e Niger. C’è stata una grande battaglia con i nigeriani nella Medina, il centro storico di Tripoli, intorno al Mercato africano, che ha reso la situazione peggiore per gli immigrati e fatto esplodere la rabbia dei poliziotti. Così noi abbiamo deciso di starcene lontani».
Pochi giorni fa un’altra retata, sulla strada per l’aeroporto di Tripoli: «Ci sono stati trasferimenti in massa di immigrati dopo che l’African camp di Terek Mata è stato smantellato dalla polizia. Alcuni leader del campo, soprattutto nigeriani, sono stati arrestati per traffico di clandestini e vendita di alcol. Il problema è che alcuni capi di un vicino distaccamento di polizia, ad Abuselem, sono stati coinvolti nei traffici e hanno usato il loro potere per cancellare il campo. Ospitava quasi cinquemila neri. Ora che Terek Mata è stato smantellato, il traffico di clandestini è gestito da un vecchio campo di raccolta, Aljazera Zahra. C’è appena stata una grossa rissa tra sudanesi lì, dovuta all’odio per la guerra civile in Sudan».
I militari libici hanno anche chiuso la Pista degli schiavi, la rotta dei camion che attraversa il Sahara. Secondo una fonte di Agadez, centinaia di clandestini sarebbero rimasti bloccati nel deserto in Niger, poco prima del confine libico. «Sabato due voli hanno riportato a casa ghanesi e nigeriani. Ma i clandestini - spiega la lettera - continuano ad arrivare in Libia a frotte dalla rotta via Arlit, in Niger, e Tamanrasset, Algeria, attraverso le montagne dell’Hoggar e poi i monti del Tassili, fino a Ghat, in Libia. È una vecchia rotta, ma il viaggio è molto pericoloso e ha un alto costo di vite. Gli immigrati portati lì dai burga, i trafficanti, il più delle volte vengono picchiati e uccisi se si rifiutano di consegnare tutti i soldi che hanno. I trafficanti sono ex ribelli tuareg o membri di altre tribù nomadi del Sahara. Su quella rotta bisogna arrampicarsi sulle montagne, si cammina tra i quattro e i sette giorni. Molti muoiono di fame, sete, oppure cadono dalle rocce. Dicono che ci siano molti scheletri e molte tombe lassù. Anche la Pista degli schiavi, quella di Dirkou, è stata chiusa: 18 persone deportate in Niger dai libici sono state scaricate nel deserto e sono morte. E per questo c’è molta paura tra tutti noi» .
Corriere di oggi http://www.corriere.it/edicola/index...NTERNI&doc=BOH




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