Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Per riflettere

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post Per riflettere

    Finis Europae



    Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.

    Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.

    Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.

    A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.

    L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.

    Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore. In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.

    Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.

    Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».



    * * * * *



    Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.

    Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.

    La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».

    Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.

    Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.

    È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.

    In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.

    Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».

    Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.

    Adriano Romualdi


    Brano tratto da Le ultime ore dell'Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.


    http://www.centrostudilaruna.it/finiseuropae.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Nota introduttiva



    Nota: il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a Tipologia razziale dell’Europa di Hans Friedrich Karl Günther, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara (2003, 224 pagine, 320 illustrazioni, 20 cartine. Costo 20 Euro). Prima edizione a cura del gruppo di studi Ghénos.Traduzione della seconda edizione tedesca (Rassenkunde Europas, von Dr. Hans F. K. Günther,J. F. Lehemanns Verlag, München, 1926) ad opera di Silvio Waldner.


    Sull’utilità della prima parte del presente libro (capp. 1-6), quella più sistematica, data la totale esclusione delle nozioni razziali dall’ambito divulgativo (relegate in un iperspecialismo che quasi si vergogna di trovarsi di fronte al dato razziale, e che per ‘rimediare’ aggioga la ricerca al ‘dogma’ egualitarista), è già stato fatto cenno da parte dell’editore, Invece, vale la pena qui di soffermarsi un po’ di più sulla seconda parte del testo di Günther (capp. 7-12). Essa tratta piuttosto argomenti storici e temi di attualità (quali essi potevano essere negli anni Venti). In particolare, al Cap. 8, l’autore fa una sintesi di quegli sviluppi storico-razziologici che portarono alla decadenza dell’Ellade e di Roma, argomenti che poi egli avrebbe sviluppato in grande dettaglio in due sue opere specifiche mai tradotte in alcuna lingua diversa dal tedesco (eccettuati alcuni stralci in inglese) (1). Indipendentemente dalla fissazione del Günther sull’idea nordica (che aveva certamente i suoi pregi ma che fu portata all’estremo), la lettura di questa seconda parte ha una sua notevole utilità, in quanto vengono prospettate tematiche sociali che, incipienti all’inizio del secolo XX, sono adesso di tragica attualità.

    Quanto alla fissazione sull’idea che l’unica ‘razza portante’ della civiltà europea fosse stata e sia ancora quella nordica, è basata soprattutto su constatazioni storiche; e ‘l’idea nordica’, probabilmente valida ancora diversi secoli addietro, non è detto che continui ad esserlo adesso. Ogni cosa sembra indicare che la ‘razza’ nordica (in termini razziologici più esatti, la sottorazza nordica della razza europide) abbia subito un collasso interno dal punto di vista dell’evoliana ‘razza dello spirito’, con conseguente affievolimento della capacità di retto giudizio. Ne resterebbe, al massimo, una maggiore intraprendenza e, forse, serietà di propositi (ma probabilmente non una maggior intelligenza, laboriosità o inventiva) rispetto alle altre sottorazze europidi – qualità messe a profitto spesso e volentieri da elementi di torbida origine per scopi che con ‘l’idea nordica’ poco avevano a che vedere. Già Julius Evola aveva osservato che la facilità con cui le popolazioni a prevalenza nordica accettarono, quasi tutte, il Cristianesimo prima e il protestantesimo dopo (e l’americanizzazione in tempi recenti), non deponeva in loro favore: contro il veleno psichico biblista, la ‘razza nordica’ dimostrò di avere ben pochi anticorpi.

    Il Günther, poi, dimostra anche lui un'ottusa anglofilia, che si estende anche all’America del Nord – cosa non del tutto atipica della Germania della svolta dei secolo XIX e XX e anche dopo - la quale, per i Tedeschi, fu ancora più esiziale della loro slavofobia, anch’essa spesso ottusa ma che, se non altro, aveva dei precisi radicamenti storici. I ‘fratelli di razza’ anglofobi sono stati la rovina della Germania (e della razza europoide). In riguardo, valgono, fra l’altro, due osservazioni: (a) la ‘nordicità’ inglese (quale che possa essere l’importanza di questo fatto) fu sempre sopravvalutata: la popolazione dell’isola inglese è ed è sempre stata fondamentalmente di ceppo occidentale/mediterraneo; con buona pace del Günther, che va incontro agli anglofobi che hanno orrore di essere confusi con i centro o sud – europei, classificare l’inglese come lingua germanica è, scientificamente, un grossolano errore. L’inglese non è una lingua germanica – e tanto meno una lingua neolatina, nonostante il suo lessico neolatino al 70% - ma un liquame fonetico, grafologico, lessicale, grammaticale e sintattico che ha molto del ‘papiamento’ (3) e che, quale idioma profondamente degenerato, è stato classificato come strutturalmente affine alle lingue bantù (4).


    Silvio Waldner


    (1) Lebensgeschichte des hellenischen Volkes (Storia biologica del popolo ellenico) e Lebensgeschichte des römischen Volkes (Storia biologica del popolo romano) pubblicati ambedue da Franz Freiherrn Karg von Bebenburg, Verlag Hohe Warte, Pähl, 1965 e 1966 rispettivamente. (Verlag Hohe Warte, Tutzinger Str. 46 D-82396 Pähl. Tel: +498808267. Fax: +498808921994)

    (2) Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1969(3).

    (3) Il papiamento è quell’intruglio di spagnolo, olandese, portoghese e inglese che è adesso lingua ufficiale nelle ex-Antille Olandesi (Curacao, Aruba, Bonarie).

    (4) Dal linguista francese Claude Hagège, Storia e destini delle lingue d’Europa, La nuova Italia, Scandicci, 1995. Da notarsi (!) che l’Hagège è tutt’altro che un anglofobo o un americanofobo.


    Nel dopoguerra, nella più grande operazione di censura e distruzione culturale della storia, anche tutte le opere di Hans Friedrich Karl Günther furono messe all’indice. Il 13 maggio 1946 la Commissione Interalleata di Controllo emanò una legge “sull’estirpazione della letteratura a carattere nazionalsocialista o militarista”. Contemporaneamente si creò nella zona di occupazione sovietica un organismo specializzato (“Schriften-Prüfstelle bei der Deutschen Bücherei”) che intraprese subito la redazione di una nuova lista di libri proibiti (Liste der auszusondernden Literatur). La lista iniziale di 526 pagine comprende 13.223 libri e 1502 giornali proibiti dal 1 aprile 1946. A completamento di questa prima escono altri tre volumi rispettivamente il 1 gennaio 1947 (179 pagine, 4.739 libri e 98 giornali), il 1 settembre 1948 (366 pagine, 9.906 libri e giornali) e il 1 aprile 1952 (circa 700 libri e giornali). In totale furono proibiti poco più di 36.000 libri e periodici editi prima del 1945. Queste liste di proscrizione sono consultabili in quanto ristampate nel 1983 dall’editore antiquario Uwe Berg (Uwe Berg Verlag und Antiquariat, Tangendorferstr. 6, D – 21442 Toppenstedt, Tel. 04173 6625, Fax 04173 6225).
    Un’interessante selezione delle opere di Hans Friedrich Karl Günther è stata messa in rete ed è consultabile al sito http://www.white-history.com/earlson/gunther.htm

    http://www.centrostudilaruna.it/wald...roduttiva.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Le ultime ore dell'Europa



    "Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile".


    Le edizioni Settimo Sigillo hanno da poco ristampato il testo di Romualdi, quella che molti considerano la sua opera più suggestiva, pubblicata postuma nel 1976 da Ciarrapico. Il testo in questione potrebbe in qualche modo risultare "fuori dal tempo", nel senso che tratta un argomento certamente poco attuale ed interessa una ristretta cerchia di lettori. Molto probabilmente lo scritto di Adriano è oggi ancora attuale, in sostanza per due motivi: l'esempio di coraggio, abnegazione ed eroismo di cui ogni pagina de Le ultime ore dell'Europa trasuda, valori che nell'Europa di oggi sono perduti e solo degli esempi eclatanti possono risvegliare. In secondo luogo l'opera che vogliamo recensire fa ripensare, a tutti coloro i quali abbiano una qualche simpatia nei confronti degli USA, che coloro i quali oggi brutalizzano l'Iraq, ieri hanno distrutto Amburgo e Dresda, annientato la civiltà europea per sostituirla passo passo con l'american way of life. La sudditanza europea nasce dalla sconfitta bellica della seconda guerra mondiale, non scordiamocelo.

    Ogni pagina del libro in questione trasmette valori eterni, le parole si susseguono come raffiche di mitra, una rabbia latente ci permette di cogliere quanto il tema affrontato fosse sentito dall'Autore. Si legge nell'introduzione una citazione secondo cui una storiografia di Destra, intendendo col termine filo-fascista o filo-nazista, è impossibile. Ebbene, Adriano Romualdi, coerente con le sue idee, potente tessitore di una prosa infuocata di sentimenti e dolori, ha sfatato un mito prima di tutti e meglio di chiunque. Un precursore ed un esempio di coerenza adamantina rafforzata da una scrittura evocatrice.

    Perché di questo si tratta, Le ultime ore dell'Europa rappresenta un'evocazione di forza guerriera, di amore per la propria terra e, più in generale, di uno spirito che vive sopra gli uomini ed in alcuni di essi si manifesta. Come non pensare a Degrelle, impavido combattente sul fronte dell'Est trovatosi ad affrontare in schiacciante inferiorità le truppe dell'Armata Rossa; oppure la fine sprezzante e coraggiosa di Drieu La Rochelle in una Francia "liberata" a suon di torture e massacri o ancora la resistenza di Budapest, per la cui salvezza a migliaia morirono tedeschi e gli ungheresi di Szalasi, il sacrificio dei giovani della Hitlerjugend nel rogo di Berlino ed infine la morte di Adolf Hitler, fedele al suo popolo fino alla morte, disperato per una sconfitta che non fu della sola Germania Nazionalsocialista, ma dell'Europa tutta.

    Le ultime drammatiche ore vissute sul fronte dell'Est e ad Ovest, ed infine la tragica battaglia di Berlino, in cui persino le donne diedero l'assalto all'invasore sovietico, ben sapendo cosa le attendesse nel caso in cui fossero state prese vive. Gli ultimi due anni di guerra scritti con tale passione ed eleganza che riteniamo sia un dovere possedere un libro come questo, poiché esso è un omaggio tra i più belli ai nostri Caduti.

    Sarebbe inutile dilungarsi nel racconto di avvenimenti che tutti conosciamo, soprattutto perché tentare di riassumere un testo come quello preso in esame significherebbe privarlo della carica evocativa che trasmette sin dalla prima lettura. Fin dalle prime pagine, dal capitolo Finis Europae, si respira un'aria familiare, si comprende di avere tra le mani un'opera che vuole essere un tributo a chi sacrificò sé stesso perché l'Europa conoscesse un Ordine Nuovo, che non fosse quello che i vincitori di allora oggi vogliono imporci. Durante tutta la lettura, che altro non è se non un viaggio nell'eroismo più tragico e glorioso, riecheggiano nelle nostre orecchie le parole del raffinato intellettuale ebreo Ilija Ehrenburg, rivolte ai soldati dell'Armata Rossa: "Prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!". Parole che divennero prassi in ogni villaggio, città, regione conquistate dai sovietici. E di fronte ai massacri gratuiti, brutali e vili commessi dalle truppe bolsceviche come non inorridire, come non comprendere i più profondi motivi che spinsero gli uomini tedeschi a resistere fino all'ultimo uomo all'invasione rossa. E allo stesso tempo, come non sentirsi fieri ed in soggezione al cospetto della pura abnegazione di tutti quei combattenti fascisti e nazionalsocialisti d'Europa che morirono per la salvezza, fosse anche per qualche ora in più di vita prima della catastrofe, della propria terra e della propria gente.

    Non morirono soli quei soldati d'Europa, eroi dell'ultima Europa, che caddero difendendo l'Onore di un continente violato. Morirono da eroi, quasi rinunciando alla propria umanità, caddero non come individui, ma come cade un continente intero, una massa portentosa di sangue e acciaio. Fu sola l'Europa quando morì, come una donna violata più volte e uccisa dopo crudeli torture, come le migliaia di donne violentate e torturate dalle orde dell'Est. Tra le macerie di un'Europa distrutta, di cui non rimase che un Bunker, quel Bunker, difeso eroicamente da soldati di altri paesi nel nome di una civiltà che allora poteva ancora sperare di ritornare vitale, in un tempo in cui Occidente non significava Usa, ma Europa. Un grido ci percorre le vene togliendoci il respiro, di fronte alla grandezza impareggiabile dell'eroismo dei molti combattenti europei di cui Adriano Romualdi ha ricordato le gesta grandiose.


    Francesco Boco


    Adriano Romualdi, Le ultime ore dell'Europa, Edizioni Settimo Sigillo, Roma
    2004
    http://www.centrostudilaruna.it/bocoultimeore.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La battaglia identitaria



    “Preferiamo l’assalto alla convalescenza”
    Zetazeroalfa[1]


    La battaglia identitaria: ovvero il nostro “Fronte dell’Essere”, contro il non-essere dell’omogeneizzazione, dello sradicamento, della dissoluzione nella mefitica brodaglia occidentale. Lotta per esistere e resistere, battaglia per l’autoaffermazione e l’autodifesa, istituzione di un progetto storico e messa in forma di una comunità di destino. Nell’epoca in cui i popoli europei sono ormai minacciati nella stessa sopravvivenza fisica, dopo aver già ceduto l’anima al demone mondialista, la lotta per la difesa della nostra identità, il risveglio della nostra coscienza nazionale e la rigenerazione della nostra forma etnica acquista un’importanza decisiva, cruciale. Ma, innanzitutto, cosa si intende con il termine “identità”? Possiamo definirla la risultante dell’incontro di tre fattori: natura, cultura e volontà[2]. Della natura fanno parte le caratteristiche più strettamente fisiche, biologiche e razziali di un popolo, la sua essenza più concreta, la “materia umana”. La cultura rappresenta il modo unico ed originale con cui ogni popolo percepisce il mondo e vi si orienta, giungendo all’autocoscienza attraverso un confronto (e/o uno scontro) con l’altro da sé; e ancora, cultura sono le tradizioni, le usanze, le abitudini, la memoria storica, i riferimenti mitici ecc. Il lato volitivo è costituito dalla messa in forma dei primi due, è la piena assunzione del dato fisico e del dato culturale in un orizzonte di senso determinato da una decisione creatrice e fondativa. Volontà, cioè, è farsi carico della propria identità bio-culturale, proiettando nel futuro la propria memoria trasmutata in progetto. Questo punto è fondamentale. È sempre la volontà che fa la storia, un popolo che ne è sprovvisto è niente di più che una popolazione, un mero insieme di individui destoricizzati, un puro dato statistico-demografico. Nascere in un determinato stato, avere genitori di una certa nazionalità, possedere particolari tratti somatici, imparare a scuola determinate nozioni, parlare una certa lingua, mangiare particolari pietanze – tutto questo costituisce un’identità solo in potenza. Non basta che ci sia passato il testimone; bisogna volerlo ricevere ed avere l’intenzione di passarlo a chi viene dopo. La scelta contraria è possibilissima; si vedano a questo proposito i tanti intellettuali, politici, star dello show business che scelgono consapevolmente la via del cosmopolitismo, del mondialismo, dell’etnomasochismo, dello sradicamento. Costoro sono italiani ed europei quanto noi, ma vogliono rifiutare questa appartenenza in nome di una retorica “fratellanza universale”. L’identità, quindi, può benissimo essere rifiutata. D’altronde oggi è la scelta che va per la maggiore. Questo è possibile perché l’apertura della storia, conseguente alla fondamentale libertà umana, consente anche l’opzione dell’uscita dalla storia stessa, ovvero la scelta dell’entropia etnica, culturale, sociale, ecologica ecc. Di fronte a tale libertà esistenziale, sarà allora nostro dovere scegliere la via identitaria.

    Un nuovo nazionalismo

    Per far questo è però necessario non cadere in vecchi errori né scadere in formule sorpassate. Va superata, in particolare, la credenza tipicamente reazionaria secondo la quale una lotta identitaria debba semplicemente difendere la presunta verginità di un insieme di valori ancora non contaminati dai mali della modernità. Non è assolutamente così. L’identità non è un concetto statico, un'essenza pura da preservare dagli sconvolgimenti della storia; è proprio nella storia, anzi, che essa viene perennemente generata e rigenerata, in un processo continuo, senza sosta. L’identità è un progetto in divenire, un’autocoscienza che eternamente si riformula e si ricrea. Non ci sono semplicemente valori da conservare, ma c’è tutta una serie di miti, di tradizioni, di memorie da scegliere, selezionare e re-interpretare, in forme sempre nuove ed originarie in base al futuro che ci si è scelto. È il progetto che dà un senso alla memoria, non il contrario; è questo che intendeva Giovanni Gentile quando affermava che la nazione è una realtà spirituale che “non c’è mai, è sempre da creare”. Questa concezione dinamica della battaglia identitaria, rivolta più all’avvenire che al passato, si nutre quindi di una forma nuova e “post-moderna” di nazionalismo. Parliamo di un nazionalismo pervaso di sensibilità imperiale e grandeuropea, non più preda di ottuso e provinciale orgoglio sciovinista; un ideale popolare e comunitario, nella convinzione che una comunità nazionale è veramente tale solo se al suo interno la piena dignità sociale è riconosciuta ad ognuno, contro ogni dominio oligarchico e interesse di loggia. Contro l’idea regressiva, reazionaria e passatista occorre opporre uno spirito innovativo, rivoluzionario e futurista; contro il nazionalismo meramente difensivo, arroccato nella conservazione sterile di una memoria mummificata e nella preservazione bigotta di quanto, nell’oggi, persiste dello ieri, noi vogliamo un nazionalismo aggressivo, portato cioè ad aggredire la modernità morente ed il suo fallito “progetto incompiuto” per scardinarla, sovvertirla, superarla in un’epoca così nuova, eppure dalle suggestioni così arcaiche. Niente più culto immobile dei “vecchi e bei valori di una volta” né rimasticamento masturbatorio di folklore impolverato; al suo posto, una volontà di potenza deflagrante e rivoluzionaria fondatrice di nuova civiltà. Pensare o agire in modo diverso significherebbe rimanere indietro di almeno un secolo, rimanere fermi, cioè, alla vecchia destra liberale, classista e conservatrice spazzata via dalle avanguardie nietszcheane, futuriste, dannunziane e combattentistiche che all’inizio del novecento infiammarono il mondo. È da quelle suggestioni che dobbiamo ripartire, articolando un pensiero pienamente nazionalrivoluzionario, archeofuturista, discendente diretto del sovrumanismo fascista.

    Morte e rigenerazione della patria

    Del resto, anche volendo, non sapremmo sinceramente su quali basi fondare un patriottismo piccolo-borghese di tipo conservatore, non foss’altro che per l’elementare ragione che non c’è più niente da conservare. Giacché, di grazia, dove sarebbe oggi la patria? Forse è nascosta da qualche parte nei discorsi trasudanti banalità ed ipocrisia di un Presidente della Repubblica già partigiano ed usurocrate, giunto recentemente a rivendicare, per l’Italia odierna, l’attualità dei valori… dell’ 8 settembre (!)? Oppure nelle parate militari ultimamente tornate di moda, tanto più pompose quanto più patetiche nel tentativo penoso di mascherare la realtà del vero ruolo dell’odierno esercito italiano, ascaro servile del padrone d’oltreoceano? O forse, più modestamente, “patria” è oggi la nazionale di calcio, il cui tifo è solo un misero simulacro di appartenenza, quasi il solo “ideale” per cui ormai ci si riesca ad emozionare. Per questo dovremmo lottare? Dalle “terre irredente” al tridente Vieri/Totti/Del Piero? No, bisogna acquisire la consapevolezza che oggi la patria è morta, per lo meno in atto. Essa sussiste ancora, invece, in potenza, come un’insieme di valori e sensibilità inconsce da riattivare in forma radicalmente nuova. Bisogna prendere coscienza della dimensione fondamentalmente nichilista dell’era presente, del vuoto assoluto in cui ci troviamo, vuoto che è fonte di spaesamento e di angoscia, ma che può essere anche l’occasione della riscossa per chi lo sappia riempire. Dobbiamo accogliere il nulla che ci circonda come la condizione di possibilità di un nuovo inizio, come l’occasione che si dischiude di fronte a chi possieda una volontà storica di autoaffermazione. Di fronte all’avanzata del deserto, occorre essere “fondatori di città”. Bisogna solo cercare di essere all’altezza di un tale compito, ri-evocando la nostra più antica memoria per proiettarla nel nostro più lontano avvenire contro lo squallore del più allucinante presente. Il Fascismo non fece nulla di diverso: rinnegò tutte le ammuffite tradizioni allora esistenti per evocare direttamente un passato remoto, arcaico, mitico, ponendolo allo stesso tempo alla base di un progetto politico e metapolitico che guardava ad un futuro millenario[3]; per questo fu ed è odiato dai conservatori di ieri e di oggi. Facendoci carico pienamente e consapevolmente della nostra libertà storica, dobbiamo assumerci il compito schmittiano di una decisione sovrana che stabilisca chi vogliamo essere, sulla base – certo – del dato bio-culturale, ma in uno spirito volontaristico ed eroico dove il mero “dato” è solo il materiale grezzo di un’opera di autocreazione in continuo divenire. Non si tratta, ripetiamolo, di “scoprire” ciò che si è; si tratta, nietzscheanamente, di volerlo diventare. È il concreto voler-esser-così contrapposto all’anelito verso l’indistinto, verso l’indeterminato, verso il generico tipico della tradizione egualitaria, che poi è una volontà-di-non-essere mascherata da un voler-esser-tutto (da qui l’elogio del cosmopolitismo: ci si illude di aver radici dappertutto poiché non se ne hanno da nessuna parte). Al dominio dell’informe opponiamo la volontà di forma, iniziando dalla nostra forma etnica[4], contro i mostruosi progetti di chi vorrebbe de-formarla tramite la “morte tiepida” del consumismo globale o attraverso l’allucinante disegno multirazzialista. L’avvenire dei popoli europei

    Quest’opera di custodia, difesa, affermazione e rigenerazione della nostra forma etnica è al giorno d’oggi quanto di più blasfemo possa esistere. Per un Europeo è infatti un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. Ha perfettamente ragione François Dancourt quando, su un sito identitario francese, nota come in Francia (ed in Europa) non sia affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli Europei trova la propria ragion d’essere. Noi, per quanto ci riguarda, riteniamo che ogni popolo, a cominciare dal nostro, debba poter coltivare le proprie tradizioni, godere della propria indipendenza e sovranità, sviluppare il proprio originale modo di essere al mondo. Siamo fondamentalmente d’accordo con chi, come Alain de Benoist, sostiene che l’identità vada difesa “in sé e non per sé”, quindi per tutte le etnie e le culture; concordiamo anche con chi, come Marcello Veneziani, ritiene che “chi difende il suo popolo difende anche il mio”; riteniamo, però, che sia sempre e comunque da noi stessi che si debba partire[5]. Sono gli Europei i primi a subire gli effetti perversi dello sradicamento; è solo in Europa, non altrove, che si sperimentano le suicide politiche immigrazioniste, la xenofilia masochistica, l’accoglienza indiscriminata; è da noi che la società multirazziale, il dominio totalitario della religione dei diritti umani, l’americanizzazione delle menti, l’imbarbarimento dei costumi, l’egualitarismo più selvaggio si stanno trionfalmente affermando. Il primo popolo in pericolo è il nostro. È quindi solo cominciando col difendere l’identità “per me” che io potrò difenderla “in sé”. E’ affermando innanzitutto le mie specificità culturali che difendo anche le tue. In questo modo possiamo evitare le incoerenze ipocrite di molti Europei, intellettuali “impegnati”, sempre pronti a difendere la più esotica e la più lontana delle cause per poi predicare in patria il cosmopolitismo, il suicidio etnico, l’umanitarismo decadente, l’oblio delle radici e la distruzione delle tradizioni. Solo questo può essere il senso di un rinnovato etnocentrismo imperiale europeo. Etnocentrismo non più filo-imperialista, intriso di messianismo cristiano ed universalismo illuminista, ma serena e radicale affermazione del proprio ruolo nella storia da parte di Europei finalmente liberi da colpevolismi e complessi vari. Etnocentrismo come coscienza etnica, consapevolezza di essere un unico popolo, nell’unità inscindibile degli antenati e dei discendenti. Etnocentrismo come orgoglio, fierezza, patriottismo, fedeltà a se stessi, volontà di perpetuarsi biologicamente e culturalmente. È solo essendo noi stessi che potremo contribuire alla salvezza dell’Altro. Solo un’Europa libera, etnocentrata, potente e fiera della propria identità potrà un domani rappresentare l’avanguardia mondiale della causa dei popoli – di tutti i popoli. Un’Europa serva, impotente, preda del caos etnico e dell’etnomasochismo potrà solo rappresentare il tragico monumento vivente al mondialismo trionfante.


    Adriano Scianca


    Tratto da Orion 229 (ottobre 2003).

    [1] Cfr l’intervista rilasciata dal gruppo al sito francese www.coqgaulois.com.
    [2] Cfr. Pierre Vial, Une terre, un peuple, Editions Terre et Peuple, Paris 2000.
    [3] Per un’esposizione, sintetica ma profonda, degli aspetti del Fascismo messi qui in risalto si veda Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista, in L’Uomo Libero n. 53, marzo 2002, nonché le Note di Stefano Vaj che seguono tale testo.
    [4] Per il concetto di “forma etnica” vedi Franco Freda, I lupi azzurri, Edizioni di Ar, Padova 2000.
    [5] Su questo punto e su quelli che seguono ha recentemente insistito Guillaume Faye, non senza scivolare in deviazioni occidentaliste o volgarmente xenofobe. Per un lucido esame delle tesi dell’ultimo Faye e per altre intelligenti riflessioni sull’idea identitaria, sul tema immigrazione, sull’etnocentrismo europeo ecc si veda l’eccellente saggio di Stefano Vaj, Per l’autodifesa etnica totale, in L’Uomo Libero n. 51, maggio

    2001.http://www.centrostudilaruna.it/batt...entitaria.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'americano, 'bantù' del futuro



    1. Introduzione: caratteristiche 'bantù' dell'americano

    L'americano è il mezzo d'espressione più diffuso in questi tempi. Generalmente conosciuto come 'inglese' (in quanto la sua zona storica d'origine è stata l'isola inglese), è però più corretto chiamarlo, appunto, americano (alla francese) perché il suo centro di potenza, che ha permesso la sua pandemica diffusione nel mondo moderno, sta in America, la quale ha assorbito in modo totale e irreversibile anche la sua ex 'madre patria' (1). In questa sua pandemica diffusione ha da vedersi un interessante e sinistro 'segno dei tempi'. Più sopra, in questo stesso capitolo, si è detto qualcosa su certe affinità fra l'americano e le lingue dei selvaggi. Adesso si tratta di considerare più da vicino questo fenomeno linguistico.

    Che l'americano abbia un carattere stranamente involuto è una cosa che avrà notato chiunque abbia con esso una discreta dimestichezza: non si tratta soltanto e semplicemente di una lingua appiattita, come possono esserlo la maggior parte delle lingue germaniche, con l'eccezione del tedesco, e in particolare le lingue scandinave e l'afrikaans. Ed è stato un acuto linguista francese, Claude Hagège (2), un elemento tutt'altro che 'politicamente scorretto', a dire senza mezzi termini che, strutturalmente, l'americano non ha ormai quasi niente di indoeuropeo e che invece è una lingua centroafricana (o sud-est-asiatica); aggiungendo che la bellezza e la chiarezza non sono preliminari necessari perché una lingua - un 'idioma', nel caso dell'americano - possa divenire un mezzo di comunicazione internazionale (e qui si sta forse parafrasando Gustave Le Bon [3], secondo il quale l'imbecillità di una dottrina non è mai stato un impedimento perché venisse accettata da vaste masse umane). Il carattere 'bantù' dell'americano risulta, paradossalmente, anche da un'osservazione della già citata Alice Werner (4), secondo la quale la mancanza di genere grammaticale in una lingua 'altamente evoluta' come l'americano la avvicina alle lingue 'primitive', anch'esse carenti di genere grammaticale ma che, secondo lei, "avrebbero la tendenza ad acquistarlo". Quanto al carattere psicologico negroide dell'uomo americano, delle righe calzanti in riguardo sono state scritte da Julius Evola (5).

    A parte il lato fonetico - le lingue bantù, come l'americano, sono foneticamente indefinite, soprattutto per quel che riguarda la pronuncia delle vocali che non si sa mai bene cosa siano - ci sono delle indicazioni che sembrerebbero suggerire che le psicologie soggiacente il bantù e l'americano potrebbero avere qualcosa di simile. La mappatura del bantù sull'americano è molto meno disagevole che sulle lingue europee - in riguardo un libretto di Charles Doke (6) è parecchio significativo. E significativa è anche la casistica relativa al fanakalò, quella lingua franca che si era sviluppata negli ambienti minerari sudafricani e che aveva incominciato a tracimare nella vita associativa bantù al punto che non pochi negri lo usavano anche fuori dall'ambiente di lavoro - adesso, sta cadendo in disuso perché bollata di essere un 'retaggio coloniale' (7). Da un'analisi del fanakalò risulta che - contrariamente a quello che tanti, che pure lo usavano, pensavano che esso fosse - non si trattava di una forma di americano bantuizzato (una sorta di black english [inglese negro], sul tipo di quello che ormai, in Amarica, sta diventando la parlata generale anche dei 'bianchi'), ma di uno zulù americanizzato (un english zulu [zulù inglese]) - e, americanizzandosi, addirittura lo zulù venne a perdere buona parte delle sue, già molto modeste, forme sintattiche e grammaticale: esso si appiattì.

    Cose del genere dovrebbero dare da pensare. C'è chi ha detto che l'islam (adesso pandemico nel Sud del Mondo) è l'ultima delle religioni possibili, nel senso che è difficile concepire come si potrebbe cadere più in basso nel campo del 'religioso'. L'americano, adesso, è parlato pandemicamente, soprattutto ma non solo, nel Sud del Mondo, ed esso viene a essere, forse, l'ultima delle lingue possibili, in quanto difficilmente si può cadere più in basso nel campo del linguistico. C'è da credere che da uno studio dettagliato e in profondità della lingua americana si potrebbero dedurre le caratteristiche principali parlate dalle popolazioni selvagge di un futuro più o meno lontano: esso è un bantù in formazione.

    2. L'americano è un 'papiamento': il meticciato linguistico

    Il papiamento è quell'intruglio di spagnolo, olandese, americano e portoghese che è parlato, e divenuto lingua ufficiale, nelle ex-Antille Olandesi. Un papiamento viene a essere un idioma che è il risultato di meticciato linguistico (che niente ha a che fare con l'adattamento di una certa lingua - generalmente, anche se non necessariamente, di conquistatori - a una popolazione a essa psicologicamente allogena: di questo si è parlato più sopra in questo stesso capitolo). E nello stesso modo che il meticciato biologico ha conseguenze teratologiche nel soma e nella psiche, il meticciato linguistico ha conseguenze esiziali nel modo di espressione - il che, alla lunga, c'è da credere che avrà un effetto di rimbalzo anche sulla qualità umana di chi l'idioma meticcio utilizza - ammesso pure che l'adozione di un papiamento come proprio idioma non stia a indicare qualcosa di psicologicamente 'fuori di posto' fra coloro che lo adottano (8).

    Dei papiamenti, storicamente, si sono spesso sviluppati nei luoghi di contatto fra popolazioni molto diverse: questo è documentato sia in Europa che fuori dall'Europa. Ma la tendenza è stata quasi invariabilmente a che queste parlate degenerate scomparissero una volta che le condizioni che le avevano originate cessarono di sussistere oppure semplicemente con il passare del tempo - ne diamo qualche esempio.

    Per molto tempo, in Spagna, nella zona di frontiera cristiano-musulmana, ci si intendeva con un misto spagnolo-arabo, la cosiddetta algarabía (9), che scomparve in brevissimo tempo dopo l'espulsione definitiva dei musulmani. Nei porti del Mediterraneo, ancora nel Settecento, le svariate ciurme si intendevano fra di loro e con le prostitute usando la lingua franca, fatta di spagnolo, francese, italiano, greco, turco e arabo; e a Buenos Aires, per oltre mezzo secolo, imperò il cocoliche, papiamento italo-spagnolo. - Nei primi tempi di Roma, nella zona di frontiera con gli etruschi a Faleria, per qualche tempo prese forma un papiamento latino-etrusco. - Tutti questi mezzi di comunicazione scomparvero non appena cessarono di essere funzionali a determinate situazioni.

    In Africa, Martin Gusinde (10) indicava come fino agli inizi del secolo XX, nei pantani dell'Okawango, si fossero sviluppati papiamenti bantù-boscimaneschi, poi scomparsi con l'assorbimento definitivo dei boscimani da parte dei bantù. Invece lo suahili, papiamento arabo-bantù con una modesta aggiunta di portoghese, si è stabilizzato ed è diventato perfino lingua ufficiale in certi 'paesi' dell'Africa orientale.

    L'americano è l'unico papiamento ("per metà francese male pronunciato e per metà Niederdeutsch pronunciato peggio ancora" [11]) che si sia stabilizzato in Europa (12). Anche dal punto di vista dell'evoluzione storica, l'americano è completamente diverso da tutte le lingue europee.

    3. L'americanizzazione linguistica del Sud del Mondo

    Il carattere essenzialmente non-europeo dell'idioma americano e la sua origine storica come papiamento - cose sicuramente non disgiunte l'una dall'altra - hanno dato origine, dopo l'avventura coloniale dei secoli XV - XIX, a interessanti sviluppi linguistici nel Sud del Mondo: l'americano si è rivelato (a) il trampolino linguistico ideale per lo sviluppo di altri papiamenti - papiamenti di secondo grado - che ormai si sono stabilizzati nelle parti meno civili del mondo abitato, (b) in ragione di essere un idioma che strutturalmente ed essenzialmente è 'terzomondiale', esso è un modo di espressione adatto alle psicologie larvali delle popolazioni selvagge che lo hanno adottato e che continuano ad adottarlo nel più naturale dei modi. (Sia fatto qui un appunto sulla presunta 'adeguatezza' dell'americano per trattare argomenti tecnici. Secondo Hans F. K. Günther [13], ideali all'uopo - per argomenti, appunto, tecnici, non psicologici e neppure matematici - sarebbero le lingue semitiche).

    In svariati luoghi del Sud del Mondo i papiamenti a base di americano si sono sviluppati e sono in via di soppiantare o hanno già soppiantato le parlate locali; e questo non può essere attribuito soltanto alla notevole estensione geografica dell'ex-impero coloniale inglese: l'americano e i suoi papiamenti hanno presto soppiantato il tedesco, l'italiano, il francese, l'olandese, il danese e in tanti luoghi anche lo spagnolo e il portoghese. In America la lingua - lo si è già menzionato - tende ad africanizzarsi sempre di più con l'insorgere del black english; mentre papiamenti a base di americano sono lo spanglish di Puerto Rico (ex-colonia spagnola), il guyanese creolese della Guyana, il fanakalò sudafricano (americano-zulù, con assenza quasi totale dell'afrikaans). In Nuova Guinea (in parte ex-colonia tedesca), il pidgin (papiamento americano-papuaso con una modesta aggiunta di cinese) è addirittura assurto a lingua ufficiale. - In quasi tutto i Sud del Mondo si sono solidamente radicate le cosiddette "non-native varieties of english [varianti non-aborigene dell'inglese]" che, pure essendo divenute lingua materna solo dele classi privilegiate/'colte', sono anche, a seconda dei luoghi, lingue ufficiali, seconde lingue comuni oppure mezzi di comunicazione con tutti gli stranieri fra le classi infime: nell'Indostan (là, le classi veramente colte, razzialmente distinte da quelle servili, parlano ancora le lingue indiane di origine sanscrita), in Pakistan, Malesia, Tailandia, Filippine, Ghana, Nigeria, Uganda, Tanzania, Zimbabwe, ecc. (14).

    Una crescente americanizzazione linguistica del Sud del Mondo sta certamente prendendo piede; ed è da attribuirsi al fatto che l'americano - magari sotto forma 'rettificata', come 'papiamento di secondo grado' - è l'espressione idiomatica appropriata per quel tipo di popolazioni.

    4. Confronto con le lingue boscimanesche

    L'americano regge confronto non solo con il bantù, ma anche con le lingue boscimanesche. Questo studio fu intrapreso dallo scrivente già durante il suo primo soggiorno nell'Africa meridionale (15), quando ebbe occasione di acquistare una certa dimestichezza sia con l'americano che con il boscimanesco (16).

    Le lingue boscimanesche hanno in comune con tutte quelle degli altri selvaggi l'indefinizione fonetica, soprattutto nella pronuncia delle vocali che sono intercambiabili, e l'indeterminatezza sintattica e grammaticale (almeno da un punto di vista indoeuropeo) - questi tratti, che le accomunano con l'americano, sono stati menzionati più sopra. Lo spesso citato Isaac Schapera (17) faceva notare come la costruzione delle proposizioni in lingue boscimanesche spesso coincidesse esattamente con quella delle proposizioni dello stesso significato in lingua americana - cosa che lui, americanofono, trovava strana e interessante.

    Specificamente, le lingue boscimanesche hanno la caratteristica lessicale degli schiocchi, posti quasi invariabilmente all'inizio della parola; mentre nella 'declinazione' dei sostantivi, oltre al nominativo, le uniche forme che esistono e che in certo e qual modo possono essere interpretate secondo un paradigma europeo sono il vocativo e un 'nominativo enfatico'. L'una e l'altra di queste caratteristiche indicherebbero che nelle lingue boscimanesche c'è una banalizzazione degli enfatici, per cui ogni altra parola viene a essere detta come se l'oggetto a cui si riferisce fosse causa di sorpresa o di ammirazione (lo schiocco viene a essere un''interiezione fonetica'). Questo ha un riscontro nell'americano: chiunque lo conosca avrà notato che molto spesso il tono con cui vengono dette le cose indica un'enfasi del tutto fuori luogo. - La banalizzazione degli enfatici è quella forma linguistica degenerativa per cui essi entrano a fare parte normale del linguaggio corrente e perdono la loro forza, per cui quando si voglia enfatizzare qualcosa per davvero bisogna mettere mano a circonlocuzioni. L'americano ci da un esempio perfetto di questo fenomeno nell'uso della particella do nelle negazioni, che in questo caso non c'entra con il verbo do [fare = germanico tun]: l'identità delle parole viene a essere una coincidenza fonetica. Il do della negazione è piuttosto, con il massimo di probabilità, una corruzione del germanico doch, particella enfatizzante usata molto poco in tedesco e solo quando ne valga veramente la pena. Se anche nell'americano, quando si tratta di affermazioni, essa ha mantenuto il suo uso corretto (I do want [voglio per davvero]), nelle negazioni il suo uso si è banalizzato, e mentre I do not want dovrebbe volere dire 'non lo voglio assolutamente', questa frase non viene a essere se non una normale negazione.


    Silvano Lorenzoni


    (1) L'isola inglese, da almeno il 1940, fa parte dell'America.
    (2) Claude Hagège, Le souffle de la langue, Odile Jacob, Paris, 1992.
    (3) Gustave Le Bon, nel suo classico La psychologie des foules, tr. it. Longanesi, Milano, 1992 (originale 1895).
    (4) Alice Werner, Introductory sketch of the bantu languages, Kegan Paul, London (Inghilterra), 1919.
    (5) Julius Evola, L'arco e la clava, Scheiwiller, Milano, 1971.
    (6) Charles A. Doke, Outline of grammar of bantu, Department of African Languages, Rhodes University, Grahamstown (Sud Africa), 1982 (originale 1943).
    (7) Sul fanakalò c'è poca letteratura, ma una buona messa a punto è data da D. W. Sparks, Translation programs for construction and mining, testo di una conferenza data al simposio "Computing in the new South Africa", Midrand (Sud Africa), 1992.
    (8) Cfr. Alain de Benoist e Giorgio Locchi, Il male americano, LEDE, Roma, 1978.
    (9) In spagnolo moderno la parola algarabía esiste ancora e sta a indicare un caos di urlamenti sconclusionati.
    (10) Martin Gusinde, Von gelben und schwarzen Buschmännern, Akademische Druck, Graz, 1966.
    (11) La frase è del compianto storico e politologo francese Henry Coston, che onorò lo scrivente della sua amicizia nei primi anni Ottanta.
    (12) Se l'isola inglese faccia veramente parte dell'Europa, è certo discutibile. Topograficamente essa ne fa, in quanto è un'isola posta al largo, e non lontano, delle sue coste.
    (13) Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, Lehmann, München, 1931.
    (14) Cfr. Claude Hagège, Le souffle de la langue, Odile Jacob, Paris, 1992; ottimo anche l'articolo di Aldo Braccio Aspetti culturali della colonizzazione angloamericana, rivista "L'uomo libero" (Milano), N. 54, ottobre 2002.
    (15) Primi anni Settanta e poi fine anni Ottanta e primi anni Novanta.
    (16) Sulle lingue boscimanesche, cfr. le riferenze bibliografiche date nella nota (39) qui sopra. Le grammatiche e i dizionari americano-italiani si sprecano, le grammatiche e i dizionari boscimanesco-italiani mancano del tutto. Un breve glossario tedesco-boscimanesco è dato in appendice da Carl Meinhof, Versuch eines grammatischen Skizze einer Buschmannsprache, Zeitschrift für Eingeborenen-Sprachen, Band XIX, 1928-1929 und XX, 1929-1930.
    (17) Isaac Schapera, The khoisan peoples of southern Africa, Routledge and Kegan Paul, London (Inghilterra), 1930.

    Il presente scritto costituisce il paragrafo 3, capitolo 1 della prima parte del libro di S. Lorenzoni Involuzione. Il selvaggio come decaduto, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.


    http://www.centrostudilaruna.it/americanobantu.html
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Mondialismo


    Indice:

    - Il mondialismo e la fine della storia dei popoli. Note a: "Mondialismo e resistenza etnica", di Alberto Lembo.

    - Attacco mondialista e de-psichizzazione della comunità.

    - Mondialismo e resitenza etnica.

    - Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione

    ------------------------------------



    Il mondialismo e la fine della storia dei popoli.
    Note a: "Mondialismo e resistenza etnica", di Alberto Lembo,
    Edizioni di Ar.

    Massimo Pacilio, in "Margini" n. 27, luglio 1999.

    Tra le poche certezze che definiscono il nostro senso della vita c'è il sicuro convincimento che la "società" multietnica rappresenti il capitolo terminale della storia dei popoli. Nella indistinzione delle molteplici etnie che vengono riversate sull'Italia e sull'Europa, risulterà infatti progressivamente smarrita la differenza tra i popoli che ne costituiscono l'essenza: quel complesso irripetibile di qualità che rendono visibile e riconoscibile l'appartenenza, e da cui prende forma l'impianto del carattere individuale in sintonia con la cultura etnica di ciascuno. Quest'ultimo elemento genera la differenza, , senza la quale gli attributi del singolo verrebbero ridotti ad uno soltanto: la quantità. Se ancora non siamo entità semplicemente quantificabili ci è dovuto alla persistenza delle differenze etniche. Queste, seppure col loro inevitabile carico di luoghi comuni alla superficie, ma con il vigore delle loro radici in profondità, sono l'ultima forma, l'ultima qualità, oltre la quale, abolite le distinzioni di sesso, di razza , di lingua, di religione, di opinioni politiche e di nazionalità, rimarrà la produttività come unica differenza tra gli individui.La fine della storia dei popoli, le cui forme si delineano in questa fase di passaggio tra due millenni, rappresenta il segno inequivocabile della fine del concetto di progresso. Dalle stesse categorie della modernità possibile comprendere, infatti, la portata nichilistica del moderno, il suo inevitabile destino: quello di essere una fase finale. Punto conclusivo della storia, la modernità, impedendo la dialettica tra i popoli mediante la loro omologazione, impedisce che il confronto tra le diversità arricchisca reciprocamente le differenti culture.Non è un caso, quindi, che l'assioma fondante dell'attuale civiltà sia quello dell'integrazione. Esso implica, necessariamente, un presupposto meramente ideologico, ma che in seguito, grazie ad un processo indefinito di integrazione costante, non potrà che trasformarsi nell'unico valore esistente. Si realizza, per questa via, la creazione di un'umanità senza distinzioni culturali, linguistiche, religiose, in una parola: etniche. Ma se proprio dal confronto tra i popoli si è reso possibile quel fertile scambio da cui, secondo gli stessi principi della modernità, prende l'avvio ogni fase del progresso, azzerare le differenze vuol dire porre termine a questo progresso. La dialettica tra le culture, con l'apertura alle differenze che tale confronto richiede, non potrà che essere sepolta sotto una umanità amorfa e inerte, isolata dal resto, sospesa nel nulla, ricurva sulla propria sostanza materiale, in perenne contrapposizione col tutto. Lo scritto di Alberto Lembo rappresenta un contributo pregevole sulla questione fondamentale della difesa delle differenti culture europee. Per quanto il trattato di Maastricht venga considerato l'evento risolutore di tutti i problemi nazionali da una Amministrazione euro-occidentale che si è assunta l'onere di stravolgere la fisionomia delle culture esistenti in Europa, nonostante questo desolato panorama crepuscolare vi è ancora, tra i politici di 'professione', chi riesce a conservare la capacità di discernere, per restituire al discorso politico temi davvero centrali.La questione etnica doveva essere forse l'ultima delle questioni da porsi in un contesto globalmente "evoluto" come quello europeo, ma a buon diritto l'Autore ne ha fatto l'argomento portante di Mondialismo e resistenza etnica, pubblicato dalle Edizioni di Ar (impegnate su questo fronte fin dalla loro stessa fondazione). Com'è evidente dalla lettura del testo, l'Autore non prende l'avvio dalla "mozione dei sentimenti", ma circoscrive la sua rappresentazione in un ambito ben definito: quello della difesa del patrimonio culturale, la cui perdita ha sempre un carattere di definitività. Il binomio cultura-intellettualità, che esprime in s¦ la pretesa della mediazione necessaria degli 'intellettuali' per la configurazione 'della' cultura, viene nel libro validamente sostituito dal binomio cultura-tradizione, che indica la necessità della mediazione degli Autori tradizionali di una comunità etnica per la continuità della 'sua' cultura. Proprio contro l'omologazione dei concreti caratteri europei agli astratti parametri di Maastricht, contro l'uniformità di pensiero e il conformismo moralistico, lo scritto di Lembo intende condurre il discorso sul piano tradizionale ed etnico, con la comprensibile difficoltà di chi sa quanto pochi siano gli interlocutori che ne comprendano le caratteristiche oggettive. I più infatti sviano di fronte all'imbarazzo di doversi porre la questione sulle proprie origini etniche, dal momento che il nostro 'stampo' sembra ridotto ad un incubo da rimuovere, un peso da scrollarsi di dosso, una colpa da espiare. Colpevoli di non essere kurdi o kossovari, ancora più colpevoli di non essere asiatici o africani, puniamo chi di noi rivendichi un'appartenenza ad una delle nostre comunità euro-occidentali. E il senso di colpa per essere bianchi si è gi trasformato in un'insana voluttà di suicidio etnico...Il parlare della nostra necessaria appartenenza di natura e di cultura genera dunque un sentimento, se non altro, di 'rimorso': di disagio, di imbarazzo; ci ricorda un tempo in cui, nella dinamica della nostra storia, tutte le azioni erano riprovevoli, le idee false, le guerre ingiuste... Adesso che le idee sono tutte corrette, è tempo di guerre giuste e di azioni lodevoli... E si comprende meglio la smorfia implorante perdono che contrae il viso di un europeo odierno quando gli viene ricordato di 'essere un bianco: è solo un caso se sono nato in Italia nel XX secolo. Invece, sarebbe non un caso, ma la suprema delle colpe, se non condividessi la ricchezza che ingiustamente possiedo con qualsiasi straniero che intenda stanziarsi nella 'mia' terra.Come non riflettere, quindi, sull'azzeramento della natalità nelle comunità etniche della Penisola, che si manifesta quale conseguenza non di un normale processo di riequilibrio, ma di un desiderio diffuso di non-essere più? Un pragmatismo assurdo induce taluni a ritenere questo fenomeno della morte di un popolo non un evento terribile, ma un fatto meccanico di ordinaria sostituzione di esseri individuali, fungibili nel tempo e nello spazio. Un'ipotesi che verrebbe rigettata come forma latente di genocidio, se fatta valere presso altre etnie, è invece valutata addirittura come l'unica possibilità, in Italia, per fronteggiare la scarsa natalità. Fa da sfondo a questa aberrante idea l'accelerazione dei mutamenti economici, dai quali si determinano, nell'attuale contesto, quelli sociali. Processi irreversibili che conducono allo sfiguramento delle nazioni per rendere più velocemente disponibile una forza-lavoro flessibile e a basso costo. Lembo avverte chiaramente quanto risulti artificiale la sostituzione di un popolo ad un altro, e come, nonostante l'innaturalità di questo progetto, molti lo accettino in beata incoscienza, vittime delle sostanze ideologiche 'psicotrope' diffuse dal mondialismo.Dovremmo accettare il mercato globale, il villaggio globale, la "società" multietnica... ma da dove nasce questo nuovo "imperativo categorico"? La nostra risposta è: dalla mentalità materialistica, a cui nemmeno è estraneo il mondo cristiano modernista, ossessionato dal sentimento della 'rimozione delle frontiere' e dell'accoglienza/inclusione, nello spazio occupato dalla propria comunità di sangue e di vita storica, di altre comunità. L'Amministrazione euro-occidentale ha oramai deciso di porre fine all'esistenza delle nostre identità culturali, ha deciso che nel futuro non debbano più esistere culture etniche, ovvero culture dei popoli. Al posto di questa essa sta costruendo un allevamento di individui 'a disposizione', flessibili, esterni a qualsiasi perimetro etnico, estranei al circuito di qualsiasi appartenenza, atomi di una umanità disaggregata. Per alcuni si sarà finalmente realizzato quel proletariato internazionale il cui avvento viene profetizzato nei testi sacri del marxismo. Per altri non sarà poi cambiato molto, visto lo stato di alienazione in cui trascorrono la propria esistenza. Per il 'centro' finanziario internazionale, infine, saranno risolti i problemi di squilibrio dei mercati locali e, sopra tutto, si sarà delineata l'oligarchia mondiale, con le sue regole di conservazione. In una sorta di rinnovato determinismo storico l'omologazione etnica viene imposta come l'unica via da percorrere. L'Autore del libro "Mondialismo e resistenza etnica", mette in risalto questa falsa necessità secondo cui dovremmo supinamente accettare la nuova "società" multietnica. Intrisa del più vetusto determinismo, la mentalità materialistica vede ancora gli sviluppi economici come rispondenti ad una legge immutabile (laddove sarebbe più "moderno" dedurre che le scelte economiche non sono che l'espressione della volontà di chi, a diversi livelli, detiene il potere finanziario reale). Ma si tratta di un 'principio' in s¦ ingiustificato, che proprio per questo viene continuamente ripetuto come il verbo salvifico di una rivelazione apocalittica. L'Europa è un complesso originario di significati che ha attraversato diverse epoche; la nostra epoca ha la possibilità di dissolvere i tratti di questa idea generale di 'Europa' a colpi di ondate migratorie. Viviamo in una fase in cui ogni riferimento culturale profondo si sta sgretolando sotto il peso di faglie etniche estranee slittate sulla piattaforma continentale europea. Disegnando il panorama che caratterizzerà il prossimo quarto di secolo, la preoccupazione dell'Autore è la stessa del Lettore. In chi scrive, la consapevolezza della decisione è perciò avvertita con tale intensità da riflettersi con eguale impressione in chi comprende questo interrogativo così essenziale nella sua crucialità: continuare a trasmettere le forme etniche delle nostre culture o deciderne la soppressione disperdendole in una massa di culture-amebe che si confonderanno le une nelle altre, ciascuna smarrendosi per sempre? Il dubbio amletico tra il continuare ad essere e il non-essere, riguardando questa volta il destino delle generazioni si fa sentire in questa opposizione: o sostenere la parte affidataci dall in Italia, per fronteggiare la scarsa natalità. Fa da sfondo a questa aberrante idea l'accelerazione dei mutamenti economici, dai quali si determinano, nell'attuale contesto, quelli sociali. Processi irreversibili che conducono allo sfiguramento delle nazioni per rendere più velocemente disponibile una forza-lavoro flessibile e a basso costo.Lembo avverte chiaramente quanto risulti artificiale la sostituzione di un popolo ad un altro, e come, nonostante l'innaturalità di questo progetto, molti lo accettino in beata incoscienza, vittime delle sostanze ideologiche 'psicotrope' diffuse dal mondialismo.Dovremmo accettare il mercato globale, il villaggio globale, la "società" multietnica... ma da dove nasce questo nuovo "imperativo categorico"? La nostra risposta è: dalla mentalità materialistica, a cui nemmeno è estraneo il mondo cristiano modernista, ossessionato dal sentimento della 'rimozione delle frontiere' e dell'accoglienza/inclusione, nello spazio occupato dalla propria comunità di sangue e di vita storica, di altre comunità. L'Amministrazione euro-occidentale ha oramai deciso di porre fine all'esistenza delle nostre identità culturali, ha deciso che nel futuro non debbano più esistere culture etniche, ovvero culture dei popoli. Al posto di questa essa sta costruendo un allevamento di individui 'a disposizione', flessibili, esterni a qualsiasi perimetro etnico, estranei al circuito di qualsiasi appartenenza, atomi di una umanità disaggregata. Per alcuni si sarà finalmente realizzato quel proletariato internazionale il cui avvento viene profetizzato nei testi sacri del marxismo. Per altri non sarà poi cambiato molto, visto lo stato di alienazione in cui trascorrono la propria esistenza. Per il 'centro' finanziario internazionale, infine, saranno risolti i problemi di squilibrio dei mercati locali e, sopra tutto, si sarà delineata l'oligarchia mondiale, con le sue regole di conservazione. In una sorta di rinnovato determinismo storico l'omologazione etnica viene imposta come l'unica via da percorrere. L'Autore del libro Mondialismo e resistenza etnica, mette in risalto questa falsa necessità secondo cui dovremmo supinamente accettare la nuova "società" multietnica. Intrisa del più vetusto determinismo, la mentalità materialistica vede ancora gli sviluppi economici come rispondenti ad una legge immutabile (laddove sarebbe più "moderno" dedurre che le scelte economiche non sono che l'espressione della volontà di chi, a diversi livelli, detiene il potere finanziario reale). Ma si tratta di un 'principio' in s¦ ingiustificato, che proprio per questo viene continuamente ripetuto come il verbo salvifico di una rivelazione apocalittica. L'Europa è un complesso originario di significati che ha attraversato diverse epoche; la nostra epoca ha la possibilità di dissolvere i tratti di questa idea generale di 'Europa' a colpi di ondate migratorie. Viviamo in una fase in cui ogni riferimento culturale profondo si sta sgretolando sotto il peso di faglie etniche estranee slittate sulla piattaforma continentale europea. Disegnando il panorama che caratterizzerà il prossimo quarto di secolo, la preoccupazione dell'Autore è la stessa del Lettore. In chi scrive, la consapevolezza della decisione è perciò avvertita con tale intensità da riflettersi con eguale impressione in chi comprende questo interrogativo così essenziale nella sua crucialità: continuare a trasmettere le forme etniche delle nostre culture o deciderne la soppressione disperdendole in una massa di culture-amebe che si confonderanno le une nelle altre, ciascuna smarrendosi per sempre? Il dubbio amletico tra il continuare ad essere e il non-essere, riguardando questa volta il destino delle generazioni si fa sentire in questa opposizione: o sostenere la parte affidataci dalla nostra migliore tradizione, e imparata dalla nostra natura originaria e dalla nostra cultura storica, o calare il sipario, una volta e per tutte, sulla nostra rappresentazione. Alla nostra generazione è data questa decisione, i cui connotati prefigurano la nostra vita o la nostra morte in quanto organismi etnici nel dramma della storia mondiale.

    L'Autore di questo scritto, Massimo Pacilio, ha pubblicato per le Edizioni di Ar
    "Conoscenza tradizionale e sapere profano. René Guénon crititco delle scienze moderne."

    ------------------------------------------------------



    Attacco mondialista e de-psichizzazione della comunità

    Adriano Segatori, in 'Margini' n. 33, Gennaio 2001

    E’ da tempo che le forze non omologate, antagoniste ad una idea per ora vincente del mondo e contrastanti l’imperante ideologia di un benessere indefinito e di una visione ottimistica in un progresso appagante, si occupano di quel problema emergente etichettato correntemente come <<globalizzazione>>.
    L’opposizione, però, appare sfrangiata e per molti versi confusa: da un lato, una puntualizzazione ed un approfondimento costante di alcune tematiche particolarmente evidenti e per molti versi scontate (politica sovranazionale, economia <<turbocapitalistica>>, manipolazione umana e ambientale, ecc.) e dall’altro, la totale assenza di un impianto dottrinale che possa chiarire le linee di partenza di questa operazione globalizzatrice e, con ciò, suggerire spunti di discussione e di convergenza di intervento per le opposizioni. Fa eccezione il lavoro di G. Damiano, Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione, Edizioni di Ar, Padova, 1999, testo che, con ricchezza argomentativa, coglie la complessa multidimensionalità della dinamica globale.
    Resta il fatto che, in generale, senza una lunga, subliminale, minuziosa operazione preparatoria di vasta e capillare portata, che ha portato l’uomo a diventare un docile suddito e un malleabile fantoccio attraverso un’ammaliante anestesia, tutto ciò non sarebbe accaduto e ogni manovra si sarebbe sfaldata di fronte ad una consapevole e decisa resistenza. Invece la trasformazione è avvenuta e la caduta è tuttora precipitosamente in atto. Pertanto, pur essendo impossibile ridurre in poche righe l’analisi di questo processo, tanto complesso nel suo sviluppo quanto subliminale e anestetizzante nella sua progressione, è però possibile definirne gli indirizzi attraverso l’indicazione delle tracce.
    Con Francesco Bacone (1561-1626) e i suoi studi sul rimaneggiamento della natura attraverso l’uso di mezzi tecnici sempre più sofisticati, la scienza passa dal versante della comprensione a quello della manipolazione. L’uomo, e lo scienziato in particolare, non è più colui che attraverso l’umile studio dei segni naturali tende alla comprensione della grandezza del cosmo e della sua stessa trascendenza, ma diventa, con arroganza prometeica, il manipolatore della natura per piegarla alla sua volontà e ai suoi inesauribili desideri. La scienza diventa profana, scade a tecnologia, e nella caduta si trascina anche colui che della sua degenerazione ne era stato l’artefice e il propugnatore.
    Per mia competenza professionale è dell’uomo che mi occupo, ed è proprio a lui che intendo riferirmi quale esempio eclatante di degradazione; quella degradazione che ha permesso, e tuttora permette, e che senza un adeguato esame di realtà ed un conseguente slancio di ribellione interiore continuerà a permettere, l’operazione di livellamento omologante e di sedazione globalizzata. Innanzitutto, la prima mossa è consistita nel ridurre l’uomo da creazione divina, con l’innata tendenza a trascendere le limitazioni oggettive dell’umano, a semplice animale naturale e nell’esaltarne, conseguentemente, proprio le attitudini troppo umane, le esigenze più terrene, i bisogni più profani. Mistificando il concetto di libertà e sostituendolo con quello di liberazione, si è fatto credere all’uomo di essersi riscattato da legami che lo coartavano, quando invece quegli stessi legami erano i supporti che lo sorreggevano: con una operazione anestetizzante si è creato una suggestione esilarante, un’atmosfera psicologica che Evola definisce <<euforia da naufraghi>>. Subito dopo, c’è stato un ulteriore attacco dottrinale e pratico all’uomo come essere vivente: il Leib, corpo essenziale, con le specificità proprie date dalla biografia, dalle peculiarità familiari, dalle prerogative etniche, dal sentimento dell’essere, dall’intenzionalità dell’agire, dalla praxis in vista di uno scopo, dallo slancio progettuale, dalla memoria archetipica, è stato ridotto a Korper, corpo meccanico, strumento esistenziale, senza storia, senza biografia, senza differenziazione, senza memoria di passato né slancio al futuro, pulsionato al fare indifferente ad ogni obiettivo, senza il senso della forma dato dall’ Io sono e soltanto con l’impressione dell’ Io devo, al massimo dell’Io voglio.
    Questa impostazione è nata senza dubbio all’interno del contesto e della prassi medica e delle discipline cosiddette scientifiche (secondo la pianificazione profana) ma ha influenzato ed inquinato lo stesso concetto di <<uomo>> negli insegnamenti più disparati. L’apoteosi si è raggiunta con l’impianto teorico della psicoanalisi freudiana che ha portato all’invenzione, e al succube quanto mistificatorio accoglimento, di un inesistente uomo universale: “Il concetto di essere umano <<universale>>, certamente in grado di acquisire una cultura, considerata però come un semplice vestito – o addirittura come un ornamento – è evidentemente una pura astrazione”(Tobie Nathan). Se già da un punto di vista strettamente sanitario, organicistico, considerare l’uomo da questa prospettiva iatromeccanica è una aberrazione che si ripercuote in maniera fallimentare nel rapporto medico-paziente, immaginiamo il potere devastante che tale impostazione ha quando l’oggetto dell’analisi è la componente psichica della persona. La Psiche è sempre stata considerata l’essenza dell’uomo, quella componente non materiale che lo rende peculiare, unico, irripetibile, nei suoi rapporti con la Divinità e con la Natura; Psiche come rappresentazione immanente dello Spirito che, invece, porta alla distanza e alla trascendenza; Psiche come esperienza esclusiva del mito e dei simboli archetipici.
    Ad un certo momento, questa specificità, questa differenziazione, non erano più tollerabili per la manovra universalista; si doveva, in qualunque modo, ridurre in basso ogni diversità, ogni singolarità: l’unico modo per intervenire era, con un stratagemma particolarmente astuto, intromettersi in maniera insensibile a livello del costume e dell’idea totale della vita. L’attacco è stato concentrico: contenimento della cultura ad istruzione, abbassamento della Tradizione a folklore, semplificazione della Psiche a cervello. Sono state soffocate, in altre parole, le fonti di vita della Psiche stessa: la cultura vera e superiore è stata ridotta a semplice istruzione profana dei mezzi utili ad una produzione lavorativa finalizzata, la Tradizione quale trasmissione essenziale delle valenze di appartenenza a rappresentazione di costume da sagra paesana, la comprensione psichica a semplicistica modalità per capire i meccanismi cerebrali. Ed è lo stesso Tobie Nathan a denunciare in maniera inequivocabile questa manovra indifferenzialista quando afferma: “(...) nessuno ha mai incontrato questo ipotetico <<uomo universale>> che ci è mostrato dal pensiero psicoanalitico”, e in una nota dichiara anche: “Non sono lontano dal pensare che tutte le istituzioni che concepiscono l’altro come un <<soggetto universale>> - in Francia: la Scuola e la Medicina – siano autentiche macchine da guerra contro le culture tradizionali”.
    Una delle macchine da guerra è stata proprio la psichiatria nordamericana attraverso un Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali. Attraverso il varco creato dalle problematiche psichiatriche, essa è riuscita, con una manovra tanto abile quanto seduttiva, ad intervenire fino al limite più avanzato della cosiddetta normalità: è riuscita a far passare nell’immaginario e nella coscienza(?) collettiva il sentimento di normalità di ogni pensiero catalogato, condiviso, universalizzato; in altre parole, tutto ciò che è diverso dal sentire comune e costituito assume, ora, la dignità di un giudizio criminale oppure l’onta della considerazione psicopatologica, pansorveglianza e panpunizione, secondo l’accusa di Foucault. Con metodo e costanza, si è creata, e in una qualche misura si è diffusa, quella che Evola ha profeticamente definito razza dell’uomo sfuggente. Una componente grandemente estesa e profondamente indifferenziata, una etnia informe e elusiva che ha rivendicato i disvalori più eclatanti: senso di irresponsabilità, scadente o nulla coscienza di Sé, passività di azione sotto la copertura dei distinguo <<a chi giova?>>, <<a che pro?>>, <<mi conviene?>>, delega ad altri della soluzione dei propri problemi, superficialità e fuga costante di fronte al minimo approfondimento, attitudine all’assorbimento di ogni novità per incapacità di leggere tra le righe delle proposte, indisponibilità al minimo sacrificio e spontanea auto-offerta alla sedazione. In una parola, per rubare una definizione di Ouspensky, un <<uomo-macchina>> che anodinamente rappresenta una società senza essenza, senza stile e senza forma e, con ciò, disponibile ad ogni aberrazione e ad ogni influenza negativa.
    La manovra della psichiatria nordamericana, per giungere ad una uguaglianza di patologia, e con essa ad una altrettanto paradossale uniformità di linguaggio nella normalità, ha dovuto necessariamente partire dal presupposto che tutti gli uomini sono psichicamente uguali; contemporaneamente ha cortocircuitato il concetto di psiche a quello di cervello, a quello di un meccanismo il quale, nel momento in cui non funziona secondo una norma statistica condivisa, necessita di una manutenzione specialistica. Linguaggio, tecnica, uguaglianza: tre strumenti e tre obiettivi. Opportunamente si chiede Hillman: “Che cosa è accaduto al linguaggio della psicologia in questa epoca di superbe tecnologie della comunicazione e di istruzione democratica?”. E’ accaduto che per una omologazione completa e un sentire collettivo – la comprensione comune è tutt’altra cosa! – il linguaggio è stato ridotto a basso attrezzo di informazione, castrato della sua potenza e funzione evocativa. E l’Anima, sia essa individuale che quella che permea i destini di una comunità, parallelamente a questa caduta, ha subìto una trasformazione degenerata proprio come conseguenza del fatto che: “Quando l’anima cade sotto il controllo delle università, dello spirito laico illuministico, essa perde ogni realtà, ogni sostanza e qualsiasi rilevanza per la vita”(Hillman).
    Un uomo universale, per altri versi un uomo indifferenziato, non può che essere un uomo- macchina: tre sinonimi che indicano l’uomo della caduta, colui che ha rinnegato la propria storia, che ha delegato il proprio destino, e che vive all’insegna dell’immanente e della gestione del quotidiano. Nella negazione della propria storia, l’uomo della caduta ha demolito la propria memoria di appartenenza, memoria che non è semplice ricordo di fatti di vita o di eventi di cronaca, ma thesaurus inscrutabilis secondo l’indicazione di Sant’Agostino, vestigia dell’anima in rapporto alle divinità; molto più prosaicamente, se vogliamo, segni indelebili del proprio percorso nella scia del tempo e del fato. All’uomo-macchina non sono rimaste che date, profani segni cronologici di avvenimenti opportunamente manipolati e distorti, abilmente alterati con la finalità di spogliarlo di ogni retaggio antico e renderlo più permeabile alle influenze moderne. Con la delega della propria sorte, l’uomo della caduta ha ceduto ad altre mani e ad altri luoghi le scelte e le decisioni del proprio futuro: nessun passato lo lega alla Tradizione e nessun futuro lo lega ad un Destino; per lui rimane solo una presentificazione di bisogni indotti e di modalità per gratificarli: la ricerca di un soddisfacimento strenuamente più pressante e sofisticato all’insegna del naturalismo biologico, ancora meno – sempre che ciò sia possibile – dello scontato darwinismo.
    Psiche e Spirito, le due essenze dell’uomo: la prima che abbraccia il sovramateriale, il secondo che anela al trascendente. Cacciati dalla natura dall’umanizzazione del giudeo-cristianesimo, soffocati nell’uomo dalle istanze terrene e meccanicistiche, hanno lasciato alla realtà concreta il nucleo vuoto di quello che è stato il vir delle comunità organiche. Un nucleo vuoto genericamente definibile come homo: homo faber, homo oeconomicus, homo consumans, ecc.; un essere vivente in balia degli eventi e delle circostanze, trascinato dalle pulsioni e dalle necessità spesso inconsce, agito dai desideri e dalle insoddisfazioni.
    Questo è l’uomo globalizzato: servo dell’economia parassitaria, succube del mercato del lavoro, plagiato dalle induzioni pubblicitarie, dominato da necessità incontrollate, prigioniero di volontà estranee, anestetizzato per la genuflessione e addestrato allo sguardo basso. Un uomo che dopo lunghi anni di ammaestramento – del quale, per altro, è stato complice e compiacente – ha rifiutato il platonico signore dentro di sé, per diventare schiavo di altri liberti frustrati.
    Il massimo – sempre che un massimo possa esistere - di questa degenerazione si è manifestato negli ultimi anni e negli ultimi fatti di cronaca. Un inutile vociare, una afinalistica convulsione, una farsesca alzata di tono da parte dei tenutari del potere, una serietà tragicamente ridicola da parte degli intellettuali del sistema: tutti a commentare fatti di cronaca quotidiana e a trovare soluzioni estemporanee in nome, e sotto gli auspici, di quella <<stupidità intelligente>> così definita da Schuon ed efficacemente commentata da Evola.
    Aumento delle morti sul lavoro, espansione del fenomeno detto burn-out, disgregazione della famiglia, crescita delle nascite indesiderate, salita degli aborti clandestini e non, espansione dell’uso di sostanze psicotrope, diffusione del consumo di psicofarmaci, allargamento della patologia psichiatrica, dilatazione del fenomeno suicidario, esplosione dell’aberrazione della pedofilia, emergenza del problema della violenza sessuale e non, e molti altri quadri di deformità sociale, vengono passati al vaglio dei tecnici del sistema.
    Tutto ciò, secondo la stretta logica dell’impostazione psichiatrica e politica nordamericana nell’affrontare il disturbo psichico individuale, non viene compreso e affrontato nei termini simbolici di un significato da decodificare, ma come una disfunzione meccanica da correggere con mezzi e modalità altrettanto meccaniche. Niente di più inutile e penoso nella sua teorizzazione e nella sua pratica.
    Quello che quotidianamente accade altro non è che la manifestazione concreta, visibile, tangibile, di un decadimento complessivo: un uomo-macchina, facente parte di una <<megamacchina>> definita società, non può che comportarsi in maniera meccanicistica. Senza idea di sacralità, senza rispetto di sé, senza un nucleo interiore, senza una dirittura esistenziale, senza un <<al di sopra>> e un <<altrove>>, non può che comportarsi in modo naturale. Per decenni, gli <<stupidi intelligenti>> hanno fatto leva sugli istinti inferiori dell’uomo in nome di una libertà da ogni sovrastruttura tradizionale, incentivando una libertà per soddisfacimenti e tolleranze: il vaso di Pandora è stato scoperchiato! Ciò che è davanti agli occhi di tutti non può essere inteso e concepito come una disfunzione dalla norma declamata, ma è il risultato della norma declamata.
    Il mondialismo nelle sue varie sfaccettature altro non è che il risultato di una indifferenziazione mondiale: è stato creato un uomo nuovo, un essere privo di ogni regola e di ogni controllo che fosse minimamente sovraumano, un individuo aperto ad ogni istinto e ad ogni compulsione. Il male è la stessa condizione degenerata.
    Naturalmente, è impossibile per una macchina, e per una megamacchina di appartenenza, avere coscienza di sé e di ciò che avviene: “Di quale psicologia (...) si può parlare quando non si tratta che di macchine? E’ la meccanica che è necessaria per lo studio delle macchine e non la psicologia. Ecco perché noi cominciamo con la meccanica. Siamo molto lontani dalla psicologia” (Ouspensky).
    Questo si è voluto, questo si è ottenuto. Il sistema e le sue organizzazioni di appartenenza e di supporto (sociologia, magistratura, medicina, psicologia, educazione, ecc.) agiscono in termini meccanici: di fronte ad un guasto è indispensabile una riparazione, senza curarsi delle cause profonde e della prognosi futura. Domina il contingente e con esso l’approccio tecnico ai problemi.
    Del resto l’opinione pubblica, le “ululanti orde della civiltà”(J. Améry), viene assalita dai convulsi forcaioli o psicogiustificazionisti quando si sente urtata nella sua sensibilità da episodi di cronaca nera, da fatti di abiezioni sessuali e non, da fenomeni di abbandono o di maltrattamento, da casi macabri e politicamente scorretti, ma sempre risulta mancante della minima analisi di ciò che viene passata per norma.
    La norma è che il bambino viene, dai primi momenti, delegato ad altri nella cura e nell’educazione; la famiglia è un guscio vuoto contenitore di disagio e fruitore di correttivi consultoriali; la nascita, atto naturale e spontaneo, rientra nelle disposizioni di tempo e di modalità legate a fattori esterni (denaro, lavoro, tempo libero) e quando essa è naturalmente impossibile si affittano gli uteri con improponibili e immondi legami di parentela o scelte di carattere estetico-pratico; la morte, avvenimento ineluttabile ed essenziale della vita, evento di trasformazione con ogni possibile implicazione di carattere etico, religioso, psicologico, affettivo, storico, trascendente, è stata delegata ai tanatocrati, con l’elevata specializzazione di stabilire il momento cruciale in base a parametri tecnico-scientifici e medico legali: solo perché il corpo deve essere rottamato e i suoi componenti immediatamente riutilizzati in altre macchine malfunzionanti; il lavoro, mezzo di sostentamento, è stato reso mistico dall’efficientismo, dalla produttività, dal consumo.
    Questa è la norma globalizzante e da questa norma tutti gli avvenimenti che seguono non possono essere considerati come abominevoli, ma come conseguenza logica e corretta di uno stile di vita e di una visione del mondo che sono spregevoli e indegni.
    L’uomo è diventato quello che un progetto di generale e diffusa degenerazione aveva stabilito che diventasse: un essere de-sacralizzato, de-psichizzato, de-spiritualizzato, un marchingegno vivente che può essere trattato da macchina e che di conseguenza si comporta con il suo prossimo de-sacralizzato, de-psichizzato, de-spiritualizzato come tratta se stesso, come una semplice macchina, come un essere de-forme.
    Da un ordine platonico che si rifà alla cosmogonia iperuranica, eterna, trascendente, immutabile, ad una organizzazione profana, mutevole, mondana: l’uomo un essere malleabile, influenzabile, suggestionabile. Siamo al fondo, forse non ancora visibile, della ulteriore degenerazione della massa, concetto descritto in maniera pregnante da Galimberti: “(...) la sua atomizzazione e disarticolazione in singolarità individuali che, foggiate da prodotti di massa, rendono obsoleto il concetto di massa come concentrazione di molti, e attuale quello di massificazione come qualità di milioni di singoli (...) Nascono da qui quei processi di deindividuazione e deprivatizzazione che sono alla base delle condotte di massa tipiche delle società omologate e conformiste”.
    Di fronte a questo spettacolo non resta, almeno per quanto mi riguarda e per quanto è riferito alla mia attività, che affrontare in termini molto pragmatici i problemi individuali e collettivi che quotidianamente si presentano nella istituzione in cui opero, fermo restando il criterio evoliano di agire all’interno dello modernità cercando di mantenersi il più saldamente possibile – fosse solo per testimonianza – nei canoni e negli indirizzi prescritti dalla Tradizione.

    L’Autore, Adriano Segatori, svolge la professione di psichiatra. Ha pubblicato per Le Edizioni di Ar: 'La comunità vivente. Organismo comunitario e organizzazione sociale'.
    Ha scritto diversi articoli sul problema del controllo sociale, dell’abuso farmacologico, della liberalizzazione della droga come volontà di sedazione da parte del Sistema; ha pubblicato, insieme ad altri due colleghi, Marco Bertali e Fabrizio Bertini, Il Manifesto di Psiche. Per una psichiatria ed una società senza psicofarmaci e, da solo, Il suicidio. Eventi e comportamenti entrambi per “Sensibili alle foglie”.



    ---------------------------------------------------------------


    Alberto Lembo, Mondialismo e resitenza etnica, presentazione di Carlo Taormina, Edizioni di Ar.
    Libri come questo di Alberto Lembo contengono, da quella prospettiva chiaramente antimodernista che è la prospettiva etnica, il tentativo di rappresentare forme politiche che non si possono certo collocare tra le figure dell'ordinario, labile paesaggio politico odierno, perché ne rimangono per loro essenza estranee. La loro estraneità essenziale significa che quelle forme sono indipendenti da queste figure che si rivelano invasive e petulanti, ma rimangono in realtà sterili e improduttive. Da qui l'Autore delinea senza incertezze l'antitesi fondamentale: da una parte il mondialismo, le oligarchie dell'alta finanza internazionale che, mediante la riduzione del mondo a mercato totale, mirano al controllo totalitario del “villaggio globale” attraverso un governo unico planetario; dall'altra l'etnicità, la tradizione etnica, le forze della natura e della storia dei popoli, che intendono custodire e sviluppare le identità, le particolarità, le libertà dei loro organismi. Ossia: da una parte il compimento del processo di alienazione e dissoluzione —la morte della comunità etnica—; dall'altra il compimento di reintegrazione e di riconnessione —la vita della comunità etnica.
    I due tipi dell'homo ideologicus e dell'homo ethnicus — considerati, per semplicità espositiva, allo stato ‘puro’—debbono ritenersi incarnazione di questa antitesi. Il primo —scrive Lembo— permeato di “mediazione, derivazione, soggettività, individualità, apertura (quindi inclusione di ciò che è eterogeneo), perfezionamento, integrazione”; il secondo —che non rinnega la propria forma razziale e la cultura dei padri— animato da “immediatezza, originarietà, oggettività, tipicità, conclusione (quindi esclusione di ciò che è eterogeneo), compiutezza, integrità”. L'homo ethnicus riassume il mondo stabile e disteso dell'essere; l'homo ideologicus quello del divenire, della febbre e del dubbio —in altri termini, quest'ultimo si manifesta nelle sembianze progressiste e nell'ideologia dello sviluppo razionale ed emancipativo della “Storia”.
    Lembo denuncia con chiarezza l'impiego, da parte del mondialismo, dell'arma dell'immigrazione, ossia di una sorta di deportazione di schiavi, complici spesso inconsapevoli e vittime di un fatto disgregativo della nostra e della loro identità: la cosiddetta “società” multirazziale (o, forzatamente, unirazziale?). E prefigura “un universo in cui, protetti da eserciti privati, i megaricchi —il denaro come valore assoluto, equivalente astratto di qualsiasi concreta valenza etnica...— condurranno l'esistenza in clausure lussuose, circondate da bidonville sterminate in cui individui senza razza, senza religione, senza famiglia, senza lavoro, si riveleranno troppo ottusi e troppo incapaci per sapersi ribellare”.
    Lo spostamento di enormi masse umane, la destituzione della distanza e la rimozione del ‘distante’ dalle loro funzioni, la conseguente contrazione del mondo sono fattori di quella ‘messa in forma’ del mercato unico globale, in cui non esistono più nature e culture di uomini bianchi, neri, gialli, rossi ma solo mode di consumo e consumatori. Ed è in questa prospettiva — afferma l'Autore— che va considerata, in una strategia di resistenza opposta da tutte le comunità etniche, la necessità di omogenee forme territoriali, di spazi etnici sicuri e capaci di difendersi dalla aggregazione nello spazio mondiale.
    “In questo ‘tempo della decisione’ —conclude Lembo— occorre ascoltare il proprio dèmone etnico e ‘decidersi a decidere’: tra le libertà etniche delle diverse comunità e i ‘diritti umani’degli individui, tra la terra delle tribù e l'asfalto della citta mondiale”.
    Il volume, arricchito da numerosi disegni e piantine di carattere documentale (insediamenti etnici, lingue e dialetti, migrazioni storiche ecc.), comprende una pregevole presentazione introduttiva del prof. Carlo Taormina: una lettura, la sua, ‘illuministicamente’ostile alle tesi esposte da Lembo, ma attenta a fissarne con precisione semantica i lineamenti essenziali. (In 'Margini' n. 31)

    ----------------------------------------------------------------

    Giovanni Damiano, Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione, Edizioni di Ar.
    Elogio delle differenze è un autentico manifesto del differenzialismo o –comunque la si voglia chiamare- dell’unica concezione metapolitica radicalmente alternativa nei confronti della globalizzazione. I (dis)valori della modernità occidentale, i suoi presupposti ideologici e giuridici, la sua prepotenza assimilatrice sono analizzati e presentati in relazione alla effettive e concrete risposte che una comunità organica tradizionale -o quanto ne rimane- deve dare in termini di difesa della propria (e altrui) identità. Damiano osserva giustamente che la modernità “si fonda su un cumulo di macerie”, perché non può sopportare la compresenza di differenze che prescindano da mode di massa, da aspettative effimere e da diktàt livellatori. Con le buone o con le cattive -con la “persuasione” sottile e il consumismo o con le operazioni di “polizia internazionale”- la tendenza è quella di eliminare ogni radicamento, ogni specificità culturale, religiosa ed etnica, presentata come espressione fastidiosa di intolleranza ed egoismo. Il differenzialismo riconosce, di contro, l’esistenza di forme oggettive -etnie, religioni, tradizioni- nelle quali il singolo si situa secondo modalità e gradazioni, nonché attitudini, diverse. La relazione fra tali forme si instaura non secondo un principio di superiorità/inferiorità dell’una rispetto all’altra, e nemmeno di eguaglianza, ma viene scandita dalla diversità (non – equivalenza) di ogni forma, dalla loro capacità di connettersi e di separarsi a seconda della situazione.
    Sono, invece, i processi di assimilazione e di integrazione –ideologicamente determinati- a colpire mortalmente tali diversità, secondo una logica giacobina di falsa tolleranza. (A. Braccio, in 'Margini' n. 33, gennaio 2001)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

Discussioni Simili

  1. Meditare e riflettere.
    Di Gallo Senone nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 10-02-07, 21:37
  2. Per riflettere
    Di Colombo da Priverno nel forum Cattolici
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 07-10-06, 16:50
  3. può far riflettere...
    Di Elendil nel forum Padania!
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 18-09-05, 21:15
  4. Leggere per riflettere...
    Di Nanths nel forum Padania!
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 20-02-03, 18:56
  5. per riflettere un po`............
    Di benny3 nel forum Politica Estera
    Risposte: 22
    Ultimo Messaggio: 10-04-02, 20:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito