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Discussione: Guerra al...

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    Predefinito Guerra al...

    ...terrorismo

    New York. Le due grandi star della prima giornata di convention repubblicana, iniziata ieri sera al Madison Square Garden, sono state Rudy Giuliani e John McCain. L’ex sindaco che esportò la rivoluzione repubblicana a New York e il senatore dell’Arizona che per cinque anni fu prigioniero dei vietcong non sono mai stati abbracci e baci con George W. Bush né, peraltro, hanno mai avuto un rapporto idilliaco con il proprio partito.
    Troppo liberal l’uno, troppo indipendente l’altro.
    Eppure alle quattro di questa mattina, ora italiana, hanno avuto l’onore di salire da protagonisti sul palco della convention che giovedì ufficialmente candiderà Bush alla Casa Bianca e, stando alle anticipazioni dei loro discorsi, si sono sperticati in lodi inaudite nei confronti del presidente.
    Giuliani ha paragonato Bush a Winston Churchill e a Ronald Reagan: “Sono molte le qualità che fanno di una persona un leader, ma avere idee forti e riuscire a mantenerle sempre, sia quando sono popolari sia quando non lo sono più, è la caratteristica più importante di un grande leader”.
    Anche McCain ha insistito sulla risolutezza di Bush, paragonata alle sfumature di John Kerry: “Non si è sottratto alle grandi scelte. Non cederà, né cederemo noi”.
    Bush non può fare a meno di loro, non tanto perché sono molto amati dai militanti e dagli elettori repubblicani, ma soprattutto
    perché rappresentano la faccia moderata e, agli occhi dei media, presentabile del partito.
    La caccia ai voti degli indecisi, fondamentali il 2 novembre nella sfida con John Kerry, passa dunque attraverso la strana coppia Giuliani e McCain, e con loro anche per le altre stelle di questa convention, ovvero Arnold Schwarzenegger e il senatore
    democratico della Georgia ma sostenitore di Bush, Zell Miller.
    I moderati Giuliani e McCain, però, non sono moderati affatto riguardo alla guerra al terrorismo, sono se possibile ancora più
    tosti di Bush.
    L’ex sindaco ancora oggi ricorda che quando il 14 settembre del 2001 il presidente gli chiese in che modo avrebbe potuto aiutarlo, lui rispose: “Quando prende il tizio che ha fatto tutto questo, bin Laden, me lo porti qui che vorrei essere io stesso a ucciderlo”. Dice Giuliani: “Bush pensava che scherzassi, ma ero serissimo”.

    Indipendenti
    Anche McCain è un sostenitore della prima ora del cambio di regime a Baghdad e dell’intervento in medio oriente, tanto che
    alle primarie repubblicane del 2000 era lui, e non Bush, il candidato dei neoconservatori riuniti intorno alla rivista Weekly Standard.
    Quella campagna elettorale del 2000 che scelse lo sfidante repubblicano di Al Gore sembrò aver diviso per sempre Bush
    da McCain.
    Bush era il favorito, ma a sorpresa McCain ottenne risultati insperati in New Hampshire. Il team Bush, guidato da Karl Rove, scatenò al sud una campagna contro il senatore dell’Arizona che ancora oggi si ricorda come una delle più diffamatorie degli ultimi anni: cominciarono a circolare voci su presunte malattie veneree di
    McCain e su una figlia illegittima avuta da una prostituta di colore.
    Giuliani al tempo stava con McCain e solo all’ultimo momento ha sostenuto la corsa di Bush.
    L’ex sindaco di New York, infine, è tutto fuorché bushiano sui temi dell’aborto, del porto d’armi e dei diritti dei gay, al punto che nel 1994 sostenne il governatore Mario Cuomo invece che lo sfidante repubblicano George Pataki.
    McCain, invece, è stato a lungo tentato di passare con i democratici, di candidarsi da indipendente e, infine, di accettare l’offerta di fare il vice del suo grande amico Kerry.

    La rivista liberal New Republic si è chiesta che cosa ci sia dietro questa ritrovata serenità tra McCain, Giuliani e Bush. La copertina del numero in edicola avanza una risposta: i due oratori di ieri sera si sarebbero svenduti a Bush oppure, se si preferisce, si sono fatti comprare dal presidente:
    Giuliani per un posto da ministro della Giustizia o della Sicurezza, McCain per la grande soddisfazione di sapere che quattro anni dopo le calunnie ora Bush ha maledettamente bisogno di lui.
    Ma è così?
    Rudy Giuliani e John McCain non si sono venduti a Bush, intanto perché su molte cose hanno le stesse idee, ma soprattutto perché la mossa sembra dettata da un progetto ben preciso che va al di là della soddisfazione del proprio ego o di un posticino nella prossima Amministrazione.
    Entrambi sono convinti di potersi candidare alle elezioni del 2008, e di poterle vincere. Ma sanno che da soli, senza l’appoggio del partito, la loro diversità e la loro indipendenza non li porterà da nessuna parte. L’obiettivo è realistico perché comunque vada a finire il 2 novembre, Bush nel 2008 non si ricandiderà, così come non ha nessuna possibilità il suo successore naturale, il vicepresidente Dick Cheney, a causa dei suoi notori problemi di salute.
    La convention di New York, dunque, è diventata anche una passerella in vista del 2008, dove McCain e Giuliani devono mostrarsi leali al presidente se al prossimo giro vogliono provare a ottenere la candidatura.
    Non c’è solo convenienza politica, però.
    Bush, Giuliani e McCain condividono le stesse idee e le medesime strategie per proteggere l’America e sconfiggere il terrorismo islamico.
    Tra quattro anni McCain avrà 72 anni, Giuliani 64. Potrebbe essere un ticket formidabile questo formato dal liberal della costa est che ha dimostrato di poter conquistare una roccaforte democratica e di saper governare l’ingovernabile New York, affiancato dall’eroe di guerra che oggi è il politico più popolare d’America.
    Le idee di McCain sono quelle classiche dei repubblicani, contro l’aborto, l’utilizzo delle cellule staminali e l’espansione del sistema sanitario.
    Giuliani, invece, su questi temi è moderato, una definizione che nel partito equivale a un insulto. Fino a ieri era impensabile che chi, sia pure per scherzo, si fosse travestito da “drag queen” potesse aspirare alla presidenza.
    Ma nell’America dell’11 settembre i moderati sono quelli che mostrano di non avere “tolleranza zero” contro i fascisti islamici.

    Christian Rocca su il Foglio del 31 agosto
    saluti

  2. #2
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    Predefinito La Francia....

    ....ricattata

    Parigi. L’Esercito islamico in Iraq, lo stesso gruppo che ha rapito e ucciso l’italiano Enzo Baldoni, ha rivendicato il sequestro
    di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, due giornalisti francesi scomparsi il 20 agosto sulla strada per Najaf, in Iraq. I rapitori hanno dato 48 ore al governo francese per ritirare la cosiddetta legge sul velo, da loro considerata come un’aggressione contro l’islam.
    La legge, approvata nel marzo scorso e che entrerà in vigore
    giovedì 2 settembre con l’apertura dell’anno scolastico, prevede il divieto, nelle scuole, nei collegi e nei licei, di ogni simbolo e
    abbigliamento che possano essere considerati come una palese manifestazione di appartenenza religiosa.
    L’ultimatum dei rapitori scadeva alle 21 di ieri ed è stato respinto
    dal governo francese.
    Domenica mattina a Matignon il primo ministro Jean- Pierre Raffarin ha presieduto una riunione d’urgenza per organizzare la risposta; il ministro dell’Interno, Dominique de Villepin, ha riunito al ministero i rappresentanti del Consiglio francese del culto
    musulmano perché elaborino un testo comune di condanna
    delle richieste dei rapitori; il presidente Jacques Chirac, in un intervento radio-televisivo, ha parlato della “reazione unanime dei rappresentanti dei musulmani di Francia”.
    Il ministro degli Esteri, Michel Barnier, nella notte tra domenica e lunedi è volato in Egitto dove ha incontrato, tra gli altri, il segretario della Lega araba, Amr Moussa.
    Barnier vuole anche spiegare ai media arabi “cos’è la Francia e quali sono i suoi ideali”.
    Mentre il segretario generale del ministero degli Esteri va verso Baghdad i segretari dei partiti di governo e di opposizione presenti in Parlamento si sono riuniti a Matignon.
    Tutti respingono l’ultimatum.
    L’unione è generale. Le forze di governo e dell’opposizione si sono riunite per discutere del rapimento e ieri il primo ministro Raffarin ha ricevuto alcuni esponenti politici.
    “Condividiamo l’idea che, davanti a una tale prova, il sentimento di unità nazionale sia un’esigenza”, ha detto il premier, sottolineando come tutte le forze politiche del paese, assieme ai rappresentanti della comunità musulmana, abbiano chiesto la liberazione dei due reporter.
    Nel frattempo cominciano a essere rese ufficiali le prese di posizione del mondo arabo.
    Il primo commento viene da Yasser Arafat, che chiede la liberazione dei due giornalisti francesi: “Per il bene delle cause palestinese e irachena (gli ostaggi, ndr) devono essere liberati”, e definisce Jacques Chirac “amico del popolo palestinese”.
    Parole di condanna arrivano anche dal Consiglio degli ambasciatori arabi in Francia; il segretario della Lega araba chiede che gli ostaggi “siano liberati”, gli islamisti marocchini definiscono il rapimento dei due francesi come “un atto criminale”. Anche Javier Solana, l’alto rappresentate della politica estera dell’Unione europea, chiede la liberazione dei due francesi, e in un comunicato spiega che “tutti e due svolgevano la loro missione di giornalisti francesi in Iraq. Attraverso la vita di questi cittadini europei sono di nuovo in gioco la libertà d’espressione ma anche i valori di tolleranza e di rispetto dell’altro ai quali gli europei tengono”.

    Botta e risposta tra Allawi e il Quai d’Orsay
    La repentina efficacia della diplomazia francese nel raccogliere espressioni di solidarietà sorprende, ma fino a un certo punto: la Francia, tra le democrazie occidentali, è il paese che ha fatto dell’atteggiamento filoarabo, da quasi quarant’anni, uno dei fondamenti della propria politica estera.
    E’ stata la Francia a minacciare il proprio veto all’Onu nel tentativo d’impedire la guerra in Iraq.
    La situazione fa dire al primo ministro iracheno, Iyyad Allawi, che “i terroristi non cercano di sapere se voi siete oppure no un avvocato della pace. Il loro obiettivo è di seminare la confusione e di distruggere la civiltà. I francesi, e tutti i paesi democratici, non possono accontentarsi di adottare una posizione passiva”.
    Subito giunge una nota del ministero degli Esteri francese che critica il premier iracheno, accusato di mettere in dubbio la convinzione della Francia nella guerra al terrorismo, ma quello che è sicuro è che, d’improvviso, Parigi sembra scoprire la crudeltà e il fanatismo del jihad. Da questa terribile situazione emerge, dal punto di vista del governo francese, almeno un dato positivo, l’unico per il momento.
    Le associazioni musulmane, anche quelle più intransigenti, come l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (Uoif), che fino a qualche giorno fa si preparavano a dare battaglia sulla questione del divieto del velo nelle scuole pubbliche, per esempio mettendo a disposizione un numero di telefono per le ragazze eventualmente espulse da questo o quell’istituto statale a causa del velo, dopo aver condannato il rapimento dei due giornalisti francesi e dichiarato inaccettabile la loro richiesta, saranno costrette a rinviare qualunque protesta per qualche tempo, creando le condizioni perché la legge possa radicarsi quasi senza resistenza.

    da il Foglio del 31 agosto

    saluti

  3. #3
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    Predefinito I consigli del....

    ....Faraone

    Roma. L’intricata situazione internazionale mette sempre di più l’Egitto nella posizione di mediatore globale, interlocutore privilegiato per muoversi nel fumoso panorama politico mediorientale.
    A rivolgersi al Cairo questa volta è la Francia, compressa nell’angoscia dell’inaspettato sequestro di due suoi giornalisti in Iraq a opera, secondo il video ricevuto da al Jazeera, dell’Esercito islamico (lo stesso del rapimento dell’italiano Enzo Baldoni), che chiede a Parigi di revocare la legge sul bando del velo islamico nei luoghi pubblici. Ricatto cui la Francia ha deciso di non cedere.
    Michel Barnier, ministro degli Esteri francese, è arrivato al Cairo ieri mattina, la prima tappa di un viaggio in medio oriente che non esclude, come lui stesso ha detto, una sua visita in Iraq, dove nel frattempo la Francia ha già inviato alcuni funzionari (il Qatar potrebbe essere la prossima meta del tour).
    In Egitto Barnier cerca contatti e appoggi che possano portare alla liberazione dei due reporter. Il capo della diplomazia di Jacques Chirac ha incontrato Amr Moussa, segretario generale della Lega araba.
    “Invito tutti a risolvere questo caso il prima possibile per evitare conseguenze di cui faremmo volentieri a meno”, ha detto l’ex
    ministro degli Esteri egiziano, che proprio grazie al suo passato nel governo di Hosni Mubarak e al suo attuale ruolo ha contatti in tutto il mondo arabo e conosce bene la realtà irachena, avendo già stretto relazioni con l’esecutivo di Iyyad Allawi e avendo più volte incontrato il ministro degli Esteri, Hoshyer Zebari. Nell’agenda di Barnier anche un faccia a faccia con il capo della diplomazia egiziana, Ahmad Abu al Ghait.
    Ma l’incontro che potrebbe rivelarsi più proficuo per Parigi è quello organizzato, secondo fonti locali, con Omar Suleiman, capo dei servizi segreti del Cairo, la persona cui Mubarak ha affidato il delicato dossier israelo-palestinese e che guida l’Egitto nella nuova avventura di mediatore in vista di un ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza.
    L’uomo dell’ombra e delle missioni impossibili, che qualcuno in occidente ha persino messo nella lista dei possibili candidati presidenti nel dopo Mubarak, avrebbe anche sotto controllo la situazione irachena.
    Barnier non ha scelto a caso. Diversi cittadini egiziani sono stati sequestrati e poi liberati in Iraq. Tra loro un diplomatico, Mohamed Mamdouh Kotb, che, prima di essere catturato, avrebbe ottenuto la liberazione di diversi concittadini, grazie alla sua conoscenza dei gruppi operanti sul territorio.

    Nel suo appello ai rapitori, dall’ambasciata francese al Cairo, Barnier ha sottolineato “l’imparzialità della Repubblica francese nei confronti della religione”, aspetto che “fa parte della nostra identità” e ha chiarito che “la Francia ha sempre rifiutato una visione di scontro tra occidente e islam”.
    Parole che riecheggiano quelle di Chirac, e che insistono sulla neutralità del paese nel conflitto iracheno: la Francia “assicura l’uguaglianza, il rispetto e la protezione del libero esercizio di tutte le religioni nel quadro della nostra legge comune”.
    “Questi valori hanno ispirato la politica della Francia in Iraq”. Parigi non ha mancato di far notare l’opposizione della comunità islamica francese – la più vasta d’Europa –al ricatto dei sequestratori.
    Usa quindi l’arma della sua ospitalità e l’ostentazione della sua politica estera pro-araba: conta infatti sui suoi buoni rapporti anche con le frange più estremiste della politica mediorientale. Dominique de Villepin infatti osteggiò l’idea dell’Ue di mettere Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche:
    “E’ nel nostro interesse avere interlocutori tra i palestinesi”, disse nel 2003 l’allora ministro degli Esteri francese.
    Lo stesso fece Chirac durante una visita dell’allora capo della diplomazia israeliana, Shimon Peres, con Hezbollah, sottolineando le importanti funzioni sociali del gruppo in Libano (anche se oggi la Francia è in trattative con al Manar, televisione satellitare di Hezbollah, minacciata d’oscuramento).

    La corte (affollata) di Mubarak
    La corte di Mubarak è molto affollata in questo inizio settimana. Ieri infatti è arrivato anche il premier palestinese Ahmed Qorei (alias Abu Ala), per un incontro con il presidente egiziano, che si terrà oggi. In agenda il proseguimento del dialogo tra le fazioni palestinesi. Ieri al Cairo era attesa una delegazione del partito di Yasser Arafat, Fatah, mai arrivata.
    Mubarak, secondo il quotidiano arabo al Shark al Awsat, non avrebbe gradito il fatto che il gruppo non ha rispettato gli impegni presi in materia di riforme.
    Ma l’Egitto spera di organizzare una conferenza per il dialogo palestinese al Cairo il prossimo mese e il ministro degli Esteri, Abu al Ghait, partirà presto per una missione in medio oriente. Suleiman incontrerà invece Arafat la settimana prossima a Ramallah.
    La mediazione egiziana in vista di un ritiro israeliano da Gaza avrebbe portato il rais a pianificare un lifting del suo partito, considerando la possibilità di affidare un ruolo da ministro a Mohammed Dahlan, ex capo della Sicurezza a Gaza, e all’ex premier Mahmoud Abbas (Abu Mazen).

    da il Foglio del 31 agosto

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    Il caso….

    ….Barenghi

    Roma. “L’ho messa giù dura, lo so, ma ci voleva”.
    Riccardo Barenghi, ex barbutissimo direttore del Manifesto, da sabato pomeriggio ha la posta elettronica sommersa di e-mail. “Parecchie lettere di insulti, molte di discussione, finora una soltanto di approvazione che però non è un granché” racconta Barenghi al Foglio.
    Ci si può indignare a larisposta@ilmanifesto.it, ma si scrive anche a jena@ilmanifesto.it, ché tanto ormai anche i muri sanno chi c’è dietro la rubrica satirica in prima pagina (e infatti la Repubblica domenica ha titolato, un po’ scandalizzata: “Jena apre agli occupanti Usa”).
    Una rubrichetta così poco allineata –per un giornale che dopo la decapitazione di Quattrocchi titolava in apertura “Eroi di scorta” e dopo l’assassinio di Baldoni “Testimone d’accusa” – che qualche settimana fa Jena scriveva: “Gli spingono la testa per terra, con un coltello gli tagliano la gola, poi esibiscono il trofeo davanti alla telecamera. Così i terroristi islamici hanno barbaramente decapitato un ostaggio, che orrore. Ma questo non era un ostaggio qualsiasi, bensì una spia egiziana al servizio degli americani. Beh, allora è diverso”.
    Non è dato sapere se arrivino insulti anche per la satira, ma è certo che dopo la risposta di Barenghi a un lettore, sabato scorso, che di satirico non aveva nulla (“Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate, e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi”), al Manifesto si è tenuta una apposita riunione, discussione vivace e conseguente decisione di “dare la linea al giornale” con un editoriale in netto dissenso da quell’opinione “a titolo strettamente personale”.
    In cui Barenghi ha criticato il “facile manicheismo che ci impedisce di capire che non tutti i buoni sono buoni e viceversa… e che forse in quel mondo esiste una cultura (chiamiamola così) della vita e soprattutto della morte che prima o poi bisognerà affrontare se non vogliamo sprofondare nel relativismo culturale”.
    Si chiedeva:
    “se la liberazione dell’Iraq deve passare attraverso decine di centinaia di iracheni fatti saltare in aria da altri iracheni o supposti tali, o decine di stranieri sequestrati o decapitati, io non so quanto questa liberazione sia sul serio una liberazione”.
    Massimo Cacciari ha liquidato in fretta il caso:
    “Barenghi ha scoperto monsieur Lapalisse, perché è evidente che è meglio una democrazia americana di Saddam, perciò smettiamola con le categorie morali”.
    Barenghi però sa che la faccenda lapalissiana non è, e dice al Foglio: “Non è proprio scontato, anche se è ovvio che nessuno mi risponde: sto coi tagliatori di teste. Non è riducibile a ‘Roma o Lazio’, è ovvio, ma la mia era una provocazione e vorrei che aprisse una discussione seria”. “Perché se questi tagliatori di teste riescono ad andare avanti con l’orrida strategia politica, rapimento ostaggi ricatto ammazzamento, la loro liberazione è analoga a un’occupazione. E allora, che cosa abbiamo liberato? E se la sinistra pacifista tende troppo ad attribuire qualsiasi reazione alla guerra stessa, non capirà mai che il nemico del nostro nemico non è certo un amico da giustificare, ma un nemico anch’esso, e pericolossissimo”.

    Il problema della cultura della morte
    “Vorrei una discussione sui tagliatori di teste, terroristi che vogliono dominare anche le leggi dello Stato – dice al Foglio Barenghi – e vorrei che la sinistra si ponesse il problema della cultura della morte, non certo per suffragare lo scontro tra civiltà, ma per evitare uno squallido relativismo culturale”.
    Oggi sul Manifesto l’intera pagina delle lettere è dedicata alle reazioni al caso, l’hanno deciso ieri in riunione, e Barenghi risponderà alle critiche, ribadirà, spiegherà.
    Annacquerà, farà un passetto indietro? “Non posso certo cambiare idea in mezz’ora – dice al Foglio – ma quella provocazione andava meglio articolata, e comunque la mia posizione sulla guerra è nota”.
    Dice anche che sui terroristi la pensava allo stesso modo quando al posto di un pacifista ammazzarono il mercenario Quattrocchi, e un po’ lo scrisse, un po’ lo fece balenare nella rubrichetta – mentre il vignettista Vauro disegnava una bandiera a mezz’asta su cui sventolava, invece del tricolore, un dollaro – e dice che l’intervista di Fassino rilasciata ieri al Corriere della Sera è “positiva, un passo avanti”:
    “Non voglio esportare la democrazia – ha spiegato Fassino – ma globalizzare i diritti… e sollecitare le classi dirigenti arabe ad affrontare il tema della democrazia”.
    E “sostituire la guerra preventiva con una politica preventiva”.
    Un po’ di confusione, certo, e forse anche un po’ di quel che ha previsto Cacciari: “Che la sinistra non cominci a flagellarsi per quel che ha detto Barenghi… allora sì, staremmo freschi”.

    da il Foglio...naturalmente

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  5. #5
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    Predefinito Illusioni....

    ….perdute

    L’ex direttore del Manifesto, Riccardo Barenghi, ha fatto quel che chiedevamo a Enrico Deaglio di fare, dopo il trauma dell’assassinio di Enzo Baldoni: ha detto ai lettori del suo giornale, con semplicità scandalosa, che i terroristi non sono i liberatori dell’Iraq, non sono la resistenza, e che tra loro e la coalizione occidentale la Jena sceglie la coalizione.
    Ben detto e, speriamo, ben confermato e ulteriormente argomentato (ad esempio: perché questo pensiero viene solo dopo l’uccisione di un giornalista pacifista, non bastava un qualunque body guard, un qualunque ebreo come Nick Berg o Daniel Pearl?).
    Anche Piero Fassino ha fatto uno di quei passettini in avanti, circondati da ingombranti e pusille cautele, che lo distinguono dagli immobilismi cupi di molta sua gente: ha detto ai lettori del Corriere che bisogna affermare i diritti universali dell’uomo in medio oriente.
    Ben confezionato, ma l’intervista del leader ds conteneva già le remore che rischiano di confonderla con il più ordinario dei propagandismi a corta gittata.
    Fassino aggiunge infatti che la guerra preventiva è stata un errore e che il mondo ha invece bisogno di politica preventiva: un concetto piuttosto labile di questi tempi.
    Lo si accetta calorosamente quando è in bocca a Emma Bonino, che a marciare non ci va e non ha mai civettato con l’equazione Bush uguale bin Laden.
    Fassino dice ancora che lui non vuole esportare la “nostra” democrazia, come Bush, ma i diritti “universali”: una distinzione, di nuovo, piuttosto evanescente.
    Conclude, in un crescendo di confusione, che la politica preventiva per affermare i diritti nel campo del nemico deve prevedere il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, a meno che le elezioni americane non siano vinte da John Kerry.
    Come si vede, ci siamo e non ci siamo.
    Siamo comunque, questo sì, nella fatale fase delle illusioni perdute, tipica del pensiero unico di sinistra in tutto il mondo.
    Ma è un peccato che l’aiuto a ragionare venga dalla furia bestiale del nemico e dai suoi atti di combattimento indistinti, che per noi sono delitti contro l’umanità, invece che dall’ausilio della sola ragione e dalla considerazione della politica e della storia.
    Eppoi lo sappiamo, prima che le illusioni perdute conducano all’accettazione della realtà e all’ottimismo della volontà (vedi la citazione di William Safire in prima pagina) a sinistra passano anni interminabili intessuti di nuove illusioni: è la legge dei vent’anni, il tempo medio occorrente per riconoscere che si era sbagliato.
    Per dichiararsi non comunisti, che è ancora pochino, hanno aspettato la caduta del muro di Berlino; per passare dalla politica preventiva alla guerra al terrorismo, che cosa altro deve cadere?

    Ferrara su il Foglio del 31 agosto

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Ottimismo e...

    ...volontà

    “Nel suo ‘La IV guerra mondiale’, il saggio brillante, ampio, radicale che analizza la politica estera americana dell’ultimo secolo sul mensile Commentary, il neoconservatore Norman Podhorez argomenta le ragioni storiche in favore dell’ottimismo della volontà e contro lo spirito accomodante dei ‘realisti’. Podhorez vede le radici della dottrina Bush nella dottrina Truman, che ebbe successo, e ci ricorda che la solida risolutezza che ha consentito di vincere tre guerre mondiali nell’ultimo secolo può prevalere anche nel confronto di questa generazione con il terrorismo.
    Io sono un nuovo liberalconservatore piuttosto che un vecchio neoconservatore, ma questa visione sicura della questione principale del nostro tempo – la sicurezza globale in un quadro di libertà – mi porta verso quella gente di New York che in questi giorni rivendica con orgoglio quel che stiamo facendo invece che verso il gruppo riunito a Boston che vedeva con allarme tutto quel che abbiamo fatto”.

    William Safire
    (New York Times, 30 agosto 2004)

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Patto tra Sistani....

    …e Allawi

    L’ayatollah Ali al Sistani ha detto che in Iraq la lotta armata non è lecita e ha così saldato il debito che aveva contratto col governo Allawi e con i militari americani. Solo ed esclusivamente il loro sforzo militare congiunto, le tre settimane di combattimenti a Najaf, ha infatti permesso ad al Sistani di cogliere quel successo che aveva inseguito invano per tre mesi: allontanare le squadracce di Moqtada Sadr dalla città santa.
    Da aprile in poi, tutte le sue trattative, i suoi autorevoli appelli, erano stati irrisi da un Moqtada che ha sempre preteso di mantenere un suo presidio armato dentro la città, dentro il mausoleo.
    Di fronte alla propria incapacità di risolvere il problema, alla fine, al Sistani ha lasciato via libera all’azione militare iraco-statunitense e ha taciuto - diplomaticamente – durante le settimane di combattimenti. Ottenuto il successo, la sconfitta – sia pure con l’onore delle armi – di un Moqtada costretto ad abbandonare Najaf e a far proclamare dai suoi portavoce un cessate il fuoco generale, al Sistani ha dato la sua alta mercede ai vincitori sul campo: ha radunato la Marjia, vertice religioso sciita, e ha emesso una fatwa di fondamentale importanza che rende “non lecito” resistere armi alla mano alle truppe statunitensi.
    Non è una fatwa, un “editto”, personale, è di più.
    E’ un editto emesso dalla Marjia, da tutti e quattro gli ayatollah che la compongono; è, insomma, il più solenne e autorevole messaggio d’interdizione e sconfessione di ogni gesto violento contro le truppe americane che si possa formulare nell’Iraq sciita.

    E’ anche uno straordinario viatico per Allawi e il suo governo, perché in questo modo la Marjia legittima il percorso politico intrapreso per arrivare alla fine dell’occupazione militare statunitense.
    E’ la prova che a Najaf ha vinto al Sistani, ma soltanto perché in stretta alleanza con Allawi.
    Resta da capire come mai uno schema d’azione come quello dei due leader iracheni non sia compreso dalla stampa italiana di solito così attenta a descrivere e a enfatizzare i raffinati giochi politici in patria e fuori.

    su il Foglio del 31 agosto

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Putin, Chirac e Schroeder...

    ....rifanno i conti con il terrore

    Londra. L’incontro di oggi in Russia tra Vladimir Putin, Jacques Chirac e Gerhard Schröder sulle rive del Mar Nero sarà, con tutta probabilità, dominato dal problema del terrorismo.
    Non erano forse queste le intenzioni iniziali, ma gli eventi dell’ultima settimana hanno cambiato le carte in tavola.
    Mosca ha confermato che non esistono più dubbi sulla matrice terroristica del doppio attentato della settimana scorsa, in cui sono rimaste uccise novanta persone.
    Parigi si è trovata di fronte a un ricatto terrorista tanto serio quanto inatteso. Se per la Russia il terrorismo non è una novità, il rapimento dei due giornalisti francesi in Iraq – Christian Chesnot di Radio France Internationale e George Malbrunot di Le Figaro – segna per la Francia la fine di un’illusione, anche se non confessata, l’idea cioè che il dissenso dalla guerra in Iraq potesse costituire una garanzia contro la minaccia terroristica.
    Il calcolo politico di Chirac non ha funzionato: la Francia, seguita da Schröder, scelse di trasformare un disaccordo tattico con gli alleati anglo-americani in crisi strategica all’interno dell’occidente, nella speranza di guadagnare prestigio, influenza e sicurezza.
    “Strategie di influenza” era proprio il tema del congresso che aveva riunito al Quai d’Orsay gli ambasciatori francesi nel mondo soltanto pochi giorni prima del rapimento dei due giornalisti in Iraq. Ma in realtà neanche le difficoltà della transizione irachena hanno consentito alla Francia di capitalizzare sulla propria opposizione politica alla guerra in Iraq.
    La visione – riproposta dal ministro degli Esteri francese
    Michel Barnier ai suoi ambasciatori – dell’Unione europea come
    “moltiplicatore dell’influenza francese” si scontra con l’allargamento dell’Unione a paesi non filo francesi.
    E la nomina del filo-atlantico José Manuel Durao Barroso alla guida della Commissione è il segnale di un nuovo equilibrio europeo.
    Tocca al premier iracheno Iyyad Allawi, intervistato dal Monde, spiegare la cruda realtà del terrorismo: al giornalista che osserva, perplesso, che la Francia era contraria alla guerra e che Baldoni era un pacifista, Allawi risponde:
    “Sì, ma questo a loro non importa. Il loro obiettivo è quello di seminare confusione e distruggere la civiltà”.
    Un bel colpo per il giornale che soltanto qualche giorno fa aveva aperto con un titolo sugli “estremisti cristiani” nel partito repubblicano, quasi a volere suggerire equivalenza tra gli anti-abortisti americani e i fondamentalisti islamici.

    Dei tre paesi i cui leader si incontrano oggi, la Germania è economicamente il più forte, ma il più debole politicamente.
    La leadership di Schröder, o forse l’assenza di leadership, non giova sul piano internazionale.
    L’appiattimento cronico sulle posizioni francesi è forse l’unica prova, tuttora valida, della capacità di Parigi di moltiplicare la propria influenza attraverso altri.
    Per quel che riguarda la Russia, gli attentati della settimana scorsa confermano che il paese è in prima linea nella guerra contro il terrorismo e che l’alleanza strategica con Mosca è fondamentale per sconfiggere il terrorismo islamista.
    La rivalità geopolitica con Washington non si è completamente esaurita con la Guerra fredda, ma le ragioni dell’alleanza sono preponderanti.
    In passato la Russia è stato un alleato fondamentale contro diverse minacce alla stabilità e alla pace internazionale, da Napoleone fino al nazi-fascismo.
    E Putin, con tutti i suoi limiti e nonostante la mano fin troppo dura in Cecenia, è certo più rispettabile di molti suoi predecessori.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito I francesi

    I francesi

    Hamas/1: “Questa (l’attentato a Beersheba, ndr) è solo una delle risposte al martirio dei nostri capi: lo sceicco Yassin e Rantissi.
    La nostra religione ci obbliga a rispondere alle aggressioni.
    Il popolo israeliano ha scelto i suoi governanti e ha scelto di esserne lo scudo.
    Per questo lo scudo dovrà subire altri colpi.
    Considerate quello di oggi un regalo ai nuovi arrivati nella nostra terra: questo è il destino che vi attende”.

    Hamas/2: “Liberare i due ostaggi francesi accrescerebbe l’isolamento dell’atteggiamento ostile di americani e israeliani rispetto alle nazioni arabe e musulmane e farebbe aumentare l’appoggio della Francia a favore delle nostre aspirazioni”.

    Jihad islamico: “Chiediamo all’Esercito islamico in Iraq di liberare George Malbrunot e Christian Chesnot… Il rapimento non è il modo giusto per affrontare la legge che vieta l’uso del velo islamico… La Francia ha mantenuto sempre una posizione equilibrata nei confronti dell’Iraq e contro la guerra, motivo per cui non esiste alcuna ragione che possa giustificare il sequestro”.

    Comitato degli Ulema (Baghdad): “Inviamo un appello all’Esercito islamico in Iraq. Capiamo la rabbia che ha provocato in voi
    la legge sulla laicità in Francia, ma vogliamo dirvi che noi del comitato non crediamo che l’uccisione dei due ostaggi francesi sia
    la soluzione giusta per risolvere il problema. Ora ci sono problemi
    più grandi, come quello dell’occupazione dell’Iraq. L’uccisione dei due ostaggi darà una grande forza all’occupazione del paese”.

    Portavoce di Moqtada al Sadr: “Questo (il rilascio dei due giornalisti francesi, ndr) aiuterà a rafforzare i rapporti con la Francia, che sostiene il popolo iracheno”.

    Gruppo del Tawhid islamico-Brigate Omar al Mukhtar: “Inviamo questo appello ai nostri fratelli mujsheddin dell’Esercito islamico in Iraq ai quali chiediamo di liberare i due ostaggi francesi e il siriano che sono nelle vostre mani. Vi chiediamo nel nome dell’Islam di liberare gli ostaggi considerando la posizione della Francia sulla guerra e non quella del suo governo, così come per esaudire la richiesta di milioni di musulmani sia in Francia sia nei paesi islamici. Noi apprezziamo le vostre richieste, ma la mancata liberazione degli ostaggi francesi farà rivoltare il mondo contro l’islam e i musulmani ovunque, compreso in Francia, e questo peggiorerà la situazione dei musulmani. Allo stesso modo chiediamo al popolo francese di fare delle manifestazioni per fermare la legge francese che vieta il velo”.

    Hezbollah: “Il rapimento non porterà alcun risultato positivo e farà soltanto gravi danni”. La liberazione “nel più breve tempo possibile” è essenziale per fare in modo “che l’attenzione possa concentrarsi sull’occupazione dell’Iraq”.

    Yasser Arafat/1: “A nome dell’Autorità palestinese e dell’Olp mi rivolgo al popolo fratello iracheno, a tutte le organizzazioni irachene e, in particolare, ai nostri fratelli che tengono prigionieri i giornalisti francesi, perché facciano tutto il possibile per ottenere il loro rilascio, senza indugio”.

    Yasser Arafat/2: “Questo lavoro (la liberazione, ndr) sarà un tributo per la causa palestinese e la garanzia delle buone relazioni esistenti con i nostri amici che appoggiano il popolo francese e il presidente Jacques Chirac”.

    Fronte d’azione islamico (Giordania): “A causa della posizione del governo francese, che rifiuta l’occupazione anglo-americana dell’Iraq ci appelliamo alle persone che hanno rapito i due giornalisti affinché risparmino la loro vita”.

    Ansar al Sunna così rivendica la decapitazione dei dodici lavoratori nepalesi rapiti e uccisi in Iraq: “Ci rivolgiamo alla Nazione islamica da oriente a occidente, non c’è dubbio che i torti subiti dai nemici di Allah costringono i musulmani a usare la lingua del Jihad. Allah fa rivivere la nazione islamica attraverso il Jihad, così come lui stesso dice: ‘Oh voi che credete, rispondete ad Allah e al Suo messaggero quando vi chiama a ciò che vi fa rivivere e sappiate che Allah si insinua tra l’uomo e il suo cuore e che sarete tutti radunati davanti a lui’. L’America si è presa gioco di noi e ha chiesto l’aiuto agli altri per combattere l’islam e la sua gente sotto la cosiddetta ‘guerra contro il terrorismo’ che è soltanto una guerra crociata contro i musulmani affinché non ritornino alla loro religione e non siano governati dalla sharia. A causa di questi torti abbiamo agito secondo il favore di Allah eseguendo la pena di morte nei confronti dei dodici nepalesi che sono sono venuti dal loro paese per aiutare chi combatte l’islam e i musulmani. Il loro paese è servo dei cristiani e degli ebrei. In conclusione lanciamo un appello al governo nepalese: ciò che avete visto con i vostri occhi è il destino che hanno tutti gli agenti, i traditori e le spie”.

    saluti

  10. #10
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    Predefinito I nepalesi

    Baghdad. Un’esecuzione in massa è l’ultimo crimine dei terroristi sunniti in Iraq. Dodici ostaggi nepalesi, rapiti il 16 agosto, sono stati uccisi dal gruppo Ansar al Sunna, che conclude il comunicato di rivendicazione della strage in maniera lapidaria:
    “Questa è la fine che fanno tutti gli agenti, le spie e i traditori”.
    Le immagini della mattanza sono state pubblicate su Internet e mostano due terroristi mascherati, che immobilizzano a terra un ostaggio. Uno degli assassini utilizza un coltello per tagliare la testa a un nepalese e staccarla di netto. Gli altri ostaggi vengono finiti da colpi di armi automatiche. Sette fotografie e un video mostrano i corpi senza vita dei sequestrati in mezzo a pozze di sangue.
    Si tratta della più spietata rappresaglia dei terroristi sunniti da quando è iniziata l’offensiva dei rapimenti degli stranieri, lo scorso aprile.
    I nepalesi lavoravano per una società giordana, che garantisce i servizi di cucina e pulizia alle basi americane.
    “Abbiamo eseguito la sentenza di Allah contro dodici nepalesi venuti dal loro paese per combattere i musulmani e servire gli ebrei e i cristiani”, si legge nel delirante comunicato.
    Ebrei e cristiani vengono bollati come “genitori delle scimmie e dei maiali”, animali impuri per l’islam.
    I terroristi imputano alle loro vittime un altro peccato: “Credere in
    Buddha come loro Dio”.
    Il gruppo terrorista inserisce la barbara azione nel progetto di guerra santa contro l’occidente.
    “L’America ha chiesto aiuto agli altri per combattere l’islam e la sua gente nella cosiddetta guerra contro il terrorismo - è scritto nel testo – che è soltanto una crociata contro i musulmani affinché non siano governati dalla sharia (la legge islamica, ndr)”.
    Il Nepal non ha truppe in Iraq, ma gli ostaggi sono stati
    volutamente ripresi in un video con delle bandiere americane.
    Gli uomini erano considerati dal loro governo degli illegali.
    Sembra che siano partiti dal Nepal entrando clandestinamente in India e poi, in cerca di lavoro, avevano raggiunto la Giordania, dove una ditta di servizi li ha assunti per spedirli in Iraq promettendo loro che non avrebbero corso rischi.
    I nepalesi erano già finiti nel mirino di Abdul Sattar Abul Giabbar, membro del Consiglio degli ulema sunniti, che li aveva invitati a rimanere a casa, altrimenti avrebbero potuto diventare “obiettivi dei gruppi della resistenza, che ha il diritto di colpire tutti quelli che collaborano con l’occupazione”.
    L’obiettivo dei terroristi è scatenare il panico fra i lavoratori stranieri e convincere le ditte che forniscono assistenza alle truppe straniere ad abbandonare il paese.
    In parte ci stanno riuscendo. Oltre ai due giornalisti francesi, oggi sono una ventina gli ostaggi stranieri, quasi tutti camionisti che trasportavano merci dai paesi vicini.

    I sequestratori distribuiscono cd
    Ansar al Sunna, l’esercito dei sunniti, è sorto lo scorso anno da una costola di Ansar al Islam, il gruppo fondamentalista nato in Kurdistan, prima dell’attacco americano, con i soldi di al Qaida e l’aiuto di veterani della guerra in Afghanistan come Abu Musab al Zarqawi.
    Gli assassini dei nepalesi operano soprattutto nel triangolo sunnita e nell’Iraq centrale, dove è stato rapito e ucciso il giornalista italiano Enzo Baldoni.
    Ansar al Sunna ha stretti contatti operativi con la cupola del terrore fondata da al Zarkawi, al Tawhid Waljihad (Monoteismo e guerra santa).
    L’emiro dell’Eserciro sunnita è Abu Abdullah al Hassan bin Mahmoud, che ama definirsi “il principe” e deve la sua feroce militanza a un fratello, membro di spicco dei fondamentalisti curdi. Il gruppo è di origine salafita, come i tagliatori di teste del terrorismo algerino, e fa proseliti nella comunità wahhabita che risiede in Iraq.
    Odia gli sciiti, considerandoli eretici, compresi i più ribelli, come Moqtada al Sadr.
    Secondo un comunicato “i nazionalisti arabi sono tutti infedeli e contrari all’islam. Non esiste differenza fra nazioni, ma solo giustizia e fede in nome di Allah”.
    Il gruppo occupa l’ala più estrema della guerriglia antiamericana in contrasto con la fazione moderata e nazionalista, che punta a un accordo con il governo Allawi.
    L’esercito è diviso in unità, compartimentate fra loro, come la brigata Hamza, la divisione di battaglia al Firq al Mansura e l’Abu Hanifa, imam sunnita che dà il nome a una famosa moschea di Baghdad.
    All’inizio dell’anno i terroristi hanno distribuito un cd: “Rayat al haq” (Bandiere del diritto), con il quale descrivevano 285
    “operazioni” contro il governo iracheno e le truppe americane.
    I dati delle perdite avversarie sono esagerate e si sospetta che terroristi suicidi dell’Ansar al Sunna abbiano decapitato i vertici curdi a Irbil.
    Una delle azioni più eclatanti che hanno rivendicato è stata l’imboscata in cui hanno perso la vita sette agenti dell’intelligence spagnola, lo scorso novembre.
    Una volta, però, il “principe” di Ansar al Sunna è caduto in una provocazione in rete: qualcuno aveva annunciato a suo nome la decapitazione di un marine di origine libanese.
    In realtà il soldato americano era stato rilasciato ed è rispuntato all’ambasciata americana a Beirut, ma per smentire l’esecuzione era sceso in campo addirittura al Zarqawi.

    saluti

 

 
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